Posts made in ottobre 9th, 2017

LET’S MOVIE 342 from NYC – commenta “CALL ME BY YOUR NAME” di Luca Guadagnino

LET’S MOVIE 342 from NYC – commenta “CALL ME BY YOUR NAME” di Luca Guadagnino

Mascotte Moviers,

la mia di New York è indiscutibilmente il piccolo di faro rosso che spunta sotto il George Washington Bridge — lo trovate nel Frunyc II.
Un anno fa, appena arrivata, avevo cercato di avvicinarmi, forse lo ricorderete… Ricorderete il cop spuntato dal nulla, che mi ammoniva “You cannot take pictures!”, con quell’apertura al dialogo tipica dei cops. Io che infilavo il cellulare nella fondina, con l’espressione serafica “I didn’t know I was doing something wrong”, ma sapendo, diabolica, che lui era arrivato tardi e il mio cellulare conteneva l’incontenibile 😉
Ricorderete quanto mi aveva colpito, quel piccoletto rosso sotto il gigante tensostrutturale grigio che tiene unita Manhattan al New Jersey. Ebbene ora ne so un po’ di più, quindi mettetevi comodi e godetevi questa favola newyorkese, che comincia con “C’era una volta un ottobre a forma d’estate in cui gli Urban Park Rangers decisero di aprire la porticina del faro rosso agli abitanti del regno di New York” e che si conclude con il capitolo “The buddy and the bitch”.

Chiariamo un punto. I Rangers, per me, sono il lato amato della Legge. Niente abusi di potere, niente bullismi travestiti da “sto solo facendo il mio dovere”. Niente “you cannot take pictures here!”.
I Rangers vivono nei parchi e nelle zone verdi dei 5 boroughs di NY, hanno sempre il sorriso ma non nascondono nessun io represso da taxi driver sotto il cappello. Salvano i passeri caduti dal nido, si assicurano che gli scoiattoli non finiscano flambé nei falò degli homeless e insegnano alla popolazione della City che questo è un platano, quello un pioppo, mentre quello laggiù un bosso. Oltre a salvaguardare la natura in ambito urbano — cosa non da poco, data la tendenza della città verso l’abuso edilizio e l’uso massiccio di sostanze cementificanti — i Rangers organizzano una serie di eventi tale che la Forestale Italiana dovrebbe farsi un semestre di aggiornamento da loro per imparare come comunicare la natura.
Del resto siamo a NYC: organizzare eventi è un’abilità scritta nel dna di qualsiasi istituzione, Rangers inclusi. Tra questi eventi, l’apertura straordinaria, sabato 7 e domenica 15 ottobre, del faro rosso sotto il ponte George Washington.
Vengo a sapere di quest’occasione più unica — o duplice — che rara da TheSkint.com, il mio solito pusher di eventi free a cui devo tanta ma tanta gioia nel corso di quest’anno passato — sì, è quasi passato un anno, altri nove e posso considerarmi una newyorkese. Ora, siccome ho imparato che a New York la regola “non rimandare a domenica prossima l’evento a cui puoi partecipare oggi”, ho fatto slittare il Jewish Museum nell’Upper East Side alla settimana prossima, e ho mandato in cima alla priorità del sabato la visita al nanetto rosso.
E siccome i newyorkesi sono attivi e reattivi, l’ipotesi “ma chi vuoi che si presenti, a visitare un faro, un mezzogiorno di fuoco di un sabato d’ottobre con 28 gradi” non può sussistere. Pertanto arrivo sul posto alle 11:49 am, immaginando di fregare l’attività-reattività newyorkese, piazzandomi tra i primi arrivati. Ovviamente sbaglio. Ci sono già più di una trentina di persone in fila davanti a me.
Quindi aspetto il mio turno col terzo gruppo, chiedendomi se prima o poi succederà che io arrivi al primo posto di una fila newyorkese.
E mi rispondo.
No, non succederà.
Il Ranger che raccoglie i nostri nominativi — i Ranger fanno le cose per bene — s’intrattiene amabilmente con noi visitatori. Leggo sul distintivo il cognome. Sergent MASTRAIANNI. Peccato storpiare così la memoria di Marcello, ma ha un viso così buono, così disneyiano, che non è il caso di inserire l’ombra di una storpiatura nel suo universo fatato.
E attacco con tutta una serie di domande che avrebbero fatto fuggire Piero Angela & Son. E invece lui, il Sergente Mastraianni, risponde a tutte tuttissime le mie curiosità con il sorriso sulle labbra e un usignolo sulla spalla destra — no, be’ l’usignolo forse non c’era.
Mi spiega che il faro fu costruito nel 1880, e che stava a Sandy Hook, nel New Jersey, una penisola amena le cui spiagge distano una mezz’ora in ferry da South Manhattan. Viste che le acque del fiume Hudson, all’inizio del ‘900 si fecero sempre più trafficate, fu deciso, nel 1921, di spostare il faro all’altezza della 181esima strada, il punto in cui le sponde di Manhattan e del Jersey sono più vicine. Serviva più lì che a Sandy Hook nel Jersey.
Poi però nel ’42, eccoti spuntare il colosso del George Washington Bridge esattamente sopra il nanetto rosso. Con tutta l’illuminazione del ponte, il faretto perse la sua ragion d’essere e la Guardia Costiera ne decise la demolizione. Anzi, la fusione — e per una volta Lucky Luciano e la sua passione per l’acido, non c’entrano.
A questo punto la narrazione del Sergente s’interrompe. E’ arrivato il turno del mio gruppo, e veniamo passati in consegna al Ranger Baisley, che ripete quanto sopra e aggiunge dei dettagli che faranno conquistare al racconto la dimensione del favoloso — come promessovi.
Il Sergente Bailey, oltre a passarci la chiave del faro — una chiave gigante che lascio a malincuore alla bambina dopo di me, non prima di averla fotografata — ci passa anche una copia di un libro per bambini, “The Little Red Lighthouse” che lo scrittore Hildegarde Swift scrisse per raccontare la storia del piccoletto rosso. Pubblicato nel 1942, il libro ebbe talmente tanto successo da diventare un bestseller in tutta l’infanzia del paese. Nel 1948 quando la sentenza di morte che spettava al faro fu resa pubblica, si creò un tamtam di protesta tra i bambini di tutti gli Stati Uniti che avevano letto e amato il libro. Ma cosa potevano fare dei bambini? Be’, organizzare collette e scrivere petizioni su carta quadrettata. E per una volta tutto questo funzionò. La Guardia Costiera, che possedeva il faro e che aveva condannato il piccoletto alle fiamme della fonderia, intenerita dalla reazione appassionata dei bambini, decise di donare il faro alla Città di New York, consentendogli di vigilare, di rosso vestito, sulle acque dell’Hudson, happily ever after.
Ogni ottobre, decenni dopo questo dono, si celebra il “Little Red Lighthouse Festival” ai piedi del George Washington Bridge, con visite al faro, musica live, lezioni di pesca, lettura di “The Little Red Lighthouse” e tante attività lungofluviali per le famiglie.
Saliamo la micro scala a chiocciola all’interno del faro, ci imbattiamo nella lampada del faro, e usciamo sul pianerottolo che cinge la somma del faro. E da lassù Moviers, what a view!
Laggiù c’è downtown, con i suoi Chrystler ed Empire, con le sue Freedom Tower e Seagram Building. E sopra di voi, la strada ferrata del George Washington che permette a milioni e milioni di pendolari di pendolare tra l’isola di Manhattan e la terraferma. E alla vostra destra c’è il Jersey, con quei grattacieli che, per quanto cielo possano grattare, non saranno mai sui 3.7 km quadrati più ambiti del mondo, e li guarderanno di là dall’Hudson con l’amarezza dell’I-wish-I-were-there che possiamo immaginare. E a destra avete il quartiere di Washington Heights, appena sopra Harlem, e giù di sotto l’Hudson, il fiume con le velleità d’un mare — e i numeri per diventarlo. E se non fosse per quelle acque marroni, e quei mostri fluviali che si celano fra le sue onde chimiche, farebbe venire voglia di nuotarci dentro e raggiungere la sponda opposta.
A parte il panorama realmente stunning, e l’indubbia bellezza di quest’oggetto rosso tra le acque marroni e sotto uno stradone grigio, quello che affascina del Jeffrey Hook’s Lighthouse è lo scampato pericolo. E’ un sopravvissuto, il nanerottolo. Ed è sopravvissuto perché qualcuno ha raccontato la sua storia. E quella storia è stata letta e riletta e conosciuta. E salvata.
Il potere della parola.
Forse gli americani saranno semplicioni in tante cose. Ma hanno un modo tutto loro di relazionarsi con la memoria recente che a noi europei, francamente, sfugge. Le nostre commemorazioni tendono a essere o ufficiali o religiose o molto nazionali. Monumenti, processioni, santi e militi.
Noi non festeggiamo il salvataggio di un faretto rosso grazie a uno scrittore che ne ha scritto la storia. Però nemmeno rinneghiamo ciò che la storia ha lasciato sul nostro percorso demolendo il nostro patrimonio storico-artistico — avrete sentito delle critiche, francamente discutibili, che ci piovono addosso dal New York Times.
Quindi USA-Italia, uno pari palla al centro.
Certo è che forse la nostra storia è troppo mastodontica per occuparsi anche di questi piccoli episodi, che tuttavia sono grandi occasioni di aggregazione civica.

Mentre me ne stavo in cima al faro, chiedendomi tutto ciò, rimirando il paesaggio, ho notato che di sotto, il prato lungo l’Hudson si stava popolando di famiglie, bambini, coppiette, di tutte le forme e colori.
Oltre a rallegrarmi di aver scampato una fila che, a quel punto, raggiungeva lunghezze inaffrontabili per la mia insofferenza, mi sono detta che la comunità si costruisce anche così. Soprattutto così.

Scesa dal nanetto miracolato, ancora incredula per essergli entrata in petto, saluto il Sergente Mastraianni e prometto che frequenterò gli eventi organizzati dai Rangers. Ecco, magari non le hikes sul Mount Moses, ma sicuramente le serate “Astronomy”, che promettono le fasi lunari sabato 14 ottobre e “Conjunction of Venus and Jupiter”, l’11 novembre. Mi guardo bene dal ridere davanti al programma “Outdoor Kills”, in cui si insegnano a bambini e famiglie tips&tricks per: accensione fuoco, preparazione dello zaino, organizzazione provviste, orientamento&bussola, abilità di sopravvivenza.
Se sento nominare orientamento e sopravvivenza a New York City, penso immediatamente a come imbroccare una buona volta l’uscita giusta dalla metro a Union Square. O a come pagare gli affitti stratosferici di questa città. Ma certo un giorno magari i piccoli newyorkesi potranno avere bisogno di accendere un fuoco — e non in un bidone, speriamo — oppure di ritrovare la via perduta —e non dall’analista, speriamo.

Risalgo in bici per tornare a casa. La fortuna di vivere a Sugar Hill è vivere a un miglio scarso dal faretto rosso. 🙂 Nel frattempo hanno transennato la parte di ciclabile che serve al Festival. La mia abitudine di pedalare sempre e ovunque, mi fa commettere una delle infrazioni più riprovevoli della storia del codice stradale delle ciclabili americane: pedalare su un tratto reso pedonabile.
E dopo aver pedalato non più di due metri — non esagero — vengo fermata immediatamente da una coppia di Rangers, the buddy and the bitch. Stavolta non sono il braccio amato della Legge. Sono quello aRmato.
Sentite lei come mi si rivolge.
“Is there any reason why you are biking in this area?”
“Is there any reason why?” ripeto nella mia mente, compiacendomi di quanta ostilità possa nascondersi dietro a un “is there any reason why?”.
Io dico che ho pedalato esattamente per quel tratto quando sono arrivata, un’ora prima.
“Which way did you come from?”. Terzograda lei.
Le indico da dove sono arrivata.
“She must have arrived when the place was still accessible to bikes”. Traduce il buddy, come se non avessi appena detto la stessa cosa.
“Don’t you see there is an event going on, people walking by? You must dismount your bike”.
Quando dal “supposed to” si passa al “must” hai capito già che ore sono.
Io penso che a questo punto lei voglia tirar fuori le manette e portarmi in prigione, laggiù, oltre il saloon.
Mi piacerebbe dirle, senti bella — non “bitch” perché sono una signora — guarda che non sono una che si getta tra la folla con un tir a due ruote, sono una che potrebbe sostenere una lectio magistralis sul Jeffrey’s Hook Lighthouse dopo lo spiegone del Sergente Baisley. E per inciso, io e il Sergente Mastraianni siamo pappa e ciccia, e non solo perché condividiamo un bagaglio di italianità che ci porta a sviluppare una naturale avversione verso certe regole discutibili del codice stradale delle ciclabili americane in vigore durante certi eventi pubblici, ma anche perché siamo fun people. You get it? FUN people!
Ma noto da me medesima la debolezza della mia tesi, e faccio la cittadina modello.
“Not a problem, I’ll walk my bike”.
Scendo dalla bici e la spingo per quei 4 metri — non esagero — che mancano alla transenna oltre la quale alla mia bici è consentito spargere morte e terrore tra la folla.
E mi chiedo. La mia insofferenza nei confronti delle regole stupidine americane e del modo prepotente che hanno di fartele notare e rispettare, sarà prima o poi rimpiazzata da una qualche forma di accettazione? Il giving-in avrà la meglio sul mio standing-up, un giorno?
Conosco già la risposta. E anche voi.

Quanto a cine, si è conclusa la prima settimana del NY Film Festival. I film visti sono tanti, i talk sentiti pure. Ho vissuto una settimana dipinta al Lincoln Center, tra i suoi tre Theater, contro tre Theater — tongue-twister 🙂 — del Lincoln Center.
No, non è un brutto vivere 🙂 E mi attende un’altra settimana simile.

Tra tutti i film devo parlarvi di “Call Me By Your Name” di Luca Guadagnino. E questo perché avrete occasione di vederlo nelle sale italiane il 24 novembre, quindi una preview potrebbe esservi cosa gradita.
1983, Crema. Villa da Giardino dei Finzi-Contini. Alta borghesia ebraica internazionale: padre americano professore classicista, madre franco-italiana sensibile e acculturata, Elio, il figlio diciassettenne, gran lettore, piccolo genio del pianoforte e della chitarra, poliglotta. Ecco che arriva Oliver, ventiquattrenne, figo, americano, figo — l’ho già detto? — visiting PhD student che deve lavorare con il padre di Emilio per sei settimane.
Il film racconta il desiderio che monta e monta fra Elio e Oliver e sfocia nel primo vero amore — sicuramente per Elio, ma anche per Oliver: la tegola dell’amore che si vede arrivare in testa è bella grossa.
“Call Me By Your Name” è tratto dall’omonimo romanzo di Andres Aciman, ed è stato co-sceneggiato da James Ivory. Se avete visto “Camera con vista”, oppure altri film di Ivory, riconoscerete la sua mano, a cui piace indugiare sull’estate non tanto come stagione metereologica, ma esistenziale, e mai come in questo film, in cui le sei settimane di soggiorno di Oliver presso la villa dei Perlman coincidono con la formazione/educazione sentimentale di Elio, che prende coscienza del proprio corpo e della propria omosessualità. Un coming-of-age, come si dice in inglese il Bildungsroman. Una crescita, che tuttavia, in questo caso non riguarda solo Elio, ma anche lo stesso Oliver, che non immagina minimamente, all’inizio, di potersi invaghire di un ragazzino di diciassette anni.

E’ un film che sprizza languore da tutti i pori. I lunghi pomeriggi assolati a bordo piscina, i pranzi domenicali all’ombra di grande albero, i giochi con gli amici, i bagni al fiume, chi arriva prima a quel muro — suggerisce Baglioni. Quel particolare e irripetibile senso di mollezza che si vive solo nelle estati adolescenziali, quando tutto sembra immobile, e il silenzio è interrotto solo dalle cicale, dall’acqua di una fontana. E dallo scricchiolio delle tue ossa che cercano la loro via verso l’età adulta. Con il languore, naturalmente, arriva il desiderio.
Non si vede nulla, nel film, di trivialmente sessuale. Pochissima pelle, nulla di scandaloso. Ma Guadagnino è abile a catturare tutto quello che sta intorno, e a immortalare sguardi, silenzi, mani che si sfiorano, piedi che si sovrappongono e stillano più eros di qualsiasi amplesso. Certo la scena della pesca passerà alla storia per la sensualità che evoca molto esplicitamente… E mi saprete dire cosa ne pensate.
E’ come se la villa pulsasse, rossa, bollente.
Ma non c’è solo quello. C’è un bellissimo — ancorché poco realistico purtroppo — monologo finale del padre al figlio. Una dichiarazione di rispetto nei confronti di ogni forma di amore, di comprensione totale verso l’orientamento sessuale del figlio, e di incoraggiamento a vivere fino in fondo quello che ha vissuto, e a considerare l’amicizia con Oliver qualcosa di speciale e unico.
Dico poco realistico perché sentiamo molto spesso storie di adolescenti che si uccidono — e questa, purtroppo, non è un’iperbole — piuttosto che rivelare ai genitori la propria “diversità”, o di genitori che, con la loro freddezza/violenza fisica o anche solo verbale, li spingono via. Ecco, il padre di Emilio è tutto ciò che un padre dovrebbe essere. E così la madre: discreta, comprensiva, perdutamente innamorata del figlio, ma libera dalla morbosità delle madri italiane.
Nella conferenza stampa Guadagnino ha detto che con questo film — l’idillio — ha completato la sua trilogia, cominciata con “Io sono l’amore” — la tragedia — e “A Bigger Splash” — la farsa.
Che “Call me by your name” sia un idillio, è evidente. Tutto si compie nell’universo chiuso e protetto della villa. Non c’è relazione con il mondo fuori, con la discriminazione, i problemi a cui sono sottoposti gay, lesbiche, trans e LGBT nella società. Quindi se cercate quello, la dimensione politica e sociale della diversità di genere, non la troverete. Troverete, invece, la versione homo dell’inarrivabile “Vita di Adèle” di Keschich, in cui due ragazze trovavano l’amore l’una nell’altra, e il dolore, l’infinito dolore quando la storia finisce.
E anche in “Call Me By Your Name”, c’è, il dolore. Perché l’estate è tragica di per sé nella sua finitezza. Agosto è un felice ozioso dai giorni contati. E infatti arriva il momento in cui Oliver deve tornare in America. E credo che la scena più toccante, per me, quella in cui senti il cuore pulsarti in gola e ricacci indietro a forza le lacrime, sia dopo i titoli di coda. Rimanete in sala fino alla fine fine, e non fate come me: lasciate correre le lacrime! Oscar alla miglior interpretazione a Elio, Timothée Chalamet, in una prova da attore navigato dentro un corpo diciassettenne.
Per me — e per chi come me si porta un po’ di Lago di Garda nelle vene — sarà piacevole assistere al ritrovamento di una statua classica, da parte del padre e di Oliver, proprio nelle acque del lago, vicino a Sirmione. Quella scena, con la statua che riemerge dai flutti, ammirata da padre, figlio e amante del figlio, quello stupore estatico che colpisce l’uomo davanti al bello e all’inaspettato — come ritrovare una statua — unisce i tre in un rapporto di complicità che nessun rito maschio alfa potrebbe mai eguagliare. Credo che quello sia un punto centrale del film, che rimarca la dimensione idilliaca auspicando che le cose possano essere così, un giorno. E che un padre e un figlio possano condividere un istante di bellezza, anziché uno strip in un club o una partita di calcetto.
E infatti Guadagnino ha tenuto a dire che questo, per lui, è un film sulla famiglia, e sulla transizione di valori da una generazione all’altra. Quindi, Moviers, non fermatevi solo alla pesca, okay? 🙂
Mi piacerebbe raccontarvi di Noah Baumbach, di Greta Gerwig e di Leon Vitali… Ma come si fa, avete una vita voialtri, oltre a Lez Muvi, se non erro! Quindi ne scriverò in un articolo per La Voce di New York, e vi manderò il link.
Mentre subito vi ri-fornisco quello al Frunyc II, con il reportage sul nanerottolo rosso, sooo cute.
E anche per oggi è tutto. Infinite grazie, sempre, per l’attenzione e saluti, adorabilmente cinematografici.

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