LET’S MOVIE 344 from NYC – commenta “THE KILLING OF A SACRED DEER” di Yorgos Lathimos

LET’S MOVIE 344 from NYC – commenta “THE KILLING OF A SACRED DEER” di Yorgos Lathimos

Mipiace Moviers

una cosa in particolare dell’isola di Manhattan. Che lei è la protagonista incontrastata, lei, la regina del reame, e tutto il resto, tutti gli altri, well, meglio che si abituino al secondo gradino. Me ne sono accorta durante i giorni del New York Film Festival, con tante celebrities in giro, tra attori, registi, professionisti del settore. Niente folle in delirio, svenimenti collettivi al passaggio di un attore, o di un regista.
Questa attitudine al low-key distingue per l’ennesima volta New York City da Los Angeles, dove il movie business è costruito intorno al mito della star da red carpet. Più è inarrivabile e più è circondata da fan strillanti, più la star è star.
Succede anche al Festival di Venezia — immagino anche a Cannes. Il red carpet al Lido è transennato e protetto da omoni della security pronti ad intervenire sui vostri menischi qualora intendiate avvicinarvi all’attore del vostro cuore. Se da un lato questo atteggiamento, incrementando la distanza tra “loro” e “noi”, rafforza l’aura onirica intorno al divo, dall’altra crea tutto quel polverone di nulla che si solleva ogni volta che l’attore in questione muove un passo. Ecco, a New York City non vedrete nulla di tutto ciò. Ed è per questo che moltissime star di Hollywood abitano qui, o hanno una seconda casa qui. A NYC sono liberi di uscire per strada, andare da Starbucks, fare shopping, raggiungere il Lincoln Center senza una scorta di omoni a minacciare i menischi di nessuno. Noah Baumbach, Richard Linklater, Greta Gerwig, Luca Guadagnino, Vittorio Storaro, Ed Lachman, Kate Winslet, Dustin Hoffmann, Adam Sandler si sono alternati senza problemi. Spike Lee a settembre con lo zainetto sulle spalle — ricordate? Renée Zellweger che guarda la notte degli Oscar al Samsung 837 a Chelsea, a un metro da me e da altre decine di persone.
E’ tutta gente che fa un mestiere, alla fin fine. Sono artigiani dei sogni. Dei sogni, certo, ma pur sempre artigiani.
Nei giorni del NYFF non ho visto nessuno, NESSUNO, che abbia chiesto una foto, che abbia scattato un selfie, chiesto un autografo. Le celebrities venivano, facevano il loro bravo talk, la loro brava conferenza stampa, e via, se ne andavano tranquille tranquille.
A Venezia, al termine delle conferenze stampa, le star e i registi dietro il tavolo, vengono letteralmente presi d’assalto dai giornalisti, che si fiondano come mandinghi su di loro, smart-phone alla mano per guadagnare qualche centimetro di vicinanza in più.
Ricordo che rimasi sconcertata quando assistetti — assistei?? — allo scatto selvaggio della mandria giornalistica verso Jude Law, Mel Gibson, Amy Adams.
Mah, un conto sono gli stormi di adolescenti con l’ormone sbalestrato. Un conto sono i giornalisti professionisti sul luogo di lavoro. Un po’ di decoro, via.
Tornando al NYFF. Dopo la proiezione del documentario “Arthur Miller: Writer”, esco dalla sala e mi trovo davanti una schiena felpata che avreste riconosciuto tra centinaia di schiene felpate. Chi porta sempre la felpa nel mondo documentaristico statunitense? E quando dico sempre, intendo proprio sempre sempre, no matter the occasion?
Iniziali M.M.
Micheal Moore.
Indovinato.
Bravi.
Se ne stava lì, appoggiato a un tavolino, circondato da una gran ressa di gente in attesa di entrare in sala per lo spettacolo successivo. E tutti si facevano i fattacci propri e non lo degnavano di uno sguardo. Lui parlottava con qualcuno, tranquillo tranquillo. A un certo punto, un tipo è passato e gli ha detto tipo “Ehi man, I love your stuff” — commento da Cahiers du Cinéma, come vedete… Lui ha ringraziato con un sorriso che, nel mio immaginario, l’ha avvicinato ancora di più a una tartaruga — non so se avete mai fatto caso a quanto somigli a una tartaruga — e poi ha continuato a parlottare con l’amico.
Immaginate in Italia cosa sarebbe successo. Probabilmente di lui sarebbe rimasto qualche brandello di felpa e null’altro.
In questi giorni, poi, si è svolto l’Italy On Screen Today, una rassegna di cinema italiano dedicata alle proiezioni di film che hanno riscosso particolare successo nel corso dell’ultimo anno. Siccome, guarda caso, cadeva anche la 27esima edizione della Settimana della Lingua Italiana nel Mondo (e qui i miei Guys di Los Angeles attaccano con lo scompiscio), si è pensato bene di far arrivare a NYC una squadra di supporto capeggiata dal Ministro Franceschini, con Nanni Moretti attaccante titolare e Sergio Castellitto in difesa.
Questi due nomi sono grossi, in Italia. Qui a NYC, non fosse per la comunità italo-americana, sono pressoché sconosciuti. Vi dico solo che il giornalista — per altro italiano! — incaricato di intervistare Castellitto durante una serata all’NYU, ha esordito chiamandolo Claudio al posto di Sergio… In Italia sarebbe scattata la querela.
Quanto al Nanni nazionale. Al Metrograph, sala cinematografica intellectual-chic del Lower East Side — che proprio oggi ho scoperto appartenere, in parte, a Quentin Tarantino — hanno organizzato una piccola rassegna su di lui, con lo zampino dell’Istituto Italiano di Cultura, e del contribuente italiano.
Mi è piaciuto molto vedere Moretti in un contesto fuori Grande Raccordo Anulare. Dentro il Grande Raccordo Anulare, e più in generale, dentro i confini italo-francesi, Moretti è considerato un’istituzione. E forse un po’ lo è. Ma certo un bagno di umiltà nelle acque dell’Hudson non fa male a nessuno. Nanni ha presenziato a ogni proiezione e ha fatto il mattatore ironico e stralunato che gli riesce tanto bene.
“Anch’io ho una sala cinematografica a Roma. Certo non è così ‘cool’ come il Metrograph, ma ce la caviamo abbastanza…”, commenta, calcando pesantemente su “cool”, tra fiero e rosico.
Tutto ciò serve anche a me. Per minare qualche piedistallo e riportare sulla terra chi ci avevo messo sopra. Per ricordarmi che sono esseri umani. E ricordarlo anche a loro.
Per rimanere in argomento… Domenica scorsa ero invitata a uno spettacolo teatrale, del genere molto Off-Broadway, che si teneva all’Alliance Française, nell’Upper East Side. Uno di quegli spettacoli in cui il pubblico viene fatto sedere su tappeti e cuscini bianchi, scalzo — perché cuscini e tappeti bianchi devono ovviamente rimanere tali — e gli attori si mescolano fra di loro. Off-Broadway, appunto, ovvero sperimentale, ovvero dall’altissimo potenziale di imperscrutabilità e buio cosmico.
Uno degli spettatori era lui, Mathieu Amalric, protagonista di film tipo “Lo scafandro e la farfalla”, “Venere in pelliccia”, “Pollo alle prugne”, “Gli amori folli”, “Grand Budapest Hotel”, nonché vincitore di una sfilza di riconoscimenti e collaborazioni con registi tipo Cronenberg, Polanski, Spielberg, Resnais. Amalric era in città per il NYFF, e l’Alliance Française avrà pensato bene di invitarlo. Ebbene, nessuno se lo filava, le pauvre garçon. Nemmeno lo staff dell’Alliançe, par bleu. Io vado a scambiarci due chiacchiere: faceva tenerezza, lì tutto sparuto, alto un soldo di cacio. Dopo la pièce — della quale conservo un giudizio ambivalente, tra il dubbioso e il waddafu*k — finiamo nello stesso ascensore, e una signora bene della New York molto Upper East Side, con un taglio corto mascolino e un migliaio di dollari di completo addosso, gli dice, candida, “You know, you look familiar…”. Io scoppio a ridere — prima o poi dovrò imparare a gestire il riflesso incondizionato della risata — e le bisbiglio che è un attore e regista francese molto noto. Anche lui ride. Ma il suo non è un riflesso incondizionato, e nemmeno un riso di piacere. E’ più una risata isterica, uscita fuori al posto di un “lei non sa chi sono io”, anzi “vous ne savez pas qui je suis”, con dito brandito nell’aere — un transfert, insomma.
Non so fino a che punto non essere riconosciuto gli faccia piacere. Non so fino a che punto faccia realmente piacere a certi attori/registi, anche se si spendono molto a sostenere il contrario.
A volte si vuole A ma poi, chissà perché, si dice di volere B.
In questo caso avrà giocato l’ignoranza/dimenticanza della signora. Tuttavia, anche se lei l’avesse riconosciuto, non si sarebbe sciolta ai suoi piedi, non l’avrebbe fatto sentire sovrano in terra. Perché dicevamo, è Manhattan, la regina del reame. Gli omini e le donnine che s’industriano e si dannano l’anima per rubarle la scena, anche solo per i cinque famosi minuti di celebrità, sono destinati a fallire. Meglio aspettare che sia lei, a concederteli, quando le pare. E questa è una legge che devi conoscere e farti andar bene, se vuoi vivere qui. Ma è un patto che non ti costa sottoscrivere, se la ami.
After, anything for love.

Questa settimana sono andata a vedere “The Killing of a Sacred Deer” di Yorgos Lathimos, talento greco di cui forse ricordete lo scomodissimo “The Lobster”, un paio di anni fa. Ecco, se avete trovato difficoltà con quello, oppure con “Madre!”, l’ultimo capolavoro di Darren Aronofsky, forse questo film non fa per voi. “The Killing of a Sacred Deer” è una tragedia venata da un umorismo nero che più nero non si può ambientata nell’alta borghesia di una non ben precisata città americana. Con “tragedia”, intendo proprio quella greca, quella di Sofocle ed Euripide, “Ifigenia”, “Andromaca” e compagnia bella, con il peso del fato a gravare sulle spalle dell’individuo. Ma come se non bastasse, sulla tragedia del film grava anche la cappa biblica, con il grande monito dell’occhio per occhio, del non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te, che rinserra i personaggi in una morsa etica da cui non possono sfuggire. Mettete insieme questi due venti che spirano da lontano, tragos ellenica e angst biblica, e i vostri poveri piccoli personaggi, come quelli di Lathimos, verranno spazzati via da un uragano al cui confronto Irma è una brezza primaverile.
Così come in “Madre!” la scena iniziale — rosso sangue e nero pece, ricordiamo — sintetizzava il film, qui un intervento a cuore aperto fa lo stesso, portando il chirurgico dell’operazione a livello sacrificale, e rinviando alla piega che la storia prenderà.

Padre di famiglia e marito devoto, il chirurgo Stephen Murphy si trova spesso a pranzo con Martin, un ragazzo, a cui porta regali, dona soldi. Non capiamo, lì per lì, chi sia questo ragazzo. Pensi immediatamente si tratti di un figlio avuto da una relazione extraconiugale. E Martin è figlio sì, ma di un ex paziente che Stephen non è riuscito a salvare. Più in là, scopriamo che non solo Stephen non è riuscito a salvarlo, ma anche che ha contribuito a provocarne la morte, operandolo da ubriaco.
Nel momento in cui Stetphen cerca di allontanarsi da Martin, Martin, che è un personaggio misterioso e inquietante come un Miles di “Giro di vite” o come i due ragazzi protagonisti di “Funny Games” di Haneke, non ci sta. E scaglia su Stephen una specie di maledizione: tutti i membri della tua famiglia si paralizzeranno, smetteranno di mangiare, sanguineranno dagli occhi e poi moriranno, a meno che tu non ne uccida uno. Che poi è il cervo sacro del titolo. Che poi ricorda i sacrifici biblici e la condanna all’espiazione attraverso l’indicibile sofferenza della perdita di un caro.
E tu guarda caso, proprio quando Martin profetizza questo quadro in tutto e per tutto bockliniano, i due figli del dottore cominciano a manifestare strani sintomi. Perdono l’uso delle gambe e l’appetito. Deperiscono.
Stephen, uomo di scienza, e con lui la moglie, oftalmologa, consultano i migliori specialisti, cercano una spiegazione logica e biologica. E questo anche nell’ottica della tradizione culturale occidentale moderna, che si rifiuta di riporre nel destino le cause della propria sventura/fortuna: l’uomo accede al libero arbitrio, ha facoltà di scelta, può manovrare il timone della propria vita, per dinci.
Eppure, gli specialisti non trovano nulla, i figli peggiorano di giorno in giorno, fino ad arrivare alle lacrime di sangue sulle guance del piccolo Bob… Fino ad arrivare al giorno del Giudizio che vede Stephen costretto all’unica decisione possibile… e quando non ci sono alternative, scopri che il libero arbitrio non è che un’illusione, e che siamo intrappolati da sbarre che non abbiamo i mezzi di contrastare…
Immaginate tutto questo raccontato con una musica splendidamente fastidiosa, umorismo black, oh-boy sooo black, con dialoghi assurdi, situazioni tra il grottesco e il drammatico, movimenti di macchina da Stanley Kubrick, con riprese dall’alto verso il basso, steady-cam dentro lunghi corridoi per ricreare un effetto di costrizione — attraverso lo sguardo e attravero il personaggio di Stephen che quei corridoi li percorre — all’interno di canali prestabiliti. Treni su binari da cui non si può deragliare, salvandosi.
Oltre a Kubrick, c’è Haneke, con la sua disinfettata spietatezza, il rigore formale che nasconde il macello etico. Ma c’è anche, come dicevo prima, l’Aronofsky di “Madre!”, con la sua allegoria distopica a tinte apocalittiche. La distopia, che da sempre caretterizza il cinema di Lathimos, è ovviamente la cifra attraverso la quale leggere questo film. Lo capiamo sin dalle prime scene: l’universo dentro il quale lo spettatore cade non ha nulla del paradiso di cartapesta borghese che il regista ci allestisce. E’ un inferno, ma dalle forme famigliari. Ed è proprio la famiglia, il luogo che pensiamo come il massimo riparo dalle intemperie del mondo, è proprio la famiglia, la coltura che alimenta la caduta verso l’irreparabile. E’ lì, tra moglie e marito, tra genitori e figli, che spuntano i non-detti, le piccole grandi menzogne, che poi portano a dove Stephen arriverà — e dove arriva anche, con le differenze del caso, il protagonista di “Eyes Wide Shut”…
“The Killing of a Sacred Deer” è un film meravigliosamente disturbante, in cui si ride a denti stretti, in cui lo spettatore senziente è un antropofago che banchetta sulle macerie di un’umanità meschina e perdente, nella quale, se sufficientemente onesto, vede se stesso, e le macchie che tingono giornalmente la bella copia della sua vita.
Una volta detto questo, capite perché, esattamente come “Mother!”, non sia un film per tutti.
Dovete accettare la sfida di vedere tanta miseria allo specchio.
Siete pronti?

E su questa domanda, a cui spero risponderete con un coro di “you bet it, Board”, mi congedo, lasciandovi il Frunyc II aggiornato. 🙂
Al solito grazie, e saluti, gustosamente cinematografici.

Let’s Movie
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