LET’S MOVIE 329 commenta FORTUNATA e propone LA NOTTE CHE MIA MADRE AMMAZZO’ MIO PADRE

LET’S MOVIE 329 commenta FORTUNATA e propone LA NOTTE CHE MIA MADRE AMMAZZO’ MIO PADRE

MET Moviers,

Il Metropolitan Museum of Art, museo dei musei di NYC, se ne sta spaparanzato in mezzo all’Upper East Side, occupando lo spazio di ben quattro isolati, tra la E 84th Street e la E 80th Street, in capo al Museum Mile, il polo museale più sportivo del mondo. I musei che comprende sono tutti assai prestigiosi, ma solo lui, quel gattone del MET, vanta la cuccia in pieno Central Park. Gli altri musei osservano dalle strade circostanti con un misto di reverenza e invidia. Il Guggenheim o il Museum of the City of New York o la Neue Galerie s’inchinano controvoglia e rosicano di brutto.
Il MET è rinomato per il piano di marketing selvaggio che porta avanti e che gli permette di sopravvivere — solo l’Ufficio Erariale americano saprà quanto diavolo di affitto deve sborsare, in quella zona di Central Park… Già vi accennai dell’iniziativa di dubbio gusto del “Museum Workout”, che combina lezione d’aerobica di prima mattina a visita alle opere.
Ebbene, durante il volo di ritorno in Italia, mi sono imbattuta in un’altra di queste machiavelliche trovate succhia-soldi.

Lo stato psicologico di me al JFK prima di prendere l’aereo, si può facilmente indovinare. La parola che sfugge alla punta delle lingue di mezzo mondo è ottundimento. Ma di bello gli aerei hanno il non-tempo e il non-spazio che ti mettono a disposizione. Credi di prendere posto in pancia a una carlinga, invece, sali dentro una sala giochi/sala relax che ti permette di fare tutto quello che vuoi e che, contemporaneamente, ti porta dal punto A al punto B. Gli aerei sono i primi multi-tasker a combustibile della storia e per questa capacità, io sono loro infinitamente grata: quando vuoi lasciare un posto, ti caricano sulle loro ali e te lo fanno abbandonare — Atreiu in groppa a Fucur. Quando non vuoi lasciare un posto, alleviano la pena con i film, gli esilaranti siparietti delle hostess e i passeggeri dormienti — i passeggeri dormienti possono essere molto teneri o molto buffi, il che, in entrambi i casi, aiuta.
Il primo maggio (!), sul volo verso Venezia per combattere l’ottundimento, ho visto “The First Monday in May, un documentario che svela il dietro le quinte del MET Gala, o MET Ball, di New York, la festa di beneficenza che inaugura la mostra di moda del museo, e che si tiene ogni anno il primo lunedì di maggio: è considerato uno degli eventi più ambiti, glam, esclusivi nel mondo del fashion — gli americani lo chiamano il “Super Bowl della moda”, fate vobis — ed è frequentato e concupito da una quantità di personaggi famosi e meno famosi dello showbiz e della New York bene.
Indovinate un po’ chi lo organizza? Anna Wintour, che oltre ad essere il diavolo in Prada, è la direttrice di Vogue USA. Il documentario racconta l’allestimento della mostra China: Through The Looking Glass e della serata di Gala 2016, che ha visto ospiti tipo Fifty Cents e Byoncé, Sarah Jessica Parker, Anne Hathaway, Cher, Robert Pattinson, Karl Lagerfeld, Jean Paul Gaultier e, madrina delle madrine, Rihanna.

Il ballo, che come dicevamo, è di beneficienza, ha raccolto 13 milioni e mezzo di dollari — 13 milioni e mezzo di dollari… Per darvi un’idea: per chi non è in lista, un biglietto per il Met Gala costa 25 mila dollari e i vestiti indossati dagli ospiti arrivano fino a 70 mila dollari a capo.
La mostra China: Through The Looking Glass, di durata trimestrale, è stata l’ottava mostra più visitata di tutti i tempi — i visitatori sono stati, in soli tre mesi, 761.000.
Embé?, fate voi, perché tutti ‘sti dati?
Perché qui siamo di fronte a un modo di trar profitto dall’arte estremamente successful. Unisco moda — mondo di grana — e cultura — mondo di fame — e cerco di aiutar l’uno con l’altro. La Wintour è un drago in tutto ciò. Da quando è entrata fra i Trustees del MET, ha raccolto qualcosa come 125 milioni di dollari per il Costume Institute, il centro all’interno del MET che si occupa di preservare le creazioni degli stilisti sin da quando la moda esiste.
Sarà anche una diavolessa, ma quanto a fund-raising, non ha eguali.
Tutti contenti insomma. Successo di pubblico e critica, Occhi adoranti per gli spettatori, celebrities con le code pavone spiegate in una corona che manco Fabrizio (!), piogge di dollari sui tetti del MET.

Qui siamo di fronte a un modo di trar profitto dall’arte anche estremamente controverso. Io non voglio sempre fare quella che rompe le uova — ho detto uova! — nel paniere. Ma devo fare i conti con un senso di sacralità che certi musei, a mio modo di vedere, dovrebbero coltivare: un museo custodisce dei tesori irripetibili. E’ come un tempio, il contenuto destinato alle generazioni di umanità che si susseguiranno in barba ai futilismi della nostra contemporaneità.
Ecco, Rihanna che canta “Bitch Better Have My Money” (!!), ballando sui tavoli della lussuosissima cena nella hall principale del museo, circondata da vip che la acclamano e si scatenano come in una delle più tamarre discoteche di Ibiza, mentre a pochi passi vivono e respirano capolavori che spaziano dal mondo egizio a quello novecentesco, ecco, mi lascia perplessa. Se da un lato è ben comprensibile la necessità di raccogliere fondi e reinventare lo spazio del museo, dall’altra non posso fare a meno di trovare un che di irrispettoso in un evento di questo tipo. Ancorché organizzato da quella che dovrebbe essere la regina dello stile e del gusto…
Le star che si presentano, si presentano con delle mise totalmente inadatte al contesto: lo chic che sarebbe auspicabile subisce una strana mutazione consonantica e si trasforma in kitsch. E il MET diventa pura passerella in fondo alla quale — ma molto molto in fondo — spunta, mingherlina, la giusta causa.
Se volete avere un’idea di cosa intendo quando parlo di “mise inadatte”, date uno sguardo a quelle di quest’anno.
Il documentario “The First Monday in May” è funzionale: se da un lato mostra la macchina da guerra del MET in fatto di allestimento mostre, dall’altro, dimostra la baracconata che un Gala, per quanto di prestigio, possa diventare. Un po’ come certi matrimoni, che dopo una certa ora finiscono sempre per proporre cori da osteria, cinture allentate, tacchi maledetti.

Come vedete me la sono presa comoda perché “Fortunata”, il film che sto per massacrare — sempre in amicizia… — mi indispone.
M’indispone pensare che l’ennesima storiella di madrecoraggio, raccontata con faciloneria, déjà-vu, pressapochismo e stereotipi venga ancora girata, prodotta e, beffa sopra danno, premiata a un Festival solitamente di palato tanto delicato come quello di Cannes. A quanto pare la holding Mazzantinì&Castellitò piace molto alla Francia. A me invece pare che la Mazzantini scriva sempre gli stessi personaggi e le stesse storie e che Castellitto le spari sempre a mille, gridando contro il cielo un cinema di nevrosi e isteria che scorda tutta la profondità verso la quale un personaggio ben scritto può dare accesso.
M’indispone vedere il cinema italiano rigirare su se stesso, e riproporre le solite trame interpretate dai soliti personaggi eroici, che dovrebbero essere degli anti-eroi ma che, per via di una sceneggiatura e una regia enfatiche e dai toni iperdrammatici, si avvicinano pericolosamente a diventare il loro contrario, allontanandoli irrimediabilmente da noi.

Ma vedete un po’ voi. Fortunata fa la parrucchiera a domicilio e i salti mortali per arrivare a fine mese. Tira su una figlia di otto anni praticamente da sola dopo essersi separata dal marito, guarda caso violento, guarda caso orco, guarda caso guardia giurata — così proponiamo un bel contrasto fra la vita pubblica e la vita privata, vai Margaret. Però Fortunata ha un sogno: aprire il proprio salone di bellezza insieme a Chicano, amico d’infanzia, tossico, bipolare, ma dal cuore tenero e dalla mamma matta — certo, vogliamo farci mancare il mi-faccio-di-brutto ma sono-un-pezzo-di-pane? Vogliamo farci mancare la matta dal passato teatrale? Of course not.
Questo salone rappresenta un po’ l’unico sbocco da una realtà fatta di trash, desolazione e delusioni varie. L’altro sbocco per Fortunata è lo psicologo della figlia, un improponibile Stefano Accorsi, che altalena interpretazioni apprezzabilissime (Loris in “Veloce come il vento”) e performance imbarazzanti come questa, per colpa anche — va detto — di un regista ghiottissimo di melodramma, come dimostra la scena in cui Accorsi sbraita la propria rabbia contro la deontologia professionale che non gli permetterebbe di zompare addosso alla madre della sua piccola paziente — ma poi, addosso, le zompa eccome. Dopo alcune banali vicissitudini che riportano a galla un banale passato di Fortunata, facendole perdere un po’ tutto — c’è anche un banale incidente della figlia con banale momento di panico collettivo — Fortunata si rialza da terra e cammina verso il suo futuro, la figlia in braccio, ciociara der dumiladiciasette. Pecché domani è nantro ggiorno e alora daje.
A parte la scontatezza del tutto, e lo strillar di toni e il scimmiottar di borgata, c’è proprio la regia che non va. Castellitto si lascia forse sedurre da certe riprese aeree del cinema sorrentiniano, e svolazza per la periferia romana, per poi entrare con la macchina da presa nel cuore di casa di Fortunata. Ma questo movimento non rispecchia alcun effettivo calarsi nella realtà del personaggio e dell’ambiente che lo circonda. La periferia romana è descritta attraverso scene-siparietto, come la messa in piega di una sposa grassona che si trasforma in un momento corale di colorato nulla. Oppure la panoramica sulla coreografia di un gruppo di ragazze cinesi messe lì solo per far esotico — Edward Said si rivolta nella tomba, la prima copia di “Orientalismo” stretta al petto…
Ma il più grosso punto dolente del film è l’ambire a proporre una visione realistica o naturalistica della periferia romana e della gente che la abita, e uscirsene con personaggi con i quali non si empatizza per niente. Nemmeno la protagonista, che risulta, come dicevamo, o troppo vittima o troppo eroica o troppo volutamente tamarra/ingenua.
Di ieri la notizia che Jasmine Trinca si è aggiudicata il premio per la miglior interpretazione nella sezione “Un certain regard”, al Festival di Cannes. Personalmente, non ho mai smesso di vederla attrice durante tutto il film: non ho visto Fortunata, ho visto un’attrice interpretare Fortunata, il che è molto diverso. Non ci si lasci ingannare dagli orpelli: canotte e minigonne, capelli crespi e zeppe, non bastano a fare un personaggio. L’attore deve esserlo, non interpretarlo. Ma magari a Cannes il metodo Stanislasky non piace molto, e quindi la resa calcata e visibilmente posticcia della Trinca è stata apprezzata…
Certo non diamo la colpa alla povera Jasmine: non è che l’ultima ad aver vestito i panni di personaggi clone plasmati dal cinema italiano — vedi Italia/Penelope Cruz di “Non ti muovere”, oppure Micaela Ramazzotti in “Tutta la vita davanti”. E poi avrà seguito alla lettera le direttive di regista e sceneggiatrice.
Film strillato, recitazione strillata. Matematico.

Naturalmente, e chiudo, la colonna sonora non poteva sottrarsi da questa big picture del prevedibile e del lacrimevole. Indovinate su quali musiche furoreggia il film? Sulla facile filosofia di Vasco Rossi — nel finale, come si conviene, perché vivere, è passato tanto tempo, vivere — e sullo struggimento di Antony and the Jhonson — a cui consiglierei di vietare l’utilizzo delle sue musiche da parte di certo cinema di dubbio gusto come questo. Il pericolo è la pauperizzazione del proprio toccante repertorio.
Un’unica consolazione. Scorderò questo filmettino con rapidità tutta ferrari, ma non scorderò che la sofferenza è stata spartita con il WG Mat, la More e l’Onassis JR. E quando la sofferenza è spartita con siffatta squadra, diventa irriverenza. Diventa ironia di gruppo. Diventa puro e semplice, impagabile FUN. 🙂

E ora lasciatemi correre via dal cine italiano e provare quello spagnolo. Grazie al Mastro, abbiamo accesso al Festival del Cinema Spagnolo dal 29 maggio all’1 giugno, e io scelgo

LA NOTTE CHE MIA MADRE AMMAZZO’ MIO PADRE
di Ines Paris
Spagna, 2017, ‘94
Giovedì 1 / Thursday 1
Ore 21:00 / 9 pm
Astra/ dal Mastro
Ingresso Euro 5,50

Un po’ di black comedy dopo tutto il pink drama del film di Castellitto ci vuole proprio.

Altro non dico, se non che l’ennesima settimana d’esilio è scivolata via. Certo abbiamo avuto il G7 più inconcludente della storia dei G7, anche perché Trump pensava alla battaglia navale quando gli hanno riportato questa incombenza. Se non altro una settimana di Trump in Europa significa una settimana di Trump in meno per NYC — ah cosa non si fa per l’amore…
E da NYC mi giungono notizie. Dicono che stia in pieno sboccio, con i locali all’aperto che si riempiono e i moonboot finalmente morti e sepolti — anche se prima o poi ritorneranno, come gli zombie…
Io intanto sogno e aspetto.

Ringrazio sempre dell’attenzione, vi spingo nel Maelstrom dove troverete Los Angeles invece che New York City, per una volta 😉 e vi mando dei saluti, oggi, museograficamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Magazzino 26 ha lanciato il tema “Angeli”. Questo è il Frullato che ho servito…Marilyn Monroe: l’angelo caduto nella Città degli Angeli

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