LET’S MOVIE 343 FROM NYC – commenta “LOVING VINCENT”

LET’S MOVIE 343 FROM NYC – commenta “LOVING VINCENT”

Finisco Fellows

in un appartamento a Bushwick, la zona di Brooklyn immediatamente sotto Williamsburg, più o meno a sud di Flatbush Avenue. Segmentizzare Brooklyn e definire i suoi quartieri è un compito al quale persino i geometri comunali di New York City hanno rinunciato. Ogni volta che chiedo a qualcuno dove comincia Bushwick e dove finisce Bed-Stuy, oppure qui è ancora Ridgewood o siamo a Greenepoint, ottengo solo risposte vaghe “mmm dunno exactly”.
Il profilo di Bushwick somiglia molto a quello di Bed-stuy —che di secondo nome, lo ricordo, fa “Do or die”. Mi dicono che le Bushwick Houses sono gemelle delle Marcy Houses di Bed-Stuy, quelle che chiamano “public housing projects”. Da quello che mi spiegano sono le nostre case ITEA, però con molto molto spaccio, fancazzismo, microcriminalità. Mi dicono anche che lì è nato Jay-Z. Cerco di mascherare la mia bocca spalancata con del campanilismo tutto made in Sugar Hill. “Are you sure? I thought he was born in Harlem”.
Sì, sì, mi assicurano. Right there.
Quando ascolti il rap di NYC, e poi ti ritrovi in quelle strade sputate da quelle voci, e vedi certi spettacoli, capisci quello che quei testi ti riversano addosso. L’altro giorno correvo nella parte assolutamente non turistica del Bronx, tra Plimpton e Jesup Avenue. Sono passata davanti a un tratto di strada da fegati preparati. Una fila di rifiuti, lattine, sporcizia, avanzi di cibo, pantofole del 1998, cuscini gonfi con chissà quanti incubi, cerchioni di automobili orfani di pneumatici, e scheletri di biciclette senza sella né ruote. Accanto a questa striscia di macerie del nostro millennio, o meglio, in mezzo a questa striscia, delle persone. Non so se definirle senzatetto. Magari un tetto lo hanno, e passano la giornata a guardare le macchine passare — come il train-spotting di Danny Boyle — e poi tornano sotto quel tetto, a guardare le pareti. Sono uomini e donne dai contorni indefiniti. Hanno visi serissimi e tetri. Può capitare che si aprano in un sorriso, vedendo una bianca correre per quella parte di NYC che certo non conosce corridori, tantomeno bianchi. Ma sopravvivono un metro sotto il livello di povertà che noi italiani abbiamo in mente quando prendiamo le misure della povertà. E se ne stanno lì, in mezzo alla spazzatura, senza fare nulla, senza dire nulla. Da quanto? Per quanto? In quanti? Sono tutte domande a cui non trovo risposta. Non so nemmeno a chi rivolgerle, per il momento.
Correndo per quel tratto sventurato di Plimpton Avenue, mentre in cielo si staglia un sole da 30 gradi, ripenso a una conversazione con Erik, un amico newyorkese, originario del Minnesota. Gli racconto di quanto NYC mi sorprenda, spesso, per il livello di degrado in certe sue zone. Specifico che l’Italia non è da meno, che abbiamo esempi raccapriccianti in fatto di incuria e rapporto “difficoltoso” con l’immondizia. Ma che stiamo imparando, piano piano piano, a differenziare, a riciclare. E a cominciare a fare quello che in Germania e nel Nord Europa fanno da trent’anni.
“Why is it so?”. Chiedo, rimarcando che siamo nella città che dovrebbe trainare tutti nel futuro, per lo strardinario patrimonio di etnie e nazionalità che la popolano, facendo di lei il modello vivente di convivenza possibile. New York patrimonio DI umanità, come amo dire.
Concordiamo insieme su una possibile ragione.
Rage.
Rabbia. Verso un sistema che non li considera, o peggio, che li considera feccia. E che non si pone il problema di prevenire il loro disagio, ma che lo ignora, fomentandolo. Se convertiamo in potenziale elettorale questi individui, che presentano livelli diversi di degrado — fisico, psichico, fisico-psichico — avremo, come per magia, gli elettori di Trump. Quelli che distruggono tutto ciò che sta loro intorno perché altri l’hanno costruito per loro: altri che li hanno sempre collocati ai margini. Spazzatura a bordo strada. Quindi è lì, paradossalmente, che sono destinati a stare, realizzando la profezia che si autoavvera. Rottami e macerie, organico e inorganico. Un unicuum senza distinzioni.
“America is a country of angry people”, dice, più a se stesso che a me, Erik.

Scendendo dalla metro sopraelevata di Myrtle Avenue, a Bushwick, non penso alla rabbia, che non trovo negli occhi delle persone che incontro. Ma guardando verso le Bushwick Houses, quei condomini dalle dimensioni disumane che hanno dato i natali al re del rap, non posso fare a meno d’immaginare gli anfratti, i sottoscala, gli appartamenti sgangherati, e quel cuore che pulsa incandescente.
L’orizzonte, là in fondo, è rosso rabbia.

Ma non posso portare tanta serietà in un party! Specie in un party così stereotipicamente alternativo che rido solo all’idea della fauna umana che incontrerò. E quando poi la incontro, ci rido sopra una seconda volta.
Patrick è un fotografo che, nella sua carriera ne ha fotografati di tutti e di più. Mick Jagger, Ray Charles, Kate Moss, Salman Rushdie e Viggo Mortensen, per dirne alcuni. E’ un tipo di poche e strampalate parole che fatico ad afferrare. Il suo studio è casa sua, o casa sua è il suo studio. Un grosso telo grigio copre tutt’una parete, e quello è il set. Macchine fotografiche, qualche riflettore, un divano di pelle nera, una cucina a vista molto sciatta, un soppalco che nasconde un letto, l’immancabile bici parcheggiata in corridoio e il caschetto accanto alle scarpe — previdente Patrick. Al terrazzo si può accedere da una finestra del salotto, oppure passando per il corridoio esterno all’appartamento. E il terrazzo è qualcosa che tutti sognano, a New York City. Quello di Patrick è incastonato fra altre brownstones, quindi non c’è panorama o vista o alcunché. Ma fa comunque scena. Mattoni in vista, barbecue, vicini permissivi che tollerano una musica strana, fra il tribale e l’indie, valla a definire se sei capace…
Ah sì, la fauna umana è tipicamente newyorkese. Due ragazze dietro il lavandino stanno tagliando dei peperoni e delle melanzane in un modo assolutamente bbq-unfriendly. Ma chi sono io per dire come tagliare cosa a chi.
Scordo i loro nomi nell’istante in cui li pronunciano, e lo stesso avverrà per tutti quelli che incontrerò, tranne due. Anka, immigrata dalla Russia con la famiglia a 13 anni e a NYC da trenta. Fa qualcosa nell’ambito della moda e della fotografia, ma non ho capito bene cosa.
Spero di ritrovarla, ha un modo di parlare pacato e dolce. C’è Europa in lei. Ma anche nuovo mondo, e la combinazione è molto gradevole.
L’altro di cui mi ricordo il nome è June.
“Like the month?”, diciamo in coro io e Anka, quando ce lo presentano.
Sì, come il mese. Biondo berlinese, secco come un nerd, gay che più gay non si può. Dice di occuparsi di PR, ma lascia tutto sul vago.
Ho capito che esistono due tipologie di newyorkesi. Quelli arrivati, che ti scandiscono a chiare lettere il loro lavoro e per chi lavorano, e se per caso non l’hai capito ti fanno pure lo spelling. E quelli che sono ancora per strada, e stanno cercando il modo di arrivare. La strada, meglio occultarla, per ora, in una nebbia indistinta. Tanto prima o poi arriverà il momento. Sure as hell.
Io e Anka ci avviciniamo a Liv, o forse Luke, per capire cosa diamine stia facendo. All’apparenza sta piantando due assi di legno alle estremità di un tavolo, per trasformarlo in una specie di U. Liv/Luke ci assesta un abbraccio di quelli hippie: molto fumo prima, molto nonsense dopo, sguardo volante e sorriso beato nel mezzo.
Anka chiede “Does Patrick know what you are doing?”.
Liv/Luke annuisce e se la ride.
Mentre Anka va ad accertarsi che Patrick sappia davvero cosa Liv/Luke stia facendo, io gironzolo tra la folla. So già che non rimarrò molto. I due bbq accesi stanno mandando esalazioni tossiche che in nessun modo uccideranno l’outfit da Annie Hall che indosso.

Quando dico che sono italiana, noto che una delle possibili reazioni dell’interlocutore medio newyorkese è quella di dimostrare quanta conoscenza dell’Italia possiede. E via che mi si sciorinano piccoli borghi della Toscana e specialità emiliano-romagnole e angoli dispersi della Sicilia… Io, che vanto un “gravemente insufficiente” in geografia e usi&costumi dell’Italia centro-meridionale, a volte lo faccio presente “Mai messo piede in Sicilia, shame on me” — e quel “shame on me” racchiude davvero tutta la mia vergogna.
A volte faccio la spavalda e indago per vedere fino a che punto si spinge tanta conoscenza del bel paese. Di solito l’interlocutore si arena cercando di ricordare il nome del borgo e della specialità. A volte invece ti trovo il batterista di una jazz band che canta le lodi degli Autogrill italiani, come quella sera a casa di Patrick. Mister X — potrebbe essersi chiamato Joe, ma non metterei la mano sul bbq — mi racconta che quando è in tour in Europa con la band, di solito si fanno tre-quattro tappe italiane e si fermano molto lungo le autostrade. “I love the autogrill!”, esclama, reggendo insalata di cavolo nero e torta di mirtilli tutti nello stesso piatto (l’orrore senza fine). Io naturalmente scoppio a ridere perché per noi italiani, il camogli all’autogrill ti ricorda gli 883 in rotta per casa di Dio (!!), oppure camionisti solitari che tentano di soffocare in un panino la tristezza della lontananza da casa.
Ecco, mi sono resa conto di non sopportare molto quelli che se la tirano perché conoscono il Mirto sardo oppure Santa Margherita Ligure. La gara a chi ce l’ha più lungo — l’elenco di cose-viste-mangiate in Italia, maliziosi! — non sortisce alcun effetto su di me. Ma del resto quella del showing-off turistico è una pratica universale che non riguarda solo i newyorkesi, ma tutti quelli che in un viaggio vedono il modo — assai piccino — di impressionare il prossimo.
Una newyorkese dai tratti asiatici che non avrà più di 35 anni, discorre con Anka.
“I try to work less now, to do what I really like to do. And to enjoy life, d’ you know what I mean? I’ve got a house in the Catskills. Now everyone has a house in the Catskills… You grow up, you know. You don’ wan’ to mess around with the party shit anymore. And it is so fuc*ing quite up there. I really need it. I need a break from the City. To enjoy life, d’ you know what I mean?”. Accanto a lei una splendida lesbica nera con la casacca dei New York Yankees annuisce. Ha i capelli rasati ai lati, una birra in mano, sneakers ai piedi.
Le Catskills sono le montagne appena fuori New York City. Un po’ come comprarsi una seconda casa sul Bondone, immagino.
Qualche settimana fa ho abilmente rifiutato un invito ad andarci, nelle Catskills.
Non è che chiedi a Mandela di visitare Robben Island dopo 27 anni di prigionia. Capitemi. Per il momento, le uniche vette che riesco ad affrontare, sono quelle del Chrysler e dell’Empire, che mi fanno da bussola in caso mi perda nella selva oscura di Gotham City.
Saluto il padrone di casa, che prima di andarmene mi illumina su cosa serviva la U che Liv/Luke stava costruendo. Liv/Luke ha aggiunto un’asse in cima, in modo da formare una specie di cubicolo. Ha sistemato uno spargi-fumo in fondo, creando così una specie di strano sfondo misty-hazy per foto. Patrick mi dice sit down there.
I sit down there.
Scatta una foto. Chissà che fine farà.
La 35enne asiatica mi abbraccia prima che me ne vada “It was so great meeting you”.
Non ci siamo nemmeno rivolte la parola.
It was great meeting you too, Lady Catskills. Enjoy the fuc*ing quiet.

Dunque, questa settimana, a rigor di NY Film Festival, dovrei parlarvi di qualche film che ho visto durante la kermesse. Tipo l’ultimo di Woody Allen, “Wonder Wheel”, girato nella mia amata Coney Island. Uscirà a dicembre nelle sale. Stavolta Woody raggiunge la sufficienza, e si discosta da certe pellicole di dubbio gusto degli utlimi anni. Diciamo che sembra una pièce teatrale che ribalta “Blue Jasmine”, ci butta dentro un po’ di “Match Point” e aggiunge la patina nostalgica di “Café Society” lucidata dalla mano di Vittorio Storaro, che dirige una fotografia al sapor di luci color miele e azzurro. Oppure dovrei raccontarvi di “Piazza Vittorio”, lo splendido documentario che Abel Ferrara — il figlio ribelle del cinema indipendente newyorkese trapiantato in Italia — ha girato nelle piazza romana. In un’ora di documentario ha riassunto la questione dell’immigrazione a livello locale e globale, l’identità italiana “messa a rischio” dai flussi migratori, l’istinto di apertura dell’animo italiano verso l’accoglienza ma la frustrazione di convivere con situazioni al limite della decenza.
Abel ha pure mandato a fancubo il Lincoln Center nel Q&A. E detto da dentro il Lincoln Center, be’, it is no peanuts.

Invece decido di parlarvi di “Loving Vincent”, di Dorota Kobiela e di Hugh Welchman, perché è il primo film d’animazione interamente dipinto a mano. Ci hanno lavorato 125 pittori ad olio —di gomito anche— che si sono messi letteralmente a dipingere il film, fotogramma per fotogramma, pennellata su pennellata. 62.450 inquadrature, 12 dipinti a olio per ogni secondo. 80 minuti di film. Fate voi i vostri conti e ditemi se l’olio non è anche di gomito.
I due registi hanno fatto prendere vita alle tele del pittore olandese, portando in scena i protagonisti di quei quadri. Dalla tela allo schermo, insomma. Se amate l’arte di Van Gogh, e la persona di Van Gogh, tanto quanto li amo io, “Loving Vincent” è assolutamente imperdibile: materializza davanti ai vostri occhi i ritratti di personaggi che vi sono familiarissimi. Il postino Roulin, il Dottor Gachet e la figlia, i contadini, l’Arlesiana. E poi ancora i corvi, gli iris, le case dalle imposte verdi sotto un cielo altrattanto verde, le caffettiere, le bottiglie, le notti stellate… E tranquilli, non è una sviolinata all’opera dell’artista e alla sua triste fine. “Loving Vincent” è costruito come un giallo, una detective story — non un biopic.
E’ ambientato nel 1891, un anno dopo la morte di Vincent. Ve lo ricordate Roulin, il postino? Ecco, Roulin incarica il figlio Armand di consegnare una lettera che il pittore scrisse al fratello Theo prima di morire. Armand, assai riluttante, si mette in viaggio, ma ben presto scopre che, nel corso di quell’anno, anche Theo è morto. Allora deve trovare un nuovo destinatario per questa lettera… E si mette sul cammino degli ultimi giorni di Vincent a Auvers, passando per Arles e Saint-Remy-de-Provence, incontrando tutti i personaggi che hanno popolato la vita — e le tele — del pittore. E qui comincia il giallo. Chi ci assicura che Vincent si sia tolto la vita? Dopotutto il foro del proiettile nel fianco è innaturale: chi si suicida puntandosi una pistola in area fegato? E come può un paziente essere dimesso da una clinica psichiatrica come “guarito” e, nel giro di poche settimane, ripiombare nella depressione e decidere di togliersi la vita? Che rapporto aveva il dottor Gachet con Vincent? E la figlia di Gachet?
Armand infila i panni del detective e ripercorre le ultime settimane di vita del pittore, e noi con lui. In posti, per altro, che mi sono personalmente molto cari. Il mio agosto 2016 è trascorso ad Arles, dove Vincent visse il suo penultimo anno di vita. E certo non potevo farmi mancare la visita al manicomio di Saint Paul de Mausole, a Saint-Remy-de-Provence, a un’oretta di distanza.
In “Loving Vincent”, troverete tutto. Soprattutto la lotta dell’artista contro i propri demoni, la furia della creatività, che lo colse a tarda età — 28 anni — e che lo portò a dipingere più di 800 tele in dieci anni scarsi. Troverete tutte le ultime 150 tele che dipinse nel cortile di lavanda e nei dintorni di grano del manicomio. Snocciolo cifre perché nei giorni arlesiani mi sono documentata in maniera febbrile su Vincent, e lui, Vincent, mi è stato accanto in una maniera quasi fisica. Quei colori feroci, spesso inconsueti — cieli verdi, campi blu. Il giallo che ferisce gli occhi, tanto è abbacinante, i cieli vorticanti che vorticano e inghiottono. Van Gogh cammina sul filo e dalla tenebra salva degli spettacoli inquietanti e incantevoli. Così è la bellezza, talvolta. Una donna splendida con addosso un manto nero.
Centrale anche lo sguardo degli altri su di lui, l’altro per antonomasia, zimbello e bersaglio di critiche, angherie di ogni sorta. Coloro i quali lamentano il bullismo, più o meno cyber, del mondo 2.0, mitizzando il passato, forse non ricordano la lunghissima lista di artisti presi di mira nel corso dei secoli dai benpensanti. Vincent era lo straniero matto. Dylan Thomas l’inglese ubriacone. Oscar Wild il debosciato perverso. Ed è stato un sollievo che i due registi abbiano accennato giusto en passant all’orecchio tagliato e al rapporto controverso di Vincent con Gaugain, ben consci che quella è la parte di bio-letteratura che riempie le bocche delle cronache ma che rivela solo in minima parte chi fosse veramente Van Gogh. Ancora oggi Vincent viene ancora additato come quello che si è tagliato l’orecchio e che faceva il diavolo a quattro con Gaugain. Sad but true.
Questo film è un modo per conoscere di più di lui, ma anche del rapporto con il fratello. Se non l’avete fatto, procuratevi la raccolta di lettere che si scambiarano. E’ un libro prezioso. E se c’è una cosa che mi manca dell’Italia, Moviers, ve lo confido, è la mia libreria. Perché quando ti trasferisci dall’altra parte dell’oceano puoi portarti tanto, ma non tutto. I tuoi libri, rimangono dalla parte sbagliata dell’oceano. E i libri che ti hanno formato sono la tua spina dorsale. Lasciandoli, lasci un po’ di te.
Anyway, reputatevi fortunati che non abbia sottomano la mia copia delle lettere, altrimenti vi seppellirei di citazioni. 🙂
Spero di avervi convinto ad andare nelle sale a vederlo. In Italia esce solo per tre giorni, oggi, domani e dopodomani.
Vi vorrei anche parlare di “Visages/Villages”, di Agnès Varda e JR, credo il documentario più bello degli ultimi anni, ma vedo che uscirà in Italia a maggio 2018 (!), quindi c’è tempo per pipponi.

In onore di Vincent, mon amour, ho aggiunto nel Frunyc II alcune fotografie che scattai lo scorso anno ad Arles e a Saint-Remy-de-Provence. So di fare la felicità degli amanti della Provenza 🙂

E anche per oggi è tutto, Moviers. Grazie della pazienza, della resilienza, della costanza, e saluti, (in)finitamente cinematografici.

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