Posts made in agosto, 2017

LET’S MOVIE 336 da NYC commenta “CROWN HEIGHTS” e “SOUTHSIDE WITH YOU”

LET’S MOVIE 336 da NYC commenta “CROWN HEIGHTS” e “SOUTHSIDE WITH YOU”

Fame Fellows,

Ho fame Fellows. Di tutto, chilometri, strade, nomi di strade, di negozi, di matti su due, quattro, sei, dodici ruote o più. Andare in bici nel centro di NYC è come essere dentro un videogame, in cui l’avatar sei tu. Il che ha dei risvolti non trascurabili sulla tua incolumità — ed è un dettaglio questo, che non va rivelato mai a tua madre, nemmeno sotto tortura — ma dall’altra, oh man, è di un divertimento oltre qualsiasi gioco immersivo possiate immaginare.
Io naturalmente sono ancora molto nella fase beginner, ovvero loser. Il newyorchese medio è capace di prodezze da BMX World Championship. S’infila tra qualsiasi tipo di mezzo, in qualsiasi tipo di spazio, dribbla i semafori pur rispettando rossi e verdi, s’inventa la corsia per ciclisti quando la corsia per ciclisti è un miraggio oltre qualsiasi Camelot. Non esita mai, fila sicuro come una modella in passerella. Io lo guardo con l’ammirazione di un bambino che guarda un supereroe sul suo cavallo meccanico. Quando ne trovo uno non troppo supersonico, mi ci metto dietro, lo seguo. Riformulo. Cerco di seguirlo. E non per approfittare dell’aria che taglia. Ma del traffico, che taglia. Ogni volta, come una qualche legge matematica che viene dimostrata ogni matematica volta, lo perdo. Lo vedo sfrecciare via lontano, una traversa davanti alla mia, poi due, tre. Ciao, è stato bello finché è durato.
Questo, come dicevo, non succede dappertutto. Ci sono strade, o parti di strade, in cui ti capita di non trovare nemmeno una macchina. Il che è assurdo. Un istante prima sei imbottigliato fra camion, taxi, suv, bici, skateboard, monopattini a motore e qualsiasi tipo di mezzo motorio dotato di ruote, e poi, in un istante, sei solo con te stesso e il nulla. Devo ancora capire come questo possa succedere, ma fidatevi, succede.
Il videogame in cui l’avatar siete voi accade sulle Avenue principali: la Quinta, la Sesta, la Settima e l’Ottava in modo particolare, o anche la Madison e Park Avenue. Hanno sei corsie, e sono attraversate da qualcosa come 59 streets da Battery Park fino a Central Park. La Madison e Park Avenue addirittura se ne vanno fin su su nel Bronx.
Quando il traffico si blocca, non è che tu, ciclista, con quel potere che le due ruote ti conferiscono, te ne stai fermo in coda. Sgusci come un’anguilla tra le macchine ferme e raggiungi il traguardo del semaforo. Quando il traffico scorre a bassa velocità, sgusci come un’anguilla per raggiungere il traguardo del semaforo. E quando il traffico corre a velocità normale, tu sgusci come un’anguilla per raggiungere il traguardo del semaforo prima di loro. Mi sembra tutto abbastanza chiaro.
I guidatori non prestano molta attenzione, a te, bruscolino di un biker. Vanno per la loro strada, anzi, si fanno strada, cercando di avanzare prima del vicino, o del guidatore a fianco, di racimolare il centimetro che li farà arrivare prima a destinazione. E’ una lotta. Homo Homini Lupus. Per fare questo fanno tutto quello che è al limite del consentito. Suonano, tagliano corsie, occupano la corsia dei ciclisti, sorpassano con dei sorpassi magistrali. Tu, bruscolino d’un biker, fai lo stesso. Con la differenza che sei un bruscolino. Il tuo vantaggio però, sta nell’agilità. Tu sgusci. Sfuggi. E ho capito che tutto sta nell’arancione: te la devi giocare sempre sull’arancione. Quando scatta il rosso, loro sono fermi al traguardo. Tu l’hai superato, ce l’hai fatta. E’ la sensazione di Lupin III che prende il mare o il cielo mentre Zenigata rimane bloccato a terra. Quel momento — succede una volta su mille — in cui le macchine sono ferme al rosso, tu hai guadagnato il nuovo isolato, non hai nessuno a fianco, hai sei corsie tutte per te. Nel cuore di Manhattan. Sei corsie nel cuore di Manhattan. Dura il tempo di un verde, ma darn it, it’s bliss.
Me-on-my-bike non è soltanto il mio videogioco preferito. E’ il modo che ho di tastare la geografia di questa città. Con la metro perdi il senso dello spazio e del tempo. In bici riacquisti tutto, e tracci nuovi collegamenti. Ora so che Washington Square Park e Union Square stanno a cinque minuti di distanza. Che fendere Midtown Manhattan non richiede ore, ma una ventina di minuti, se un’onda di semafori arancio-verdi ti spinge avanti.
Ho scoperto che i ponti di questa città celano tutti un animo prima in salita e poi in discesa, Manhattan Bridge in testa, ma anche quello di Williamsburg non se la cava male. E che da casa mia a Wall Street, impieghi, con il vento contro, una cinquantina di minuti. Ora so che tra lo Zoo del Bronx e i Giardini Botanici di New York ci sono non più di dieci minuti di pedalata. E che Van Cortland Park, il capolinea della metro 1 sulla 242esima, è un parco talmente grande, talmente all’altezza del fratello ricco Central Park, da sembrare uno stato verde all’interno di New York City. So anche che farsi dalla 242esima alla 150esima — casa — fa più impressione a dirlo che a pedalarlo.

La bici permette anche l’accesso a spettacoli a dir poco “coloriti”. Ieri passando sulla mia amata Riverside Drive, che è tutta fiancheggiata da giardini e panchine, ho visto un giapponese portare a spasso, al guinzaglio, una testuggine. Non le tartarughe da giardino grandi come una noce di cocco, di cui per altro sono pieni i laghi di Central Park (vedasi Frunyc). Una testuggine vera e propria, grande come… come….be’ come una testuggine da passeggio. Una quindicina di kg, guscio incluso. E mi è tornato in mente quello che mi ha detto, qualche giorno fa, un newyorkese. A NYC trovi tutto. Nel bene e nel male. Sei un cannibale che vuol pasteggiare a carne umana? Qui trovi l’associazione che si prende cura dei tuoi bisogni.
Sei un amante dei carapaci? Qui trovi il passante con il carapace al posto di Fido.
A ogni modo, la domanda che ancora mi tormenta è. Ma il guinzaglio??

E comunque, tornando alla bici — e poi chiudo. Ci sono due contesti. Quello urbano e quello extraurbano. In quello urbano che vi ho descritto poc’anzi, è il Far West, la giungla, e vale il principio del vale-tutto, à la guerre comme à la guerre. Sulla ciclabile vera e propria, invece, tra gli altri tuoi simili, le regole si rispettano manco fossimo in Liechtenstein. Tutti disciplinati, tutti rispettosi. Insomma, bisogna adattarsi all’ambiente e al suo variare. E in ogni caso, ogni volta che dietro di me sento una sirena della polizia, rea come sono di aver combinato qualche scelleratezza, sudo freddo e penso, ecco, ora mi fermano. Guantanamo.

Questa settimana volevo raccontarvi di Governors Island, ma deve aspettare. Questa è stata la settimana dell’eclisse solare. Ed ha la precedenza perché non è che mi succeda proprio tutti i mesi, un’eclissi solare a New York City.
La mattina di mercoledì, mi ricordano dalla vecchia Europa che è il giorno dell’eclissi.
Shoot, come posso averlo scordato? Posso. Ma rimedio. Scopro che l’Hotel Americano, a Chelsea, ha organizzato il “Solar Eclipse Poolside Viewing Party” sul rooftop dell’albergo, a bordo piscine — lo scrivono in francese sull’invito, del resto fa sooo classy. Free admission with RSVP. Perfetto. Faccio RSVP. Infilo il trikini — si tratta pur sempre de la piscine di un rooftop a Chelsea — e infilo naturalmente la bicicletta. Arrivo a destinazione e l’Event Manager, un gay allo stato brado, si profonde in apologies: purtroppo il rooftop è overbooked e non possono ospitare tutti gli ospiti che hanno prenotato.
Stando a NYC ho imparato che questi incidenti di percorso capitano spessissimo — devi dribblare gli ostacoli, come in bici — quindi è sempre bene avere un Piano B, o qualcosa che gli somigli, con cui mettere una pezza al naufragio del Piano A. Un altro posto consigliato dal NY Times per godere di una visuale rialzata e libera è la High Line. E la High Line è a un passo dall’Hotel Americano. Quindi, High Line sia.

Lì trovo personaggi preparatissimi. Un bro con una lunga treccia grigia si è portato da casa il telescopio, e invita i passanti a guardarci dentro. Si scusa perché la lente ha due piccoli puntini nella parte bassa. Io me lo abbraccerei — altruismo e premura sono una coppia più unica che rara. Io sto lì una decina di minuti, profondendomi in ringraziamenti: lo spettacolo è davvero unico. Poi però mi spingo oltre, e poco più in là del punto in cui stanno costruendo l’ultimo edificio della compianta Zaha Hadid, ecco che trovo una folla di newyorkesi armati di occhialini — i “Get Eclipsed” — e alcuni appassionati ingegnosi, che hanno seguito le istruzioni in internet: prendi una scatola (di cereali, scarpe, any box), trattala male (!), forala in un determinato punto, mettici della carta stagnola qui e dello scotch là, et sei a posto, ti vedi l’eclisse senza bisogno di occhialini — per altro sold-out in tutta la contea. Incredibile come funzioni.

Dell’evento mi è piaciuta la condivisione. Tutti si prestavano gli occhialini, le scatole dei Cheerios per l’occasione trasformate in attrezzatura astronomica. Un “Oh my God” dietro l’altro, e tutti assai insoddisfatti della resa deludente delle fotografie: l’eclissi non è per nulla fotogenica.
Ho scordato in fretta la potenziale eclissi posh della piscine sul rooftop e mi sono goduta quella plebea sulla High Line. Marx annuisce soddisfatto.

L’eclissi fa qualcosa al mondo. E’ vero che si alza uno strano vento. Ed è vero che quella penombra insolita nel primo pomeriggio di un giorno di agosto si porta con sé come uno stato di sospensione. O di ritorno al passato, che magari poi è futuro. Il presente si congela, si prende una pausa per una manciata di minuti. Tu te ne stai lì, ad aleggiare in quel non-tempo da pura science-fiction. E ti chiede se finirà, oppure se continuerà in eterno, costringendoci in una parentesi temporale non chiudibile.
Io sulla High Line da qui a l’eternità — non male, come prospettiva, direi.

Questa settimana, Fellows, ho visto troppi film per poterne scegliere uno. Il Metrograph, una sala super artsy tra il Lower East Side e Chinatown, mi ha offerto una retrospettiva su Antonioni. Quindi “Le amiche”, “Deserto rosso”, “Zabriskie Point” e “L’avventura”. Poi “Crown Heights” in spiaggia a Coney Island. Poi “Southside with you” al Frederick Douglass Playground dell’Upper West Side. E vi dovrò parlare anche, prima o poi, di cosa sia l’esperienza delle proiezioni all’aperto qui, per altro tutte gratuite.

Sarei tentata di osare un pippone su Antonioni. Ho dovuto trasferirmi a NYC per vedere i suoi film. In Italia le retrospettive sui maestri del cinema italiano si organizzano nei Festival/Mostre del Cinema, ma è rarissimo trovarle in sala. Uno stato delle cose che è un sacrilegio, se pensate alla grandezza di Antonioni.
Ho profondamente amato “Deserto rosso”. La storia di una donna alienata, persa nel labirinto della sua depressione, e intrappolata in un mondo industrializzato, asettico, rumoroso e fastidioso: una specie di ergastolo per ogni sensibilità non omologabile. Allo stesso modo ho amato “L’avventura”, una storia da cui esce una visione implacabile della società degli anni ’60. Vuota, immorale, annoiata, incapace di qualsiasi sentimento autentico, se non forse, alla fine, del perdono.
Monica Vitti non è mai stata cantata abbastanza per le sue doti. In “Deserto rosso” avrebbe meritato qualsiasi statuetta, nastro, palma, leone, tutti i premi di questo cine-mondo. La adoro profondamente, sin dai tempi de “La ragazza con la pistola”.

Ma Let’s Movie si prefigge di parlare di film nuovi, quindi vi dico qualcosa di “Crown Heights” di Matt Ruskin, vincitore del Sundance di quest’anno.
Il film racconta la vera storia di Colin Warner, un ventenne afroamericano, accusato, nel 1980, di aver commesso un omicidio che non commise. C’era bisogno di un capro espiatorio, di un nome. E quel nome fu, malauguratamente, il suo. Nei primi anni di galera — ne sconterà venti — Colin cerca di trovare una soluzione legale, ma tutti i ricorsi in appello vengono sistematicamente bocciati. Il capro espiatorio deve espiare. E’ il suo fedelissimo amico d’infanzia, Carl King, a non perdere la speranza: investe vita e risparmi nel tentativo di dimostrare l’innocenza di Colin. Alla fine, aiutato da un avvocato illuminato, ci riuscirà. Ma questa vittoria ha il sapore amaro di una giustizia fallace come quella americana che non solo lascia i suoi figli a marcire, nel fiore degli anni, dietro le sbarre, ma che dietro le sbarre ce li vuole proprio, se sono figli neri.
Storie come queste ne abbiamo già viste al cinema, purtroppo, quindi non c’è nulla d’inesplorato. Se non Crown Heights. Crown Heights è un piccolo quartiere di Brooklyn abitato soprattutto da afroamericani di discendenza caraibica, come Colin, originario di Trinidad. Cinematograficamente, il quartiere è rappresentato in maniera neutra, distaccata. Lo stesso vale per la regia. Pulita, asciutta, ai limiti dello scarno. Ruskin non vuole far piangere il pubblico. Vuole farlo riflettere, ed eventualmente, agire affinché tragedie come questa non si ripetano — ma tanto si ripetono…
Come altro vuoi chiamarli, 20 anni di galera da innocente? Tragedie.
C’è qualcosa che non mi torna completamente del film, a tratti troppo documentaristico. Forse, anche, l’interpretazione incolore del protagonista. Ricordo cos’era stato Denzel Washington in “Hurricane”, e be’, il paragone non è nemmeno ipotizzabile.

Ho chiesto al produttore, presente sulla spiaggia di Coney Island a fine proiezione, se il film verrà distribuito in Europa, in Italia — sì, ho visto il film spaparanzata in spiaggia, con il mare a sorvegliare noi del pubblico…non so cosa si possa volere di più della combinazione mare + cine, onestamente. Lui ha confermato, quindi lo potrete trovare in sala nei prossimi mesi. Andateci con un amico che ha una visione fiabesca di New York City. E fategli vedere che New York City sono anche periferie semideserte, ripicche tra bande, e gente che stenta molto a tirare a fine mese — “to make ends meet”, come si dice da queste parti. Penso che ogni tanto in Italia si dimentichi quanto sia difficile qui, specie in certi quartieri. Certo, se poi si aggiungono le innamorate urbane che sviolinano di domenica in domenica… Prometto di essere più obbiettiva, Moviers. Lo faccio anche per lei, il mio amore. NYC.

Per farmi del male sono andata a vedere “Southside with you” di Richard Tanne, anche questo presentato al Sundance — anche questo visto all’aperto. Il film è ambientato in un giorno: il giorno del primo appuntamento di due giovani. Barack Obama e Michelle Robinson.
Ok, ammetto che il film sfiora il televisivo e il didascalico in certi punti. Ciononostante, vedere questi due che poi diventeranno POTUS and FLOTUS — President Of The United States e First Lady, caso mai stiate annaspando in cerca del significato — be’, ti tocca. Hanno trovato quest’attore, Parker Sawyers, che somiglia a Barack da giovane in maniera impressionante. Nelle gestualità, nel modo di parlare.
L’episodio del loro primo appuntamento è stato reso pubblico sia da Barack che da Michelle, quindi, nulla di scandalistico. Il film si prende alcune libertà, ma sostanzialmente è fedele alle loro versioni.
Vi racconto solo un aneddoto, vero, molto gustoso. E questa è storia.
Durante l’appuntamento, Barack apprende che Michelle è golosa di gelato al cioccolato.
A fine serata, dopo una schermaglia — due caratterini, i due… — lui entra in una gelateria e le compra un cono di gelato al cioccolato, a mo’ di trattato di pace.
Poi i due si baciano.
Una giornalista, anni dopo chiederà a Mr President Obama. “And how was it?”
Mr President Obama, con tutta la capacità di oggettività, sintesi, evocazione, metafora con cui ha confezionato fior fiore di discorsi, risponde: “It tasted like chocolate”.
Michelle ha appena mangiato quel gelato, quindi la risposta appare quasi un truismo. Ma pensateci bene. Michelle è nera. Michelle è dolce. Michelle è quella che gli fa girare la testa. Quale migliore risposta? Oggettiva e allegorica allo stesso tempo.
Abbiamo avuto otto anni un tipo così come Presidente. E adesso, adesso… Ora capite perché ho detto che sono andata a vedere il film per farmi male…
Per fortuna ci sono quei cervelli burloni del New Yorker. Leggete i possibili slogan della prossima campagna elettorale di Donald. Il mio preferito “I’m the President, So You’re All Losers”, “Building a Bridge to the Nineteenth Century” e “She’s Running Again, Right?” 🙂

Ok Moviers, stasera è davvero tutto. Mi sono dilungata quel tanto che basta per rendermi detestevole ai vostri occhi. Ma poi voi, buoni buoni che siete, attingete al potere da Movier, e mi perdonate 😉

Ah Fellows, non ci crederete, ma ho raggiunto il limite massimo di foto da inserire in un Album di Google. Questo non è un problema — fa solo molto ridere. Basta crearne un altro. Da oggi, parte ufficialmente il Frunyc II.
Con la foto “Lupin III e Zenigata”…. 😉

Grazie tante dell’ascolto, e saluti, stasera, famelicamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 335 from NEW YORK CITY – commenta DUNKIRK, in anteprima!

LET’S MOVIE 335 from NEW YORK CITY – commenta DUNKIRK, in anteprima!

Mare Moviers!

C’è il mare a NYC. Ora so cosa state immaginando. Quello che immaginavo io. Marghera. O le spiagge post-nucleari di qualche paese dell’Est in cui le vecchine zoppicano per le strade battute dal vento portando patate e vodka nella sporta (!). Oppure una Coney Island, con la sua tristezza pagliaccia di cui avevo già raccontato. Oppure gli Hamptons super posh, stipati di ville extra bourgeois, dove mettere piede non è per ora il mio desiderio.
No. NYC mi guarda e se la ride. Me l’ha fatta di nuovo.

Domenica scorsa — e oggi — la mia meta è stata Far Rockaway, una strisciolina tipo Giudecca ai piedi del Queens. Non è esattamente dietro l’angolo. Ma dipende da dove siete di casa. Per me, che di casa sono sulla 150esima, il tragitto ha richiesto un’ora e 40 minuti, ma non tutti in metro, vè. Con il sole fuori e una bici scalpitante in casa, non puoi startene un’ora e 40 minuti chiuso in metro. Allora cicletti lungo l’Hudson, attraversi il Ponte di Brooklyn e raggiungi la fermata della metro di Jay Street. Un 13 miglia, suppergiù. Lì, carichi la bici sulla metro, la A, quella che tutti prendono per il JFK quando devono riprendere l’aereo, con la tristezza nel cuore — stavolta non c’entro: mica l’ho cantato io che leaving New York never easy…
Se proseguite oltre il JFK, la metro vi porta sulla penisola lunga e stretta di Far Rockaway. Lì potete scegliere qualsiasi fermata. Vi si prospettano un’ottantina di isolati di spiaggia. E non post-atomica. Una spiaggia californiana, di quelle larghe, molto sabbiose, in cui i piedi sprofondano, e il mare è muscoloso e sabbioso, niente Caraibi.
Ma prima di accedere alla spiaggia, una striscia larga di pianticelle piantate da poco. Prima di accedere alla spiaggia e alle pianticelle, un quartiere tutto nuovo nuovo con case bianche e di tutte le tonalità dei pastelli — gialline, verdine, azzurrine. Non ho potuto non pensare a Martha’s Vineyard, quell’atmosfera da isola di mare esclusiva, i turisti benestanti con i maglioni di cotone grezzo, i pantaloni di lino e quell’aria serena delle persone arrivate. Questa è la versione newyorkese. NON è Martha’s Vineyard. Ma c’è qualcosa che la ricorda. Forse anche solo il colore di questi villini tutti uguali, tutti Wisteria Lane — qui vi voglio, con la citazione… — che mi proiettano dritta dritta in un clima balneare 100% americano.
Prima di prendere possesso del mio posto sulla spiaggia, percorro in bici tutto il lungomare. Tutto nuovo nuovo, dicevo. L’Uragano Sandy, nel 2012, ha spazzato via tutto, qui. Noi non abbiamo percepito quanto disastroso sia stato per NYC, quest’uragano. Ma lo è stato. Praticamente tutti i lavori di manutenzione che ti rallentano i weekend se devi prendere la metro, sono per rimettere a posto il diavolo a quattro che Sandy deve aver fatto nel giro di poche ore.
Qui, hanno rimesso tutto a nuovo. Il percorso pedonale e ciclabile che si snoda lungo il mare, locali, servizi. Tutto brand-new. Rimango sbalordita.
A NYC uno si abitua al “basic”. La metropolitana, l’abbiamo già detto è sporca, incasinata, alcune fermate sono l’avamposto della fine civica. Nulla a che vedere con il bonton di quella parigina. Con la precisione di quella londinese. I bus sono assai provati. I sedili hanno accomodato troppi sederi, troppo sovrappeso per non riportarne memoria. NYC ti abitua a questo tipo di essenzialità. Questo, se da un lato ti costringe a rivedere le tue abitudini, dall’altro, ti consente di apprezzare ciò che di meglio trovi in giro. Ti fa anche capire che con l’essenziale puoi farcela. Tutto il resto è un extra. Lusso.
Allora non ti aspetti una zona balneare con bagni in strutture avveniristiche in legno e acciaio, fontanelle per l’acqua, docce, docce per i piedi e persino i dispenser di crema solare — davanti alla lotion-to-go volevo chiamare in Svizzera e chiedere se sul Ticino hanno approntato questo tipo di servizio, loro che sono sempre così servizievoli…
Ma non sono solo il mare e i localini pieni di infradito, profumo di olio di cocco, e le bancarelle con prezzi così cheap da ricordarmi che nonostante tutto esiste, in questa città, un’evidenza di cheapness, che brilla come il sorriso buono della fata Turchina. Sono i newyorchesi, a fare di Far Rockaway, un’esperienza “Surfin’ USA”. Perché qui si surfa, ed è una cosa seria.
Donne, uomini, di qualsiasi età. D’un bianco latte come solo gli irlandesi. La tintarella non interessa, anzi, il sole è nemico. Indossano il costume e sopra il mutino, o una maglia a maniche lunghe. Hanno delle strisce rosa, azzurre e verdi sul volto: orizzontali sotto gli occhi, e una verticale lungo il naso. Come quelle nere dei rugbisti australiani, gli All Black, per interpretare un Haka più convincente. Vedo un surfista passare uno stick a un bambino. Gli dice, “try it”. In un attimo il bambino diventa un lottatore maori, ma del clan dei Puffi. Capisco che è per proteggere le parti particolarmente sensibili dal sole nemico. Penso che i newyorkesi abbiano un talento particolare nel trasformare una cosa silly in una cosa cool. Sarei quasi disposta a barattare la mia protezione 10 con questa loro invenzione colorata a protezione con uno zero in più della mia. Poi però penso che loro non sono qui per abbronzarsi. Sono qui per surfare. A ciascuno le proprie priorità.

Ora, dopo aver visto ciò che fanno i surfisti neozelandesi con l’oceano assassino che si ritrovano, non penso di stupirmi per le abilità atletiche dei surfer dello Stato di New York. E infatti non mi stupisco. Ma è la serietà con cui approcciano il tutto, a meravigliarmi. Le biciclette sono dotate di ganci laterali che permettono loro di scarrozzarsi dappertutto la tavola su due ruote. Prendono il mare e ci stanno dentro delle ore — delle ore — in attesa dell’onda perfetta. Ripeto, siamo nel Queens, non a Bondai Beach.
Sono le donne, tuttavia, ad attirare la mia attenzione — oddio, anche un paio di toraci usciti dritti dritti dall’indubbio talento di Dio non sono passati inosservati. Ma le donne… Stazza surfista. Niente “skinny bitches” — così si apostrofano qui le magre, non dite nulla… Spalle solide, piedi grandi, camminata valchiria. Dicevo, qualsiasi età. Dai 18 ai 60, e più.
Penso all’Italia. Le 60enni in Italia fanno jogging, trekking. Magari nuotano. Ma surfare? Con il mare grosso? Mmm, non ce le vedo molto. Qui invece lo fanno. Non so perché. Mi piacerebbe saperlo. Non credo sia una questione di parità sessuale. Quella è stata superata. E’ più per senso di libertà, credo. Lo capisci da come si buttano in mare. Non un istante di esitazione. Prendono il mare, letteralmente.
Se le nonne/zie sono così, immaginate come crescono le nipoti. Si parla tanto di come siano toste le newyorkesi. Ed è vero, lo sono. Forse nei decenni passati aveva a che fare con l’adattamento e la sopravvivenza. Vivere in una metropoli richiede “stamina”. Energia, grinta, anticorpi. Ora che tutto questo è stato processato e interiorizzato a livello di specie e gender, si tratta di “semplice” libertà. Di agire la libertà. Fare quello che si vuole. Anche un’ora e mezza di metro, stare in acqua un paio d’ore e poi tornare a Manhattan. Anche a sessant’anni. Settanta. Who cares.

Ma naturalmente non c’è solo quel tipo di donna. La tosta, indipendente, un filo androgina che si butta fra le onde. Ci sono anche le madri di famiglia. E qui sì, tutto il mondo è paese.
Vedo arrivare una famiglia di afroamericani. Padre, madre e tre figli. La maggiore potrebbe essere la prossima Halle Berry. L’età di Lolita. Gazzella, inconsapevole di esserlo, a differenza di Lolita. Il piccoletto è una briciola di un anno o poco più, e il ragazzino di mezzo è quello che definirei moccioso. Sette anni, trouble-maker. Ma sono i genitori, a impressionarmi. Lui avrà non più di 35-38 anni. Corporatura montana. Nel senso che è una montagna. Canottiera bianca, pantaloni da basket sotto il ginocchio, scarpe da ginnastica, barba talebana e capello rasato. La moglie, anche lei, non più di 32-35 anni. Il costume azzurro la strizza tutta. Quando si alza per accompagnare la briciola in riva al mare, vedo quanto il junk food possa danneggiare un corpo. Fatica a camminare, le cosce fanno attrito l’una contro l’altra. Anche il marito fatica, ma lui più per pigrizia. Dal broncio che porta capisco che la domenica in spiaggia è stata un’idea della moglie. Lui vorrebbe piuttosto annegare in un divano di patatine e Playstation, salvato, di tanto in tanto, dalle notizie sportive. Invece si è scarrozzato borsa-frigo, sedie, giochi, e tutto l’armamentario da spiaggia davanti al quale siamo tutti uguali — italiani, americani, francesi, tedeschi, forse gli unici a fare eccezione sono gli svedesi perché l’IKEA permette loro di montarsi la casa in spiaggia.
Più tristezza di tutti, comunque, me la fa un gruppo di latine, dietro la famiglia afroamericana. Radio con “Despacito” e sim., una pizza gigante in mezzo al lenzuolo — gli asciugamani sono troppo piccoli e siamo pur sempre in America, dove la grandezza è tutto. Sono le 3:30 pm, quindi suppongo che la pizza sia da considerarsi l’ammazzacaffé?
Anche sui loro corpi il junk food ha scritto un verdetto difficilmente emendabile. Ma non è una questione di peso. Sono truccate in maniera molto vistosa, passano il tempo a mettersi in posa per il fuoco di fila di selfie che si sparano a vicenda, mentre flirtano con l’unico maschio — sicuramente alfa — del gruppo. C’è qualcosa che aleggia sopra di loro. L’urgenza di espletare bisogni fisici, pratici — mangiare, bighellonare, cuccare. La mancanza assoluta di visioni alt(r)e è presente più di una presenza.

In mare, davanti a me, ho il prototipo della donna che tutte le donne dovrebbero avere la possibilità di diventare. Libera, selvaggia e se stessa. Dietro di me, ho quello che le donne non dovrebbero più voler diventare. Brutte copie di modelli con cui i media ingozzano e inquinano i loro sogni.
Mi trovo esattamente in mezzo a questi due estremi. Gli occhi guardano avanti, ma c’è una mano che tira indietro.
NYC è anche questo.

…E questa settimana è stata la settimana del Village East Cinema, nel Lower East Side, una sala che per la mia sopravvivenza non abusa dell’aria condizionata come qualsiasi luogo pubblico — metro compresa — in questa città. Fra le “cose su cui NYC deve lavorare”, sicuramente il rapporto malato con il condizionamento dell’aria.
Parte del mio ferragosto è trascorsa a “Dunkirk”, grazie a un Christopher Nolan che si è dimostrato il grande regista che è. L’abbiamo ammirato sin da “Memento”, passando per la trilogia di Batman, “Insomnia”, “The Prestige”, “Inception” — quando le architetture cerebrali sfiorano il lisergico. Gli abbiamo perdonato “Interstellar” — proprio non lo digerisco. “Dunkirk” diventerà uno spartiacque nella storia del cinema bellico. Così come c’è un prima “Salvate il soldato Ryan” e un dopo “Salvate il Soldato Ryan”, ci sarà un prima “Dunkirk” e un dopo “Dunkirk”. Se il film di Spielberg aveva svelato il lato umano della guerra — il sangue, i corpi dilaniati, il dolore fisico — così come mai era stato mostrato prima, il film di Nolan accende si concentra sul tempo. Perché la guerra sovverte e perverte tutto, a partire dalla percezione del tempo. Specie se siete 400.000 soldati inglesi ritiratisi sulle spiagge francesi di Dunquerke, dopo la prima grande offensiva lanciata dalla Germania nazista. 400.000 soldati in attesa di essere evacuati, di attraversare la Manica e tornare in patria.

“Dunkirk” racconta i fatti avvenuti durante l’evacuazione dalla cittadina francese, fra il 27 maggio e il 4 giugno del 1940. Con i tedeschi a impedire l’impresa, ovviamente. Dire che “Dunkirk” racconta, è inesatto. “Dunkirk” architetta tre spazi-sequenze, “Il molo”, “Il mare”, “Il cielo”, in cui ambienta tre storie che finiscono per sovrapporsi. Tommy è un soldato inglese che sopravvive all’attacco dei tedeschi e cerca in ogni modo di raggiungere un’imbarcazione che lo riporti in Inghilterra. Nel frattempo, per riportare in patria i soldati, la Royal Navy ordina ai civili proprietari di barche di qualsiasi tipo di dirigersi a Dunkerque e di caricare quanti più soldati possibile. Mr. Dawson accetta e parte con il figlio e un amico del figlio con la sua barca. In cielo, un duo di piloti tipo Goose e Maverick (!!), cercano di dare una mano come possono. Uno dei due viene affondato mentre l’altro, Farrier, prosegue il volo e arriva sopra Dunkerque, dove è in corso l’evacuazione a bordo delle navi civili sotto il continuo attacco degli aerei tedeschi. Farrier riesce a colpire uno degli aerei, salvando così le truppe alleate e le navi… Però finisce il carburante e lui, be’… ma non faccio spoiler.

Il film è tutto di corsa, perché così storicamente fu. Una corsa contro il tempo. Ovviamente lo spettatore rimane con il fiato sospeso tutto dall’inizio alla fine. Primo perché non ricorda esattamente quell’episodio della Seconda Guerra Mondiale — oppure magari lo ricorda, molto più decorosamente della pessima sottoscritta. E secondo perché quello è esattamente l’effetto ricercato da Nolan. Non già la pietas, l’empatia, ricercata da Spielberg o da Malick in “La sottile linea rossa”. Quanto piuttosto l’angoscia di non farcela, di non correre abbastanza veloce — come Tommy quando scappa dai proiettili tedeschi — oppure di non riuscire a prendere quella scialuppa, quella nave che ti porterà a casa, o di non nuotare abbastanza bene e riemergere a galla dopo che un sottomarino ha fatto saltare la pancia dell’imbarcazione in cui ti trovi.
Nolan costruisce una macchina claustrofobica nella quale rinchiude non solo i suoi protagonisti, i 400.000 soldati inglesi spiaggiati, ma noi tutti. Si serve di una colonna sonora che fa un uso oculatissimo del silenzio, dei bassi e di parti stridenti, quasi cacofoniche nei momenti di massima tensione, per poi virare nel melodico quando la situazione si sta per sciogliere.
E’ un “bring-the-boys-back-home” movie, quindi c’è una componente emotiva forte, che tuttavia, a parte il finale, esce fuori con misura e compostezza. Mi riferisco al fotogramma in cui il capitano britannico interpretato da Kenneth Branagh, si commuove, vedendo arrivare sulle spiagge di Dunquerke centinaia di barche civili inglesi di ogni dimensione e foggia. “Riesco a vederla…. Casa”, sussurra. Quel fotogramma gli varrà l’Oscar, perché passare dalle nubi di morte che gli hanno oscurato il viso fino a quel momento, alla luce, al sereno, alla speranza, alla vita, vale certamente una statuetta.
E quanto all’emotività. Questo genere di film mi solleva sempre un dubbio. Ma i tedeschi di oggi, vedendo tutto ciò, come si sentiranno? Perfettamente a loro agio, tanto il passato è passato e loro non portano sulle spalle le colpe dei loro padri? Oppure a disagio, a vedersi come i nemici, i cattivi, quelli da cui bisogna disperatamente fuggire? Magari questo dubbio è fuori luogo, ma io ci penso ogni volta che mi capita un film sulla Seconda Guerra Mondiale.

Visivamente, “Dunkirk” è uno spettacolo di quelli che si vedono di rado. Niente effetti speciali cheap, niente computer grafica, “solo” tecnologia Imax per assicurare la massima verosimiglianza delle scene — leggo da Wikipedia “IMAX è un sistema di proiezione che ha la capacità di mostrare immagini e video con una grandezza e una risoluzione molto superiore rispetto ai sistemi di proiezione convenzionali”. E caspita se ci riesce! Tutto è estremamente realistico. La scena in cui la nave viene colpita da un razzo sottomarino vi fa tremare i polsi per mezz’ora. E lo stesso dicasi per le scene sott’acqua, per le cabrate dello Spitfire in cielo, per l’incendio che si scatena in mare quando il petrolio fuoriuscito dalla nave prende fuoco, e gli uomini con lui.
Eppure dicevo, non una goccia di sangue. Niente pancia. Niente Melgibsonate alla “Hacksaw Ridge”… Siamo dentro la scena e non grazie al 3D, o a questo IMAX, ma grazie alla maestria di un regista-architetto che taglia, monta, costruisce le singole scene con l’idea di fare dello spettatore il centro della scena. Questo, capirete, non solo crea quell’effetto claustrofobico di cui vi parlavo, ma anche di correre contro il tempo.
Nolan vuole lasciare il segno. E ha capito che membra d’uomini, moncherini e facce scoppiate forse lì per lì impressionano, ma non s’imprimono nella memoria. Siamo troppo abituati, oggi, alla pornografia della barbarie: l’orrore ci viene sbattuto in faccia continuamente, in tv, su youtube, ovunque. Dalla barbarie bisogna derivare delle icone. E’ soltanto attraverso di esse, che fissiamo un’esperienza nel nostro archivio personale a lungo termine. La potenza metaforica di una spiaggia con sopra una distesa di elmi riversi vale più di qualsiasi corpo smembrato. Non dimentichiamo quanto scalpore fecero, nel 2009, le immagini delle bare ricoperte dalle bandiere americane con i corpi dei marines morti durante la “lotta al terrorismo” in Medio Oriente. Abbiamo sempre bisogno dell’allegoria se vogliamo tenere in pugno l’immaginario collettivo. Le religioni lo sanno sin dalla notte dei tempi. Anche la poesia, ovviamente.

Piace del film di Nolan, anche la storia del sopravvissuto. Tommy è una specie di Oliver Twist a cui ne capitano di tutti i colori, ma che alla fine, riesce ad arrivare in patria. Piace anche la meticolosità psicologica con cui costruisce le azioni e i pochissimi dialoghi — quello che accade sulla barca di Mr Dawson con i due ragazzi è un film-nel-film. Piace, infine, imparare qualcosa di nuovo, storicamente, emotivamente, personalmente, umanamente. Quando il cinema fa tutto questo, be’, possiamo dirci ben più che soddisfatti.
E se un film di guerra ha conquistato me, da sempre recalcitrante al genere bellico, voi, my Moviers, belli, ribelli e bellici, non potete assolutamente perdervelo. In Italia esce il 30 agosto.

E anche per oggi è tutto. Governors Island, la prossima settimana… E i movies outdoors, naturalmente 😉

Il Frunyc è qui. I titoli delle foto arriveranno prima o poi… 🙂

Vi ringrazio dell’attenzione e vi mando dei saluti, balnearmente cinematografici.

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LET’S MOVIE 334 from NEW YORK CITY – commenta COLUMBUS

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Finalmente Fellows,

Sono a casa. 🙂
A riprova che la casa è il posto che ti chiama in un certo momento della vita, NON quello che l’anagrafe ti scrive sulla carta d’identità. Casa è quello che scegli di vedere fuori dalla finestra. La strada che vuoi camminare sotto i piedi.
Non è stato facile, l’esilio verde. Per quanto tutti abbiano/abbiate fatto di tutto per rendermelo meno penoso possibile. Angels, you are!
La questione, con il Trentino, nasce da come lo descrivo. Mi viene in mente un aggettivo molto British. “Dainty”. Il Trentino è dainty. Altre cose dainty sono il divano Luigi XV della zia ricca. Oppure il suo servizio di Limoges.
“Grazioso”. Io non voglio paragonare casa mia a un divano o a un servizio. Per quanto di Limoges.

Non è stato facile, dicevo. Ma cos’è mai facile? Nemmeno il rientro a NYC lo è stato. Complice una passione travolgente scoppiata tra il mignolo del mio piede destro e una delle mie due valige. Una love story impossibile come quella tra l’elefante e la farfalla di Zarrillo. Avrei mai potuto opporre resistenza? Certo che no. Questo però ha determinato la mia condizione di zoppa. E NYC non è una città in cui puoi startene a casa con due cuscini sotto il piede a giocare a Sudoku aspettando che 4-6 settimane (!!) passino e il tuo dito ritorni quello di un tempo.
Allora ci si compra una bicicletta.
Già quando ero qui in inverno, ero stata tentata. Vedere i newyorkesi sfrecciare sulle bici da corsa vintage — vintage davvero, vecchie 20 anni o più — con la borsa del pc a mo’ di faretra sulla schiena, il caschetto in testa, e una velocità spaventosa tutt’intorno, mi avevano fatto sognare “Flashdance”, what a feeling. Poi però il freddo ilare — come altro vuoi chiamarlo? — dell’inverno newyorkese mi ha fatto scendere dai pedali dell’immaginazione e tornare con i piedi per terra.
Ora però siamo in estate. E l’estate calza a pennello a NYC. Harlem ha gli idranti come quelli di Brooklyn, come quelli dei film di Sergio Leone. Quelli che i ragazzini, dal 1950 al 2.0, aprono per schizzarsi e trovare un po’ di refrigerio, e di fun. E con il caldo i campetti da basket sono sempre pieni di basketballers che giocano. La gente è per strada. I parchi e gli spazi verdi pullulano tutti di musica, libri, racchettoni, cestini da picnic, sandali tolti accanto a piedi nudi. Tutta questa vita outdoors forse anche perché il caldo non è così torrido come ci si aspetterebbe. Sembra giugno. Notti fresche, giornate ventilate. I department store con l’aria condizionata, per una volta, non sono la terra promessa.
Allora non posso proprio starmene in casa con questo bendidio fuori. Allora Craigslist. Allora bici di seconda mano.
Rispondo a un annuncio. Danelle, Lower East Side. Dalla foto la bici sembra in ottimo stato, e di un modello che mi fa capire che questa ragazza potrebbe essere una che se ne intende. La immagino sulla trentina, super fit, intellectual quanto il Lower East Side prescrive. Cazzuta anche. Ma non incazzata come le donne che abitano nel Financial District e che potrebbero freddarti anche solo con l’idea di uno sguardo.
“Nel mio building gli ospiti devono essere annunciati. Ho avvisato la portiera. Quando arrivi basta che dici che sei Sara per la bici”.
Skinny, intellectual, cazzuta, e con un building un po’ posh. Parto alla volta di East 2nd Avenue con una curiosità vorace.
Quando arrivo e la portiera chiama Danelle perché c’è Sara per la bici, ecco che mi vedo arrivare 110 kg di carboidrati strizzati in un corpo poco più che ventenne. Sopra i brufoli spuntano degli occhiali, e da sotto una voce, che risponde ai miei complimenti per il buono stato in cui la trovo — la bici, non lei.
“Non la uso più”, mi spiega.
Ricaccio indietro il “Ma dai?? Non avrei mai detto” più clamoroso della storia, perché l’obbiettivo è quello di salvare questa povera bici dai 110 kg che l’hanno piagata — piEgata? — nella sua vita da soma. Pago, ringrazio più volte di un giapponese riconoscente e volo via. Taglio tutta Manhattan, prima in orizzontale — Lower East Side, Chinatown, Tribeca. E davvero per sopravvivere hai bisogno di occhi frontali, laterali e anteriori per non soccombere al traffico, specie a Chinatown. Se ti procuri anche delle vibrisse feline, e padroneggi pure il sensoriale, anche meglio.
Poi fendo in verticale, West Village, Meatpacking District, Chelsea, Hell’s Kitchen, Upper West Side, Harlem. Lungo l’Hudson, sulla bella ciclabile che costeggia tutta Manhattan, Battery Park fin su e su e su oltre la 180esima. La bici fa dei rumorini un po’ strani. Ma in fondo l’ho pagata 50 dollari e per tutta la vita da soma ha scarrozzato in giro 110 kg, cosa pretendo?
Una volta arrivata a destinazione, lo sbaglio colossale. La lego con un lucchetto da cartoni animati. In attesa di trovare l’armamentario bellico con cui qui le bici si difendono dalla microcriminalità ho comprato un lucchetto che dice “sono lo zimbello dei lucchetti, fammi fuori ti prego”. E così, dopo un po’, ripasso nel vicoletto in cui avevo “legato” la bici, e trovo il nulla. Anche l’idea di parcheggiare in uno spazio sul retro del mio palazzo non è stata felice. Ma si sa, col senno di poi siamo tutti Einstein.
Ci rimango un po’ male, ma rido. Trento ha impiegato tre anni a rubarmi la mia amatissima Angel. NYC ha impiegato tre ore. Non c’è molto altro da aggiungere.

Non demordo e il giorno dopo ribatto al tappeto Craigslist. Rispondo a un annuncio di un tale Henry, profondo Brooklyn. Talmente profondo che Coney Island è a una manciata di fermate di metro.
Sotto la maglia unta Henry nasconde un’anguria, oppure una pancia di perfezione giottesca. Ha una sessantina d’anni, o forse cinquanta, portati gran male. Le mani sporche di grasso, le unghie lunghe — esiste abbinamento più abominevole? — la pelata davanti con i capelli lunghi sul retro. Unto di usi e costumi. Il commento sulle mie braghette corte gli vale il soprannome Henry-the-Slimy.
Accanto a lui, una di quelle station wagon squadrate dei film anni ’80, piena zeppa di articoli per biciclette. Sopra, sul tettuccio, un numero imprecisato di scheletri di biciclette. “A volte capita che trovi dei telai a cui hanno rubato le ruote…”, butta lì, vedendo che fisso in maniera troppo fissa quel cimitero ambulante.
Crederà davvero che io mi beva la versione del buon samaritano che salva gli scheletri abbandonati delle bici e trova loro delle case nuove?
La bici, e le altre che mi propone, sono in condizioni pietose. Il trucco è pubblicare in rete le foto delle bici nuove, e poi far trovare lo stesso modello, ma usato strausato. Mentre maledico me stessa per la mia ingenuità — n’antra volta — Henry-the-Slimy mi confessa di lavorare, a tempo perso, alla stesura di un action movie.
Dunque. Io sono davanti a questo lestofante di Midwood, Brooklyn, stimando il tempo che mi ci vorrà per togliermi tutto lo sporco che dalle manopole della bici si è trasferito sui miei palmi dopo aver provato una carcassa su due ruote, e lui mi parla delle sue velleità da regista. New York è così. Non sei mai una cosa sola. Impiegato, cassiere, lestofante. Sei anche quello che vorresti essere. La proiezione del tuo desiderio.
“Non c’è problema se pensi che non sia la bici che fa per te”, commenta, vedendomi scettica.
Grazie, Henry. La tua perspicacia è seconda solo al livello del tuo unto.

La ricerca continua e mi porta nel Queens. Jesus, originario del Messico, e sua moglie si stanno per trasferire in UK.
“Anche dopo la Brexit??” sbotto senza aver attaccato il cervello alla presa.
A volte la mia lingua è più veloce persino dei ladri di biciclette di Harlem.
Vorrei rimangiarmi la Brexit, ma non potendolo fare, viro sullo specifico geografico.
“Dove, per l’esattezza?”.
“Canterbury”.
“Ah, Chaucer!”
Il che equivale a dire “Ah Dante!” a uno che si sta per trasferire a Firenze.
Per evitare altri ignobili cliché, riparo sulla bici. Uno spettacolo. La moglie non l’ha quasi mai usata.
Jesus, di nome e di fatto, mi fa notare due minuscole viti arrugginite, e si scusa — che peraltro aveva già segnalato nell’annuncio online. Tanta trasparenza dopo la discesa agli inferi brooklyniana con la criminalità manifesta di Henry-the-Slimy, mi lascia interdetta e io vorrei dirgli che è un santo. Ma dato che lui è Jesus, e non vorrei passare per quella che demansiona, gli dico “Ma figurati, ruggine? Ma dove?!! E’ perfetta”.
Pago 60 dollari — mi ha accordato 20 dollari di sconto già via email, Jesus — e si assicura che prenda la strada giusta.
Arrivata a un certo punto non mi ritrovo. Chiedo a tre netturbini in pausa chill-out se sono giusta per Vernon Blvd. Uno di loro mi dice di sì, e aggiunge di svoltare a quel supermercato laggiù. Poi aggiunge “That makes 5 dollars”. Ride, e gli altri con lui. Io penso che nella mia Harlem mi avrebbero piuttosto invitato a fare quattro chiacchiere invece di chiedermi del denaro, anche solo per scherzo. Ma questo è il Queens, avranno altre usanze.

Il viaggio di ritorno, stavolta, è stato un filo più lungo. Percorro il Queens, Long Island City, mi fermo su Roosevelt Island, una strisciolina di terra non più larga di mezzo chilometro che si frappone fra l’Upper East Side e il Queens. Non c’è granché. Un piccolo faro, come quello rosso sotto il George Washington Bridge. E poi si può vedere il Palazzo dell’ONU da dietro. E’ strano vederlo da dietro. Sembra più indifeso, più comune.
Poi attraverso il Queensboro Bridge, che collega il Queens a Lower Manhattan, e assorbo più monossido assorbito in 30 anni di vita.
Poi Central Park e Riverside Dr, che è in assoluto una delle mie strade preferite. Tranquilla, ombreggiata. Protetta da file e file di platani. I platani sono alberi buoni, con la pelle maculata dei setter. Anche i setter sono cani buoni. Devono essere le macchie.

Sto sperimentando una doppia velocità in questi giorni. Un mignolo rotto ti fa andare pianissimo, ti fa superare anche dalle vecchiette con i deambulatori — non scherzo. Questo da un lato mi frustra, ma dall’altro mi fa assorbire la città. Cogli dettagli che non cogli camminando a passo spedito regolare. D’altro canto la bici ti fa andare veloce. Viaggiando su due ruote i tempi si riducono e anche gli spazi. Incontri ogni sorta di fenomeni, con ogni sorta di mezzo. E puoi usare lo strumento più intelligente in dotazione a una bici: il campanello. Trillo a tutto spiano per avvertire che arrivo, e sul ponte di Brooklyn, mi diverto un sacco a fare quella del posto che rimbrotta i turisti distratti che camminano nella corsia per le bici.
“Watch out! Bike lane!!”. Strillo, bitchy che più bitchy (bici!) non si può.

Nelle prossime settimane mi prometto di parlarvi di Governors Island e di Far Rockaway, la California newyorkese 🙂
Ma ora è ora del cine!

Ho scelto l’IFC Center nel Greenwich Village per tornare al cine. Dopo l’esilio, il Village ha un sapore dolcissimo.
Sono andata a vedere “Columbus” del regista giapponese Kogo Nada. L’ho scelto perché c’è di mezzo l’architettura. Ed è così raro, trovare un film in cui l’architettura è protagonista… Mi sono sempre chiesta il perché. Un edificio riempie, contiene, asserisce, emoziona, sconvolge. Quale miglior soggetto? Per non parlare poi degli architetti… Ci sarebbero fior fiore di biopic da girare…
A ogni modo il protagonista di “Columbus” è un famoso architetto che, di passaggio nella città di Columbus in Indiana per tenere una conferenza, viene colto da malore ed entra in coma. Jin, il figlio, arriva dalla Corea per assisterlo. Il rapporto fra i due, intuiamo, è sempre stato difficoltoso: c’è del rancore da parte di Jin. Forse anche della rabbia. Ma non tutto il male viene per nuocere. A Columbus Jin stringe amicizia con Casey, una ragazza che lavora in biblioteca e ama gli edifici progettati dal padre di Jin. Casey si trova in un punto sospeso della sua vita. Fa da madre alla madre — ex tossica e frequentatrice patentata di uomini sbagliati — e posticipa il momento in cui andarsene per vivere la sua vita.
Non succede granché nel film — e questo è ottimo. Tutto converge in certi dialoghi ben articolati, in cui Jin e Casey ragionano di architettura, di rapporti e di vita. Non è la solita coppia che speri si formi. Lo spettatore non è interessato a quello, perché il regista non era interessato a quello. Casey e Jin sono due esseri umani che si trovano in uno stallo. Come se l’ingranaggio della vita si fosse inceppato e avesse bisogno di un attimo di tempo e di attenzioni per rimettersi a funzionare. Alla fine Casey prenderà la sua decisione e reciderà il cordone ombelicale. Jin, avendo ripercorso insieme a Casey i fondamenti della poetica architettonica del padre, forse, si è rappacificato, almeno interiormente, con lui.
Anche se a un certo punto Casey si lancia in una descrizione notevole sul potere curativo, degli edifici, non è la parola, a farla da padrona, nel film. E’ l’immagine. Non necessariamente, o solamente, la fotografia. Quanto piuttosto la città di Columbus, con i suoi volumi, usciti dalle menti e dalle matite di architetti come Eero Saarinen e I.M. Pei. La macchina da presa danza intorno a queste creazioni, si sofferma su una vetrata, un ponte, una scalinata. E tutto questo ci basta. E basta ai personaggi.
“Columbus” è passato al Sundance 2017, e spero che riesca ad arrivare in Italia. I palati fini — quelli dei miei Moviers architetti in modo particolare — ringrazieranno.

E per stasera è tutto, anche se vi sommergerei di aneddoti su aneddoti…
Cercherò di tenere aggiornato il Frunyc il più possibile, per la gioia di qualcuno di voi… 🙂
Vi ringrazio sempre dell’attenzione e vi mando dei saluti, stasera, finalmente cinematografici.

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