Posts made in settembre, 2017

LET’S MOVIE 340 da NYC – massacra “IT” di Andrès Muschietti

LET’S MOVIE 340 da NYC – massacra “IT” di Andrès Muschietti

Fashion Fellows,

Succede prima o poi nella vita di ciascuno, quell’evento che ti fa dire, sì, doveva succedere prima o poi.
Non sapevo né quando né come, i contorni che avrebbe assunto, né l’indirizzo in cui avrebbe avuto luogo. Ma tra le infinite cose che non so, questa, la sapevo.
L’indirizzo è quello del Pierre Hotel, struttura non propriamente low-budget dell’Upper East Side, a otto passi da Central Park.
La forma è quella del First Ladies Luncheon per Fashion 4 Development. Ovvero quando le Nazioni Unite incontrano la moda. E quando le Nazioni Unite incontrano la moda c’è da perdere la testa perché si fondono alti principi — i Commissariati ONU, dopotutto, sono sempre Alti —  insieme a raccolta fondi, insieme a iniziative benefiche, insieme a glamour — tanto, tantissimo glamour — insieme a bellezze di una bellezza illogica, insieme a macchine organizza-eventi che riescono a mettere insieme stampa, first ladies, ex-modelle, modelle Co.Co.Co, first ladies che si credono modelle, Ufficiali ONU trasformati in imprenditori illuminati, stilisti, editori.
Tutto questo in un semplicissimo martedì di settembre. Dalle 11 am alle 2:30 pm. Con la città fuori blindata perché, mentre al Pierre Hotel si sta tenendo l’evento più ethic-cool dell’anno, in cui si parla di moda equo-sostenibile — e il bello è che alla chiacchiere fanno seguito i fatti — Donald è alle Nazioni Unite a illustrare la sua “linea” in politica estera, soprattutto nei riguardi della Corea del Nord, paese a lui completamente sconosciuto fino a poche ore prima, quando un nordcoreano con una messaimpiega ben più temeraria della sua — ma con lo stesso vuoto cosmico sotto la messaimpiega — ha avuto l’ardire di dargli del “demente”.
La macchina organizzativa del First Ladies Luncheon era talmente in ansia per questa questione delle strade bloccate e dei ritardi che si sarebbero potuti creare nel raggiungere l’Hotel, che ha comunicato a noi invitati che, qualora avessimo preso la 61esima tra la Quinta e la Madison, chiusa al traffico, avremmo potuto dire al cop di turno che ci stavamo dirigendo al Fashion 4 Development First Ladies Luncheon, e il cop ci avrebbe lasciato passare.
Quando anche la polizia è dalla tua parte, vuol dire che son cose grosse. Peccato che io, rientrando nella categoria metropolitana — che sta per “pendolare-in-metropolitana” — non abbia potuto beneficiare dell’abuso di potere conferitomi. Sarà per il Luncheon dell’anno prossimo. 🙂
L’evento si inseriva nella 72esima sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che fa il punto sui progressi nel cambiamento sociale a supporto degli Obbiettivi dello Sviluppo Sostenibile dell’ONU attraverso la sinergia tra diplomazia e moda. Ma perché il “Pranzo per le First Ladies”? Perché le mogli dei funzionari dell’ONU sono tutte impegnate in azioni benefiche, tra cui figura anche quella di Fashion 4 Development, un’iniziativa molto nobile che incentiva la crescita sostenibile della moda e che è supportata da grossissimi nomi della moda stessa.
Una delle più grandi supporter era Franca Sozzani, compianta Capo Editor di Vogue Italia, che spero ci guardi da qualche parte e ci protegga sempre dal cattivo gusto. E questo evento, oltre a celebrare i nobili valori di Fashion 4 Development, è stato tutt’un tributo a Franca — che, se volete il mio parare, era due spanne più avanti rispetto ad Anna Wintour, nostra Signora di Vogue America.

Non ve la voglio fare troppo lunga. Anzi sì, ve la voglio fare lunga (!) perché prima del Lunch, c’è il red carpet — per l’occasione green, vista la sostenibilità tanto sostenuta — e prima del red/green carpet c’è il cocktail, e durante il cocktail ci sono io che mi ritrovo a intervistare Beatrice Borromeo Casiraghi (!) e poi sempre io che mi ritrovo ad essere sfiorata da Naomi Campbell.
Sì, Naomi, LA Naomi. E il momento è stato mistico. Ho capito in quell’istante che esistono degli esseri che un qualche dio dall’animo buono ha lasciato cadere sulla terra per pura bontà d’animo. Ma prima li ha mandati a stringere un patto con il diavolo, per pura meschinità divina. Così questi esseri dal DNA griffato Dorian Gray, mantengono la loro bellezza inalterata per centinaia d’anni e rimarranno per sempre tali e quali e senza ricorrere al botox — che negli zigomi delle First Ladies, Moviers, scorreva copioso come le acque nel Rio Lobo.
Naturalmente sono rarissimi, questi esseri. E uno di questi è Naomi Campbell.
Gli occhi sono tra il viola e il verde, ma pare siano lenti a contatto, chissà. Sta di fatto che quello che mi ha colpito sopra ogni cosa, mentre il suo corpo passava accanto al mio, è stata la pelle del viso. Non una ruga d’espressione. Non un’imperfezione. E sapete, Goddess Campbell non è più proprio al liceo: ha compiuto 47 anni. Ma la pelle è quella di una liceale. Il corpo ha perso certe asperità della gioventù — francamente non so se il corpo di Naomi sia mai stato aspro, nemmeno all’età di dieci anni, ma si dice sempre così. Ora è una donnona, una Giunone. E non dico che sorride celestiale come una specie di Madonna per non mettere insieme troppe divinità.

Finisco la mia intervista alla Borromeo. E fatemi dire. Lei è nobile di nascita, sposata con un super nobile tipo Pierre Casiraghi della stirpe monacò. Potrebbe benissimo starsene a dormire sugli allori di Montecarlo preoccupandosi, al limite, di scegliere la tappezzeria della plancia del Pasha III. E nessuno gliene farebbe una colpa, anzi, si complimenterebbero tutti con lei per la tinta scelta. E invece no. Questo giunco di figliola dalla faccia d’angelo e dal temperamento Fallaci, gira un documentario sulla condizione drammatica in cui vivono i bambini a Caivano. Per dimostrare che le violazioni dei diritti civili non avvengono solo nel terzo/quarto mondo, ma anche a 14 km da Napoli, e per dire che in Italia “il sistema protegge sempre il sistema”.
Ebbrava Beatrice.

Dopo l’intervista, e dopo essere stata sfiorata dalla divina — e immagino, per un istante, che al suo sacro passare, il mio mignolo guarirà de tutto e mi spunteranno anche sette magnifici centimetri così da poter raggiungere il metro e 77 — scorgo movimento intorno a quella che chiamano Great Ball Room, una stanza blindata da guardie del corpo, personale dell’hotel, vigilanza varia. Lì sta per svolgersi il luncheon, e la premiazione di tutte queste personalità. Lo show, insomma.
Guardo il mio polso, a cui manca il bracciale che dà accesso al Luncheon. Okay, festa dei plebei finita, mi dico, mentre di là dalle porte, i patrizi cominciano il party. Poi però penso che sono lì per raccontare tutto ciò — e questa è la versione ufficiale — quindi devo PER FORZA avere diritto al braccialetto e alla Great Ball Room. Un diritto inalienabile, I’d say. E infatti ce l’ho. E come per magia etica, compare, intorno al mio polso, il bracciale rosso che pochi minuti prima avevo visto intorno al quello di Beatrice.
E allora entro. In mezzo ai tavoli rotondi imbanditi da matrimonio, vedo spuntare lei. La passerella.
Prendo posto al mio tavolo, circondata da first ladies discretamente sorridenti, impegnatissime a scattare, twittattare, far tutto con il cellulare. E io ascolto tutti i discorsi. Diane Von Furstenberg, Naomi Campbell, Iman, Afef, Beatrice (ormai è Beatrice), e altre donne che hanno dedicato la vita a cercare di cambiare in meglio il destino delle donne, come Precious Moloi-Motsepe. Passano due videomessaggi di due donne che avrebbero dovuto essere presenti ma che non hanno potuto.
Due qualunque.
Alicia Keys e Donna Karan.
E io ascolto. Ascolto. E prendo anche degli appunti. Ma la mia mente corre a quel momento. Quello che sai che prima o poi succederà.
Ed è sul punto di succedere.
E succede. Io davanti a una sfilata.
Finiti i premi e i discorsi, la presidentessa è lieta di comunicarci che Elie Saab ha scelto dei capi dalla collezione autunno-inverno 2017-18 che sfileranno per noi.
Ed eccoli i capi Eli Saab dalla collezione autunno-inverno 2017-18 apposta per noi. Un trionfo di trasparenze, voile, gli immancabili contrasti con borchie, pelle, Svaroswsky. Musica da sfilata. Modelle incazzate e magrissime, come tradizione vuole. E un cappotto blu ciano che, è evidente, Eli Saab ha disegnato per me. 🙂
Tutto questo doveva succedere prima o poi. Carrie Bradshaw. Per 3 ore.
Ma come Carrie Bradshaw insegnava — quella della serie televisiva, i film lasciamoli perdere — c’è sempre qualcosa che non va e che sdrammatizza tutto.
Esco fuori credendo di trovare il cielo terso che mi aveva accompagnato al mattino. E invece, monsone estivo —qui siamo in piena estate, con giornate fra i 30 e i 35 gradi, l’autunno può aspettare.
Abbasso lo sguardo sulle mie Rem Koolhaas rosse. Coraggio ragazze, un po’ di pioggia non ha mai ucciso nessuno, mento. E sotto un ombrellino di nulla, con la gift bag piena di velina e gift che fanno la felicità di ogni donna da che mondo è mondo, Nilde Iotti e Angela Merkel comprese, mi butto nel monsone, pensando che prima o poi avrebbe dovuto succedere.

E corro non già verso casa ma verso sabato, ieri, all’incontro con cinque giganti della poesia internazionale, alla Poets House. Uno in particolare Raul Zurita. Dietro di lui scorgo chiaramente Pablo Neruda.
Alla fine dell’incontro, combattuta se andare a rendere grazie a un gigante o liquidarmi nel nulla, faccio vincere l’incoscienza e vado da lui perché quello che ho sentito non sarà mai scordato dalla mia memoria uditiva, e lo devo ringraziare per questo dono dal valore incalcolabile. El Canto a su amor desaparecido. Fatemi un piacere, ascoltatela tutta, fino alla fine, anche se non parlate spagnolo.
Raul ha la gobba e cammina a stento. Non parla inglese e io non parlo spagnolo. In un italiano che pare una sangria gli dico che sono italiana, e lo ringrazio.
Non servono le parole.
Mi stringe la mano e non la lascia più.
Rimaniamo così per un tempo lunghissimo, ma mai abbastanza.
Negli occhi dei poeti vecchi vedi tutto. L’acqua sporca delle fogne, il mare grosso di novembre e i grani di sale sfuggiti alle lacrime. Vedi tutto, negli occhi dei poeti vecchi.
Non riuscirò mai a scordare le onde della sua poesia. La scala di dolore che sale e scende pronunciando “Pegado, pegado a las rocas, al mar y a las montañas”.
E anche questo, doveva succedere.
Naomi e Raul. Bellezze diverse.
Due volte nell’Olimpo questa settimana.

Per consistency con la mia giornata fashion, avrei dovuto andare a vedere “Manolo: the Boy Who Made Shoes for Lizards”, il biopic su Manolo— Blanhik of course — il ragazzo che faceva le scarpe per le lucertole. Ma poi mi sono lasciata prendere dal sentimentale. Volevo vedere cosa combina questo tale Andrés Muschietti — ma chi è, Andrés Muschietti?? — con “It”.
A “It” mi lega un controverso sentimento di odio e amore. Nel 1990, la miniserie in due episodi che uscì in TV contribuì a farmi guardare le lenzuola stese in giardino in modo diverso e tremebondo, e a stare alla larga, molto alla larga, dai canali di scolo, dalle barchette di carta e dai circhi. Perché non è che vai a cercare Pennywise proprio a casa sua.

La trama immagino la sappiate: Pennywise è uno spirito malvagio antichissimo che assume le sembianze delle paure dei bambini del paese di Derry, e se ne nutre ogni 27 anni, quando si sveglia dal suo letargo.
Un gruppo di ragazzi del paese, i cosidetti “Losers”, ciascuno con la sua bella fobia al seguito, uniscono le forze per combattere il clown e liberarsi, al contempo, delle loro paure. La trama è tutta qui. Come ogni horror che si rispetti, gli ingredienti sono pochi e devono essere di qualità — chef King sa come cucinarsi i lettori, lo sappiamo.
Il regista che si cimenta nella resa di un horror che ha fatto la storia della paura degli anni ’90 — pensate a “Misery non deve morire” — non può assolutamente permettersi di ridurre la complessità del personaggio di “It” dentro un pagliaccio con la faccia da chipmuck. Il regista di un film del genere deve prima leggersi e guardarsi tutto Hitchcock, tutta l’opera omnia, scritta e filmata, dalla prima riga all’ultima scena. Il segreto, per Alfred, era terrorizzare lo spettatore non usando il buio e i luoghi paurosi, bensì la luce e le situazioni comuni. Perché la miniserie — specie la prima puntata, la seconda è assai ridicola — ci aveva terrorizzato tanto? Perché Pennywise appariva in pieno giorno fra le lenzuola stese in cortile — quelle che non sarebbero MAI più state le stesse, mannaggia. Non c’era bisogno di mostrare arti strappati, bocche con dentature da pescecane e occhi spiritati platealmente al computer. Il regista di un horror così deve creare l’angoscia, perché è delle angosce di ognuno di noi che sta parlando. Siamo noi, i protagonisti del film, non i sei ragazzini. Siamo noi, i losers che devono superare le proprie paure — nello specifico, quella di Pennywise, ma più in generale, le paure tutte. Muschietti invece si preoccupa solo del colpo di scena. E così, in base al principio per il quale quando cerchi una cosa non la trovi mai, così Muschietti non trova mai il colpo di scena. Urla “al lupo! Al lupo!” troppe volte per attirare la nostra attenzione. E già dopo il quarto minuto, speri in una svolta, perché se tutto il film è così, allora, oh my God, let me get out of here…

E’ un film pornografico, nel senso che ti svela tutto, ti dice e pre-dice tutto. Quando Georgie, il fratellino di Ben, uno dei “loser”, si avvicina al canale di scolo, e dentro c’è It, lo spettatore non dovrebbe vedere It che strappa il braccio di Georgie e Georgie che arranca, senza braccio, per la strada. Perché allora sconfiniamo in un banalissimo gore. Non devo vedere. Se vedo, tutto si spiega — per quanto sia un tutto orroroso. Ma è l’inspiegato, ciò che non si comprende, che innesca la strizza. E questo Kubrick e Lynch lo sanno alla perfezione. Se vuoi mostrarmi tutto, allora, perdi la parte irrazionale, inconscia, di me, che è proprio la parte in cui sbocciano e lussureggiano — lussureggiano?? — le paure.
Non c’è una sola cosa che funzioni. Questo “It” sembra uno di quei filmetti che mandavano in seconda serata su Italia Uno, l’estate. La paura che qualche zanzara vi stia ronzando nel soggiorno, supera di gran lunga quella suscitata dal film. Uno “Stand by me” in cui l’unico vero orrore scaturisce dal fatto che non c’è nessun River Phoenix da ammirare.
A questo punto rivaluto di gran lunga l’“It” del 1990, persino la parte che mi aveva fatto ridere, quella in cui It assume le forme di un ragno. Lì se non altro It sembra un vero clown, non l’ennesimo personaggio fuoriuscito da un videogioco dell’horror.
Se mi chiedete perché il film stia avendo così tanto successo qui, non ve lo so dire. Forse l’idea di tornare al passato è più appealing del film stesso. Ma è un vero peccato. Il tema del male che non muore ma che sistematicamente ritorna, la paura che non si sconfigge mai veramente del tutto, ma che ti aspetta sempre, acquattata nell’angolo. Sono delle idee universali e lunga vita a King per averci scritto sopra un romanzo fiume come “It”. Ma senza una vera riflessione su come trasferire tutto ciò in chiave cinematografica, non possiamo sperare — Muschietti non può sperare — di raggiungere alcunché.

E dopo questo bel massacro, Moviers, è tutto. 🙂
Frunyc II aggiornato, ringraziamenti sentiti, e saluti, stasera, divinamente cinematografici.

Let’s Movie
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LET’S MOVIE 339 da NYC – commenta “MOTHER!” di Darren Aronofsky

LET’S MOVIE 339 da NYC – commenta “MOTHER!” di Darren Aronofsky

Mercoledì Moviers

è stato da leoni. Niente devastazioni anfetaminiche o trip nei territori di Las Vegas — lo scudo termico ci protegga dalla Strip. I miei leoni sono stati liberati a seguito di un’iniziativa tutta newyorkese che farebbe impazzire il più williamwallace degli scozzesi, il più trota dei padani. “One Film One New York”. Sentite cosa si sono inventati, all’Ufficio Media Entartainment del Sindaco de Blasio in questa città baciata da Batman. Ve lo spiego tutta d’un fiato.
Cinque film con New York per protagonista, proiettati durante il mese di agosto nei parchi della città, i newyorkesi chiamati a votare il migliore dei cinque, e il film decretato vincitore, proiettato gratuitamente il 13 settembre in sync nei cinque borough della città, sia all’aperto sia nelle maggiori sale cinematografiche indipendenti.
La cinquina dei film, scelta  da due critici cineamtografici del NY Times, comprendeva Crooklyn di Spike Lee (1994), Un giorno a New York (On the Town), di Gene Kelly e Stanley Donen (1949), New York, New York di Martin Scorsese (1977), Cercasi Susan disperatamente (Desperately Seeking Susan) di Susan Seidelman (1985) e Il banchetto di nozze (The Wedding Banquet), di Ang Lee (1993). Il 6 settembre scorso l’annuncio del film vincitore…
And the winner was… “Crooklyn”, by Spike Lee!

Quanto ai parchi della città usati a mo’ di cinema all’aperto, sono talmente tanti e talmente ovunque che non basterebbero tutti i giorni da giugno a ottobre (compresi) per passarli tutti. Dal Bronx, a Central Park, da Brooklyn a Coney Island, dal Queens a Staten Island. Le location oltre ai parchi pubblici e ai parco giochi (o parchi gioco??) includono anche rooftop di bar, rooftop di centri culturali, rooftop abbandonati e okkupati. Insomma rooftop. Oppure gli scalini antistanti alla Columbia. Oppure i Chelsea Piers. Oppure i Brooklyn Piers, con il po’ po’ della skyline di Manhattan a far da sfondo. Ogni location è buona. Ovviamente tutto gratuito. I film possono essere recentissimi oppure classici. Bianco e nero o technicolor, cartoni animati o muti. Da “Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi” a “Il conformista”. La proiezione comincia all’imbrunire, verso le 7:30 pm, e i newyorkesi arrivano, prendono il posto, stendono la coperta, aprono il cestino con i viveri — che rimanere due ore senza mettere qualcosa sotto i denti, si sa, potrebbe portare all’estinzione della specie — e si preparano alla visione.
L’esperienza a Bryant Park è particolarmente spettacolare e non solo perché allestiscono un palco vero e proprio e perché siete delimitati sul davanti dalla Sesta Avenue e dietro dalla New York Public Library, e per me già questo basterebbe-e-avanzerebbe. Ma perché hanno istallato due enormi fari sui due grattacieli davanti al parco, puntandoli sul parco, e rimangono accesi fino al momento del “play”. Nel momento in cui fanno play, i due grossi riflettori vengono spenti. L’effetto è strabiliante. Di colpo ti crolla il buio addosso, anche se il cielo ti direbbe che non è ancora propriamente sera. E ti senti dentro una sala cinematografica. Ma sei all’aperto, tra la Sesta Avenue e la New York Public Library, Times Square a due passi.

Tornando a “One Film One New York”, cosa può esserci di più elettrizzante di vedere un film su NYC in sync con tutta NYC? E’ una specie di Lez Muvi, ma senza la dittatura del Board! 🙂
E quanto alla location in cui andare a vedere il film vincitore, non c’era che l’imbarazzo della scelta. il BAM Rose Cinema a Brooklyn, il QUAD Cinema di recente riapertura nel Greenwich Village, il Nitehawk di Williamsburg o ancora il Simphony Space nell’Upper West Side. La scelta è caduta sulla Film Society del Lincoln Center, presso il Walter Reade Theater.
Per un unico motivo.
Mister Shelton Jackon “Spike” Lee in persona a introdurre il film.

La vita di ciascuno è costellata di sogni ad occhi aperti, che sono poi le gocce che vanno a riempire la bucket list di ciascuno. Nella mia, da sempre, Spike Lee. Già sapere di vivere nella sua New York, è un bell’achievement di per sé, ma certo vederlo da qualche parte…
Perché Spike Lee? Perché il suo cinema ha scritto una pagina del cinema, nero su bianco — il doppio senso non è casuale. “He got game”, “Jungle Fever”, “Clockers”, sono film visti intorno ai 20 anni, che mi hanno sventrato il cervello.
Il cervello è una fila di pareti, una dietro l’altra, tirate su a furia di modelli imposti, ambiente sociale e famigliare, pregiudizi scambiati sin dall’infanzia con la stessa foga delle figurine Panini. Poi un giorno apri un libro, vedi un film, conosci una persona e babum, giù una parte. Babum, giù un’altra.
Aria. Spazio. Big picture.
Per me, sapere che Mister Shelton Jackon “Spike” Lee in persona sarebbe stato al Walter Reade Theater alle 6 pm del 13 settembre, è stato più che sufficiente a farmi fare due cose che tendo sempre a evitare di fare: arrivare in anticipo al cine e mettermi in fila — questa mia seconda deficienza mi costerà il visto, prima o poi, lo so.
Alle 5:04 pm avevo già davanti a me una cinquantina di persone.
Ma io ero la cinquantunesima. Un biglietto è mio.

E come promesso, Mr Lee arriva. Con la sua tenuta d’ordinanza. Giubbino di jeans con una X enorme sulla schiena — e non posso non pensare al suo Malcolm, che valse a Denzel Washington l’Orso d’Argento a Berlino, ma non certo l’Oscar, Jim Crow is always alive, dopotutto — sneakers da basketballer, una quantità di stemmi e marchi ovunque, occhiali cerchiati di arancio e l’immancabile cappellino con visiera.
Sembra un teenager. Ma l’anagrafe mi ricorda che proprio quest’anno ha compiuto sessant’anni.

Una volta che gli passano il microfono si percepisce chiaramente che il pubblico è rapito dalla sua presenza. Parla subito di Crooklyn, la cui sceneggiatura fu il frutto di una scrittura collettiva con i fratelli e la sorella. È la storia della sua famiglia quando Spike era un bambino, e viveva con i genitori, i quattro fratelli e la sorella a Fort Greene, Brooklyn.
“Il quartiere è cambiato radicalmente. Ora la nostra gente, neri e portoricani, è costretta ad andarsene per via della gentrificazione”, e, aggiunge, con ironia affatto velata, “Mai vista tanta polizia in vita mia… E ora, guarda caso, le scuole si sono messe a funzionare…”.
Incalzato dal critico del NY Times che lo intervista, Spike racconta qualche aneddoto sugli zii “down South”, ovvero in Alabama. “Una volta andai giù al sud a trovarli. Portavo i capelli afro all’epoca. Non feci nemmeno in tempo ad arrivare, che mi spedirono dritto dal barbiere, un nazista di un nero che mi rapò la testa ai lati, lasciandomi, per ricordo, una cresta da punk…”.
La sala è piena, il pubblico ride, si diverte. Ma è ora del film, e Spike prima di andarsene confessa che è diretto alla location di Fort Greene — a salutare la sua gente, my folks. Al Fort Greene Park non sanno che arriverà nientepopodimeoche Shelton Jackon “Spike” Lee in carne e ossa ad augurare loro buon film. Ve l’immaginate l’accoglienza che avrà ricevuto?

Anche se mi piacerebbe parlarvi approfonditamente di “Crooklyn”, di cui consiglio la ricerca — il film è del 1994, e non so se sia stato distribuito in Italia. Ma oggi avete i potenti mezzi di Netflix a cui appoggiarvi, quindi magari lo recuperate. Oppure, se non lo trovate, guardatevi “Bamboozeled”, ma non “Miracolo a Sant’Anna”… anche a Spike capitano le cantonate 😉
Non vi parlo di “Crooklyn” perché giovedì nelle sale newyorkesi è uscito “Mother!”, l’ultimo di Darren Aronofsky. Quello de “Il cigno nero” e “The Wrestler”, per intenderci. Avevo sentito dire che alla Mostra del Cine di Venezia i critici l’avevano fischiato pesantemente alla proiezione per la stampa. Questo non fa che aumentare l’urgenza di vederlo. E sono contenta di averlo fatto: io sono uscita dal Village East Cinema con un livello di adrenalina nel sangue che temo di essere stata fluorescente per tutto il tragitto dal Lower East Side ad Harlem.
Chiariamo subito un paio di punti. E’ un film per pochi. E’ un’allegoria distopica. Quindi non vi aspettate storia lineare, realismo, trama 1+1. Mollate gli ormeggi e lasciatevi andare in questo viaggio per acque scure e sempre più scure fino ad arrivare nella tenebra più profonda, e forse, forse, in fondo, vedere un po’ di luce….nera… So che tutto questo suona apocalittico. Ma “Madre!” ospita una specie di Apocalissi, e in più, già dal titolo — e anche dalla locandina — si capisce subito che il film è attraversato da interferenze bibliche più o meno esplicite.

Una splendida casa in mezzo a un campo di grano non ben precisato. Potrebbe essere l’Arkansas come la Toscana. Lui uno scrittore che ha perso l’ispirazione e lei, moglie devota che lo accudisce e riverisce mentre, nel frattempo, si occupa di ristrutturare la casa — i due non hanno nome, quindi per comodità li chiamerò Jennifer (Lawrence) e Javier (Bardem).
Tutto apparentemente benissimo finché una sera bussa alla porta un individuo che chiede ospitalità. Un presunto ammiratore della poesia di Javier. Di lì a poche ore, lo raggiunge anche la moglie. E tutto, tutto quanto comincia inesorabilmente a crollare.
L’inizio è gemello omozigote dell’inizio di “Funny Games” di Haneke, in cui due ragazzi all’apparenza per bene bussano alla porta di una famiglia veramente per bene e gliene combinano di tutti i colori dell’arcobaleno — film nella mia top ten personale in assoluto.
In “Mother!”, l’invasione della casa da parte di questa coppia, porta alla corruzione dell’equilibrio tra i due protagonisti, di cui tuttavia ne subirà le conseguenze lei, Jennifer, che nel frattempo fa anche delle scoperte inquietanti relative all’amata abitazione da lei definita “il paradiso”.
La strana coppia viene raggiunta dai figli, che, per motivi d’eredità, finiscono in una zuffa furibonda.
Cosa vi ricorda una coppia di genitori che s’introducono in un paradiso e hanno due figli maschi? Due fratelli di cui uno ammazzerà l’altro?
Too easy, dudes. Please help me welcome the Biblicals, Adamo, Eva, Caino e Abele…
Passato tutto questo scompiglio, l’ordine sembra ristabilirsi. Jennifer rimane incinta, Javier ritrova l’ispirazione e compone l’opera d’arte delle opere d’arti. Il parto di lei, tuttavia, coincide con il momento di massimo successo di lui. E qui davvero, Moviers, comincia l’inizio della fine…

“Mother!” dipinge con tinte rosso sangue e nero pece — tenete a mente queste tinte per la primissima scena — la deriva verso cui il mondo di oggi sta andando. La smania di apparire a tutti i costi, di essere riconosciuti, idolatrati che porta all’ipervisibilità attraverso i social e i media, si traduce, per Javier, nella sete di fama che ottiene come poeta. Un poeta-messia che porta il verbo (=la verità) al popolo e che il popolo venera alla stregua di un Dio. Il passo è talmente breve che dall’ammirazione si passa all’esaltazione, e dall’esaltazione al fanatismo, e nel giro di poche scene ci troviamo in un vero e proprio scenario babelico-terroristico. E tutto questo dentro la casa — capite ora l’accoppiata allegoria-distopia.
Parallelamente a questo filone della necessità della società di costruirsi sempre e nuovi idoli, prima da adorare e poi da distruggere, corre anche la riflessione su come funziona la creatività. Javier sembrerebbe creare facendosi ispirare dalle storie che gli arrivano in casa, ovvero prendendo spunto dalla vita, dal mondo. Ma solo alla fine capiamo dove prende la vera ispirazione. La “estrae” dal cuore delle persone — dico proprio in senso letterale… L’artista, ci dice Aronofsky, è colui che ruba l’anima agli esseri umani — quanto di più puro e cristallino e prezioso ci sia in loro — e lo rinchiude nella sua casa. E ogni nuova storia, è come se tutto ricominciasse da capo — dico proprio in senso letterale…

“Mother!” si presta anche a un’altra lettura, forse più cosmogonica, planetaria, eco(il)logica. La casa della coppia è come il pianeta terra che viene invaso in continuazione dall’avidità, dalla prepotenza e dal menefreghismo degli esseri umani, che se ne infischiano della sua salvaguardia, un po’ come tutte le persone che invadono la casa della coppia, e la devastano. Jennifer, la sintesi perfetta del triangolo mariano madre-madrenatura-madonna, cerca di accoglierle e sopportarle, prendendosi cura di loro e mettendo pezze ai guai che combinano, ma a un certo punto, quando le toccano il figlio, scoppia. Diventa una furia devastatrice pronta a incenerire tutto.
Javier, dal canto suo, incarna la sintesi altrettanto perfetta del poeta-messia a cui aggiungiamo il terzo polo: Dio. Un Dio despota e concentrato su stesso, incurante della compagna e disposto a sacrificare il figlio pur di innalzare la sua gloria.
Il linguaggio che Aronosfky ha scelto per raccontarci questo Vecchio Testamento dei giorni nostri riprende le atmosfere verosimili ma distorte de “Il cigno nero”, in cui la realtà, così come siamo abituati a vederla, salta, e una nuova realtà, deformata, prende il suo posto, e ce ne mostra il lato mostruoso.
Lo stesso dicasi per “Mother!”, dove l’abominio più grande — la morte di un figlio — è generato dalle mani del padre.
Ora forse è più chiaro il motivo per cui il film riesce ostico. Chi è disposto a sopportare una lettura così spietata del mondo contemporaneo, della religione, dell’uomo narciso e della donna asservita? Chi non s’infastidisce davanti a scene che svelano un’epica su cui sappiamo benissimo essere imperniato il mondo moderno?
Personalmente, posso considerare la lettura di Aronofsky un tantino troppo apocalittica — ma solo perché sono nel periodo polyanna, in cui i cerbiatti trotterellano nei prati di Central Park e gli uccellini intonano “Amazing grace” quando esco di casa. 🙂 Ma a guardare i fatti, la prospettiva verso cui Aronofsky guarda allo stato delle cose va considerata e mostrata. Così come va apprezzato il suo indubbio talento nel trasferire questa prospettiva in un racconto allegorico più o meno comprensibile/accettabile — la più/meno comprensibilità/accettabilità è legata alla disponibilità del singolo spettatore. Alla sua volontà, anche, di infilare al testa dentro un buco nero e lasciarcela per un paio d’ore.
L’idea della casa verso la quale tutti mancano di rispetto, ma anche della casa-oceano che inghiotte tutto, digerisce, e poi risputa in forme atroci tutta la spazzatura assorbita, dovrebbe farci riflettere in maniera seria su quello che stiamo facendo, e non scagliarci contro “le esagerazioni di Aronofsky”…
Io confido molto in voi, Fellows, sappiatelo. E mi auguro che quando il film uscirà in Italia, vi armiate di buona volontà e andiate a vederlo.
Essere fluorescenti richiede un po’ di lavoro, dopotutto.

Prima di lasciarvi, un’altra goccia nella mia bucket list.
Domani.
Carnegie Hall.
E il mondo si fermò e sorrise.
🙂

Anche per stasera è tutto, my Moviers.
Frunyc al solito posto, ringraziamenti totalizzanti, e saluti, stasera, ferocemente cinematografici.

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LET’S MOVIE 338 from NYC – commenta “NOBODY’S WATCHING”

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Mintrufolo Moviers

alla presentazione di un libro che mi ha solleticato l’immaginazione. “Mean Men. The Perversion of America’s Self-Made Man”, di Mark Lipton.
L’evento si teneva in un posto che mi riesce assai congeniale, la New School. Mai sentita? La New School è un’università che è stata fondata nel 1919 da delle menti fuoriuscite dalla Columbia. Cioè, a queste menti ribelli l’impostazione canonica columbiana stava stretta, quindi hanno preso e dalla 116esima Broadway, dove la Columbia sta spaparanzata in tutto il suo ellenico aspirare, si sono trasferiti nel Greenwich Village, e hanno dato vita a quella che all’epoca si chiamò “University in Exile” — nome assi evocativo. E poi divenne la New School. Progressisti, pacifisti, anti-establishment. Un bel branco di teste calde a capo di un’università.
Ora capite perché mi è congeniale. 🙂
Alla New School hanno studiato le personalità più diverse, da James Baldwin a Marlon Brando, da Tennessee Williams a John Cage, passando per Jack Keruac, Walter Mattau, Jamaica Kincaid e Ben Gazzarra.
Ho appreso e annotato tutti questi dettagli dall’introduzione della Dean prima che lasciasse il microfono all’autore. Qui funziona così: le università si fanno pubblicità anche ricordando ai presenti quale storia hanno passato le sedie su cui poggiano i sederi.
Ma faccio un passo indietro.
Capisco che l’evento ha solleticato l’immaginazione anche a molti newyorkesi sin da internet, dall’RSVP sold-out. Il che avrebbe dovuto farmi desistere. Non ho desistito perché ogni tanto devi sfidare il caso e vedere cosa ti porta. Se rinunci ancor prima di provare è matematico che non riesci.
Detesto la matematica sin dagli insiemi. Quindi vado.
Al desk all’ingresso la 150-ore che mi accoglie, quando le dico che non sono in lista, non mi vede nemmeno. Per lei sono trasparenza, un puro ectoplasma da indirizzare alla “Waiting list”, una fila di miei pari che non ha avuto fortuna con l’RSVP.
Vedo arrivare però quella che immagino essere la responsabile dell’organizzazione dell’evento. Una gran giovane donna. Nel senso proprio dimensionale del termine. Un metro e 80 per un’ottantina di kg buoni.
E qui, Moviers, scatta l’abuso di posizione.
Estraggo il biglietto da visita e con aria sufficiente e svagata, ai limiti del fatalismo sartriano, dico che scrivo per La Voce di New York, capitavo da quelle parti e avrei piacere a seguire l’evento, ma se se ne fa un big deal allora no problem eh, giro i tacchi…
La gran giovane donna è sicuramente una PR, e quando sente la parola “giornalista”, drizza subito le antenne. Suuuuure, flauta (voce del verbo “flautare”). Puoi senz’altro assistere, ma forse ti toccherà rimanere in piedi.
Annuisco comprensiva (!), evitando di guardare la 150-ore per la quale ero una trasparenza, altrimenti non saprei trattenere un sorriso “Sorry, my dear”.

Avrei dovuto capire che l’evento avrebbe solleticato l’immaginazione a molti newyorkesi anche dal dettaglio “Reception”.
Agli americani piace molto mangiare. E i newyorkesi sono americani. Il sillogismo avrebbe dovuto illuminarmi.
C’è un lungo banchetto di wanna-be Italian food che guardo con pietà, e mi va di lusso, trovo posto a sedere.

Mark Lipton è un omino piccolo piccolo con una testa grande grande che guadagna il podio dopo che la Dean ha introdotto la New School e ha chiesto a tutti gli allievi che hanno studiato con lui, Mark, di alzarsi in piedi. Si alzano più di una decina di persone. Dai 30 ai 40 anni. Lui non ne ha più di 60, ma si sa, negli USA puoi cominciare a insegnare molto giovane.
Capisco che Mark è un luminare. Insegna Management alla New School e per anni ha fatto il consulente e il mentore a società, imprese, start-up, think-tanks, no-profit, you name it. Diciamo che ha assistito, e collaborato anche, all’ascesa del modello start-uppiano e al genere di imprenditore che queste realtà hanno plasmato. Ne ha elencato, brillantemente, le caratteristiche: bisogno di controllo, impulsività, diffidenza verso gli altri, sicurezza in se stessi, predisposizione al rischio, bisogno di approvazione, alto tasso di testosterone.
Mark è uno che conosce da vicino questi soggetti, i figli 2.0 del self-made man con cui l’America è cresciuta.
“There is a dark side in this man”, commenta, e ci dice che, in base alle sue ricerche, questo tipo d’imprenditore è affetto da psicopatia, giacché dimostra tutte le caratteristiche dello psicopatico: incapacità di adattarsi, ossessione di controllo, incapacità di provare empatia.
Mark si è chiamato fuori dal sistema Silicon Valley, distaccandosi dalla formazione di questo tipo di modello di imprenditore, incarnato da figure come Steve Jobs, Bill Gates, Lance Armstrong e Dov Charney, e ne supporta la demitizzazione. Sta lavorando alla formazione di un nuovo tipo d’imprenditore “etico”. Attento alla questione sociale, al rapporto umano. E ha elencato come nuovi esempi di “ethic entrepreneurs” dei nomi a me sconosciuti tipo Steve Carr, Paul Graham, Mark Benioff.
Uno dei vantaggi dell’essere qui è quello di fare continui raffronti fra qui e l’Italia. Questo provoca molte inkazzature, ma porta anche a ragionare sul qui e là, su quello che potremmo fare là.
Se chi ha lavorato all’interno di quel mondo imprenditoriale esaltato scrive un libro che addirittura individua in una forma di patologia mentale il comportamento di questi uomini, forse dovremmo considerare di dismetterlo anche noi, quel modello, giusto? Anche perché il mito del self-made man, quello proprio archetipico, è nato qui. Non ha nulla a che fare con noi. Perché, mi chiedo io, c’è la tendenza a mutuare modelli che non ci appartengono? Perché non invertiamo la tendenza PRIMA che la tendenza perverta anche noi?
Quindi, visto che l’Europa, e l’Italia, arrivano sempre dopo, e che, ahimé, siamo nel pieno dell’esaltazione del self-made man tech che, dallo schermo del suo I-pad, costruisce una fortuna su un impero di app-idiozie, forse sarebbe il caso di mettere in discussione questo modello. E di farlo adesso, senza aspettare il solito ritardo accademico che impiegano i fenomeni ad arrivare da NYC all’Italia.
L’unica piccola falla che trovo nell’opera di Lipton sta nel titolo e nello sconfinamento nel soggettivo. Caro Mark, se mi dimostri, eccellentemente come fai, che questi uomini sono malati, chiamali così, “sick men”. Non t’impelagare nel soggettivo di un giudizio di valore come “mean”, che ci riporta sempre alla lotta fra il bene e il male.

Intanto, in Silicon Valley — e in tutta America in realtà — sono in subbuglio per via del DACA, il Deferred Action for Childhood Arrivals. Ne avrete sentito parlare. E’ il programma firmato da Obama nel 2012 a tutela dei “Dreamers”, i giovani arrivati negli USA da bambini, figli di immigrati illegali. Avrete anche sentito che Trump ha deciso di cancellare il programma, ma l’ha fatto sfoggiando una mossa machiavellica che mi ha stupito per la sua meschina finezza politica. Ha passato la patata bollente nelle mani del Congresso, promettendo di vigilare sulla loro decisione. Della serie, se il Congresso non arriva a una risoluzione, ghe-pensi-mi.
Cosa che fa rabbrividire e non solo per il dialetto.
Il DACA ha scosso il paese tanto quanto Harvey la città di Houston, e Irma Caraibi e Keys.
In questi giorni ho cercato di vedere la questione in termini il più oggettivi possibile. Se non usi l’oggettività, e ti lascia andare all’emotività, ti si parano davanti scenari troppo strappacuore: pensate cosa dev’essere crescere in un posto, considerarlo casa, studiarvi, trovarvi un lavoro, e poi, un bel giorno, sentirsi dire, “no guarda, questa non è casa tua. Ti ci (de)portiamo noi, a casa tua”.
Oggettivamente, la questione è molto complessa. Questi individui non appartengono al paese che i loro genitori hanno lasciato. Sono stati cresciuti ed educati in un altro stato, con un’altra lingua. Il loro paese d’origine è una terra straniera, nulla più di un nome su una cartina, o il motivo dell’accento un po’ strano in bocca ai loro genitori. Perdipiù molti di loro lavorano proprio nella Silicon Valley — tante strutture presenti in quell’area della California avevano aderito ai programmi di inserimento dei dreamers previsti nel DACA. Quindi ora capite perché in Silicon Valley sono particolarmente in subbuglio. E naturalmente anche qui a NYC, il porto numero uno dell’immigrazione americana. Andrew Cuomo, Governatore dello Stato di NY, ha annunciato che farà causa a Trump. Nomi come Facebook, Jp Morgan, Wells Fargo, Apple e Microsoft si sono schierati dalla parte dei loro dipendenti Deamers, offrendo assistenza legale. Le proteste stanno animando le strade da Los Angeles, a Washington, dalla Virginia all’Oregon.
Ieri passavo per caso da Columbus Circle e ho trovato tutto intasato, decine e decine di cop con decine e decine di bici. Mi avvicino con la mia, di bici, e chiedo a uno di loro cosa sta succedendo.
“What’s going on? Is it a rally?”
“No, it’s a protest”.
Lascio il cop filologo (!) alla sua bici e con la mia, m’inoltro nel gorgo di macchine bloccate, guadagnando l’imbocco di Central Park West. Centinaia di manifestanti protestano contro il DACA. I cartelli, gli striscioni, i cori, ricordano le proteste di gennaio contro Trump, e la Women’s March. Voglio fermarmi a scattare delle foto, ma un paio di cop mi dicono “You gatta get out of here”, che tradotto vuol dire, smamma. Obbedisco smammo, ma poi mi fermo in un punto più lontano, scatto qualche foto. Poi me ne vado, con una sensazione di malessere.
La questione è seria perché se il DACA viene effettivamente revocato, non c’è moltissimo che gli avvocati potranno fare per i Dreamers. I Dreamers non hanno la green card, ma un semplice permesso di lavoro per stare negli USA. Se viene tolto loro, dovrebbero fare domanda di visto. 800.000 domande di visto. Ve l’immaginate l’Ufficio Immigrazione, che a stento riesce a star dietro alle domande adesso, cosa potrà fare? E credete davvero che verrebbero prese in considerazione, con questa Amministrazione? Finirebbero dritte dritte sotto il timbro “rejected”.
Credo che alla fine a Trump interessi un’unica cosa. Trovarsi, da un giorno all’altro, con 800.000 posti di lavoro per gli americani “veri”, non quelli di serie B.

E manco a farlo apposta, questa settimana sono stata alla prima de “Nobody’s Watching”, di Julia Solomonoff, film il cui protagonista ha vinto il Best Actor Award al TriBeCa Film Festival — speriamo arrivi in Italia, prima o poi.
Conosciamo Nico, argentino, a New York. Fa il baby-sitter, il cameriere, rubacchia nei supermercati. Cerca, insomma di tirare avanti aspettando che le riprese del film argentino in cui gli avevano promesso una parte comincino. Scopriamo, piano piano, che Nico è un attore di successo, in Argentina. Una di quelle soap in cui gli attori che vogliono una pausa sabbatica e cercare di sfondare a NYC scivolano in coma.
Nico cerca in tutti i modi di conquistarsi una parte in un film americano — e uno spazio nella metropoli. Ce la mette davvero tutta, ma NYC, così come ce la racconta la regista, può essere inconquistabile, no matter how hard you try.
Sentimentalmente Nico passa da un’avventura a un’altra, continuando in realtà ad amare il suo produttore argentino che però, al tempo, lo teneva “nascosto”: sposato con figli, una relazione extraconiugale con Nico non poteva proprio uscire alla luce del sole.
Nel frattempo il film che Nico doveva girare non si gira più, il suo visto sta per scadere e non ha prospettive di come rinnovarlo.
Alla fine Nico non ottiene ciò che credeva di volere, ma forse molto di più. La pace con se stesso e con la sua terra d’origine…

“Nobody’s Watching” è un film che parte piano piano. E pensi di prevederlo, di capire subito cosa ti sta dicendo. E invece no. Si complica cammin facendo e ti presenta tutta una serie di questioni con cui il protagonista è chiamato a confrontarsi — e anche tu del pubblico. Prima fra tutte la sopravvivenza in una città come NYC.
Prima di essere un film sull’immigrazione, “Nobody’s Watching” è un film su questa città. Su quanto ti porti alle stelle un momento — come quando Nico crede di aver trovato l’Eldorado, diventando amico di una produttrice americana — e su quanto ti getti nelle stalle il secondo dopo. Le stalle possono essere semplicemente non avere un appartamento proprio, dover dormire perennemente sul divano di qualcuno, dover accettare il denaro di un’amica ricca mentre le accudisci il figlio. New York City è tutto questo, ci dice il film. Amica e nemica, paradiso e inferno.
Capirete che per una che sta vivendo la fase dell’idillio amoroso con questa città, vederla raccontata così è utile tanto quanto penoso. E se mai fossi colta da un’amnesia fulminante e mi trovassi a chiedermi “perché vado al cinema così tanto?”, la risposta sarebbe “perché il cinema mi tieni gli occhi sempre aperti”.
Mi fa vedere quello che non vorrei vedere.
Il “nessuno che guarda” del titolo è riferito all’indifferenza che puoi vivere in una grande città — non necessariamente NYC, ma ogni metropoli. L’idea che a nessuno importi di nessuno. Ma il “nessuno che guarda” è anche riferito all’innamorato di Nico, che lo ama, ma che è disposto ad amarlo a targhe alterne, come dico io, cioè a intermittenza, soltanto in spazi e momenti non pubblici, sempre nascosti.

Il bello del film è che sfugge ogni etichetta, raccogliendole tutte. Film gay, film sull’immigrazione, film sull’identità, film sulla madrepatria, film sull’appartenenza, film su NYC.
Alla fine della proiezione la regista ha spiegato che questo, secondo lei, è il vero valore della storia — anche se convincerne i produttori è stato, a suo dire, “abbastanza complesso” …
“Nobody’s Watching”, personalmente, rimarrà il primo film in cui ho riconosciuto New York City. Non il Ponte di Brooklyn o Times Square, che tutti riconoscono. Intendo i punti specifici e intimi che rendono una città la tua città. Il Whoolefoods sulla 23esima. La pista ciclabile del Williamsburg Bridge, uno scorcio del Central Park Mall a Central Park e i gradini del Lincoln Center.
Quando ho visto il Whoolefoods sulla 23esima — ed è stato giusto un istante, Nico ci passa accanto in bici — ho pensato, ok, adesso NYC è la mia città. 🙂

Oddio, Fellows, anche oggi km e km di pippone… Sarò punita un giorno, lo so.

Il Frunyc II è aggiornato. E Governors Island dovrà aspettare ancora una settimana. Poco male, aumenta la suspense 😉
Grazie, sempre, dell’attenzione, e saluti, abusivamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 337 da NYC – commenta “CALIFORNIA TYPEWRITER”

LET’S MOVIE 337 da NYC – commenta “CALIFORNIA TYPEWRITER”

Mr Muscolo Moviers,

No non Ryan Gosling. Il gel per sgorgare le tubature. Quello forse avrei potuto addurre, ma non l’ho addotto.

Ho due coinquiline. Vie, asiatica di nascita, newyorkese di adozione. Una combinazione micidiale se unite la disciplina orientale con la proattività occidentale.
E Isa, dolce come una frolla, nata e cresciuta a Los Angeles, con quella easiness, quell’awesome sempre in bocca, che contraddistingue i californiani.
Qualche giorno fa Vie mi ferma in corridoio e mi dice, dobbiamo liberare il tubo di scarico della doccia: è ostruito dai capelli.
Attimo di panico che si protrae ben più di un attimo evocando uno scenario apocalittico. Un tubo di scarico della doccia ostruito da mesi e mesi — anni? — di capelli è meno spaventoso solo di noi stessi che ci apprestiamo a ripulirlo.
“Io mi lavo i capelli sempre in palestra proprio per non doverlo fare qui a casa e riempire di capelli lo scarico”, scarica il barile, Vie. Il che, tuttavia, è vero. Mai vista con un turbante di spugna in testa in tutto il tempo che sono di casa qui.
Stando a NYC, ho capito che uno deve essere sempre pronto. Schivare gli ostacoli — ricordate la bicicletta in mezzo al traffico? Ecco. Stesso identico approccio.
“Be’, a pensarci, nemmeno io… Li lavo sempre in piscina”, ribatto, con una prontezza mai avuta in vita mia, e frutto del terrore suscitato dall’immagine di me stessa ad armeggiare con lo scarico.

Sì, ho preso l’abitudine di nuotare all’alba, nella piscina sulla 145esima che ormai conoscete bene. Sia perché il mignolo del piede è ancora convalescente. Sia perché c’è qualcosa di pristino, miracoloso e matto in un corpo che esce dal nido alle 6 am, vede l’alba rosa e gialla lusingare l’Hudson, i grattacieli del Jersey, il George Washington Bridge, e poi s’infila in un altro nido, azzurro e cloridrico. E ci nuota dentro, scortato, bracciata dopo bracciata, dal fiume, dai grattacieli e dall’alba.
La piscina del Riverbank State Park si affaccia direttamente sul fiume, e l’inizio e la fine della vasca danno su due vetrate che vi regalano tutto questo. Tale e quale ad Amsterdam, nel Centro Sportivo Het Marnix dello studio Meecano, che mai, mai, scorderò: nuotare è come risalire direttamente il canale, alla vostra destra.

Se Vie e io ci siamo costruite due vie di fuga grazie allo sport, Isa, la seicentesca burrosa Isa, che corre forse forse una volta al mese, e con un milkshake in mano, purtroppo, non ha scampo.
“Isaaa”, cinguetto dal corridoio, più dolce della frolla che è.
“Pensa la fortuna! Sei stata selezionata per un incarico di grande responsabilità…”. Non sarò una campionessa di nulla, ma quanto a fasciare l’orrido con strati di fuffa dorata, non ho rivali 😉
Nel frattempo Vie ha estratto da camera sua uno strumento che ti fa pensare a quanto gli americani siano delle menti o indiscutibilmente geniali o irrimediabilmente malate. Devo ancora decidere quale delle due.
Lo strumento si chiama Mr Drain Weasel — weasel in inglese significa donnola, l’animale agile agile con la coda lunga lunga, tenetelo a mente.
Un bastoncino flessibile collegato a una manovella. Voi, anzi lei, Isa, sostanzialmente, infila il bastoncino nello scarico, gira la manovella e, più o meno per lo stesso principio dell’arricciacapelli, tutto l’orrore di capelli — e chissà cos’altro — presente nello scarico si attorciglia intorno al bastoncino. Poi voi, anzi lei, Isa, lo sfila, e si ritrova con tutto l’orrore intorno al suo bastoncino.
Voilà.
Sulle prime ho molto faticato per non uscirmene con un ben poco elegante “ARE YOU SERIOUS??”, e per tenere a bada un’ondata d’ironia di portata australiana. Come resistere, davanti a uno strumento del genere, acquistato su Amazon??
Ho faticato, believe me.
Poi però, vedendo la serietà con cui l’operazione veniva trattata, e la serietà del concept dietro a Mr Drain Weasel, ho pensato che ogni paese sviluppa il proprio approccio ai problemi. Gli americani hanno ideato Mr Drain Weasel. Noi italiani Mr Muscolo.
Sempre di un Mister si tratta, dopo tutto.
Solo che il nostro attenta molto meno alla nostra schizzinosità nazionale. Quando mai, una casalinga italiana, che pulisce il pavimento in media due volte al giorno e pattina sulle pattine per non lasciare impronte, potrebbe mai avere l’ardire di maneggiare Mr Drain Weasel?
Noi semplicemente rovesciamo un gel, trasparente e profumato, nelle tubature. Quello fa il suo dovere e si porta via tutto. Noi non tocchiamo nulla. Soprattutto, non vediamo nulla.

Vedere certe cose, certe cose brutte, a noi Italiani, proprio non va — sarà forse legato a tutta la bellezza in mezzo a cui siamo nati? Anche per questo gli standard della nostra pulizia sono ben diversi da quelli americani, da quelli britannici — dio ci salvi dalla moquette made-in-UK! — e suppergiù da quelli di tutto il mondo, dall’Africa all’Asia passando per l’America del Sud.
Forse sarà anche per questo che tendiamo a non riportare l’illegalità? Noi, storicamente, giriamo la testa e facciamo finta di niente. Questo nel grande e nel piccolo, nel bene e nel male. Non ci sogneremo mai di riprendere qualcuno che fa qualcosa di sbagliato, qualcosa di piccolo e insignificante, come per esempio, pedalare su un tratto di parco dove si dovrebbe accompagnare la bici… Giusto per farvi un esempio
Qui lo spirito di correttezza è molto radicato. C’è un cop in ogni americano — “you have to walk your bike here”, “you are supposed to stand in line”… Il che mi costringe a dei notevoli sforzi di autocontrollo, non ve lo nascondo. Sono italiana. C’è un complice in ogni italiano.
E questo, nel grande e nel male, si chiama mafia.

Quindi sì, avrei potuto addurre il nostro Mr Muscolo. Magari anche chiedere se esiste un Mr Muscle, un suo gemello americano. Poi ho pensato alle tubature americane, agli infissi americani, alle generali strutture edili degli americani: in questo paese le trombe d’aria portano via le case, e non solo perché le trombe d’aria sono oggettivamente potenti, ma perché le case sono di aria tanto quanto le trombe. Un Mister Muscolo, una soda caustica, insieme ai capelli, corroderebbero la tubatura!
Quindi no, meglio non rischiare di corrodere la doccia di casa. Non vorrei mai essere costretta a frequentare la piscina per l’igiene personale anziché per il nuoto e l’alba.

Governors Island dovrà aspettare anche questa settimana. Priorità alla notizia di ieri. De Blasio ha deciso di smantellare la statua di Colombo che domina Columbus Circle — appunto — sulla 59 esima.
Sapevo che prima o poi si sarebbe arrivati a questo. Se studiate letteratura inglese postcoloniale, prima o poi vi capiterà di chiedervi. Sì ma Colombo allora, e Magellano, tutti gli esploratori con cui siamo cresciuti tra manuali di storia e Monopoli, tutti loro sono eroi o bastards? E se sono bastards, cosa facciamo? Revisionismo storico? Columbus Circle si chiamerà Circle e basta?
Già la settimana scorsa, davanti alla City Hall, si è tenuta una manifestazione della comunità italo-americana, che, immaginate, si oppone strenuamente alla rimozione della statua. Ovviamente la questione, come ogni brava questione nell’anno dell’elezione del sindaco, si strumentalizza. Ma questo non fa scalpore. Lo scalpore, piuttosto, viene dal tempismo. A Charlottesville è successo quel che è successo — avrete sentito dei tafferugli tra i membri del KKK che protestavano contro la rimozione della statua del Generale Lee e dei manifestanti antirazzisti, protesta finita nel sangue.
Un generale sudista, quindi schiavista, come Lee è uguale a Colombo? Per tanti evidentemente sì. Sta di fatto che nell’area metropolitana newyorkese ci sono altre quattro statue dedicate all’esploratore genovese, 24 nello stato di New York, e 32 in New Jersey. Le togliamo tutte?
A Los Angeles, intanto, hanno tolto a Columbus il suo Day, il secondo lunedì di ottobre, e l’hanno sostituito con l’“Indigenous and Native People Day”, la festa delle popolazioni indigene, aborigene e native, “vittime del genocidio”.
Questa patata bollente — immaginate che effetto domino si creerebbe se davvero smantellassero la statua a Columbus Circle — è sintomo di un dissidio ben più grave e profondo all’interno di questo paese. Un dissidio identitario. Se gli USA rimuovono Colombo, anche solo attraverso una ruspa, rimuovono una parte della loro storia. Una parte assai importante, direi. E la storia non puoi rimuoverla. Puoi correggere il rapporto che hai con essa, ma rimuoverla è un gesto vacuo e pericoloso. Cosa dovremmo fare, allora, noialtri? Abbattere la Macchina da Scrivere a Roma? La stazione ferroviaria di Milano, perché celebrano l’idea di grandeur fascista? Dovremmo togliere le vie e le borse di studio intitolate a Fermi perché le sue ricerche hanno portato alla bomba atomica? Condanniamo Touring perché oggi esiste la pedopornografia online? E i francesi? Togliere tutti i monumenti dedicati a Napoleone perché ha saccheggiato mezzo mondo?

Le domande da farsi sono innumerevoli, ma sconfinano nel campo dell’esperimento mentale, e si fermano, pertanto nel nulla-di-fatto. Se Colombo avesse saputo dei genocidi e delle barbarie a cui la sua scoperta — per altro casuale, come da bravo italiano pressapochista —a cui la sua scoperta avrebbe portato, avrebbe gridato “Terra! Terra!”, oppure avrebbe tirato dritto? Se Einstein avesse saputo a cosa avrebbe portato E=mc2, avrebbe divulgato la formula oppure l’avrebbe tenuta per sé?
Sono ròsa dai dubbi, Fellows. Forse sarebbe meglio dedicare piazze e strade agli artisti, agli attori, ai pittori. Come hanno cominciato a fare negli ultimi decenni a Roma, con Largo Mastroianni e Via Alberto Sordi. But here again, di Pirandello, che per un periodo aderì al Fascismo, che facciamo? Escludiamo un Premio Nobel dalla toponomatisca urbana?

La macchina da scrivere mi porta a parlarvi di “California Typewriter”, di Doug Nichol, documentario godibilissimo che ho visto al Lincoln Center Plaza, un cinema che mi ricorda piuttosto un locale a luci rosse degli anni ’80. Interrato, moquette macchiata, odore di chiuso e capelli. Una specie di Pornoroma, ma sulla 66esima, Broadway.
E con il Lincoln Center davanti. 🙂

Il documentario è un discorso molto intrigante tra tecnologia, creatività, nostalgia e futuro, tutti raccordati dalla macchina da scrivere, strumento solo apparentemente sorpassato, specie per i “type-writers’ addicts”, che sono molti più di quanto ci si aspetta.
“California Typewriter” è anche il nome di un negozio di Berkeley che sopravvive nonostante l’avvento prima dei pc, e di tutte le derivazioni/perversioni che ne sono conseguite — I-pod, I-pad, I-anything. Oltre alla storia di questo negozio ormai leggendario, il film combina sostanzialmente le opinioni di persone che sono legate, per un motivo o per l’altro, alla macchina da scrivere, e lo raccontano alla macchina da presa. Tom Hanks, per esempio, ne possiede 250, e non scrive mai email. Solo lettere.
“Se vi prendete 7 secondi per scrivermi una mail, io impiegherò un secondo per cancellarla. Se invece ne impiegate 70 per dattiloscrivermi un biglietto, io terrò quel biglietto per sempre”, dice l’attore. E qui dobbiamo tutti fare uno sforzo e sorvolare sul fatto che Mr Hanks avrà qualcuno che si occupa di andare alla posta a spedire la sua posta. Mentre noi, Mr and Mrs Mortals, dobbiamo andarci coi mezzi e fare la fila. Ho apprezzato i contributi di John Meyer, il cantante, che è un pischello della generazione 2.0. Ebbene, un giorno, in tv, ha visto Bob Dylan battere a macchina. “E’ come se suonasse il piano”, ha pensato. E si è detto. La mia arte sta tutta in un hard-disk. Non ho nulla in mano. In mano davvero. E sai anche che c’è? Non sono mai tornato su un file che avevo salvato dicendomi “ora ci metto mano e lo approfondisco”. E’ “high-concept trash”.
Così John è andato su eBay e si è comprato una macchina da scrivere. Da allora tutte le sue canzoni le scrive a macchina.
E poi c’è la storia di un altro Meyer, Jeremy, un artista che costruisce le sue sculture utilizzando pezzi di macchine da scrivere rottamate. Solo ed esclusivamente pezzi di macchine da scrivere. E da quei rottami, crea opere meravigliose. Vedere per credere.
Vengo a sapere che c’è addirittura un movimento con tanto di manifesto, “The Typewriter Revolution”, che raccoglie adepti in tutto il mondo, promuovendo il ritorno alla scrittura analogica, senza per questo rinnegare i mezzi tecnologici. Quelli servono, ma fino a un certo punto, sostengono loro… Quel punto è stato superato dall’addiction — ahimè, vero. La dimensione umana, tattile, va ritrovata. E cosa c’è di più umano e tattile di una macchina da scrivere, con il suo errare, con il suo tac-tac-tac cantante?
Là fuori, lo sappiate o meno, c’è tutt’un mondo di collezionisti, estimatori, conoscitori di macchine da scrivere, che non hanno nulla a che fare con la moda hipster del ripescare tutto quello che è vintage per farlo diventare, appunto, hipster. E’ più simile a una filosofia di vita. Come essere vegetariani o buddisti. Loro, semplicemente, battono a macchina.

“California Typewriter” batte (!) anche sul processo della creazione. Con il fatto che puoi cancellare e riscrivere, il computer si porta via tutto. Non rimane nessuna traccia del percorso mentale che ti porta a scegliere quella parola, quell’ordine di frasi. E questo è vero. Scrivendo al pc, hai la sensazione, ogni tanto, di non sapere come sei arrivato a ciò a cui sei arrivato. E’ come percorrere una strada che si cancella alle tue spalle man mano che la cammini.
Spero tanto che il documentario esca in Italia e vi esorto ad andare a vederlo. Mi ha fatto ripensare alla terza elementare, quando chiesi per il mio compleanno una macchina da scrivere e mi vidi arrivare della carta da lettera.
La lapidaria chiarezza delle madri di una volta, eh… 🙂

E anche per stasera è tutto, Fellows.
Perdonate il fiume in piena… E vi vedete arrivare pure il Maelstrom…
Frunyc II aggiornato, ringraziamenti tanti, e saluti, idraulicamente cinematografici.

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MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Vi riporto due articolini che ho scritto per La Voce, sul Maestro Antonioni (in inglese) e su Easy – Un viaggio facile facile (in italiano).
Evviva il bilinguismo.
🙂

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