LET’S MOVIE 338 from NYC – commenta “NOBODY’S WATCHING”

LET’S MOVIE 338 from NYC – commenta “NOBODY’S WATCHING”

Mintrufolo Moviers

alla presentazione di un libro che mi ha solleticato l’immaginazione. “Mean Men. The Perversion of America’s Self-Made Man”, di Mark Lipton.
L’evento si teneva in un posto che mi riesce assai congeniale, la New School. Mai sentita? La New School è un’università che è stata fondata nel 1919 da delle menti fuoriuscite dalla Columbia. Cioè, a queste menti ribelli l’impostazione canonica columbiana stava stretta, quindi hanno preso e dalla 116esima Broadway, dove la Columbia sta spaparanzata in tutto il suo ellenico aspirare, si sono trasferiti nel Greenwich Village, e hanno dato vita a quella che all’epoca si chiamò “University in Exile” — nome assi evocativo. E poi divenne la New School. Progressisti, pacifisti, anti-establishment. Un bel branco di teste calde a capo di un’università.
Ora capite perché mi è congeniale. 🙂
Alla New School hanno studiato le personalità più diverse, da James Baldwin a Marlon Brando, da Tennessee Williams a John Cage, passando per Jack Keruac, Walter Mattau, Jamaica Kincaid e Ben Gazzarra.
Ho appreso e annotato tutti questi dettagli dall’introduzione della Dean prima che lasciasse il microfono all’autore. Qui funziona così: le università si fanno pubblicità anche ricordando ai presenti quale storia hanno passato le sedie su cui poggiano i sederi.
Ma faccio un passo indietro.
Capisco che l’evento ha solleticato l’immaginazione anche a molti newyorkesi sin da internet, dall’RSVP sold-out. Il che avrebbe dovuto farmi desistere. Non ho desistito perché ogni tanto devi sfidare il caso e vedere cosa ti porta. Se rinunci ancor prima di provare è matematico che non riesci.
Detesto la matematica sin dagli insiemi. Quindi vado.
Al desk all’ingresso la 150-ore che mi accoglie, quando le dico che non sono in lista, non mi vede nemmeno. Per lei sono trasparenza, un puro ectoplasma da indirizzare alla “Waiting list”, una fila di miei pari che non ha avuto fortuna con l’RSVP.
Vedo arrivare però quella che immagino essere la responsabile dell’organizzazione dell’evento. Una gran giovane donna. Nel senso proprio dimensionale del termine. Un metro e 80 per un’ottantina di kg buoni.
E qui, Moviers, scatta l’abuso di posizione.
Estraggo il biglietto da visita e con aria sufficiente e svagata, ai limiti del fatalismo sartriano, dico che scrivo per La Voce di New York, capitavo da quelle parti e avrei piacere a seguire l’evento, ma se se ne fa un big deal allora no problem eh, giro i tacchi…
La gran giovane donna è sicuramente una PR, e quando sente la parola “giornalista”, drizza subito le antenne. Suuuuure, flauta (voce del verbo “flautare”). Puoi senz’altro assistere, ma forse ti toccherà rimanere in piedi.
Annuisco comprensiva (!), evitando di guardare la 150-ore per la quale ero una trasparenza, altrimenti non saprei trattenere un sorriso “Sorry, my dear”.

Avrei dovuto capire che l’evento avrebbe solleticato l’immaginazione a molti newyorkesi anche dal dettaglio “Reception”.
Agli americani piace molto mangiare. E i newyorkesi sono americani. Il sillogismo avrebbe dovuto illuminarmi.
C’è un lungo banchetto di wanna-be Italian food che guardo con pietà, e mi va di lusso, trovo posto a sedere.

Mark Lipton è un omino piccolo piccolo con una testa grande grande che guadagna il podio dopo che la Dean ha introdotto la New School e ha chiesto a tutti gli allievi che hanno studiato con lui, Mark, di alzarsi in piedi. Si alzano più di una decina di persone. Dai 30 ai 40 anni. Lui non ne ha più di 60, ma si sa, negli USA puoi cominciare a insegnare molto giovane.
Capisco che Mark è un luminare. Insegna Management alla New School e per anni ha fatto il consulente e il mentore a società, imprese, start-up, think-tanks, no-profit, you name it. Diciamo che ha assistito, e collaborato anche, all’ascesa del modello start-uppiano e al genere di imprenditore che queste realtà hanno plasmato. Ne ha elencato, brillantemente, le caratteristiche: bisogno di controllo, impulsività, diffidenza verso gli altri, sicurezza in se stessi, predisposizione al rischio, bisogno di approvazione, alto tasso di testosterone.
Mark è uno che conosce da vicino questi soggetti, i figli 2.0 del self-made man con cui l’America è cresciuta.
“There is a dark side in this man”, commenta, e ci dice che, in base alle sue ricerche, questo tipo d’imprenditore è affetto da psicopatia, giacché dimostra tutte le caratteristiche dello psicopatico: incapacità di adattarsi, ossessione di controllo, incapacità di provare empatia.
Mark si è chiamato fuori dal sistema Silicon Valley, distaccandosi dalla formazione di questo tipo di modello di imprenditore, incarnato da figure come Steve Jobs, Bill Gates, Lance Armstrong e Dov Charney, e ne supporta la demitizzazione. Sta lavorando alla formazione di un nuovo tipo d’imprenditore “etico”. Attento alla questione sociale, al rapporto umano. E ha elencato come nuovi esempi di “ethic entrepreneurs” dei nomi a me sconosciuti tipo Steve Carr, Paul Graham, Mark Benioff.
Uno dei vantaggi dell’essere qui è quello di fare continui raffronti fra qui e l’Italia. Questo provoca molte inkazzature, ma porta anche a ragionare sul qui e là, su quello che potremmo fare là.
Se chi ha lavorato all’interno di quel mondo imprenditoriale esaltato scrive un libro che addirittura individua in una forma di patologia mentale il comportamento di questi uomini, forse dovremmo considerare di dismetterlo anche noi, quel modello, giusto? Anche perché il mito del self-made man, quello proprio archetipico, è nato qui. Non ha nulla a che fare con noi. Perché, mi chiedo io, c’è la tendenza a mutuare modelli che non ci appartengono? Perché non invertiamo la tendenza PRIMA che la tendenza perverta anche noi?
Quindi, visto che l’Europa, e l’Italia, arrivano sempre dopo, e che, ahimé, siamo nel pieno dell’esaltazione del self-made man tech che, dallo schermo del suo I-pad, costruisce una fortuna su un impero di app-idiozie, forse sarebbe il caso di mettere in discussione questo modello. E di farlo adesso, senza aspettare il solito ritardo accademico che impiegano i fenomeni ad arrivare da NYC all’Italia.
L’unica piccola falla che trovo nell’opera di Lipton sta nel titolo e nello sconfinamento nel soggettivo. Caro Mark, se mi dimostri, eccellentemente come fai, che questi uomini sono malati, chiamali così, “sick men”. Non t’impelagare nel soggettivo di un giudizio di valore come “mean”, che ci riporta sempre alla lotta fra il bene e il male.

Intanto, in Silicon Valley — e in tutta America in realtà — sono in subbuglio per via del DACA, il Deferred Action for Childhood Arrivals. Ne avrete sentito parlare. E’ il programma firmato da Obama nel 2012 a tutela dei “Dreamers”, i giovani arrivati negli USA da bambini, figli di immigrati illegali. Avrete anche sentito che Trump ha deciso di cancellare il programma, ma l’ha fatto sfoggiando una mossa machiavellica che mi ha stupito per la sua meschina finezza politica. Ha passato la patata bollente nelle mani del Congresso, promettendo di vigilare sulla loro decisione. Della serie, se il Congresso non arriva a una risoluzione, ghe-pensi-mi.
Cosa che fa rabbrividire e non solo per il dialetto.
Il DACA ha scosso il paese tanto quanto Harvey la città di Houston, e Irma Caraibi e Keys.
In questi giorni ho cercato di vedere la questione in termini il più oggettivi possibile. Se non usi l’oggettività, e ti lascia andare all’emotività, ti si parano davanti scenari troppo strappacuore: pensate cosa dev’essere crescere in un posto, considerarlo casa, studiarvi, trovarvi un lavoro, e poi, un bel giorno, sentirsi dire, “no guarda, questa non è casa tua. Ti ci (de)portiamo noi, a casa tua”.
Oggettivamente, la questione è molto complessa. Questi individui non appartengono al paese che i loro genitori hanno lasciato. Sono stati cresciuti ed educati in un altro stato, con un’altra lingua. Il loro paese d’origine è una terra straniera, nulla più di un nome su una cartina, o il motivo dell’accento un po’ strano in bocca ai loro genitori. Perdipiù molti di loro lavorano proprio nella Silicon Valley — tante strutture presenti in quell’area della California avevano aderito ai programmi di inserimento dei dreamers previsti nel DACA. Quindi ora capite perché in Silicon Valley sono particolarmente in subbuglio. E naturalmente anche qui a NYC, il porto numero uno dell’immigrazione americana. Andrew Cuomo, Governatore dello Stato di NY, ha annunciato che farà causa a Trump. Nomi come Facebook, Jp Morgan, Wells Fargo, Apple e Microsoft si sono schierati dalla parte dei loro dipendenti Deamers, offrendo assistenza legale. Le proteste stanno animando le strade da Los Angeles, a Washington, dalla Virginia all’Oregon.
Ieri passavo per caso da Columbus Circle e ho trovato tutto intasato, decine e decine di cop con decine e decine di bici. Mi avvicino con la mia, di bici, e chiedo a uno di loro cosa sta succedendo.
“What’s going on? Is it a rally?”
“No, it’s a protest”.
Lascio il cop filologo (!) alla sua bici e con la mia, m’inoltro nel gorgo di macchine bloccate, guadagnando l’imbocco di Central Park West. Centinaia di manifestanti protestano contro il DACA. I cartelli, gli striscioni, i cori, ricordano le proteste di gennaio contro Trump, e la Women’s March. Voglio fermarmi a scattare delle foto, ma un paio di cop mi dicono “You gatta get out of here”, che tradotto vuol dire, smamma. Obbedisco smammo, ma poi mi fermo in un punto più lontano, scatto qualche foto. Poi me ne vado, con una sensazione di malessere.
La questione è seria perché se il DACA viene effettivamente revocato, non c’è moltissimo che gli avvocati potranno fare per i Dreamers. I Dreamers non hanno la green card, ma un semplice permesso di lavoro per stare negli USA. Se viene tolto loro, dovrebbero fare domanda di visto. 800.000 domande di visto. Ve l’immaginate l’Ufficio Immigrazione, che a stento riesce a star dietro alle domande adesso, cosa potrà fare? E credete davvero che verrebbero prese in considerazione, con questa Amministrazione? Finirebbero dritte dritte sotto il timbro “rejected”.
Credo che alla fine a Trump interessi un’unica cosa. Trovarsi, da un giorno all’altro, con 800.000 posti di lavoro per gli americani “veri”, non quelli di serie B.

E manco a farlo apposta, questa settimana sono stata alla prima de “Nobody’s Watching”, di Julia Solomonoff, film il cui protagonista ha vinto il Best Actor Award al TriBeCa Film Festival — speriamo arrivi in Italia, prima o poi.
Conosciamo Nico, argentino, a New York. Fa il baby-sitter, il cameriere, rubacchia nei supermercati. Cerca, insomma di tirare avanti aspettando che le riprese del film argentino in cui gli avevano promesso una parte comincino. Scopriamo, piano piano, che Nico è un attore di successo, in Argentina. Una di quelle soap in cui gli attori che vogliono una pausa sabbatica e cercare di sfondare a NYC scivolano in coma.
Nico cerca in tutti i modi di conquistarsi una parte in un film americano — e uno spazio nella metropoli. Ce la mette davvero tutta, ma NYC, così come ce la racconta la regista, può essere inconquistabile, no matter how hard you try.
Sentimentalmente Nico passa da un’avventura a un’altra, continuando in realtà ad amare il suo produttore argentino che però, al tempo, lo teneva “nascosto”: sposato con figli, una relazione extraconiugale con Nico non poteva proprio uscire alla luce del sole.
Nel frattempo il film che Nico doveva girare non si gira più, il suo visto sta per scadere e non ha prospettive di come rinnovarlo.
Alla fine Nico non ottiene ciò che credeva di volere, ma forse molto di più. La pace con se stesso e con la sua terra d’origine…

“Nobody’s Watching” è un film che parte piano piano. E pensi di prevederlo, di capire subito cosa ti sta dicendo. E invece no. Si complica cammin facendo e ti presenta tutta una serie di questioni con cui il protagonista è chiamato a confrontarsi — e anche tu del pubblico. Prima fra tutte la sopravvivenza in una città come NYC.
Prima di essere un film sull’immigrazione, “Nobody’s Watching” è un film su questa città. Su quanto ti porti alle stelle un momento — come quando Nico crede di aver trovato l’Eldorado, diventando amico di una produttrice americana — e su quanto ti getti nelle stalle il secondo dopo. Le stalle possono essere semplicemente non avere un appartamento proprio, dover dormire perennemente sul divano di qualcuno, dover accettare il denaro di un’amica ricca mentre le accudisci il figlio. New York City è tutto questo, ci dice il film. Amica e nemica, paradiso e inferno.
Capirete che per una che sta vivendo la fase dell’idillio amoroso con questa città, vederla raccontata così è utile tanto quanto penoso. E se mai fossi colta da un’amnesia fulminante e mi trovassi a chiedermi “perché vado al cinema così tanto?”, la risposta sarebbe “perché il cinema mi tieni gli occhi sempre aperti”.
Mi fa vedere quello che non vorrei vedere.
Il “nessuno che guarda” del titolo è riferito all’indifferenza che puoi vivere in una grande città — non necessariamente NYC, ma ogni metropoli. L’idea che a nessuno importi di nessuno. Ma il “nessuno che guarda” è anche riferito all’innamorato di Nico, che lo ama, ma che è disposto ad amarlo a targhe alterne, come dico io, cioè a intermittenza, soltanto in spazi e momenti non pubblici, sempre nascosti.

Il bello del film è che sfugge ogni etichetta, raccogliendole tutte. Film gay, film sull’immigrazione, film sull’identità, film sulla madrepatria, film sull’appartenenza, film su NYC.
Alla fine della proiezione la regista ha spiegato che questo, secondo lei, è il vero valore della storia — anche se convincerne i produttori è stato, a suo dire, “abbastanza complesso” …
“Nobody’s Watching”, personalmente, rimarrà il primo film in cui ho riconosciuto New York City. Non il Ponte di Brooklyn o Times Square, che tutti riconoscono. Intendo i punti specifici e intimi che rendono una città la tua città. Il Whoolefoods sulla 23esima. La pista ciclabile del Williamsburg Bridge, uno scorcio del Central Park Mall a Central Park e i gradini del Lincoln Center.
Quando ho visto il Whoolefoods sulla 23esima — ed è stato giusto un istante, Nico ci passa accanto in bici — ho pensato, ok, adesso NYC è la mia città. 🙂

Oddio, Fellows, anche oggi km e km di pippone… Sarò punita un giorno, lo so.

Il Frunyc II è aggiornato. E Governors Island dovrà aspettare ancora una settimana. Poco male, aumenta la suspense 😉
Grazie, sempre, dell’attenzione, e saluti, abusivamente cinematografici.

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