LET’S MOVIE 334 from NEW YORK CITY – commenta COLUMBUS

LET’S MOVIE 334 from NEW YORK CITY – commenta COLUMBUS

Finalmente Fellows,

Sono a casa. 🙂
A riprova che la casa è il posto che ti chiama in un certo momento della vita, NON quello che l’anagrafe ti scrive sulla carta d’identità. Casa è quello che scegli di vedere fuori dalla finestra. La strada che vuoi camminare sotto i piedi.
Non è stato facile, l’esilio verde. Per quanto tutti abbiano/abbiate fatto di tutto per rendermelo meno penoso possibile. Angels, you are!
La questione, con il Trentino, nasce da come lo descrivo. Mi viene in mente un aggettivo molto British. “Dainty”. Il Trentino è dainty. Altre cose dainty sono il divano Luigi XV della zia ricca. Oppure il suo servizio di Limoges.
“Grazioso”. Io non voglio paragonare casa mia a un divano o a un servizio. Per quanto di Limoges.

Non è stato facile, dicevo. Ma cos’è mai facile? Nemmeno il rientro a NYC lo è stato. Complice una passione travolgente scoppiata tra il mignolo del mio piede destro e una delle mie due valige. Una love story impossibile come quella tra l’elefante e la farfalla di Zarrillo. Avrei mai potuto opporre resistenza? Certo che no. Questo però ha determinato la mia condizione di zoppa. E NYC non è una città in cui puoi startene a casa con due cuscini sotto il piede a giocare a Sudoku aspettando che 4-6 settimane (!!) passino e il tuo dito ritorni quello di un tempo.
Allora ci si compra una bicicletta.
Già quando ero qui in inverno, ero stata tentata. Vedere i newyorkesi sfrecciare sulle bici da corsa vintage — vintage davvero, vecchie 20 anni o più — con la borsa del pc a mo’ di faretra sulla schiena, il caschetto in testa, e una velocità spaventosa tutt’intorno, mi avevano fatto sognare “Flashdance”, what a feeling. Poi però il freddo ilare — come altro vuoi chiamarlo? — dell’inverno newyorkese mi ha fatto scendere dai pedali dell’immaginazione e tornare con i piedi per terra.
Ora però siamo in estate. E l’estate calza a pennello a NYC. Harlem ha gli idranti come quelli di Brooklyn, come quelli dei film di Sergio Leone. Quelli che i ragazzini, dal 1950 al 2.0, aprono per schizzarsi e trovare un po’ di refrigerio, e di fun. E con il caldo i campetti da basket sono sempre pieni di basketballers che giocano. La gente è per strada. I parchi e gli spazi verdi pullulano tutti di musica, libri, racchettoni, cestini da picnic, sandali tolti accanto a piedi nudi. Tutta questa vita outdoors forse anche perché il caldo non è così torrido come ci si aspetterebbe. Sembra giugno. Notti fresche, giornate ventilate. I department store con l’aria condizionata, per una volta, non sono la terra promessa.
Allora non posso proprio starmene in casa con questo bendidio fuori. Allora Craigslist. Allora bici di seconda mano.
Rispondo a un annuncio. Danelle, Lower East Side. Dalla foto la bici sembra in ottimo stato, e di un modello che mi fa capire che questa ragazza potrebbe essere una che se ne intende. La immagino sulla trentina, super fit, intellectual quanto il Lower East Side prescrive. Cazzuta anche. Ma non incazzata come le donne che abitano nel Financial District e che potrebbero freddarti anche solo con l’idea di uno sguardo.
“Nel mio building gli ospiti devono essere annunciati. Ho avvisato la portiera. Quando arrivi basta che dici che sei Sara per la bici”.
Skinny, intellectual, cazzuta, e con un building un po’ posh. Parto alla volta di East 2nd Avenue con una curiosità vorace.
Quando arrivo e la portiera chiama Danelle perché c’è Sara per la bici, ecco che mi vedo arrivare 110 kg di carboidrati strizzati in un corpo poco più che ventenne. Sopra i brufoli spuntano degli occhiali, e da sotto una voce, che risponde ai miei complimenti per il buono stato in cui la trovo — la bici, non lei.
“Non la uso più”, mi spiega.
Ricaccio indietro il “Ma dai?? Non avrei mai detto” più clamoroso della storia, perché l’obbiettivo è quello di salvare questa povera bici dai 110 kg che l’hanno piagata — piEgata? — nella sua vita da soma. Pago, ringrazio più volte di un giapponese riconoscente e volo via. Taglio tutta Manhattan, prima in orizzontale — Lower East Side, Chinatown, Tribeca. E davvero per sopravvivere hai bisogno di occhi frontali, laterali e anteriori per non soccombere al traffico, specie a Chinatown. Se ti procuri anche delle vibrisse feline, e padroneggi pure il sensoriale, anche meglio.
Poi fendo in verticale, West Village, Meatpacking District, Chelsea, Hell’s Kitchen, Upper West Side, Harlem. Lungo l’Hudson, sulla bella ciclabile che costeggia tutta Manhattan, Battery Park fin su e su e su oltre la 180esima. La bici fa dei rumorini un po’ strani. Ma in fondo l’ho pagata 50 dollari e per tutta la vita da soma ha scarrozzato in giro 110 kg, cosa pretendo?
Una volta arrivata a destinazione, lo sbaglio colossale. La lego con un lucchetto da cartoni animati. In attesa di trovare l’armamentario bellico con cui qui le bici si difendono dalla microcriminalità ho comprato un lucchetto che dice “sono lo zimbello dei lucchetti, fammi fuori ti prego”. E così, dopo un po’, ripasso nel vicoletto in cui avevo “legato” la bici, e trovo il nulla. Anche l’idea di parcheggiare in uno spazio sul retro del mio palazzo non è stata felice. Ma si sa, col senno di poi siamo tutti Einstein.
Ci rimango un po’ male, ma rido. Trento ha impiegato tre anni a rubarmi la mia amatissima Angel. NYC ha impiegato tre ore. Non c’è molto altro da aggiungere.

Non demordo e il giorno dopo ribatto al tappeto Craigslist. Rispondo a un annuncio di un tale Henry, profondo Brooklyn. Talmente profondo che Coney Island è a una manciata di fermate di metro.
Sotto la maglia unta Henry nasconde un’anguria, oppure una pancia di perfezione giottesca. Ha una sessantina d’anni, o forse cinquanta, portati gran male. Le mani sporche di grasso, le unghie lunghe — esiste abbinamento più abominevole? — la pelata davanti con i capelli lunghi sul retro. Unto di usi e costumi. Il commento sulle mie braghette corte gli vale il soprannome Henry-the-Slimy.
Accanto a lui, una di quelle station wagon squadrate dei film anni ’80, piena zeppa di articoli per biciclette. Sopra, sul tettuccio, un numero imprecisato di scheletri di biciclette. “A volte capita che trovi dei telai a cui hanno rubato le ruote…”, butta lì, vedendo che fisso in maniera troppo fissa quel cimitero ambulante.
CrederĂ  davvero che io mi beva la versione del buon samaritano che salva gli scheletri abbandonati delle bici e trova loro delle case nuove?
La bici, e le altre che mi propone, sono in condizioni pietose. Il trucco è pubblicare in rete le foto delle bici nuove, e poi far trovare lo stesso modello, ma usato strausato. Mentre maledico me stessa per la mia ingenuità — n’antra volta — Henry-the-Slimy mi confessa di lavorare, a tempo perso, alla stesura di un action movie.
Dunque. Io sono davanti a questo lestofante di Midwood, Brooklyn, stimando il tempo che mi ci vorrà per togliermi tutto lo sporco che dalle manopole della bici si è trasferito sui miei palmi dopo aver provato una carcassa su due ruote, e lui mi parla delle sue velleità da regista. New York è così. Non sei mai una cosa sola. Impiegato, cassiere, lestofante. Sei anche quello che vorresti essere. La proiezione del tuo desiderio.
“Non c’è problema se pensi che non sia la bici che fa per te”, commenta, vedendomi scettica.
Grazie, Henry. La tua perspicacia è seconda solo al livello del tuo unto.

La ricerca continua e mi porta nel Queens. Jesus, originario del Messico, e sua moglie si stanno per trasferire in UK.
“Anche dopo la Brexit??” sbotto senza aver attaccato il cervello alla presa.
A volte la mia lingua è più veloce persino dei ladri di biciclette di Harlem.
Vorrei rimangiarmi la Brexit, ma non potendolo fare, viro sullo specifico geografico.
“Dove, per l’esattezza?”.
“Canterbury”.
“Ah, Chaucer!”
Il che equivale a dire “Ah Dante!” a uno che si sta per trasferire a Firenze.
Per evitare altri ignobili cliché, riparo sulla bici. Uno spettacolo. La moglie non l’ha quasi mai usata.
Jesus, di nome e di fatto, mi fa notare due minuscole viti arrugginite, e si scusa — che peraltro aveva già segnalato nell’annuncio online. Tanta trasparenza dopo la discesa agli inferi brooklyniana con la criminalità manifesta di Henry-the-Slimy, mi lascia interdetta e io vorrei dirgli che è un santo. Ma dato che lui è Jesus, e non vorrei passare per quella che demansiona, gli dico “Ma figurati, ruggine? Ma dove?!! E’ perfetta”.
Pago 60 dollari — mi ha accordato 20 dollari di sconto già via email, Jesus — e si assicura che prenda la strada giusta.
Arrivata a un certo punto non mi ritrovo. Chiedo a tre netturbini in pausa chill-out se sono giusta per Vernon Blvd. Uno di loro mi dice di sì, e aggiunge di svoltare a quel supermercato laggiù. Poi aggiunge “That makes 5 dollars”. Ride, e gli altri con lui. Io penso che nella mia Harlem mi avrebbero piuttosto invitato a fare quattro chiacchiere invece di chiedermi del denaro, anche solo per scherzo. Ma questo è il Queens, avranno altre usanze.

Il viaggio di ritorno, stavolta, è stato un filo più lungo. Percorro il Queens, Long Island City, mi fermo su Roosevelt Island, una strisciolina di terra non più larga di mezzo chilometro che si frappone fra l’Upper East Side e il Queens. Non c’è granché. Un piccolo faro, come quello rosso sotto il George Washington Bridge. E poi si può vedere il Palazzo dell’ONU da dietro. E’ strano vederlo da dietro. Sembra più indifeso, più comune.
Poi attraverso il Queensboro Bridge, che collega il Queens a Lower Manhattan, e assorbo piĂą monossido assorbito in 30 anni di vita.
Poi Central Park e Riverside Dr, che è in assoluto una delle mie strade preferite. Tranquilla, ombreggiata. Protetta da file e file di platani. I platani sono alberi buoni, con la pelle maculata dei setter. Anche i setter sono cani buoni. Devono essere le macchie.

Sto sperimentando una doppia velocità in questi giorni. Un mignolo rotto ti fa andare pianissimo, ti fa superare anche dalle vecchiette con i deambulatori — non scherzo. Questo da un lato mi frustra, ma dall’altro mi fa assorbire la città. Cogli dettagli che non cogli camminando a passo spedito regolare. D’altro canto la bici ti fa andare veloce. Viaggiando su due ruote i tempi si riducono e anche gli spazi. Incontri ogni sorta di fenomeni, con ogni sorta di mezzo. E puoi usare lo strumento più intelligente in dotazione a una bici: il campanello. Trillo a tutto spiano per avvertire che arrivo, e sul ponte di Brooklyn, mi diverto un sacco a fare quella del posto che rimbrotta i turisti distratti che camminano nella corsia per le bici.
“Watch out! Bike lane!!”. Strillo, bitchy che più bitchy (bici!) non si può.

Nelle prossime settimane mi prometto di parlarvi di Governors Island e di Far Rockaway, la California newyorkese 🙂
Ma ora è ora del cine!

Ho scelto l’IFC Center nel Greenwich Village per tornare al cine. Dopo l’esilio, il Village ha un sapore dolcissimo.
Sono andata a vedere “Columbus” del regista giapponese Kogo Nada. L’ho scelto perché c’è di mezzo l’architettura. Ed è così raro, trovare un film in cui l’architettura è protagonista… Mi sono sempre chiesta il perché. Un edificio riempie, contiene, asserisce, emoziona, sconvolge. Quale miglior soggetto? Per non parlare poi degli architetti… Ci sarebbero fior fiore di biopic da girare…
A ogni modo il protagonista di “Columbus” è un famoso architetto che, di passaggio nella città di Columbus in Indiana per tenere una conferenza, viene colto da malore ed entra in coma. Jin, il figlio, arriva dalla Corea per assisterlo. Il rapporto fra i due, intuiamo, è sempre stato difficoltoso: c’è del rancore da parte di Jin. Forse anche della rabbia. Ma non tutto il male viene per nuocere. A Columbus Jin stringe amicizia con Casey, una ragazza che lavora in biblioteca e ama gli edifici progettati dal padre di Jin. Casey si trova in un punto sospeso della sua vita. Fa da madre alla madre — ex tossica e frequentatrice patentata di uomini sbagliati — e posticipa il momento in cui andarsene per vivere la sua vita.
Non succede granché nel film — e questo è ottimo. Tutto converge in certi dialoghi ben articolati, in cui Jin e Casey ragionano di architettura, di rapporti e di vita. Non è la solita coppia che speri si formi. Lo spettatore non è interessato a quello, perché il regista non era interessato a quello. Casey e Jin sono due esseri umani che si trovano in uno stallo. Come se l’ingranaggio della vita si fosse inceppato e avesse bisogno di un attimo di tempo e di attenzioni per rimettersi a funzionare. Alla fine Casey prenderà la sua decisione e reciderà il cordone ombelicale. Jin, avendo ripercorso insieme a Casey i fondamenti della poetica architettonica del padre, forse, si è rappacificato, almeno interiormente, con lui.
Anche se a un certo punto Casey si lancia in una descrizione notevole sul potere curativo, degli edifici, non è la parola, a farla da padrona, nel film. E’ l’immagine. Non necessariamente, o solamente, la fotografia. Quanto piuttosto la città di Columbus, con i suoi volumi, usciti dalle menti e dalle matite di architetti come Eero Saarinen e I.M. Pei. La macchina da presa danza intorno a queste creazioni, si sofferma su una vetrata, un ponte, una scalinata. E tutto questo ci basta. E basta ai personaggi.
“Columbus” è passato al Sundance 2017, e spero che riesca ad arrivare in Italia. I palati fini — quelli dei miei Moviers architetti in modo particolare — ringrazieranno.

E per stasera è tutto, anche se vi sommergerei di aneddoti su aneddoti…
Cercherò di tenere aggiornato il Frunyc il più possibile, per la gioia di qualcuno di voi… 🙂
Vi ringrazio sempre dell’attenzione e vi mando dei saluti, stasera, finalmente cinematografici.

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