LET’S MOVIE 333 commenta “LADY MACBETH”, propone “CIVILTA’ PERDUTA” e chiude per sopraggiunta estate

LET’S MOVIE 333 commenta “LADY MACBETH”, propone “CIVILTA’ PERDUTA” e chiude per sopraggiunta estate

Furia Fellows,

non so se scegliere il cavallo del West oppure quella mitologica. Sarei più vicina a un’erinni, anche per conformazione fisica. Un essere alato strepitante con le aspidi al posto dei capelli, volevo dire crauti. Oppure anche una di quelle belve in gabbia che fanno avanti indietro indietro avanti davanti alle sbarre, con lo sguardo omicida negli occhi, che dopo qualche tempo di avanti indietro indietro avanti si trasforma in occhietti da nonno all’ospizio in attesa della mela cotta, fredda.
“Giù la testa” sentenzia Sergio Leone. E tutti dovremmo dargli retta, prima o poi. Prima o poi arriva per tutti il momento di abbassare la cresta — è pur sempre Leone (!) — davanti alla vita e dire, ok, faccio come vuoi tu.
Io di solito faccio sempre come voglio io.
Dite che questo sia l’errore?
Sì, lo dico anch’io.
Allora sentite come mi punisce.
Un amico di New York mi chiede se il 28 corrente mese, per caso, io riesca a essere là.
Io mi scioglierei in un pianto prefico, ma cerco di darmi un contegno e ricorro al protocollo diplomatico. “Purtroppo temo che mi ci vorrà ancora un po’ di tempo”.
Ovviamente non ho avuto l’ardire di chiedere “cosa c’è il 28?”, perché sicuramente la risposta avrebbe spalancato uno di quegli spettacoli che solo New York può proporti — e magari anche Londra, Parigi, Berlino, ma certo non Feste-Vigiliane Trentoville…
“Ah che peccato”
(Un po’ muori sempre davanti a un “ah che peccato”, anche se si tratta solo della fine dello sconto 3×2 al supermercato).
“Avevo due biglietti per il concerto degli U2”.
(Davanti a un “avevo due biglietti per il concerto degli U2” muori sempre tutto, non un po’. Muori dalla testa ai piedi. Una di quelle morti totalizzanti, eterne, non quelle cheap alla Lazzaro, tutto pimpante fuori dal sepolcro dopo tre giorni. La morte da “Settimo sigillo”, da isola di Böklin e becchini shakespeariani).
Gli U2, per vostra informazione, fanno tappa con il Joshua Tree Tour 2017 al MetLife Stadium di East Rutherford, un posto nel Jersey sicuramente dimenticato dal Dio del Vecchio/Nuovo Testamento, ma certo non da quello del Rock.
Ora forse il dilemma tra cavallo del West ed erinni vi risulta più comprensibile.
Certo, uno può fare l’Osho della situazione. Ci saranno altre occasioni. Gli U2 torneranno ancora nello Stato di New York. E anche nel Jersey, come on.
Poi ti lasci prendere da un raptus di sconforto che traccia un parallelo con il 24 giugno del 1965.
Milano.
I Beatles.
Una volta.
Mai più.

Il mese scorso Bono ha fatto pubblicamente sapere a Trump che “non è il benvenuto al Tour. I suoi elettori sì, lui no” — la scaltra magnanimità del VOX non ha eguali. Viste le premesse fra i due — dove Bono è bravo e Donald è doh-nald — mi aspetto un Bono Ban fioccar giù dai cieli grigi dell’Immigration Office da un momento all’altro. In fondo il cantante degli U2 è irlandese. Gli irlandesi potrebbero benissimo entrare nella black list dei paesi nemici del Risiko a cui Donald pensa di giocare. Con i trascorsi d’IRA che hanno avuto — sempre incavolati, ‘sti irlandesi — un bel NO sul passaporto suonerebbe perfettamente legittimo, congettura la grande mela bacata che pulsa al posto del cervello del Presidente.
Che questa sia una delle rare volte, se non proprio l’ultima, in cui gli U2 suonano a New York, è molto plausibile come ipotesi.
La plausibilità è il parco giochi dei noiosi, ma ogni tanto va tenuta in considerazione.

Io avrei potuto addurre scuse altisonanti o sparare balle di dimensioni spaziali.
“Ah ma sai, gli U2 non sono molto il mio genere… Se proprio devo nominarti una band che vorrei ascoltare dal vivo, toh, gli Intillimani…”
“Ma dai, gli U2 ancora a piede libero? Ma non si era scoperto che i testi dei primi anni — proprio quella di Joshua Tree! — sono pieni di messaggi satanici? E non erano forse loro che organizzavano messe nere in cui sacrificavano piccoli bambini innocenti alle forze del male, invocando i Black Sabbath?”
“Ah sì gli U2, li ascoltavo a 14 anni, ma ora che ne ho quasi dieci in più (!), sono per la dodecafonia (!!)”
“U2 dici? Mmm, no, mai sentiti…”
“Idea carina, ma sono in piene Feste Vigiliane, e tra U2 e Feste Vigiliane, be’, non è che uno scelga i mangiapatate che spennano i quadrifogli…”

Vi avevo anticipato che le balle sarebbero state di dimensioni spaziali.
Così vedete, ho dovuto anche incassare la madre delle occasioni perdute, un boccone amaro da 100 kg.
Allora “Giù la testa”. Mutismo e rassegnazione.
Arriverà un giorno in cui la realtà incontrerà il desiderio e i due s’incastreranno alla perfezione, io tornerò a New York, il Bono Ban sarà abrogato, Melania potrà amare la sua guardia giurata alla luce dei diamanti by Tiffany presso cui la guardia lavora, Donald rimpiazzerà il giocattolo dell’America con un altro giocattolo — magari il Kamchatka, territorio risiko-strategico — Rihanna perderà i kg di troppo e Justin Bieber la nomea di bimbo-minkia.
Per ora no. Giù la testa. Mutismo e rassegnazione.

Ci salva, come sempre il cine. Martedì eravamo ben sei Moviers a vedere “Lady Macbeth”. Sei è un record da quando sono qui. Faccio un piccolo ballo sul mondo per questa gioia. Il WG Mat, il Nick-the-Nuts o Nightsfly o Whatever, l’Onassis JR, la gran Van della Vanilla e la Cristinacasaclima — certificata LEED. Il sesto è il Board, moi même, casomai non vi tornassero i conti.

Voi credete che “Lady Macbeth” si fermi a Shakespeare, riprendendo, e splendidamente evolvendo uno dei personaggi meglio riusciti dell’opera del Bardo. Invece, cari miei Moviers, in “Lady Macbeth” c’è Madame Bovary, Manon Lescaut, Anna Karenina, Wanda von Dunajev (“Venere in pelliccia”), Lady Chatterley. Donne della letteratura che hanno provato sulla propria pelle la narcosi della noia, il fiato sul collo dell’I-wish-I-could e dell’insoddisfazione, ovvero quello che Flaubert così meravigliosamente tradusse in atteggiamento esistenziale plasmando il bovarismo nella creatura insoddisfatta per antonomasia — Emma Bovary. Catherine è prisma nero nel quale riverberano le anime di queste donne della letteratura che hanno raccontato, nel corso dei secoli, quanto la condizione femminile soggiogata al potere patriarcale fosse destinata a sfociare nell’(auto)distruttivo, nel perverso, nel delirante.
“Lady Macbeth” è un film sulle conseguenze dell’amore mancato — vanamente cercato, idealizzato, perseguito e infine schiacciato. E’ un film su cosa voleva dire essere nate 200 anni fa, e sui 200 grazie che ho rivolto agli astri nel corso del film per avermi fatto nascere alla fine del ‘900 e avermi salvato dall’inferno ottocentesco in cui le uniche vie di fuga che una donna aveva erano la prostituzione, i voti e la follia.

Prendete la countryside inglese di fine ‘800.
Il film si apre su un primo piano della protagonista: Catherine, il velo da sposa calato sul viso come un sudario. E’ appena diciottenne ed è stata letteralmente venduta alla famiglia del proprio sposo in cambio di un pezzo di terra. Le sue giornate trascorrono nella repressione e nella noia: il marito non solo non la ama con il cuore, ma è incapace di amarla con il corpo.
Il suocero, un cerbero di pasta Scrooge, la obbliga a lunghe veglie per adempiere ai suoi doveri coniugali con il figlio, ai quali, abbiamo detto, il marito — non lei! — non è in grado di adempiere. Le è proibito uscire di casa, parlare, ridere, persino dormire in pace.
Le premesse sono fondamentali per comprendere la china che Catherine percorrerà. E infatti il regista William Oldroyd — opera prima ricordiamo, 30 anni ricordiamo anche questo — indugia molto sulla parte del prologo. I lunghi silenzi nelle stanze austere della casa immersa nella brughiera, la noia palpabile che stilla minuti pesanti come il piombo — Flaubert, in “Madame Bovary” parlava di “noia scodellata nel piatto”, per far capire quanto l’esistenza di Emma al fianco del contadinotto Charles Bovary fosse un supplizio quotidiano.
E così come Lady Chatterly trovava nel cacciatore Mellors la sua via di fuga dalla claustrofobia domestica, ed Emma Bovary in Leon, Anna Karenina in Vronsky, Catherine la trova in Sebastian, lo stalliere di casa. Una passione travolgente che li travolge, e che porterà Catherine a superare il limite… Non una volta. Due volte. Tre volte.
Senza fare troppo spoilering, diciamo che suocero, marito e un figlioccio spuntato dal nulla intralciando la sua via di fuga, e Catherine fa piazza pulita… Mostrando un autocontrollo, un gelo, da stupire Hitchcock e nemmeno l’ombra di un pentimento o di un rimorso.
Ecco cosa distingue Catherine dalla Lady Macbeth shakespeariana: se la moglie di Macbeth cade vittima del proprio senso di colpa, comincia a sfregarsi le mani convulsamente nel tentativo di lavar via il sangue degli innocenti morti a causa sua — scena eccelsa Bardo, let me tell thee — Catherine non fa una piega. E’ spietata, una macchina nazista, le vene percorse da litri di sangue freddo. E’ una stratega che, all’occorrenza sa diventare una perfetta improvvisatrice, cambiare piano in un blitz, accusare “l’amore della sia vita”, costringerlo praticamente alla forca, e salvare se stessa. Quella di Oldroyd — del romanziere russo Leskov prima di lui, al cui romanzo Lady Macbeth del distretto di Mcensk il film s’ispira — è una Lady Macbeth portata all’ennesima potenza, una sua discendente geneticamente modificata. RoboCop, se vi piacciono i paragoni robotici.

Ma come fa a piacerti un personaggio del genere, Board?
Qui servono gli anni di film visti e di sano distacco dal materiale che state guardando. E’ ovvio che tutti noi si condanna la violenza, gli omicidi, gli infanticidi, la mancanza di pietas e l’esubero di hybris — Catherine, per certi aspetti, è una figura nietzschiano-wagneriana per la carica dionisiaca che la spinge verso l’appagamento delle proprie ctonie (ctonie??) pulsioni. Ma noi non siamo interessati all’ovvio. E nemmeno il regista.
Ci troviamo davanti a un personaggio che, nella sua folle lucidità, è coerente fino alla fine. Questo non significa che dobbiamo diventare come lei. L’apprezzamento verso i modi in cui un personaggio reagisce agli accadimenti che gli capitano non va confusa con mitomania.
Perché una donna così spicca tre metri sopra il cielo fra le tante banali Fortunate mazzantiniane? Perché è tutto quello che una donna non poteva essere. Spavalda e sfacciata — splendida la scena in cui Catherine si presenta ubriaca a cena dopo essersi scolata tutto il vino preferito del suocero, lasciando ricadere la colpa sulla domestica Anna — ghiottissima di piaceri della carne, ardita fino al punto di macchiarsi le mani di tre delitti pur di realizzare il suo sogno di libertà. E alla fine l’amore che lei dice di provare per Sebastian, in realtà, non è amore. E’ fare ciò che ha voglia di fare, in una parola, libertà, in questo caso recante due ali nere: la versione perversa della libertà.
E non dimentichiamo che Sebastian la tradisce: troppo debole e meschino, lui, per vivere con il senso di colpa di tre morti sul groppone. Cede e spiffera tutto. Lei, che invece sì, pur di realizzare l’idea del loro sogno d’amore, è disposta a tacere e mentire e sporcarsi la coscienza, lei non accetta un simile comportamento. Se tu Sebastian non hai la spina dorsale per custodire un segreto che ci permetterebbe di stare insieme, io infilo la tuta di Black Mamba e mi trasformo in Lady Vendetta. E te la faccio pagare. Questo, in sunto, il Catherine-pensiero.
Again, lo spettatore non è chiamato a giudicare i misfatti di Catherine, ma a studiarne le cause e osservarne gli esiti. Per questo “Lady Macbeth” si guadagna tutta quanta la mia stima: pur proponendomi la figura di una donna che tende alla libertà e all’indipendenza — un’eroina, diremo — è un romanzo di deformazione nel quale il soggetto decresce, scrive da solo la propria fine.
Non ci è dato sapere come sarà la sua vita. Possiamo supporlo. Di certo sarà in nome dell’immobilità. La stessa che opprimeva Catherine all’inizio del film, chiude il film, rinserrandola visivamente nell’immagine fissa che il regista adotta nella prima parte per trasmettere la costrizione e la stasi che caratterizzavano la sua vita pre-Sebastian. Quando nella sua vita entra l’azione, ovvero l’amore, la passione, la violenza, emozioni che Catherine vive al parossismo — date da mangiare a un affamato e si strafogherà fino a star male — la sua vita si muove, e con essa la cinepresa del regista, attraverso riprese con macchina a mano. Dopo i tre delitti, il destino della sua vita ripiomba nell’inazione, il peggior destino che possa capitarle, la punizione più grande.
Credo sia uno dei finali— terribilmente hanekiano, terribilmente bergmaniano! — migliori degli ultimi anni.
Fermo immagine su Catherine, impassibile.
E poi buio.
Bam.
Board conquistato.

A proposito delle immagini. “Lady Macbeth” è un piccolo spettacolo formale, rigoroso e asciutto come la vita monacale che dovrebbe vivere la protagonista. Il regista infila un tableau vivant dietro l’altro, una natura morta dietro l’altra, ricorrendo, molto furbescamente a tinte e consistenze cromatiche che rimandano alla pittura fiamminga — il blu di Prussia del vestito di Catherine, il giallo senape dei divani, il noce scuro del mobilio — restituendoci l’idea di una vita artefatta, congelata in una rappresentazione più che vissuta veramente. Catherine vive una vita immobilizzata dentro una natura morta. Ve l’immaginate abitare una tela come “I coniugi Arnolfini” senza un briciolo di vita, di amore?
In tutto questo, Oldroyd sforna scene di una violenza fisica e psicologica a livelli kubrickiani. Domestiche trattate come animali, catturate, derise e molestate non solo dal gruppo di braccianti che lavorano nella tenuta, ma anche da Catherine stessa, che condurrà la povera Anna alla follia — e presumibilmente alla forca. Per non parlare del trattamento di cui è oggetto Catherine — diciamo “oggetto” non a caso — prima che scatti la ribellione.
L’‘800 è stato un secondo Medioevo per la donna. Si ha quest’idea romantica della fanciulla che vive fra gli agi delle famiglie benestanti, in grandi magioni, servite e riverite. In realtà vivevano da recluse in gabbia. La gabbia poteva essere d’oro zecchino, ma era una gabbia a tutti gli effetti, fisica e psichica. L’‘800 è il secolo della depressione, dell’“isteria”: così venivano chiamati i crolli nervosi femminili.
Oldroyd ci mostra un personaggio che reagisce a un destino da in-ferma. I modi che Catherine adotta sono quelli che ha introiettato subendo un’esistenza ai limiti dell’animalità — togliete la parola a qualcuno e di lui farete un animale. Le sue scelte la portano nella direzione opposta alla vera libertà, le offrono invece una libertà effimera e, infine, artefatta tanto quanto quella in cui aveva vissuto prima. Ma questo è il suo percorso: e se non altro ha avuto, anzi si è presa, una chance. Al giovane regista, il merito di aver guardato dentro l’esistenza di una donna, aver raccontato la discesa agli inferi che la sua coscienza compie, restituendoci un film magnificamente disturbante, gotico, che lusinga l’horror ma non è un horror, così come non è propriamente un thriller o noir, pur ruotando in mondi oscuri, e ci regala — magnanimo Oldroyd — il ritratto di una donna che, per quanto mi riguarda, finisce nella galleria dei personaggi femminili a cui guardo con profondo affetto cinematografico, tra cui ovviamente spiccano la già citata Black Mamba, la Katy Bates di Misery che non deve assolutamente morire, Harley Quinn di “Suicide Squad”, Cat Woman in “Batman”, Maleficient (un’Angelina Jolie inarrivabile), Glenn Close in “Attrazione fatale” (ve la ricordate, la matta per amore?!), la Venere in pelliccia di “Venere in pelliccia” di Polanski… E poi, be’, poi continuo a pensarci…
Non vi perdete questo piccolo capolavoro estivo!

E per l’ultimo Lez Muvi prima della chiusura estiva andiamo sull’avventuroso

CIVILTÀ PERDUTA
di James Gray
USA, 2017, ‘141
Lunedì 26/Monday 26
Ore 19:30/7:30 pm
Multisala Modena / Lo Smelly

Variety lo ha inserito fra le pellicole più belle del 2017, e da quanto ho capito non ha nulla a che fara con “Indiana Jones”… è più un “Apocalypse Now” che riflette sulle pericolose derive psicologiche a cui l’esplorazione/scoperta/conquista di nuovi territori può portare.

Chiudiamo così la stagione.
Se ne sarà aperta un’altra, spero sia da casa mia ad Harlem, con New York City tutt’intorno.

Dev’esserci stato un momento di sconforto in cui Napoleone pensava che l’Elba sarebbe stato il suo futuro. A volte è un incubo a occhi aperti che vivo anch’io nei confronti del mio esilio verde.
Fortunatamente dura poco. Il mondo è tutt’una meta aperta. Gli aerei non smetteranno mai di volare né i piedi d’infilare passi e ricamare nuove strade.
E questa è la certezza che mi dà la resilienza necessaria per sopravvivere qui.
E ora basta drammi!
Godetevi l’estate, Fellows. Vi ho amato e vi amo alla follia, come una Catherine ma senza istinti omicidi. La virulenza, sappiatelo, è la medesima.
E se per caso passerà tempo prima che ritroviate Let’s Movie, pazientate. Un giorno o l’altro forse rispunterà sul vostro cammino quotidiano — sa più di minaccia che di promessa 🙂

Nel Maelstrom potete trovare gli appuntamenti al “Cinema Sotto le Stelle”, presso il cortile delle Crispi — finalmente è uscito.

E ora Fellows, angurie, olio di cocco, sorrisi, e soprattutto e sempre MARE, che di monti ne abbiamo piene le p… pupille… 😉

Ringraziamenti tanti, e saluti, stasera, irosamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM“This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard

Eccolo qui, il Cinema in Cortile 2017

CIVILTA’ PERDUTA: Civiltà Perduta, tratto dal bestseller “Z la città perduta” di David Grann, racconta l’incredibile storia, basata su fatti realmente accaduti, di un esploratore Percy Fawcett che negli anni ’20 scomparve nel cuore delle giungle amazzoniche. Siamo nel 1925, il leggendario esploratore britannico Percy Fawcett si avventura in Amazzonia, alla ricerca di un’antica civiltà, lo splendente regno di El Dorado, con lo scopo di fare una delle scoperte più importanti della storia. Dopo aver catturato l’attenzione di milioni di persone in tutto il mondo, Fawcett s’imbarca insieme al figlio, determinato a provare che quest’antica civiltà, da lui rinominata Z, esiste. Ma la spedizione scompare poi nel nulla. Il film è anche La storia di un sogno che si trasforma in ossessione, quella di un uomo che affronta avversità inimmaginabili, lo scetticismo della comunità scientifica, spaventosi tradimenti e anni di lontananza dalla propria famiglia. Un’ossessione alimentata dalla passione, che cambierà per sempre la vita di questo coraggioso esploratore spintosi forse troppo oltre i limiti del consentito e del conosciuto.

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