LET’S MOVIE 330 commenta “LA NOTTE CHE MIA MADRE AMMAZZO’ MIO PADRE” e propone “RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA”

LET’S MOVIE 330 commenta “LA NOTTE CHE MIA MADRE AMMAZZO’ MIO PADRE” e propone “RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA”

Miconsolo Moviers

con una realtà che avrebbe dovuto farmi dormire sonni da bebé in queste settimane. Invece mi sono lasciata inquietare dalle convinzioni degli americani che credono che l’Italia nostra sia l’Italia che James Ivory dipinge nel suo cinema: la terra del dolce languire, degli infiniti pomeriggi passati a sedursi sui colli toscani, oppure quella del post-boom, la Vespa con dietro una sventola, risaie coltivate a Mangano. Un paese in cui si vive bene.
Noi tutti italiani navigati sappiamo altrettanto bene che quelle sono cartoline da un paese che non esiste più — è forse mai veramente esistito? Ma nelle mie due tappe presso le regine del Nord, Milano e Torino, la sensazione era proprio quella. La bella copia dell’Italia. E mi complimento con entrambe le Amministrazioni del posto per il lavoro sin qui svolto — per quanto mi sia imbattuta in un reportage de L’Espresso sull’operato dell’Appendino che non deve esserle piaciuto molto…
Se il Chianti avesse una versione urbana, sarebbe Milano, ora. Torino poi è il ballo di corte: camminandola, ti aspetti da un momento all’altro che l’orchestra attacchi la Marcia di Radetzky e che qualche cavaliere ti rubi dall’anonimato e ti faccia volteggiare in Piazza Vittorio Emanuele.
La realtà che avrebbe dovuto farmi dormire è Roma. Roma è sempre Roma. Ti sbatte a terra, e ti fa volare. La monnezza, ‘ebbuche, er traffico. Ma anche il buio giallo delle strane eterne, le ville nei parchi — o i parchi attorno alle ville — certa imponenza, quella storica, che non origina da un monumentalismo post, come la maggior parte del monumentalismo americano, ma dalla Storia, da un preciso momento storico. Noi ovviamente, essendo nati fra capitelli, are e colonne mozze — tra le armi più potenti che abbiamo in dotazione — diamo per scontato tutto. E’ la nostra sciagura. Forse, anche, la nostra fortuna. Se veramente ci rendessimo conto, moriremmo. Tanta bellezza tutta insieme 24 ore su 24 non si può sopportare. Come la troppa luce al Polo. La lussuria della foresta in Amazzonia.
Stecchiti da un’overdose estetica.

Roma è incasinata, rumorosa, piena di sé, esagerata, disfunzionale, esasperante. In una parola, imperfetta. New York è esattamente così. Un cervello con tante aree che non funzionano bene e che potrebbero essere curate, con non troppo sforzo da parte dei cittadini o delle istituzioni. Roma ha quella stessa componente. Il fattore “giungla”, la chiamo io, che probabilmente contraddistingue tutte le grandi metropoli e non può essere preteso dalle città medio-grandi — Milano — oppure dalle piccole virgole urbane — Trento.
Credo che l’aspetto che mi attiri sia proprio quello, alla fine — l’imperfezione — il che, per chi mi conosce, è un paradosso di portata colossal… Questo non vuol dire che alla metropoli manca l’ambizione di fare le cose in grande. Significa convivere con l’impossibilità di risolvere certe disfunzioni endemiche che la caratterizzano. Le metropoli contemporanee come NYC e Roma accettano di avere un profondo Bronx, accettano di avere Tor Bella Monaca. Ma non mette mano alle ruspe e demoliscono quartieri — mi vengono in mente le township di Soweto e Sophiatown, i quartiere popolari di Johannesburg letteralmente rasi al suolo durante l’Apartheid… Questo aspetto di clemenza urbana — che qualcuno potrà chiamare lassismo — in realtà permette anche un florilegio di culture alternative. E’ lì, in mezzo al margine, che il centro viene messo in discussione. A Trento — bene o male in tutte le città di piccole dimensioni — in cui si vuole imborghesire anche l’inimborghesibile, c’è la spinta all’Eldorado. Creare la città mitica, ordinatissima, in cui l’elemento fuori dal coro può stonare e rovinare l’armonia — gli immigrati da Piazza Dante, per fare un esempio. Da dove deriva questa pulizia urbano-etnica? Perché abbiamo così paura di tutto quello che stona? A Roma, a New York, si stona di brutto! E di stonati ce ne sono — siamo (!) — un gran bel numero. Vero, nella metro ti puoi prendere il tetano, le barriere architettoniche sono capolavori d’inespugnabilità deambulatoria, i senzatetto sono i veri residenti della città, la viabilità la lasciamo ai canali navigabili e certo non alle strade.
Vero, tantissimo fa imbestialire.
Eppure.

Non credo serva aggiungere altro a questo significativissimo “eppure”, se non che mi piacerebbe continuare il discorso sulle città insieme a voi Fellows, animi urbani, animi amanti della natura, animi con una solidità residenziale che a me, lo vedete, manca.
Certo risulta difficile intavolare discorsi se si diserta Lez Muvi, doh… E qui la strigliata la prendono tutti i Moviers tutti tranne la Vaniglia e il Nick-The-Nuts — attorno alla cui cine-identità si è scatenato un piacevole inferno, in cui il Board, naturalmente, ha sguazzato 🙂
Ora io mi rendo conto di essere un po’ Pierino còlto a gridare “Al lupo, al lupo!”: il plan era di rientrare a New York per fine maggio, invece ahimè, le maglie burocratiche statunitensi mi hanno incastrato… Quindi sono costretta a bazzicare per Trentoville ancora per un po’, in attesa…. Però questo non autorizza nessun Movier nessuno a credere che io starò qui foreva and eva! 🙁 Pertanto, anche se i film proposti non sono il massimo — del resto, QUESTA è la programmazione, e QUESTA è la fine della stagione cinematografica — cercate di farvi vedere. Per trovarsi un po’, discutere, azzuffarsi, tirar fuori l’italianità che è in noi, e di cui siamo fierissimi ambasciatori nel mondo — altroché Angelina Jolie 🙂
Avrei potuto essere molto ma molto più tragica e drammatica, molto più castellitto-mazzantini insomma, ma preferisco l’approccio “Ingmar Bergman” e creare quella sorta d’inquietudine, malessere, senso di colpa, che ogni film del Maestro lascia sui suoi spettatori… Ih ih ih… 🙂

Parlando di film che non sono proprio il massimo, ma il minimo… “La notte che mia madre ammazzò mio padre” s’inserisce nel regime dei minimi, e lì deve stare, fanalino di coda della partita IVA (!).
L’idea sarebbe stata sfiziosa: affascinante attrice di mezz’età sposata a un rinomato scrittore/sceneggiatore vuole dimostrare al marito di meritare la parte della protagonista nel suo ultimo film: una donna fredda e calcolatrice che commette omicidi manco fosse Lady Macbeth. Allora si mette d’accordo con l’ex marito e organizza il suo omicidio in una classica cena con i classici ospiti: l’ex moglie dello scrittore, la nuova squinzia del primo marito, e una star del cinema argentino giunto in villa per parlare del suo ruolo nel film.

Vi risparmio i siparietti, gli equivoci, i colpi di scena assolutamente senza colpi, le trovate cliché, le trovate gratuite, una black comedy bianca che più bianca non si può: non una goccia di cinismo, nulla d’irriverente, scioccante, dissacrante, grottesco. Il film mescola humor da “Weekend con il morto” — una brutta copia di “Weekend con il morto” — a una parodia mal riuscita: in realtà non si vuole ridicolizzare un genere o una situazione — due compiti assai ardui. Si vogliono semplicemente infilare degli equivoci e delle situazioni limite e mostrare la reazione “imprevedibile” dei personaggi. Peccato che tantissimo — quasi tutto — è telefonato oppure posticcio. E che l’imprevedibile è prevedibilissimo, se avete già visto “Una famiglia perfetta” di Paolo Genovese.
Sì perché l’idea sfiziosa di cui parlavo prima non è nuova. Ho passato tutto il film a chiedermi dove avessi già visto quel plot — mi suonava troppo famigliare, troppo déjà-vu. E infatti l’ho déjà-vu proprio nel film del 2012 di Paolo Genovese. Storia di un riccone di mezza età che soffre di solitudine. Per Natale decide di ingaggiare una troupe di attori per interpretare la famiglia perfetta che ha sempre sognato. La vicenda si sviluppa su due piani: uno reale e l’altro che segue un copione, scritto dal protagonista e dato agli attori. Ma pian piano i due piani si intersecano ed il copione non viene più seguito. Solo che nel film di Genovese, godibilissimo e con una sceneggiatura forte, la realtà si inserisce nella finzione, ed ogni ruolo viene rimesso in discussione, sino alla rivelazione finale. In “La notte che mia madre ammazzò mio padre” la trama si perde più nel desiderio di stupire il pubblico che nell’effettivo stupirlo.

Grazie a mamma Wikipedia vengo a sapere che “Una famiglia perfetta” è un remake del film spagnolo “Familia”, diretto nel 1996 da Fernando León de Aranoa, spagnolo come Ines Paris, la regista di “La notte che mia madre uccise mio padre”. E’ assai improbabile che la regista non conoscesse il film di Aranoa, sia perché sono entrambi spagnoli, sia perché il film è considerato un cult, sia perché lei sarà cresciuta con i film del regista — negarlo sarebbe un po’ come dire che Verdone non conosceva Scola o Monicelli prima di girare certi suoi film storici — sia perché i punti di contatto sono effettivamente numerosi. Non c’è nulla di male, intendiamoci. L’arte è un furto continuo. Lo diceva anche T.S. Eliot — “I poeti immaturi imitano; i maturi rubano”. Ma il modo in cui lei hai preso spunto fa la differenza — “Il buon poeta salda il suo furto in un complesso di sensi che è unico, interamente diverso da ciò da cui è avulso; il cattivo lo getta in qualcosa che non ha coesione”.
C’hai sempre ragione, Thomas.

All’ultimo Festival di Cannes è imperversata la polemica sul caso Netflix: possono partecipare al concorso i film che non verranno distribuiti in sala ma soltanto in rete? Ecco, “La notte che mia madre uccise mio padre” mi sembra un titolo perfetto per Netflix e NON per le sale. Un film a impatto zero come i messaggi di “Mission Impossible” che si disintegrano 10 secondi dopo averli ricevuti.
Starebbe bene fra le commedie netflixiane — commedie, NON black comedy.

E questa settimana giapponiamo,

RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA
di Kore’eda Hirokazu
Giappone, 2017, ‘117
Lunedì/Monday 5
Ore 21:00 / 9 pm
Astra/ Dal Mastro

Presentato nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes 2017, mi si dice che sia l’ultimo capolavoro del Maestro Hirokazu, “fra i massimi esponenti del cinema giapponese contemporaneo”. Tranquilli, ci saranno forse forse un paio di Moviers che sanno chi sia il Maestro Hirokazu, e io non faccio parte dei due…
Si dice anche il Museo Nazionale del Cinema di Torino gli dedicò una retrospettiva completa nel 2013…
L’ignoranza che dilaga dentro e fuori di noi è grande.
Facciamo qualcosa, quindi.
Lezmuviamo 🙂

E anche per oggi è tutto. L’esilio continua, la Città manca.
Cionondimeno, vivo e scrivo 🙂

Stasera, al posto del Maelstrom, un vile riassunto — dovrò pur esprimere, in qualche modo, della stizza! 🙂
E dei saluti, stasera, leggermente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA: Fino a ieri Ryoto aveva tutto: una consorte, un figlio e un altro romanzo da scrivere dopo aver vinto un premio letterario prestigioso. Poi qualcosa è andato storto, Kyoko gli ha chiesto il divorzio, Shingo lo vede soltanto una volta al mese, il romanzo è rimasto un’intenzione. Per pagare l’assegno mensile alla ex moglie, lavora per un’agenzia investigativa, per dimenticare le indagini ordinarie gioca alle corse, alla lotteria, a qualsiasi cosa possa restituirgli quello che ha perduto. Ma la vita è più complicata di così, bugie, tradimenti, meschinità gli hanno alienato la fiducia degli affetti. Kyoto gira a vuoto e fatica a trovare il suo posto nel mondo e in quello di suo figlio. Poi una sera un ciclone si abbatte su Tokyo e sulla sua famiglia che trova riparo a casa della madre, felice di averli di nuovo tutti e tre insieme. La notte porterà consiglio e Kyoto proverà a riguadagnare la fiducia di Shingo e a ‘scommettere’ questa volta sull’amore.

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