LET’S MOVIE 327 – propone LAURENCE ANYWAYS e COMMENTA PUSSY RIOTS

LET’S MOVIE 327 – propone LAURENCE ANYWAYS e COMMENTA PUSSY RIOTS

Manaturalmente Moviers,

le infrastrutture a New York sono davvero in uno stato pietoso, dove pietoso non è il nome di uno stato, ma potrebbe diventarlo — con il suo comune, la sua scuola, la sua banca e il suo fast-food. Se dovete attraversare Manhattan in verticale, cioè da sud a nord, e percorrete la Statale 9A, vi capita di essere bloccati certo dai semafori, ma anche dall’effetto domino di una galleria, l’Holland Tunnel, che non si sa bene come mai, non scorre e blocca tutto. Collega New York a il New Jersey, e un sacco di newyorkesi sono collegati al Jersey. Quindi il tunnel non fa che rispecchiare questo legame.
Allora certo potete prendere la metropolitana. Ma che non sia nel weekend. Il weekend stravolge le leggi delle direzione, i colori delle linee, le corse locali ed espresse — che più o meno sono come i regionali e gli interregionali italiani. Il weekend è l’anarchia del sistema sotterraneo metropolitano. E non c’è che da sperare nelle buona sorte. Se poi piove, be’, ci si prepari a trovare stupefacenti esemplari di bacini idrici nei sottopassaggi e nelle zone con della pendenza. Gli esperti di orografia di tutto il mondo accorrono per studiare il fenomeno, armati di stivali e fucili derattizzanti. Perché sì, i ratti sono gli autoctoni della metro. Amano il rischio, e questo permette loro di alloggiare fra i binari dei treni, incuranti dei treni, e persino dei fucili deratizzanti degli esperti di orografia di tutto il mondo. Del resto è semplice consequenzialità. Così come Neo di “Matrix” (devo specificarlo?!) schivava le pallottole, i ratti, schivano i treni.
Poi non occorre che dica della rush hour, tra le 5 e le 6 pm, quando tutta la newyorkesità si riversa, solitamente nella linea rossa — la mia. O quella verde, quando devo prendere la verde. O l’arancio, o la blu. A seconda della linea che devo prendere, quella, per magia, attira a sé i passeggeri. In questo caso, la legge è della fisica. O forse, semplicemente, di Murphy.
Stare accalcati ha i suoi vantaggi. Puoi sbirciare le conversazioni altrui su Whatsapp, Indovinare il regime alimentare di una famiglia contando i litri di succo d’arancia o Coca Cola nelle buste della spesa. Se la bottiglia è quadrata e incartata in un sacchetto di solito è Jack Daniels, e in quel caso il regime è un altro. Puoi chiederti come sia possibile che un numero inverosimile di passeggeri insospettabili giochi con la versione 2017 di Super Mario Bros o Tetris durante i loro spostamenti. Oggi i colori sono più sgargianti, le forme arrotondate, la scenografia è molto accattivantemente miyazakiana. Forse per questo anche le pensionate ci smanettano con una concentrazione da far perdere la fermata.

Gli aspetti negativi dello stare accalcati non occorre che li elenchi. L’olfatto è il senso che ha la peggio e soccombe sistematicamente sotto zaffate che, avessero un colore, li avrebbero tutti. Però anche lì, te la giochi con la fisica, o meglio, il fisico — o forse, semplicemente, con Murphy, anche lì. Puoi imbatterti nel vagone che sa di mandarino, perché qualcuno ha avuto bisogno di fare il pieno di vitamina C. I miei preferiti sono i vagoni che sanno di capelli e corpi appena docciati. Mi par di vederli, appena usciti dal bagno di casa loro, ancora fumanti, tuffarsi giù nello scarico della metropolitana e finire a profumare di Badedas tutto il treno. La maggior parte delle volte gli odori sono altri. Quelli della massa umana. Scarpe bagnate, dreadlock risalenti al secolo scorso, giacche a vento che liberano nell’aria il fritto misto catturato nel ristorante cinese la sera prima.
E poi ci sono gli odori metaforici. L’odore del sonno, quello dell’ansia. L’odore dell’indifferenza e quello della scocciatura.
Le infrastrutture arrancano e le strade sprofondano. I romani si lamentano delle buche nella capitale. I newyorkesi non si lamentano delle voragini che divorano il loro manto urbano solo perché hanno lo stoicismo e il senso pratico tatuati nel DNA. A che pro lagnarsi? Bypassarle fa risparmiare tempo e coronarie. Questo non toglie che le voragini rimangano con la bocca spalancata giorno e notte e sta a voi, evitarla con cura.
E se si vuole prendere un taxi, uno deve fare un corso lampo di tutte le microlingue del Kerala, del Bangladesh e del Senegal. I taxisti appartengono a questi ceppi non propriamente romanzi o indogermanici o autoctoni.
Poi Trump. Trump è sempre Trump, no? Non è che da gennaio a oggi sia cambiato. E’ sempre lui.
E Melania. Anche lei, naturalmente non è cambiata. Sicuramente non naturalmente per lo meno.

Ma naturalmente fallisco Fellows, in tutto questo. Marciare sulle sventure di NYC è come prendere il Cenacolo di Leonardo e accusarlo di cadere a pezzi. Cadrà anche a pezzi, ma è pur sempre il Cenacolo!
Quindi no, non ce la faccio, Vostro Onore.
Mi dichiaro colpevole di concupiscenza nei confronti della Città.
Mi si mandi pure in qualche colonia penale, magari verdissima, magari pulitissima, dove tutto sembra perfetto e nell’aria c’è uno strano sentore di occult(at)o…
😉

Questa settimana, come anticipato, abbiamo servito ART POT, il calderone in cui i Radio Days e la sottoscritta hanno rimestato cinema, musica e poesia. Ovviamente non farò la cronaca di cosa è stato, per non incappare nel principio numero 2 di Archimede secondo il quale chi si loda s’imbroda. Un foltissimo numero di Moviers & Anti hanno popolato il Social Stone, e quella è stata la soddisfazione più grande. Non farò la cronaca anche perché, se Paganini non ripete, noi invece sì, convinti come siamo del trattamento “repetita iuvant”. 🙂 Per chi non ha potuto esserci riproporremo la serata mercoledì 17 maggio alle 21:00 alla Bookique.

Venerdì sono tornata, dopo un paio d’anni, al Centro Sociale Bruno. La rassegna che la nostra Movier Lady Brown ha organizzato, prevedeva “Pussy Riot”, il documentario di Mike Lerner e Maxim Pozdorovkin, 2013. E la ringrazio per averlo proposto perché io, con tutto il post-post-femminismo che ho in circolo e la fissa con il dissenso e la fascinazione per i flash mob, mi sono assolutamente persa il fenomeno delle pussy riots, che scoppiò nel 2012. Ho passato gran parte del documentario a chiedermi dove diamine fosse il mio radar post-post-femminista nel 2012, e ancora devo darmi una risposta. A volte gli accadimenti ci passano accanto, silenziosi anche se fanno rumore — come nel caso delle Pussy Riots, appunto — e solo se c’è qualcuno che ci tira per la giacchetta ci voltiamo a guardarli. Let’s Movie esiste un po’ anche per questo.

Queste Pussy Riots sono un collettivo punk-femminista politicamente impegnato nato in Russia per dare addosso al regime di Vladimir Putin e difendere democrazie e libertà. Ragazze giovani e scatenate, provenienti da ambienti diversi, che decidono, un bel giorno, d’infilarsi un passamontagna colorato, vestitini dalle tonalità acidissime, e improvvisare incursioni in luoghi simbolo, come le chiese ortodosse, la Piazza Rossa, il tetto di un carcere, ecc… La performance consiste in un pezzo punk strimpellato, cantato e ballato alla selvaggia. Solitamente il testo del pezzo è un’invettiva contro il governo e un incitamento a ribellarsi. Scopo della modalità “invasione di campo”? Attirare quanta più attenzione possibile e, in qualche modo, costringere i passanti o i presenti, a sentire cosa hanno da dire. Nel 2012, tre di queste pussy riots, hanno fatto irruzione nella chiesa ortodossa di Cristo Salvatore di Mosca, in pieno servizio religioso, e ne hanno letteralmente cantate di tutti i colori: il ritornello, per darvi l’idea, recitava “Madre Maria, Bandisci Putin!”, e altri contenuti ben più volgari.
Il documentario racconta i due anni che le tre ragazze hanno trascorso in carcere e il processo che le ha viste protagoniste.
Il film in sé non ha nulla di particolare. Fa ciò che un documentario deve fare. Documenta. E tira la giacchetta, oltreché in ballo una serie di macro questioni. Le tre, e tutto il collettivo, si definiscono “artiste”. Fin dove arriva l’arte e comincia altro?, mi chiedo. Qual è il rapporto tra arte e legalità? Ho sempre pensato che l’arte sia l’unica sovvertitrice legale dell’ordine costituito, ma non è così: talvolta, infrange la legge per manifestarsi. Pensiamo a Banksy, alla violazione di proprietà o all’“abuso” di luogo pubblico di cui si “macchia” con ogni sua opera. Oppure a Cattelan, che impicca tre bambini fantocci a un albero di un parco, o che solleva un dito medio davanti alla Borsa, che schiaccia un papa sotto un meteorite, e che inginocchia un Hitler bambino e credente. L’arte può anche armarsi di metodi non accettati dal sistema e dalla morale: questo perché, con la sua potenza ciclonica, dovrebbe scuotere entrambe. Come dice la citazione del maestro Majakovskij in testa al film, “L’arte non è lo specchio che riflette la società, ma il martello che serve per forgiarla”.
Nel caso delle Pussy Riots la questione si complica. Le loro incursioni sconvolgono ma non rimangono. Sono circoscritte alla reazione che suscitano lì per lì negli spettatori, come gli happening negli anni ’60-70. E rimarranno nella storia come eventi “disruptive”. Ma temo di non considerare queste ragazze delle artiste, le considero ribelli politiche. Ribelli politiche che scelgono una strada originale per esprimere il loro dissenso e la loro lotta per la libertà. In questo loro percorso di rivolta, sono con loro.
E il mio timore che il loro movimento si fosse spento in questi anni è stato piacevolmente smentito. Non solo continuano con le loro imboscate e le loro performance anche pericolose — provatevi voi, a sfidare il gelo russo in un vestitino di nulla, braccia e gambe nude! 🙂 — ma hanno rivolto il passamontagna anche oltreoceano, contro Trump. Vedere per credere.

Parlando di legalità, mi fa piacere citare un bell’evento che si è svolto sabato, La Giornata della Legalità, nella cui organizzazione il nostro Fellow Presidente ha avuto un ruolo quanto mai presidenziale. 🙂 La Giornata si è conclusa sul cui palco del Teatro Sociale dove classi di licei del trentiname si sono ritrovate a riflettere su un argomento come la violenza contro le donne. E per condividere le loro riflessioni hanno utilizzato il medium della performance artistica.
C’è forse un modo migliore di riflettere? 🙂
Spero che questa serata sia servita. In un mondo in cui Il 35% delle donne è destinato a subire violenze nell’arco della vita, fare tutto il fattibile possibile mi sembra il minimo.
E proporrei una mozione parlamentare per modificare due modi di dire, sbagliati come la matematica. “Chi si batte non si ama. Si mena”.

E per questa settimana, mi sciolgo davanti alla programmazione del Mastro, che per un giorno, un giorno soltanto, ci spalanca le porte del paradiso offrendoci

LAURENCE ANYWAYS
di XAVIER DOLAN
Canada 2012, ‘158
Martedì 16 maggio
21:00/9 pm
ASTRA/dal MASTRO
INGRESSO 5 EURO!

Lui, Xavier, solamente lui. Il piccolo enfant prodige regista di “ Mommy”, cucciolo di panda dall’intelligenza einsteiniana, dalla sensibilità proustiana.
Non serve che aggiunga altro. Kant scrisse del suo imperativo categorico solo dopo aver saputo di questa serata.

E anche questa seconda settimana d’esilio è trascorsa. Si sopravvive. Mi si dice che New York faccia altrettanto. Ma sopravvivere non è vivere…
🙂
Vi aspetto al cine martedì, vi ringrazio sempre della pazienza e dell’ascolto, vi lascio con un articolino nel Maelstrom e vi porgo dei saluti, stasera, ovviamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Se pianificate di andare al Whitney, vedete un po’ che ve ne pare della mostra “Where We Are”.

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