LET’S MOVIE 340 da NYC – massacra “IT” di Andrès Muschietti

LET’S MOVIE 340 da NYC – massacra “IT” di Andrès Muschietti

Fashion Fellows,

Succede prima o poi nella vita di ciascuno, quell’evento che ti fa dire, sì, doveva succedere prima o poi.
Non sapevo né quando né come, i contorni che avrebbe assunto, né l’indirizzo in cui avrebbe avuto luogo. Ma tra le infinite cose che non so, questa, la sapevo.
L’indirizzo è quello del Pierre Hotel, struttura non propriamente low-budget dell’Upper East Side, a otto passi da Central Park.
La forma è quella del First Ladies Luncheon per Fashion 4 Development. Ovvero quando le Nazioni Unite incontrano la moda. E quando le Nazioni Unite incontrano la moda c’è da perdere la testa perché si fondono alti principi — i Commissariati ONU, dopotutto, sono sempre Alti —  insieme a raccolta fondi, insieme a iniziative benefiche, insieme a glamour — tanto, tantissimo glamour — insieme a bellezze di una bellezza illogica, insieme a macchine organizza-eventi che riescono a mettere insieme stampa, first ladies, ex-modelle, modelle Co.Co.Co, first ladies che si credono modelle, Ufficiali ONU trasformati in imprenditori illuminati, stilisti, editori.
Tutto questo in un semplicissimo martedì di settembre. Dalle 11 am alle 2:30 pm. Con la città fuori blindata perché, mentre al Pierre Hotel si sta tenendo l’evento più ethic-cool dell’anno, in cui si parla di moda equo-sostenibile — e il bello è che alla chiacchiere fanno seguito i fatti — Donald è alle Nazioni Unite a illustrare la sua “linea” in politica estera, soprattutto nei riguardi della Corea del Nord, paese a lui completamente sconosciuto fino a poche ore prima, quando un nordcoreano con una messaimpiega ben più temeraria della sua — ma con lo stesso vuoto cosmico sotto la messaimpiega — ha avuto l’ardire di dargli del “demente”.
La macchina organizzativa del First Ladies Luncheon era talmente in ansia per questa questione delle strade bloccate e dei ritardi che si sarebbero potuti creare nel raggiungere l’Hotel, che ha comunicato a noi invitati che, qualora avessimo preso la 61esima tra la Quinta e la Madison, chiusa al traffico, avremmo potuto dire al cop di turno che ci stavamo dirigendo al Fashion 4 Development First Ladies Luncheon, e il cop ci avrebbe lasciato passare.
Quando anche la polizia è dalla tua parte, vuol dire che son cose grosse. Peccato che io, rientrando nella categoria metropolitana — che sta per “pendolare-in-metropolitana” — non abbia potuto beneficiare dell’abuso di potere conferitomi. Sarà per il Luncheon dell’anno prossimo. 🙂
L’evento si inseriva nella 72esima sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che fa il punto sui progressi nel cambiamento sociale a supporto degli Obbiettivi dello Sviluppo Sostenibile dell’ONU attraverso la sinergia tra diplomazia e moda. Ma perché il “Pranzo per le First Ladies”? Perché le mogli dei funzionari dell’ONU sono tutte impegnate in azioni benefiche, tra cui figura anche quella di Fashion 4 Development, un’iniziativa molto nobile che incentiva la crescita sostenibile della moda e che è supportata da grossissimi nomi della moda stessa.
Una delle più grandi supporter era Franca Sozzani, compianta Capo Editor di Vogue Italia, che spero ci guardi da qualche parte e ci protegga sempre dal cattivo gusto. E questo evento, oltre a celebrare i nobili valori di Fashion 4 Development, è stato tutt’un tributo a Franca — che, se volete il mio parare, era due spanne più avanti rispetto ad Anna Wintour, nostra Signora di Vogue America.

Non ve la voglio fare troppo lunga. Anzi sì, ve la voglio fare lunga (!) perché prima del Lunch, c’è il red carpet — per l’occasione green, vista la sostenibilità tanto sostenuta — e prima del red/green carpet c’è il cocktail, e durante il cocktail ci sono io che mi ritrovo a intervistare Beatrice Borromeo Casiraghi (!) e poi sempre io che mi ritrovo ad essere sfiorata da Naomi Campbell.
Sì, Naomi, LA Naomi. E il momento è stato mistico. Ho capito in quell’istante che esistono degli esseri che un qualche dio dall’animo buono ha lasciato cadere sulla terra per pura bontà d’animo. Ma prima li ha mandati a stringere un patto con il diavolo, per pura meschinità divina. Così questi esseri dal DNA griffato Dorian Gray, mantengono la loro bellezza inalterata per centinaia d’anni e rimarranno per sempre tali e quali e senza ricorrere al botox — che negli zigomi delle First Ladies, Moviers, scorreva copioso come le acque nel Rio Lobo.
Naturalmente sono rarissimi, questi esseri. E uno di questi è Naomi Campbell.
Gli occhi sono tra il viola e il verde, ma pare siano lenti a contatto, chissà. Sta di fatto che quello che mi ha colpito sopra ogni cosa, mentre il suo corpo passava accanto al mio, è stata la pelle del viso. Non una ruga d’espressione. Non un’imperfezione. E sapete, Goddess Campbell non è più proprio al liceo: ha compiuto 47 anni. Ma la pelle è quella di una liceale. Il corpo ha perso certe asperità della gioventù — francamente non so se il corpo di Naomi sia mai stato aspro, nemmeno all’età di dieci anni, ma si dice sempre così. Ora è una donnona, una Giunone. E non dico che sorride celestiale come una specie di Madonna per non mettere insieme troppe divinità.

Finisco la mia intervista alla Borromeo. E fatemi dire. Lei è nobile di nascita, sposata con un super nobile tipo Pierre Casiraghi della stirpe monacò. Potrebbe benissimo starsene a dormire sugli allori di Montecarlo preoccupandosi, al limite, di scegliere la tappezzeria della plancia del Pasha III. E nessuno gliene farebbe una colpa, anzi, si complimenterebbero tutti con lei per la tinta scelta. E invece no. Questo giunco di figliola dalla faccia d’angelo e dal temperamento Fallaci, gira un documentario sulla condizione drammatica in cui vivono i bambini a Caivano. Per dimostrare che le violazioni dei diritti civili non avvengono solo nel terzo/quarto mondo, ma anche a 14 km da Napoli, e per dire che in Italia “il sistema protegge sempre il sistema”.
Ebbrava Beatrice.

Dopo l’intervista, e dopo essere stata sfiorata dalla divina — e immagino, per un istante, che al suo sacro passare, il mio mignolo guarirà de tutto e mi spunteranno anche sette magnifici centimetri così da poter raggiungere il metro e 77 — scorgo movimento intorno a quella che chiamano Great Ball Room, una stanza blindata da guardie del corpo, personale dell’hotel, vigilanza varia. Lì sta per svolgersi il luncheon, e la premiazione di tutte queste personalità. Lo show, insomma.
Guardo il mio polso, a cui manca il bracciale che dà accesso al Luncheon. Okay, festa dei plebei finita, mi dico, mentre di là dalle porte, i patrizi cominciano il party. Poi però penso che sono lì per raccontare tutto ciò — e questa è la versione ufficiale — quindi devo PER FORZA avere diritto al braccialetto e alla Great Ball Room. Un diritto inalienabile, I’d say. E infatti ce l’ho. E come per magia etica, compare, intorno al mio polso, il bracciale rosso che pochi minuti prima avevo visto intorno al quello di Beatrice.
E allora entro. In mezzo ai tavoli rotondi imbanditi da matrimonio, vedo spuntare lei. La passerella.
Prendo posto al mio tavolo, circondata da first ladies discretamente sorridenti, impegnatissime a scattare, twittattare, far tutto con il cellulare. E io ascolto tutti i discorsi. Diane Von Furstenberg, Naomi Campbell, Iman, Afef, Beatrice (ormai è Beatrice), e altre donne che hanno dedicato la vita a cercare di cambiare in meglio il destino delle donne, come Precious Moloi-Motsepe. Passano due videomessaggi di due donne che avrebbero dovuto essere presenti ma che non hanno potuto.
Due qualunque.
Alicia Keys e Donna Karan.
E io ascolto. Ascolto. E prendo anche degli appunti. Ma la mia mente corre a quel momento. Quello che sai che prima o poi succederà.
Ed è sul punto di succedere.
E succede. Io davanti a una sfilata.
Finiti i premi e i discorsi, la presidentessa è lieta di comunicarci che Elie Saab ha scelto dei capi dalla collezione autunno-inverno 2017-18 che sfileranno per noi.
Ed eccoli i capi Eli Saab dalla collezione autunno-inverno 2017-18 apposta per noi. Un trionfo di trasparenze, voile, gli immancabili contrasti con borchie, pelle, Svaroswsky. Musica da sfilata. Modelle incazzate e magrissime, come tradizione vuole. E un cappotto blu ciano che, è evidente, Eli Saab ha disegnato per me. 🙂
Tutto questo doveva succedere prima o poi. Carrie Bradshaw. Per 3 ore.
Ma come Carrie Bradshaw insegnava — quella della serie televisiva, i film lasciamoli perdere — c’è sempre qualcosa che non va e che sdrammatizza tutto.
Esco fuori credendo di trovare il cielo terso che mi aveva accompagnato al mattino. E invece, monsone estivo —qui siamo in piena estate, con giornate fra i 30 e i 35 gradi, l’autunno può aspettare.
Abbasso lo sguardo sulle mie Rem Koolhaas rosse. Coraggio ragazze, un po’ di pioggia non ha mai ucciso nessuno, mento. E sotto un ombrellino di nulla, con la gift bag piena di velina e gift che fanno la felicità di ogni donna da che mondo è mondo, Nilde Iotti e Angela Merkel comprese, mi butto nel monsone, pensando che prima o poi avrebbe dovuto succedere.

E corro non già verso casa ma verso sabato, ieri, all’incontro con cinque giganti della poesia internazionale, alla Poets House. Uno in particolare Raul Zurita. Dietro di lui scorgo chiaramente Pablo Neruda.
Alla fine dell’incontro, combattuta se andare a rendere grazie a un gigante o liquidarmi nel nulla, faccio vincere l’incoscienza e vado da lui perché quello che ho sentito non sarà mai scordato dalla mia memoria uditiva, e lo devo ringraziare per questo dono dal valore incalcolabile. El Canto a su amor desaparecido. Fatemi un piacere, ascoltatela tutta, fino alla fine, anche se non parlate spagnolo.
Raul ha la gobba e cammina a stento. Non parla inglese e io non parlo spagnolo. In un italiano che pare una sangria gli dico che sono italiana, e lo ringrazio.
Non servono le parole.
Mi stringe la mano e non la lascia più.
Rimaniamo così per un tempo lunghissimo, ma mai abbastanza.
Negli occhi dei poeti vecchi vedi tutto. L’acqua sporca delle fogne, il mare grosso di novembre e i grani di sale sfuggiti alle lacrime. Vedi tutto, negli occhi dei poeti vecchi.
Non riuscirò mai a scordare le onde della sua poesia. La scala di dolore che sale e scende pronunciando “Pegado, pegado a las rocas, al mar y a las montañas”.
E anche questo, doveva succedere.
Naomi e Raul. Bellezze diverse.
Due volte nell’Olimpo questa settimana.

Per consistency con la mia giornata fashion, avrei dovuto andare a vedere “Manolo: the Boy Who Made Shoes for Lizards”, il biopic su Manolo— Blanhik of course — il ragazzo che faceva le scarpe per le lucertole. Ma poi mi sono lasciata prendere dal sentimentale. Volevo vedere cosa combina questo tale Andrés Muschietti — ma chi è, Andrés Muschietti?? — con “It”.
A “It” mi lega un controverso sentimento di odio e amore. Nel 1990, la miniserie in due episodi che uscì in TV contribuì a farmi guardare le lenzuola stese in giardino in modo diverso e tremebondo, e a stare alla larga, molto alla larga, dai canali di scolo, dalle barchette di carta e dai circhi. Perché non è che vai a cercare Pennywise proprio a casa sua.

La trama immagino la sappiate: Pennywise è uno spirito malvagio antichissimo che assume le sembianze delle paure dei bambini del paese di Derry, e se ne nutre ogni 27 anni, quando si sveglia dal suo letargo.
Un gruppo di ragazzi del paese, i cosidetti “Losers”, ciascuno con la sua bella fobia al seguito, uniscono le forze per combattere il clown e liberarsi, al contempo, delle loro paure. La trama è tutta qui. Come ogni horror che si rispetti, gli ingredienti sono pochi e devono essere di qualità — chef King sa come cucinarsi i lettori, lo sappiamo.
Il regista che si cimenta nella resa di un horror che ha fatto la storia della paura degli anni ’90 — pensate a “Misery non deve morire” — non può assolutamente permettersi di ridurre la complessità del personaggio di “It” dentro un pagliaccio con la faccia da chipmuck. Il regista di un film del genere deve prima leggersi e guardarsi tutto Hitchcock, tutta l’opera omnia, scritta e filmata, dalla prima riga all’ultima scena. Il segreto, per Alfred, era terrorizzare lo spettatore non usando il buio e i luoghi paurosi, bensì la luce e le situazioni comuni. Perché la miniserie — specie la prima puntata, la seconda è assai ridicola — ci aveva terrorizzato tanto? Perché Pennywise appariva in pieno giorno fra le lenzuola stese in cortile — quelle che non sarebbero MAI più state le stesse, mannaggia. Non c’era bisogno di mostrare arti strappati, bocche con dentature da pescecane e occhi spiritati platealmente al computer. Il regista di un horror così deve creare l’angoscia, perché è delle angosce di ognuno di noi che sta parlando. Siamo noi, i protagonisti del film, non i sei ragazzini. Siamo noi, i losers che devono superare le proprie paure — nello specifico, quella di Pennywise, ma più in generale, le paure tutte. Muschietti invece si preoccupa solo del colpo di scena. E così, in base al principio per il quale quando cerchi una cosa non la trovi mai, così Muschietti non trova mai il colpo di scena. Urla “al lupo! Al lupo!” troppe volte per attirare la nostra attenzione. E già dopo il quarto minuto, speri in una svolta, perché se tutto il film è così, allora, oh my God, let me get out of here…

E’ un film pornografico, nel senso che ti svela tutto, ti dice e pre-dice tutto. Quando Georgie, il fratellino di Ben, uno dei “loser”, si avvicina al canale di scolo, e dentro c’è It, lo spettatore non dovrebbe vedere It che strappa il braccio di Georgie e Georgie che arranca, senza braccio, per la strada. Perché allora sconfiniamo in un banalissimo gore. Non devo vedere. Se vedo, tutto si spiega — per quanto sia un tutto orroroso. Ma è l’inspiegato, ciò che non si comprende, che innesca la strizza. E questo Kubrick e Lynch lo sanno alla perfezione. Se vuoi mostrarmi tutto, allora, perdi la parte irrazionale, inconscia, di me, che è proprio la parte in cui sbocciano e lussureggiano — lussureggiano?? — le paure.
Non c’è una sola cosa che funzioni. Questo “It” sembra uno di quei filmetti che mandavano in seconda serata su Italia Uno, l’estate. La paura che qualche zanzara vi stia ronzando nel soggiorno, supera di gran lunga quella suscitata dal film. Uno “Stand by me” in cui l’unico vero orrore scaturisce dal fatto che non c’è nessun River Phoenix da ammirare.
A questo punto rivaluto di gran lunga l’“It” del 1990, persino la parte che mi aveva fatto ridere, quella in cui It assume le forme di un ragno. Lì se non altro It sembra un vero clown, non l’ennesimo personaggio fuoriuscito da un videogioco dell’horror.
Se mi chiedete perché il film stia avendo così tanto successo qui, non ve lo so dire. Forse l’idea di tornare al passato è più appealing del film stesso. Ma è un vero peccato. Il tema del male che non muore ma che sistematicamente ritorna, la paura che non si sconfigge mai veramente del tutto, ma che ti aspetta sempre, acquattata nell’angolo. Sono delle idee universali e lunga vita a King per averci scritto sopra un romanzo fiume come “It”. Ma senza una vera riflessione su come trasferire tutto ciò in chiave cinematografica, non possiamo sperare — Muschietti non può sperare — di raggiungere alcunché.

E dopo questo bel massacro, Moviers, è tutto. 🙂
Frunyc II aggiornato, ringraziamenti sentiti, e saluti, stasera, divinamente cinematografici.

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