LET’S MOVIE 326 commenta LA TENEREZZA e propone ART POT, featuring RADIO DAYS & SARA FRUNER

LET’S MOVIE 326 commenta LA TENEREZZA e propone ART POT, featuring RADIO DAYS & SARA FRUNER

Fingere Fellows

che l’esilio non sia esilio e che io non mi senta Napoleone all’Elba, sarebbe davvero basso. E non perché Napoleone fosse un diversamente alto, ma perché questo di Let’s Movie è un luogo di verità, oltreché di divertimento sconfinato. Il giorno prima di lasciare NYC, NYC mi ha regalato, in aggiunta al cielo malva di cui sapete, una temperatura estiva che si aggirava intorno ai 29 gradi — no, non ho ancora imparato a convertire Fahrenheit in Celsius, vado a pelle e a occhio.
Il Trentino mi ha accolto (!!) in un abbraccio gelido. Non gliene farò una colpa. Anche NYC è una cavalla pazza meteorologica, ma se non altro quando piove lì, sei comunque a NYC. A Trento sei a Trento. E la differenza, ahimè, è troppo macroscopica per poterla diluire nel mezzo pieno di un bicchiere.
E poi il verde brutale, Moviers. Può un colore essere tanto feroce? A quanto pare sì. Ho vagato per i primi giorni riparandomi gli occhi, chiedendo a tutti quelli che incontravo dove potevo trovare la manopola per abbassarne l’intensità… Una povera passante con una richiesta donchisciottesca, me ne rendo conto. Ma mai avevo provato questa sensazione di violenza cromatica. Sarà che le mie rètine, ora, vivono adagiati sulle scale di grigio e azzurro, e sulle rifrazioni dei grattacieli, che hanno un modo tutto loro di giocare con la luce, i solidi, il giorno e la notte. Se in Australia chiamano “blue room” l’incavo che si crea sotto la pancia dell’onda, nel quale i surfisti amano da morire rifugiarsi, qui la room diventa green. E io no, non amo affatto rifugiarmici dentro.
Voi ora penserete che esagero, che in fondo dovrei esserci abituata. Ebbene no. Così come non ero più abituata alla pulizia di cose e persone, qui. All’ordine con cui la gente sembra muoversi per strada, come se seguisse dei tracciati immaginari. Non mi era mai capitato di notarla, questa geometria di strada.
Qui sarà anche tutto silvestre, ma NYC è una giungla. Tutti seguono una propria traiettoria, ma visto che i “tutti” sono 8 milioni e rotti, queste rette s’intersecano in infiniti punti del piano. Il risultato è una specie di disegno spirografico in cui le linee si sovrappongono in continuazione, fino a che la trama diventa fittissima, e tutto si mescola, linee, percorsi, umanità.
Un fenomeno simile può essere insopportabile per alcuni — claustrofobia, capogiri, ipersudorazione, i principali sintomi d’insofferenza. Altri — presente! — ci trovano nuovi orizzonti di leggi fisiche. Com’è possibile sopravvivere in sovrapposizioni simili? Com’è possibile non soccombere? Il bello di una metropoli — NYC nello specifico — è proprio questo. Chiedersi, ogni giorno, come sia possibile che tutto quello stia in piedi, che non imploda? Davanti agli spettacoli della natura possiamo riparare nel divino o nello scientifico. In una città, hai la dimensione umana. L’uomo ha fatto tutto questo, ha creato tutto questo dal nulla, nel bene e nel male. Nel bene e nel male ha costruito un sistema nuovo, un terzo stato, che non spieghi solo con dei calcoli strutturali. Ci sono queste reti che disegnano gli uomini nelle loro intenzioni e nei loro percorsi quotidiani semplicemente muovendosi in uno spazio ristretto — “Manhattan ha una densità pari a 67.000 persone per miglio quadrato” (David Owen “Green Metropolis”).
“Eppure esiste” mi viene da dire, facendo il verso a Galileo.
In una cittadina di media grandezza questo fenomeno non è percepibile, ovviamente. Del resto, solo se vai nel cuore della savana capisci cos’è un cielo bianco di stelle. E solo in una giungla urbana, respiri questo nuovo respiro, provi questo nuovo modo di muoverti e sopravvivere nell’intrico di linee che sono le destinazioni di tutti gli abitanti di quel luogo, e sono come l’acqua: trovano sempre la via di arrivare.
Tante volte critico l’umanità, ma tante altre rimango stupefatta dalla flessibilità, no, fluidità, che l’essere umano dimostra. La resilienza, anche.
Del silenzio non occorre che parli, credo. Ho già scritto abbondantemente della musica di NYC e dell’afonia di Trento. A volte non è facile tollerare i decibel newyorchesi. Le ambulanze che ti trapanano l’udito, i martelli pneumatici, le sirene del camion dei pompieri, a cui vorrei aggiungere anche le gole schiarite dei passanti e gli sputi ad esse conseguenti… Tutto molto molestamente cliché, ma anche tutto molto rumorosamente confermato dall’evidenza. Ma se voi andate oltre quello strato sonoro fastidioso e gridato, troverete, sotto, un respiro. Non so bene cosa sia né da dove provenga — devo investigare ancora un po’. Ma si sente forte e chiaro, in qualsiasi posto voi vi troviate. A me fa una compagnia che non so descrivere. Non mi sento mai sola a NYC. C’è questo battito intorno, sotto, o da qualche parte, che continua a pulsare. E tu ti senti vivo dentro una cosa viva. Il bello di tutto ciò è il paradosso. Vivo dentro un abbraccio di cemento e vetro?? Sì. Troppo facile sentirsi così in mezzo al Borneo, o in qualche green room. Il difficile è sentirsi così in una dimensione 100% artificiale, fuoriuscita dall’intelletto e dalle rimescolazioni umane, non scivolata fuori dalle gambe di Madre Natura.
A ogni modo, Fellows, non è che sia poi così tapina, intendiamoci. Oltre a ricevere ondate e ondate di affection&care da voialtri Moviers e Anti, sono tornata a vedere del buon cinema italiano. E dal Mastro, per di più. Pur non incontrandolo, ho avvertito comunque la sua cine-presenza nell’aria.
A NYC i film italiani faticano ad arrivare. Complici le regole incomprensibili della distribuzione. Quando poi arrivano, per noi italiani sono già obsoleti. Vi dico solo che “La pazza gioia”, uscito qui a marzo 2016, arriverà all’IFC Center a fine maggio 2017… Ed è uno dei film più pluripremiati e apprezzati della stagione italiana… E vi assicuro — Don Vito Corleone mi è testimone — che il mio giudizio negativo sul film non ha avuto alcuna influenza sul suo arrivo ritardato… 😉
Il film della prima settimana in esilio, visto fortunatamente con la compagnia del WG Mat, è “La tenerezza” di Gianni Amelio. Tenerezza che potrebbe tranquillamente sottoporsi a un morphing e diventare, d’un tratto, tristezza. E’ un film triste, quest’ultimo di Amelio. Ma ciò non significa che non vada visto. Con le famiglie felici, Tolstoj, c’incartava il pesce. Su quelle incasinate, invece, ci costruì “Anna Karenina”. E Amelio c’ha costruito “La tenerezza”.

Lorenzo è un vecchio ex avvocato napoletano che da anni ha chiuso i rapporti con i due figli, e se ne vive in solitudine — o in solitaria, dipende dai punti di vista.
Al rientro a casa dopo il ricovero per un infarto, Lorenzo trova nell’appartamento di fronte una giovane famiglia appena traferitasi a Napoli dal Nord. Con il passare dei giorni stringe una bella amicizia con i suoi nuovi vicini, soprattutto con Michela, moglie di Fabio e madre di due bambini. Capiamo ben presto che Fabio non sta bene, è irrequieto e si accende come un fiammifero per un nonnulla. Questa sua insofferenza, che capiremo affonda le radici in un’infanzia infelice, sfocerà in un suo gesto drammatico che sono certa non faticherete a indovinare. Diciamo che ricalca molta della cronaca che sentiamo in questi ultimi anni: padre e marito amorevole, colto da raptus, commette…
Questo avvenimento sconvolgerà la vita di Lorenzo a tal punto da fargli rivedere le sue posizioni emotive e rimettere in discussione i rapporti con i figli — con la figlia Elena, per essere precisi.
Del film ti colpisce — positivamente — il distacco dallo stereotipo. Finalmente un regista che fa dire a un padre “Non amo i miei figli”. Che questo sia più o meno vero, non ci interessa, al momento. Al momento ci interessa che un personaggio abbia detto il socialmente/convenzionalmente indicibile. Questo permette ad Amelio di frugare in una sacca di non-detto che viene tenuta sempre bella chiusa e lontana da occhi spettatori. Quando un regista toglie i mattoni da sotto le fondamenta di un tabù, e ne causa, se non il crollo, almeno una crepa dentro cui infilare uno sguardo critico, io, se permettete, applaudo.
In Italia, paese del desiderio spasmodico che la famiglia funzioni sempre e comunque, e dell’esaltazione dell’amore genitoriale-filiale, si preferisce un modello in cui la famiglia, presentata in tutti i suoi limiti e difetti, finisce sempre per vincere — le sfuriate mucciniane seguite dai tarallucci e vino alternativi ozpetekiani.
In “La tenerezza” abbiamo un padre a cui non interessa ricucire rapporti: vive trincerato nel suo silenzio, addirittura finge di dormire nel letto di ospedale pur di non dover interloquire con la figlia giunta in visita al suo capezzale. E’ forte, quella scena iniziale, anticipata da Elena mentre svolge il suo lavoro d’interprete in tribunale traducendo quello che gli accusati stranieri hanno da dire. Lei traduce, fa da tramite, anche se sa benissimo che alcuni di loro stanno mentendo. E lo stesso fa con il padre: vorrebbe dire la verità, usare altre parole che non riesce a dire, e in più funge da tramite fra il padre e il fratello, fra il padre e la madre — Elena avrebbe svelato un segreto ai danni di Lorenzo e, secondo lui, avrebbe provocato la morte della madre. Eppure Lorenzo è legato alla figlia dal nipotino, che preleva da scuola ogni tanto per insegnargli cose che al ragazzino non interessano minimamente, oppure per fargli domande che troveranno risposte secche — “Mi vuoi bene?” chiede Lorenzo. “No”, gli risponde lapidario il piccolo (mostro) — e anche qui, un altro tabù minato. A volte i bambini non sono tutti dei piccoli mulini bianchi. Sono anche insopportabili e scortesi. E potrebbero anche essere dei natural born killers — scopriremo, nel passato di Fabio…
Ma Lorenzo non è Scrooge. Come intuisce giustamente Michela, la nuova vicina, Lorenzo teme solo di non vedere restituito ciò che lui può donare, e quindi, soffrire. In altri termini, paura. Amare non è poi così semplice come si pensa, questo il film scrive a grandi lettere sullo schermo. Ed è il dramma che toccherà la coppia a sbloccare a Lorenzo questa paura, a fargli riconsiderare le sue posizioni e portarlo, forse su quella via. Il finale è assai esplicito verso questa direzione. Fin troppo per i miei gusti — avrei concluso una ventina di secondi prima di un gesto di eccessiva, manifesta tenerezza, ma posso capire che, nella parabola della storia, ci stia.
Il film mostra ma non dimostra alcunché. Mostra il fratello di Elena che s’intrufola in casa di famiglia per ravanare i cassetti in cerca di cash. Mostra Elena, una donna madre-lavoratrice single, indipendente e tutto, ma segnata irrimediabilmente dal rapporto interrotto con il padre e che la porterà a cercare l’amore a mille miglia di distanza, in Egitto. Mostra un Lorenzo che alla fine, di Scrooge non ha proprio nulla. La solitudine è una conseguenza del dolore. La perdita della moglie — “forse non amata, o forse sì, ma troppo tardi” — lo porta a rifugiarsi in uno spazio di silenzio e a tagliare i ponti. E chi siamo noi, per giudicare le vie che la sofferenza prende, e come esse vengono percorse? Il bello del film è proprio l’assenza di giudizio. Ben evidente anche nel modo in cui tratta la vicenda dei due vicini.
Il personaggio di Fabio, ben più interessante di quello di Michela — moglie e madre amorevole-servizievole, troppo — è un bell’esempio di storia raccontata più dai suoi gesti e dalle parole altrui — di sua madre — che dalle sue. Fabio mentre gioca con un modellino di elicottero, e sembra ancora più bambino del suo bambino di 5 anni. Fabio disposto a pagare qualsiasi cifra per un camioncino vintage da regalare a se stesso e non al figlio. In quel camioncino rivede l’infanzia che non è riuscito ad avere, e costruisce, a voce alta — tocco da maestro del Maestro Amelio — dei ricordi non veri: i ricordi che non ha avuto e che vorrebbe tanto avere. “I vetri che io ho spaccato con un chiodo”, dice, riferendosi ai finestrini mancanti del modellino.
Ecco, “La tenerezza” è fatta anche da questi piccoli momenti narrativamente grandi, che aprono delle finestre sul personaggio e ne rivelano un vissuto accidentato, dando poi delle possibili chiavi di lettura con cui interpretare i gesti folli che dalla sua mano possono partire. Un modo sapiente del regista di dirci che la follia origina nella normalità. “Un figlio unico” — ripetuto per ben due volte — che immaginiamo essere stato ricoperto di attenzioni, in realtà risulta incompreso, solo, disposto a pagare i compagni per essergli amici, e in grado di inventare balle pazzesche pur di attirare l’attenzione. Un monito, lo leggo, per i genitori. Vedete un po’ che, facendo questo mestiere, siete sempre sul filo dell’errore. Beware and watch out…

Gli attori. Gran complimenti a Renato Carpentieri, Lorenzo, che regala un’interpretazione convincente e intensa. Per quanto riguarda gli altri — Elio Germano, Giovanna Mezzogiorno e Micaela Ramazzotti — mi piacerebbe sapere se non si sentano intrappolati dai ruoli identici che li chiamano sempre a interpretare. Elio Germano, bravissimo, fa quasi sempre la parte del folle, del problematico, dell’inquieto. Giovanna fa sempre la seriosa ai confini del burbero, e quell’unico sorriso che ti concede, lo pagheresti migliaia di Euro. Micaela poi è il caso più eclatante. Sempre personaggi di donne tra lo svampito, il candido, l’innocente e il perduto — tranne, forse in “Ho ucciso Napoleone”. A ogni modo sono tutti bene in parte e anche grazie a loro il film funziona.
Certo, come si diceva all’inizio, è un film in cui si respira tristezza. Per la storia in sé, ma anche perché ci costringe a pensare agli appartamenti pieni zeppi di storie così. Che non si dicono, o solo parzialmente. Forse dicendole — filmandole — di più, guardandole di più, si aiuterebbero le persone a capire che i tarallucci e vino vanno lasciati sulle tavole fittizie altrui. E che la realtà, somiglia più a noi.

Spulciata la programmazione cinematografica trentina della settimana, mi sono decisa, Moviers, a proporvi un appuntamento un po’ diverso, ma pur sempre cinematografico.

ART POT
I Radio Days e Sara Fruner servono cinema, musica e poesia
Giovedì 11 maggio 2017
Social Stone
Via Gorizia 18, Trento

 

Il Fellow Lumière, nella vita di tutti i giorni, porta il nome di Michele Kettmeier. Se lo sommate a un Fabrizio Carlin, vi risultano i Radio Days, un duo dalle mille idee che rimusica cortometraggi muti e s’inventa un sacco di altre attività tra musica e cinema — vedere per credere, www.radiodays.tn.it.
Abbiamo pensato di cucinare un “ART POT“, un contenitore — anzi una pentola — in cui mescoliamo e serviamo musica, cinema e poesia, un tributo a tre forme d’arte che, abbinate, risvegliano il senso e il muscolo dell’immaginazione. Tre arti di cui siamo follemente innamorati e di cui sappiamo esserlo anche voialtri.
Il menu poetico-musico-cinematografico proporrà alcune poesie tratte dalle mie tre raccolte, alcune musiche ad esse dedicate e magistralmente interpretate da Michele al pianoforte e Fabrizio al trombone, e qualche corto muto musicato dal vivo da loro.
Io non mi perderei quest’occasione… Mi pare che si parli sempre troppo di “fusion” per il cibo, ma sempre troppo poco in ambito artistico. Non serve guardare nei ristoranti di tendenza, per trovarla, questa benedetta fusion… Nella Grecia classica infatti, danza, musica e poesia formavano un tutt’uno, la Choréia una e trina, un concetto estetico che si basava sulla sintesi di parola, suono e movimento. “Art Pot” sostituisce al corpo l’immagine in movimento — il cinema. Ed il cinema di per se stesso è una danza: la danza dello sguardo davanti a un sogno che ritrae una forma di realtà.
Quindi fossi in voi, viste anche le basi elleniche su cui poggia il progetto — oltreché su quelle più trivialmente trendy 🙂 — io non me lo perderei. 😉

E questa prima settimana in esilio è scivolata via senza troppi danni. Ci sono dittature ben peggiori che quelle esercitate dal verde — mi par di sentirvi, dotti ammonitori che siete… 🙂

Allora, ricapitolando, ci vediamo giovedì, vi lascio un articolino di approfondimento nel Maelstrom, vi ringrazio per l’attenzione e vi porgo dei saluti, stasera, mistificantemente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)
Ricordate che, un paio di settimane fa, vi avevo parlato della teoria della matrioska di Claudio Magris?
Ecco, qui potete approfondire se volete, http://www.lavocedinewyork.com/arts/libri/2017/04/29/claudio-magris-non-una-identita-ma-tante-insieme-siamo-matrioske/

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