LET’S MOVIE 336 da NYC commenta “CROWN HEIGHTS” e “SOUTHSIDE WITH YOU”

LET’S MOVIE 336 da NYC commenta “CROWN HEIGHTS” e “SOUTHSIDE WITH YOU”

Fame Fellows,

Ho fame Fellows. Di tutto, chilometri, strade, nomi di strade, di negozi, di matti su due, quattro, sei, dodici ruote o più. Andare in bici nel centro di NYC è come essere dentro un videogame, in cui l’avatar sei tu. Il che ha dei risvolti non trascurabili sulla tua incolumità — ed è un dettaglio questo, che non va rivelato mai a tua madre, nemmeno sotto tortura — ma dall’altra, oh man, è di un divertimento oltre qualsiasi gioco immersivo possiate immaginare.
Io naturalmente sono ancora molto nella fase beginner, ovvero loser. Il newyorchese medio è capace di prodezze da BMX World Championship. S’infila tra qualsiasi tipo di mezzo, in qualsiasi tipo di spazio, dribbla i semafori pur rispettando rossi e verdi, s’inventa la corsia per ciclisti quando la corsia per ciclisti è un miraggio oltre qualsiasi Camelot. Non esita mai, fila sicuro come una modella in passerella. Io lo guardo con l’ammirazione di un bambino che guarda un supereroe sul suo cavallo meccanico. Quando ne trovo uno non troppo supersonico, mi ci metto dietro, lo seguo. Riformulo. Cerco di seguirlo. E non per approfittare dell’aria che taglia. Ma del traffico, che taglia. Ogni volta, come una qualche legge matematica che viene dimostrata ogni matematica volta, lo perdo. Lo vedo sfrecciare via lontano, una traversa davanti alla mia, poi due, tre. Ciao, è stato bello finché è durato.
Questo, come dicevo, non succede dappertutto. Ci sono strade, o parti di strade, in cui ti capita di non trovare nemmeno una macchina. Il che è assurdo. Un istante prima sei imbottigliato fra camion, taxi, suv, bici, skateboard, monopattini a motore e qualsiasi tipo di mezzo motorio dotato di ruote, e poi, in un istante, sei solo con te stesso e il nulla. Devo ancora capire come questo possa succedere, ma fidatevi, succede.
Il videogame in cui l’avatar siete voi accade sulle Avenue principali: la Quinta, la Sesta, la Settima e l’Ottava in modo particolare, o anche la Madison e Park Avenue. Hanno sei corsie, e sono attraversate da qualcosa come 59 streets da Battery Park fino a Central Park. La Madison e Park Avenue addirittura se ne vanno fin su su nel Bronx.
Quando il traffico si blocca, non è che tu, ciclista, con quel potere che le due ruote ti conferiscono, te ne stai fermo in coda. Sgusci come un’anguilla tra le macchine ferme e raggiungi il traguardo del semaforo. Quando il traffico scorre a bassa velocità, sgusci come un’anguilla per raggiungere il traguardo del semaforo. E quando il traffico corre a velocità normale, tu sgusci come un’anguilla per raggiungere il traguardo del semaforo prima di loro. Mi sembra tutto abbastanza chiaro.
I guidatori non prestano molta attenzione, a te, bruscolino di un biker. Vanno per la loro strada, anzi, si fanno strada, cercando di avanzare prima del vicino, o del guidatore a fianco, di racimolare il centimetro che li farà arrivare prima a destinazione. E’ una lotta. Homo Homini Lupus. Per fare questo fanno tutto quello che è al limite del consentito. Suonano, tagliano corsie, occupano la corsia dei ciclisti, sorpassano con dei sorpassi magistrali. Tu, bruscolino d’un biker, fai lo stesso. Con la differenza che sei un bruscolino. Il tuo vantaggio però, sta nell’agilità. Tu sgusci. Sfuggi. E ho capito che tutto sta nell’arancione: te la devi giocare sempre sull’arancione. Quando scatta il rosso, loro sono fermi al traguardo. Tu l’hai superato, ce l’hai fatta. E’ la sensazione di Lupin III che prende il mare o il cielo mentre Zenigata rimane bloccato a terra. Quel momento — succede una volta su mille — in cui le macchine sono ferme al rosso, tu hai guadagnato il nuovo isolato, non hai nessuno a fianco, hai sei corsie tutte per te. Nel cuore di Manhattan. Sei corsie nel cuore di Manhattan. Dura il tempo di un verde, ma darn it, it’s bliss.
Me-on-my-bike non è soltanto il mio videogioco preferito. E’ il modo che ho di tastare la geografia di questa città. Con la metro perdi il senso dello spazio e del tempo. In bici riacquisti tutto, e tracci nuovi collegamenti. Ora so che Washington Square Park e Union Square stanno a cinque minuti di distanza. Che fendere Midtown Manhattan non richiede ore, ma una ventina di minuti, se un’onda di semafori arancio-verdi ti spinge avanti.
Ho scoperto che i ponti di questa città celano tutti un animo prima in salita e poi in discesa, Manhattan Bridge in testa, ma anche quello di Williamsburg non se la cava male. E che da casa mia a Wall Street, impieghi, con il vento contro, una cinquantina di minuti. Ora so che tra lo Zoo del Bronx e i Giardini Botanici di New York ci sono non più di dieci minuti di pedalata. E che Van Cortland Park, il capolinea della metro 1 sulla 242esima, è un parco talmente grande, talmente all’altezza del fratello ricco Central Park, da sembrare uno stato verde all’interno di New York City. So anche che farsi dalla 242esima alla 150esima — casa — fa più impressione a dirlo che a pedalarlo.

La bici permette anche l’accesso a spettacoli a dir poco “coloriti”. Ieri passando sulla mia amata Riverside Drive, che è tutta fiancheggiata da giardini e panchine, ho visto un giapponese portare a spasso, al guinzaglio, una testuggine. Non le tartarughe da giardino grandi come una noce di cocco, di cui per altro sono pieni i laghi di Central Park (vedasi Frunyc). Una testuggine vera e propria, grande come… come….be’ come una testuggine da passeggio. Una quindicina di kg, guscio incluso. E mi è tornato in mente quello che mi ha detto, qualche giorno fa, un newyorkese. A NYC trovi tutto. Nel bene e nel male. Sei un cannibale che vuol pasteggiare a carne umana? Qui trovi l’associazione che si prende cura dei tuoi bisogni.
Sei un amante dei carapaci? Qui trovi il passante con il carapace al posto di Fido.
A ogni modo, la domanda che ancora mi tormenta è. Ma il guinzaglio??

E comunque, tornando alla bici — e poi chiudo. Ci sono due contesti. Quello urbano e quello extraurbano. In quello urbano che vi ho descritto poc’anzi, è il Far West, la giungla, e vale il principio del vale-tutto, à la guerre comme à la guerre. Sulla ciclabile vera e propria, invece, tra gli altri tuoi simili, le regole si rispettano manco fossimo in Liechtenstein. Tutti disciplinati, tutti rispettosi. Insomma, bisogna adattarsi all’ambiente e al suo variare. E in ogni caso, ogni volta che dietro di me sento una sirena della polizia, rea come sono di aver combinato qualche scelleratezza, sudo freddo e penso, ecco, ora mi fermano. Guantanamo.

Questa settimana volevo raccontarvi di Governors Island, ma deve aspettare. Questa è stata la settimana dell’eclisse solare. Ed ha la precedenza perché non è che mi succeda proprio tutti i mesi, un’eclissi solare a New York City.
La mattina di mercoledì, mi ricordano dalla vecchia Europa che è il giorno dell’eclissi.
Shoot, come posso averlo scordato? Posso. Ma rimedio. Scopro che l’Hotel Americano, a Chelsea, ha organizzato il “Solar Eclipse Poolside Viewing Party” sul rooftop dell’albergo, a bordo piscine — lo scrivono in francese sull’invito, del resto fa sooo classy. Free admission with RSVP. Perfetto. Faccio RSVP. Infilo il trikini — si tratta pur sempre de la piscine di un rooftop a Chelsea — e infilo naturalmente la bicicletta. Arrivo a destinazione e l’Event Manager, un gay allo stato brado, si profonde in apologies: purtroppo il rooftop è overbooked e non possono ospitare tutti gli ospiti che hanno prenotato.
Stando a NYC ho imparato che questi incidenti di percorso capitano spessissimo — devi dribblare gli ostacoli, come in bici — quindi è sempre bene avere un Piano B, o qualcosa che gli somigli, con cui mettere una pezza al naufragio del Piano A. Un altro posto consigliato dal NY Times per godere di una visuale rialzata e libera è la High Line. E la High Line è a un passo dall’Hotel Americano. Quindi, High Line sia.

Lì trovo personaggi preparatissimi. Un bro con una lunga treccia grigia si è portato da casa il telescopio, e invita i passanti a guardarci dentro. Si scusa perché la lente ha due piccoli puntini nella parte bassa. Io me lo abbraccerei — altruismo e premura sono una coppia più unica che rara. Io sto lì una decina di minuti, profondendomi in ringraziamenti: lo spettacolo è davvero unico. Poi però mi spingo oltre, e poco più in là del punto in cui stanno costruendo l’ultimo edificio della compianta Zaha Hadid, ecco che trovo una folla di newyorkesi armati di occhialini — i “Get Eclipsed” — e alcuni appassionati ingegnosi, che hanno seguito le istruzioni in internet: prendi una scatola (di cereali, scarpe, any box), trattala male (!), forala in un determinato punto, mettici della carta stagnola qui e dello scotch là, et sei a posto, ti vedi l’eclisse senza bisogno di occhialini — per altro sold-out in tutta la contea. Incredibile come funzioni.

Dell’evento mi è piaciuta la condivisione. Tutti si prestavano gli occhialini, le scatole dei Cheerios per l’occasione trasformate in attrezzatura astronomica. Un “Oh my God” dietro l’altro, e tutti assai insoddisfatti della resa deludente delle fotografie: l’eclissi non è per nulla fotogenica.
Ho scordato in fretta la potenziale eclissi posh della piscine sul rooftop e mi sono goduta quella plebea sulla High Line. Marx annuisce soddisfatto.

L’eclissi fa qualcosa al mondo. E’ vero che si alza uno strano vento. Ed è vero che quella penombra insolita nel primo pomeriggio di un giorno di agosto si porta con sé come uno stato di sospensione. O di ritorno al passato, che magari poi è futuro. Il presente si congela, si prende una pausa per una manciata di minuti. Tu te ne stai lì, ad aleggiare in quel non-tempo da pura science-fiction. E ti chiede se finirà, oppure se continuerà in eterno, costringendoci in una parentesi temporale non chiudibile.
Io sulla High Line da qui a l’eternità — non male, come prospettiva, direi.

Questa settimana, Fellows, ho visto troppi film per poterne scegliere uno. Il Metrograph, una sala super artsy tra il Lower East Side e Chinatown, mi ha offerto una retrospettiva su Antonioni. Quindi “Le amiche”, “Deserto rosso”, “Zabriskie Point” e “L’avventura”. Poi “Crown Heights” in spiaggia a Coney Island. Poi “Southside with you” al Frederick Douglass Playground dell’Upper West Side. E vi dovrò parlare anche, prima o poi, di cosa sia l’esperienza delle proiezioni all’aperto qui, per altro tutte gratuite.

Sarei tentata di osare un pippone su Antonioni. Ho dovuto trasferirmi a NYC per vedere i suoi film. In Italia le retrospettive sui maestri del cinema italiano si organizzano nei Festival/Mostre del Cinema, ma è rarissimo trovarle in sala. Uno stato delle cose che è un sacrilegio, se pensate alla grandezza di Antonioni.
Ho profondamente amato “Deserto rosso”. La storia di una donna alienata, persa nel labirinto della sua depressione, e intrappolata in un mondo industrializzato, asettico, rumoroso e fastidioso: una specie di ergastolo per ogni sensibilità non omologabile. Allo stesso modo ho amato “L’avventura”, una storia da cui esce una visione implacabile della società degli anni ’60. Vuota, immorale, annoiata, incapace di qualsiasi sentimento autentico, se non forse, alla fine, del perdono.
Monica Vitti non è mai stata cantata abbastanza per le sue doti. In “Deserto rosso” avrebbe meritato qualsiasi statuetta, nastro, palma, leone, tutti i premi di questo cine-mondo. La adoro profondamente, sin dai tempi de “La ragazza con la pistola”.

Ma Let’s Movie si prefigge di parlare di film nuovi, quindi vi dico qualcosa di “Crown Heights” di Matt Ruskin, vincitore del Sundance di quest’anno.
Il film racconta la vera storia di Colin Warner, un ventenne afroamericano, accusato, nel 1980, di aver commesso un omicidio che non commise. C’era bisogno di un capro espiatorio, di un nome. E quel nome fu, malauguratamente, il suo. Nei primi anni di galera — ne sconterà venti — Colin cerca di trovare una soluzione legale, ma tutti i ricorsi in appello vengono sistematicamente bocciati. Il capro espiatorio deve espiare. E’ il suo fedelissimo amico d’infanzia, Carl King, a non perdere la speranza: investe vita e risparmi nel tentativo di dimostrare l’innocenza di Colin. Alla fine, aiutato da un avvocato illuminato, ci riuscirà. Ma questa vittoria ha il sapore amaro di una giustizia fallace come quella americana che non solo lascia i suoi figli a marcire, nel fiore degli anni, dietro le sbarre, ma che dietro le sbarre ce li vuole proprio, se sono figli neri.
Storie come queste ne abbiamo già viste al cinema, purtroppo, quindi non c’è nulla d’inesplorato. Se non Crown Heights. Crown Heights è un piccolo quartiere di Brooklyn abitato soprattutto da afroamericani di discendenza caraibica, come Colin, originario di Trinidad. Cinematograficamente, il quartiere è rappresentato in maniera neutra, distaccata. Lo stesso vale per la regia. Pulita, asciutta, ai limiti dello scarno. Ruskin non vuole far piangere il pubblico. Vuole farlo riflettere, ed eventualmente, agire affinché tragedie come questa non si ripetano — ma tanto si ripetono…
Come altro vuoi chiamarli, 20 anni di galera da innocente? Tragedie.
C’è qualcosa che non mi torna completamente del film, a tratti troppo documentaristico. Forse, anche, l’interpretazione incolore del protagonista. Ricordo cos’era stato Denzel Washington in “Hurricane”, e be’, il paragone non è nemmeno ipotizzabile.

Ho chiesto al produttore, presente sulla spiaggia di Coney Island a fine proiezione, se il film verrà distribuito in Europa, in Italia — sì, ho visto il film spaparanzata in spiaggia, con il mare a sorvegliare noi del pubblico…non so cosa si possa volere di più della combinazione mare + cine, onestamente. Lui ha confermato, quindi lo potrete trovare in sala nei prossimi mesi. Andateci con un amico che ha una visione fiabesca di New York City. E fategli vedere che New York City sono anche periferie semideserte, ripicche tra bande, e gente che stenta molto a tirare a fine mese — “to make ends meet”, come si dice da queste parti. Penso che ogni tanto in Italia si dimentichi quanto sia difficile qui, specie in certi quartieri. Certo, se poi si aggiungono le innamorate urbane che sviolinano di domenica in domenica… Prometto di essere più obbiettiva, Moviers. Lo faccio anche per lei, il mio amore. NYC.

Per farmi del male sono andata a vedere “Southside with you” di Richard Tanne, anche questo presentato al Sundance — anche questo visto all’aperto. Il film è ambientato in un giorno: il giorno del primo appuntamento di due giovani. Barack Obama e Michelle Robinson.
Ok, ammetto che il film sfiora il televisivo e il didascalico in certi punti. Ciononostante, vedere questi due che poi diventeranno POTUS and FLOTUS — President Of The United States e First Lady, caso mai stiate annaspando in cerca del significato — be’, ti tocca. Hanno trovato quest’attore, Parker Sawyers, che somiglia a Barack da giovane in maniera impressionante. Nelle gestualità, nel modo di parlare.
L’episodio del loro primo appuntamento è stato reso pubblico sia da Barack che da Michelle, quindi, nulla di scandalistico. Il film si prende alcune libertà, ma sostanzialmente è fedele alle loro versioni.
Vi racconto solo un aneddoto, vero, molto gustoso. E questa è storia.
Durante l’appuntamento, Barack apprende che Michelle è golosa di gelato al cioccolato.
A fine serata, dopo una schermaglia — due caratterini, i due… — lui entra in una gelateria e le compra un cono di gelato al cioccolato, a mo’ di trattato di pace.
Poi i due si baciano.
Una giornalista, anni dopo chiederà a Mr President Obama. “And how was it?”
Mr President Obama, con tutta la capacità di oggettività, sintesi, evocazione, metafora con cui ha confezionato fior fiore di discorsi, risponde: “It tasted like chocolate”.
Michelle ha appena mangiato quel gelato, quindi la risposta appare quasi un truismo. Ma pensateci bene. Michelle è nera. Michelle è dolce. Michelle è quella che gli fa girare la testa. Quale migliore risposta? Oggettiva e allegorica allo stesso tempo.
Abbiamo avuto otto anni un tipo così come Presidente. E adesso, adesso… Ora capite perché ho detto che sono andata a vedere il film per farmi male…
Per fortuna ci sono quei cervelli burloni del New Yorker. Leggete i possibili slogan della prossima campagna elettorale di Donald. Il mio preferito “I’m the President, So You’re All Losers”, “Building a Bridge to the Nineteenth Century” e “She’s Running Again, Right?” 🙂

Ok Moviers, stasera è davvero tutto. Mi sono dilungata quel tanto che basta per rendermi detestevole ai vostri occhi. Ma poi voi, buoni buoni che siete, attingete al potere da Movier, e mi perdonate 😉

Ah Fellows, non ci crederete, ma ho raggiunto il limite massimo di foto da inserire in un Album di Google. Questo non è un problema — fa solo molto ridere. Basta crearne un altro. Da oggi, parte ufficialmente il Frunyc II.
Con la foto “Lupin III e Zenigata”…. 😉

Grazie tante dell’ascolto, e saluti, stasera, famelicamente cinematografici.

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