Posts made in ottobre 2nd, 2017

LET’S MOVIE 341 from NYC – commenta LUCKY di John Carroll Lynch

LET’S MOVIE 341 from NYC – commenta LUCKY di John Carroll Lynch

Marriage Moviers,

No tranquilli, non il mio. Quello di Mary.
La vedo al PS1, la versione del MoMA nel Queens, a Long Island City, che non deve essere confusa con Long Island.
Perché Long Island senza City è quel foulard che svolazza al collo di New York, verso destra, se guardate una Googlemap dall’alto. Long Island è dove il Grande Gatsby teneva casa, e dava quelle feste strepitose raccontate nel suo libro e messe in scena nel film di Bass Luhrman. Se poi superate Long Island, finite negli Hamptons, che sicuramente avrete sentito nominare in quelle commedie brillanti/rosa/posh in cui donne belle, intelligenti, in genere di mezza età e in simbiosi con il loro analista, si trasferiscono nella casa delle vacanze per ritrovare se stesse. Di solito, non si sa bene come, trovano anche un uomo — fascinosissimo, ma introverso, oppure fascinosissimo ma reduce da un dolore indicibile, oppure fascinosissimo e basta — e ritornano felici e contente a New York City, col fascinosissimo al loro fianco. Tutto questo sempre nei film, e la finzione non è mai come la realtà, e mai come nel caso degli Hamptons, che il destino ha voluto farmi visitare un paio di settimane fa.
Certo se siete il tipo che va via di testa per le ville Costazzurra e, negli anni, avete accumulato pagine e pagine di story-telling dal titolo “Me and the Hamptons”, con voi per protagonisti, e una villa all-comfort come inseparabile compagna, la Bentley nel vialetto, la sala da pranzo con il caminetto ed eleganti ospiti selezionatissimi, la colazione servita in veranda, fra nuvole di cuscini color corda e in tutte le tonalità di azzurro, la spiaggia privata, i teli mare spessi quattro dita, e tante tantissime candele bianche a tutte le ore del giorno e della notte, allora il posto, sì, vi farebbe andar via di testa, e decidereste di staccare un assegno da 2 milioni fino a 19 milioni di dollari per acquistare quella villa. I prezzi sono affidabili: mi sono procurata un catalogo e ho constatato che quello è il range: da 2 milioni, e vi portate via una casina modesta con tre camere da letto e due miseri bagni, fino a 19 milioni e 999 mila dollari, e lì andiamo su 8-10 stanze da letto e 6-7 bagni, piscina, vialetto (Bentley esclusa) e, se siete fortunati, anche un design che oscilla tra il Padiglione di Barcellona di Mies Van der Rohe e le case presidenziali stile John-Kennedy-goes-to-Martha’s Vineyard che sono certa abbiate ben presente.
Se foste invaghiti degli Hamptons, probabilmente godreste il mare — obbiettivamente un gran bel mare, focoso ma pulitissimo, e caldo, le spiagge larghe ma non losangeline, gli steccati di legno che delimitano la sabbia — e probabilmente non fareste caso che non c’è un centro città, che se volete andarvi a fare un cinemino, dovete rimontare sulla 27, la Sunrise Highway, farvela tutta a ritroso fin quando non vi ritroverete con la skyline di Manhattan in lontananza e le centinaia di sale cinematografiche che ospita — dio l’abbia in gloria. Non notereste nemmeno che dopo un po’ uno può anche stufarsi di Bentley e vialetti, così come uno si stufa in fretta di Beverly Hills e Bel Air.
Molto meglio, forse, pensare a come doveva essere il posto negli anni di Gatsby, dei Vanderbilt, degli Astor, dei Rockfeller e dei Guggenheim. Pensare alle macchine sans capote che nelle estati ruggenti sfrecciavano sulla 27 solo per farsi una notte folle di jazz, booze and sex, per poi tornare al lunedì della City.
Tutto questo per dirvi di non confondere Long Island con Long Island City, l’estremità del Queens che si affaccia, nell’ordine, sull’East River, Roosevelt Island e l’East Side di Manhattan. Il PS1 è proprio lì, e anche la casa di Mary, che da febbraio condivide con Ahmed.
Non sta più nella pelle, e le scappa fuori già nella mail.
“My big news is that I’m engaged!!”.
Mary è una donna discreta, riservata, che parla sottovoce e abbassa gli occhi quando sorride. Davvero sweet. A volte mi chiedo come possa sopportare stare accanto alla mia voce sempre troppo alta, le mie braccia mulinanti, e la mia risata taurina.
Del resto è Mary. Porterà nel nome la pazienza mariana.
“I’m engaged!!”. Quanta gioia dentro due punti esclamativi, che tuttavia, da newyorkese no-drama, ridimensiona subito con un “Never thought that would happen ;)”.
Sono contenta per lei, e decido di alimentare la mongolfiera su cui sta volando con tutto l’entusiasmo di cui sono capace. I sogni vanno sempre fatti volare. Ho imparato a guardare con sospetto quelli che vanno in giro con lo spillo in mano, pronti a far saltare i sogni altrui. Molto spesso non ne hanno di propri — sciagura delle sciagure — o se li hanno, hanno rinunciato a perseguirli. Quindi diffido.
E metto da parte i dubbi filosofici che mi colgono quando penso all’istituzione matrimonio.
L’amore non dovrebbe avere bisogno di istituzioni. Quando ci sono di mezzo le istituzioni, si sa come va a finire, no? Si regolamenta, si ordina, si disciplina. E tutto questo scartoffiare, cos’ha propriamente a che fare con l’amore? Certo, poi ci sono le convenzioni sociali, i riti che fanno di noi i membri che si riconoscono in una comunità che condivide determinate usanze. Ma vedete, piuttosto che formarmi sul Diritto Civile/Canonico che legifera in materia di matrimonio, ho preferito votarmi a quello Sentimentale scritto da quei sommi legislatori degli U2, che cantavano “Love is a temple. Love the higher law”.
Amen.
Ma sto andando fuori tema.
Una volta guadagnata l’entrata del PS1, sbrigato il più e il meno della conversazione che in inglese si dice “small talk”, ecco che Mary lo sfodera. E anche qui, come nei film, in cui la futura sposa non aspetta altro che sfoggiare l’anello di fidanzamento.
“It’s a lab diamond”, m’informa, raggiante.
Lab diamond. Lab diamond. Lab diamond. Mmm. Mi manca — questo corrisponde al parsing del mio cervello.
“Lab diamond?”, chiedo io, ferma ai De Beers.
E Mary, che mai potrebbe indossare un De Beers per via del sangue che ne macchia la tratta — e mi fa sentire una criminale perché io non ho pensato al lato blood dei diamonds, nonostante il film con Di Caprio  — mi spiega che la novità degli ultimi tempi, è quella della produzione dei diamanti in laboratorio.
In vitro, se vi piace la terminologia uterina.
“But how?”, chiedo sempre io, sempre ancorata all’idea delle miniere di diamanti.
Mary mi spiega che ora i diamanti vengono fatti crescere in laboratorio. Come le piante in serra.
In questo modo il brillante non è collegato a traffici illeciti, sfruttamento dei lavoratori, mercato nero, ecc. In più i lab diamonds costano molto meno rispetto a quelli in miniera, e possono anche essere più brillanti.
“I’ll send you a link… It’s sooo interesting”.
E mantiene la promessa — Mary è anche ligissima. Mi manda il link, che vi giro qui.
In breve funziona così. I gemmologi mettono un seme di diamante in una diamantiera — ok, “diamantiera” l’ho inventato io — cioè in una “vacuum chamber”, in cui viene poi nutrito con dei gas, specie il carbonio, che si depositano sul seme, e lo fanno crescere, piano piano, trasformandolo in un diamante. Come quando a 7 anni mettevi un fagiolo su un letto di cotone imbevuto d’acqua e aspettavi che diventasse Raperonzolo.
L’articolo dice che oggi come oggi è molto difficile distinguere un diamante vero da uno di laboratorio e che una delle sfide del futuro sarà proprio quella di trovare il modo per differenziare i diamanti veri dai “fake but real”.
Per quanto interessante possa essere la bagarre fra diamante extrauterino e diamante del Klondyke, non mi interessa molto. Ciò che mi lascia piena di interrogativi riguarda la foga di Mary nel dirmi del fidanzamento, e in quanto le faccia ancora strano chiamare Ahmed “fiancé”.
Qui funziona così. Prima del brillocchio lo chiami “boy-friend”. Dopo il brillocchio, “fiancé”.
“It feels weird, calling him ‘fiancé’”, mi confessa Mary, così sottovoce che devo ricorrere all’immaginazione per capire.
Possono una manciata più o meno consistente di carati incidere sul linguaggio? Evidentemente sì.

Avevo già avuto sentore che il brillante al dito fosse una conquista per tante newyorkesi. Ma non avevo mai avuto la prova diretta che lo fosse. Gli occhi di Mary che brillano riflettendo il suo brillante di laboratorio, mi confermano le voci.
Anche Pi, un’altra amica, italiana e qui da un decennio, mi conferma che le newyorkesi sono fissate su questo punto e tengono in modo particolare a farti sapere marca e numero di carati.
“He got me a Tiffany, 2 C”.
Allora faccio il punto. Cazzute, indipendenti, tough. Con la tabella dei carati stampata in testa.
What for? Mi chiedo? C’è bisogno di quello? Abbiamo ancora bisogno di quello? L’anello di fidanzamento e la proposta? Fiancé al posto di boy-friend? First lady negli Hamptons?
Mah, forse vogliamo essere semplicemente la first, non la second, mi viene da dire.
O forse tante donne vivono ancora il sogno del principe con il De Beers/lab diamond in tasca.
E certo non sarò io a sgonfiare i loro sogni. Ma mi piacerebbe che si insegnassero alle bambine che esistono anche altri sogni, oltre a quello dell’anulare a sei zeri.
Non che la sottoscritta disdegni i diamanti in sé —portare un bracciale di diamanti credo equivalga, idealmente, all’avere una Grace Kelly intorno al polso — ma il punto è un altro. E credo l’abbiate capito.
Quando le chiedo dove si sono conosciuti, Mary mi fa una confessione, la voce ridotta a un filo.
“I met him online… Cupid.com”.
A parte il nome del sito, non trovo nulla di male a conoscere qualcuno online, specie se abiti in un maso chiuso della Val Brembana e non hai molte occasioni di vita sociale. Ma a NYC? 8 milioni e più di persone? Cupid.com?
Considerando che un buon 3 milioni sono gay e gli altri probabilmente occupati forse Cupid.com è la soluzione.
Ma for real?
Con questa domanda che mi rimbalza in testa tutto il tempo, giriamo le sale del museo, che sono ex classi della ex scuola PS1 — PS non sta per Post Scriptum, sta per Public School.
Ma for real??

Questa settimana è toccata a “Lucky” di John Carroll Lynch, e davvero la fortuna è stata davvero tutta mia, raggiungere il QUAD cinema nel Greenwich Village, a due passi da Union Square, e guardare questo piccolo trattato di filosofia della vita fra cactus e camperos.
Presentato con successo al Festival del Cinema di Locarno, “Lucky” è il genere di film per il quale inanelli una fila di partecipi presenti. Commovente, struggente, inquietante. E un participio passato. Spietato. La storia di Lucky, un gigantesco Harry Dean Stanton, in una parte che gli regala il posto nell’olimpo della recitazione e anche l’ultimo ruolo da protagonista della sua carriera: il 15 settembre Harry se n’è andato.
Lucky è un novantenne arrivato al capolinea della sua vita, anche se non vuole rendersene conto. Per lui è normale badare a se stesso, essere un solitario. Perché come ha modo di far notare, “being alone is different than being lonely” — e su questo, Moviers, mi batterò da qui all’eternità.
Vive in un paesino in mezzo al deserto, fra distributori di benzina deserti e saloon ancora aperti. Potrebbe essere il New Mexico, oppure l’Arizona. Uno di quegli stati di confine che sembrano congelati in un passato da Far West in cui i televisori sono ancora degli scatoloni e i jukebox funzionano a dovere.
Lucky è un po’ Lucky Luke invecchiato, un po’ Scroodge — all’inizio — un po’ Mister Magoo per via del suo lato involontariamente fun e un po’ Alvin, il nonnetto che attraversava l’America a bordo di un trattorino tagliaerba in “Una storia vera” di David Lynch.
Lucky compie un percorso di comprensione. Perché chi lo dice che a novant’anni hai capito tutto e sei saggio? Solo quelli convinti che un certo punto della vita si vada in pensione anche dalla vita e non ci sia più nulla da imparare e da capire. Silly them. Anche Lucky, all’inizio del film, ha la presunzione di aver capito tutto. Ma i piccoli fatti che gli accadono gli fanno comprendere che no, c’è altro.
Tutto comincia da una banale caduta. Il dottore gli dice, guarda Lucky, tu sei un’anomalia già solo per il fatto di essere sopravvissuto per 90 anni fumando un pacchetto di sigarette al giorno.  Goditi questo tempo che ti rimane.
Questo piccolo incidente dice a Lucky che forse non è immortale — quanto ci sentiamo immortali, noi umani! — e lo mette davanti al buio, al vuoto. Sto parlando del buio e del vuoto dell’eterno. La fine. E sì, Lucky ha paura. E per la prima volta, a 90 anni, lo ammette. A se stesso e a una cameriera del diner in cui negli ultimi 50 anni ha bevuto il caffè e compilato il suo cruciverba tutte le mattine.
“I am scared”.
Nei panni di Lucky siamo tutti noi: è la strada che tutti prima o poi percorriamo. Ma siamo anche nei panni della cameriera: prima o poi, come lei, proviamo i lacci dell’impotenza intorno alle mani.
Da quel momento, Lucky cerca risposte. Agisce. Si tratta di piccolissimi dettagli e azioni, ma che nella quotidianità di un novantenne, capirete, sono cambiamenti copernicani. Registra il timer della macchina del caffè. Accetta l’invito a una festa di compleanno. Si mette a cantare “Volver” in pubblico — una scena che credo svolti il film. E capisce il potere del sorriso, che negli ultimi anni, a quanto intuiamo, è sbocciato di rado sulle sue labbra. Lo capisce anche grazie a degli amici davvero speciali. Uno di questi, nientepopodimenoche David Lynch — e no, non ha nessuna parentela con il regista John Carrol.
Lynch interpreta Howard, un personaggio memorabile, e parla con un accento buffo da pieno Sud che ti farebbe venire voglia di ascoltarlo per delle ore.
Howard è affranto perché ha perso President Roosevelt, la sua tartaruga (turtle), anzi, testuggine (tortoise), come precisa. Strano, perché non gli ha mai fatto mancare nulla, gli ha sempre voluto bene. Eppure Roosevelt è scappato.
Significativamente, “Lucky” si apre e si chiude con Roosevelt che attraversa il deserto. E’ il modo in cui Howard fa riflettere lo spettatore, e gli avventori del saloon, a rapirci.
E vi prego, seguitelo parola per parola in questo pezzo di storia del cinema sul significato di una tartaruga, no testuggine, nel cosmo: Nobile come un re, pezzo di pane come una madre, nasce in un buchetto nel deserto, affronta il mondo, non più grande d’un dito pollice, e arriva a me. Si pensa che le testuggini siano lente, ma io penso al peso della casa che si portano appresso, che è per loro protezione, certo, ma anche alla fin fine, la loro bara. “He affected me. You know what I am sayin’. He affected me. There are some things in this life, ladies and gentlemen, that are bigger than all of us, and a tortoise is one of them!”.
Sentite come dice “He affected me”. Potrà mai un doppiaggio rendere tutto ciò?
Lucky lo segue benissimo in questo ragionamento. E anche il pubblico. Spesso ci troviamo davanti a spettacoli di una bellezza sfuggente. Oppure davanti a una testuggine di 200 anni, e ci cambiano a vita, tutto diventa relativo. E anche solo questi miracoli che ci vengono concessi dovrebbero riempirci l’esistenza e la testa di domande e farci affrontare anche il mare di brutto che ci si riversa addosso nel corso dell’esistenza — Lucky, e anche un altro personaggio, avventore del diner, hanno fatto la guerra, hanno visto l’orrore. Eppure si può.
“Eppure” potrebbe essere un titolo alternativo del film. Ma “Lucky” è più che perfetto. Fortunato. Siamo fortunati, ci dice il film, ma senza ricorre alla famigliola del mulino bianco, all’innamorato che sfodera un Tiffany da 2 carati e s’inginocchia davanti a una newyorkesa schiava dell’orologio biologico (!). Ricorre a un novantenne solo sull’orlo della fine. Se poi vi piace la semantica del Far West. L’eterno presente — o il passato congelato — rappresentato dai cactus. I personaggi che popolano le cittadine deserte di un’America che non so bene se esista ancora. E poi i silenzi interrotti da un’armonica, o una ballata spaccacuore sull’oscurità. I camperos, i cappelli da cowboy e quella luce rosa-gialla-azzurra del cielo prima che l’escursione termica sganci la notte nel deserto, rimarrete incantati davanti a “Lucky” — e riderete, anche: il film è pieno di chicche deadpan, battute-non-battute che Lucky o Howard snocciolano, inconsapevoli, al loro pubblico e a noi.
Allargando lo sguardo, noto che il tema della senilità e della transitorietà, del rapporto dell’uomo con la fine, e con se stesso, conquista sempre più il cinema. A Venezia sono passate le pellicole “Le nostre anime di notte” — storia d’amore tra due anziani — e “Ella & John” di Paolo Virzì, sullo stesso tema. Ricordo lo splendido “Amour” di Haneke, e il già citato “Una storia vera” di David Lynch.
Mi piace pensare che il cinema serva anche a questo. A prepararci a quello che sarà.

E anche per stasera, Fellows, è tutto. Che siate uomini in procinto di sposarvi o donne che non ci pensano nemmeno. Vecchi sull’orlo di una nuova vita, o giovani con l’animo millenario, sappiate che c’è un posto in cui vi troverete sempre a vostro agio. Quel posto è il cine. Quivi rappresentato da Lez Muvi 🙂

E pensatemi questa settimana. Qui ha preso il via il NYFF, la 55esima edizione del New York Film Festival. E c’è anche l’Italia, con Guadagnino, Storaro e Abel Ferrara. 🙂
E voi pensate davvero che io non abbia fatto la testa così a Beryl, povero malcapitato del NYFF, per farmi avere dei pass stampa?
Pensate davvero troppo bene di me. 😉

E adesso, Frunyc II aggiornato e saluti, coniugalmente cinematografici.

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