Posts made in novembre, 2017

LET’S MOVIE 349 da NYC commenta “WHOSE STREETS?” di Sabaah Folayan e Damon Davis

LET’S MOVIE 349 da NYC commenta “WHOSE STREETS?” di Sabaah Folayan e Damon Davis

Massachusets Moviers

e Connecticut. Questi due “staterelli” che mi hanno visto passare, un paio di settimane fa. Prima lui, il Connecticut, in ordine di passaggio. New Haven, per la precisione.
So l’effetto che fa sentire questi nomi dall’Italia. Prima di venire qui, erano pura immaginazione cinematografica. Ora sono la realtà. Nel caso di New Haven, realtà di una cittadina tranquilla, piena di olmi e di studenti. L’Ivy League ha deciso di trionfare per le strade da quando qualcuno decise, un bel giorno, che l’Università di Yale sarebbe stata aperta lì.
Uno non va a New Haven per gli olmi e gli studenti, a meno che voi non siate dei botanici, oppure botanici amanti di studenti, oppure studenti amanti dei botanici (!). Io non sono né l’uno né l’altro né quest’altro, quindi checci faccio a New Haven, Connecticut?
Questa cittadina ospita uno dei più preziosi e meno noti musei di tutta la costa est degli Stati Uniti. Si tratta della Yale Art Gallery che non spunta in un anonimo edificio fra studentati e Shake Shack — il Shake Shack è la versione millennial di McDonald’s, segnatevelo. La Yale Art Gallery è collocata in un edificio firmato da Louis Kahn — e qui i miei Moviers architetti vanno in visibilio. 🙂
E voi lo guardate da fuori, dalla parte della parete di mattoni rossi, e magari non vi dice granché. Ma poi gli fate il giro, e allora capite. Vi trovate davanti a una colata di vetro. Una griglia di finestre, su su dal cornicione fin giù giù al livello della strada. E se vi mettete sull’angolo, per vedere entrambe, il contrasto vi fa pensare che due volumi distinti si siano dati appuntamento lì, e lì abbiano intavolato un discorso che continua dal 1953, l’anno in cui s’incontrarono, con tutta la loro munumentalità — e forse nel 1953 non era così semplice, far parlare mattoni e vetro in maniera così netta, così sfacciata.
Fosse a NYC, la Yale Art Gallery sarebbe detestata da MoMA e MET. Cercherebbero di boicottarla in ogni modo: una competitor così farebbe paura anche a due giganti così. Ospita la bellezza di cinque Hopper mozzafiato, un angolo dedicato al nostro Giacometti, e poi il famoso badile di Duchamp, che il genio di Duchamp lo portò a intitolare “Anticipo del braccio rotto” — Marcel, tu es un génie. E poi Cy Towmbly, Richard Morris, Mirò, Grosz, Rothko, il Mondrain più bello che io abbia mai visto, finalmente privo dei rossi e dei gialli L’oreal. E poi due Van Gogh tra cui “Le Café des Artistes”, che fino a due settimane fa per me esisteva soltanto nel manuale di storia dell’arte del liceo. E poi il Ghirlandaio e Rubens. E se siete degli appassionati di arte africana, arte delle popolazioni amerinde ed arte antica, potreste rinchiudervi per delle ore e riemergere completamente ebbri e stravolti, elettrizzati e stanchissimi. Io sono uscita in quello stato avendo visitato solo i piani di arte moderna e contemporanea, con un salto rapido da Hieronymus Bosch e l’800 europeo. Mai potresti immaginare che nel mezzo del Connecticut, uno staterello con un nome da elfo, vi potete imbattere in un tesoro di simili proporzioni — peraltro a ingresso gratuito, elemento che rende la visita ancora più juicy. Questa Gallery ha lo stesso fattore “sorpresa” della Barnes Foundation di Philadelphia — ve la ricordate? Perché anche lì, nella tranquillla Philly, tra Rocky Balboa e cheese steak, mai potresti immaginare tanta grazia.

Poi ogni volta che m’imbatto in un angolo Giacometti, in un Balla, in un Ghirlandaio, sento i miei geni fare le capriole — come quando le donne incinte mangiano zucchero e il bimbo nella pancia fa il matto. Ecco. Mi sento così. L’estasi di appartenere alla terra che ha generato tanta bellezza. E dimentico tutto. Il paese dei trasformismi politici, delle promesse mai mantenute. Del garantismo che sconfina nell’omertà e della pubblica amministrazione soprofitica.
Quando senti nominare “Salvator Mundi” e 400 milioni di dollari, oltre a pensare al marketing e all’expectation-building micidiali di cui sono capaci da Christie’s, pensi, damn, Leonardo è dentro di me. Dentro ogni italiano.
Con tutto questo in testa me ne esco dalla Gallery e su, si va a nord-est, Massachusets. Ahmerst, per la precisione. Campi di zucche, chiese di legno bianco, l’immacolata perfezione concepita dalla provincia, in cui tutto sembra scritto. In cui perfino la caduta delle foglie sembra seguire un disegno. La geometria del quieto vivere.

Ahmerst perché al 280 di Main Street, sorge la casa di Emily Dickinson. E se poco poco conoscete la poesia del mondo, sapete che Emily Dickinson è LA poetessa americana, insieme a Sylvia Plath. Emily ha vissuto tutta la vita lì, ad Ahmerst. Si dice che negli ultimi anni, sempre di bianco vestita, non abbia mai lasciato camera sua. La casa, oggi museo, è rimasta intatta. Gialla con gli scuri verdi, il piccolo porticato, il bel giardino tutt’intorno. Se volete vederla cinematograficamente, “A Quiet Passion”, il mediocre biopic uscito lo scorso anno che cerca l’inarrivabile: arrivare a cogliere il mistero dietro la figura di questa poeta pazzesca.
La mia visita è stata funestata dalla solita intransigenza stelle-e-strisce, quella contro cui un animo diciamo un filo bisbetico (!) si scontra sempre. Siccome non ho prenotato la visita accompagnata — e non l’ho prenotata perché non è che pianifichi sempre tutto, gimme a break — e siccome la casa, per motivi di sicurezza, si può visitare solo in un tour accompagnato, con un massimo di 12 teste visitanti per volta, e siccome al momento il registro dice “fully booked”, niente visita.
Cerco di appigliarmi a ogni appiglio possibile, a ogni motivazione, vera, presunta, farlocca, mafiosa, minacciosa. Sono una poeta, sono una giornalista, sono venuta dall’Italia apposta e poi devo rientrare (!), sono disposta a pagare un extra, il doppio, c’è un superiore? Niente, né arte né pecunia né malattia che ti lascia poco meno di un mese di vita né nulla osta papale né grazia concessa dal Presidente della Repubblica Italiana o degli Stati Uniti d’America. Nulla, nulla può nulla contro il No Pasaram americano.
Tutto ciò mi manda in bestia solo come i favoritismi italiani. E alla fine non sono altro che due facce della stessa medaglia, in cui di mezzo ci finisci sempre tu.
A ogni modo, ho imparato a non lasciarmi rovinare nulla dai paletti piantati dall’intransigenza americana. Ho perlustrato in lungo e in largo il giardino. Con quella grossa quercia nel mezzo. E poi il portico. E poi ho guardato molto su, a quella finestra da cui lei avrà guardato giù un’inifinità di volte, cercando di capire un po’ come funziona, questo strano macchinario dell’esistenza. Lei sicuramente ci ha visto più di me. Io sto continuando a cercare.
Quando, nel lontanissimo 2004, lessi la magnifica biografia che di lei scrisse Marialuisa Bulgheroni, “Nei sobborghi di un segreto”, mai avrei vagamente sognato che un giorno avrei toccato con piede il terreno che la accolse per tutta la sua vita. Guardato quella luce che lei tante volte avrà guardato.
La vita è stravagante e imprevedibile. Tutto sta a lasciarglielo fare.
E quando poi, alla fine di una giornata upstate, come dicono qui, rientrate verso New York City, e superate una fascia di traffico che sembra quasi volervi impedire il rientro sull’Isola, è lui, il mio ponte del cuore, a darvi il bentornato, alla vostra destra.
Devono aver combinato qualcosa con l’illuminazione.
Digredisco — digredisco??
E’ una pratica molto newyorkese, quella di armeggiare con le luci di ponti, grattacieli, e building vari, fra cui, primo tra tutti, inevitabilmente, l’Empire State. Io sono sempre alquanto scettica verso i giochi di luci. Il pericolo “Bollywood” è sempre in agguato. Il kitsch non conosce riposo settimanale. Quindi quando l’Empire diventa viola, o verde mela, oppure quando certi palazzi del Jersey, di là dall’Hudson, schizzano blu elettrici, be’, capite, io rimango molto molto perplessa. Ma questa volta, i light-designer che hanno ripensato l’anima luminosa del George Washington Bridge, hanno fatto un lavoro con i fiocchi. Spicca d’uno splendido bianco metallico — non bianco sposa, bianco metallico — che gli dà un’aria da oggetto di design, una lampada che qualche Castiglioni avrebbe potuto disegnare dopo aver scambiato quattro chiacchiere con un qualche Sol LeWitt.
Io ho sorriso tronfia. Il George Washington Bridge è il mio ponte. Vederlo così in tiro, così da gara, mi fa sentire estremamente orgogliosa.

E quando siete arrivati, con la provincia che preme da nord, e voi al sicuro sull’isola, dove la provincia non potrebbe mai raggiungervi, nemmeno lo volesse, perché c’è l’Harlem River di mezzo e si provi, lei, ad attraversarlo, tirate un gran sospiro di sollievo. E cominciate a maledire il caos, i prezzi, la frenesia, those damned tourists and that damned wind… But oh boy, siete al sicuro sull’isola. 😉

Il film di questa settimana non è un film. E’ un documentario, “Whose Streets?”, di Sabaah Folayan e Damon Davis. Sono andata al Lincoln Center a vederlo, l’altro ieri, durante un evento anti Black Friday — e che il Black Friday sia arrivato anche in Italia, m’inquieta assai: stiamo importando l’America che non vale proprio la pena d’importare: Halloween, Black Friday, Starbucks (i primi due aprono a Roma, l’avrete sentito, sì?).
Venerdì si celebrava il “Blackout for human rights #blackoutblackfriday”, la quarta edizione di un call-to-action nazionale che incoraggia le persone ad astenersi dallo shopping e a praticare attivismo culturale, protestando così contro l’ingiustizia economica e sociale presente negli USA.
Ora, io non sono certo una che pratica o predica l’astensione dallo shopping — anche se qui a NYC, lo crediate oppure no, è l’ultima cosa a cui penso, con tutto quello a cui c’è da pensare. Sono per la libera spesa in libero stato :-)…  Credo che uno possa fare prima quello, e poi partecipare all’attivismo culturale dirigendosi al Lincoln Center. Cosa che ho fatto. Non credo che l’uno debba necessariamente escludere l’altro. E se così invece deve essere, be’, possa io bruciare tra le fiamme dell’inf-ashion. 🙂

Presentato con successo all’ultimo Sundance Film Festival, e pure al Festival Diritti Umani di Lugano (!), “Whose Streets?” racconta l’anno che seguì l’agosto del 2014 a Ferguson, Missouri, dove il diciottenne Michael Brown, afroamericano disarmato, venne brutalmente ucciso da un agente bianco.
I registi si sono serviti di immagini amatoriali, voci dei protagonisti e hanno lavorato lì, sul campo, a Ferguson, con l’obbiettivo di documentare le assurdità che sono successe dopo l’assassinio. Dico assurdità perché il linguaggio, per quanto lo frughi, non mi restituisce altro modo con cui definire quanto è successo.
Dopo l’uccisione del ragazzo, la comunità nera di Ferguson è scesa in strada per farsi sentire. E non solo la comunità di Ferguson, ma anche genitori, artisti e insegnanti provenienti da tutto il paese, che si sono diretti in Missouri per sostenere la causa della libertà e della giustizia. Questo non è piaciuto alle forze dell’ordine, che sono scese in strada pure loro. Si è arrivati alla vera e proria guerriglia armata. Con negozi incendiati, lacrimogeni, manganelli. Scene da un G8 mai dimenticato. Le tensioni razziali e gli scontri sono arrivati a un punto talmente insostenibile che il governatore del Missouri ha acconsentito all’intervento della Guardia Nazionale.
Decisione, questa, avvallata dall’Amministrazione Obama — non certo l’avvallo più apprezzato della storia obamaniana. Vedere la Guardia Nazionale fare il proprio ingresso, con autoblindo e soldati pronti ad andare in guerra, ha aizzato gli animi ancora di più. “This ain’t no fuc*ing Iraq!” senti strillare durante il video. E seguono immagini “prevedibili” di scontri, pestaggi, su uno sfondo altrettanto prevedibile. Il fumo dei lacromogeni, le vetrine spaccate, i cittadini protestanti atterrati e malmenati.
Ciò che rende particolare “Whose Streets?” sono due figure che puntellano il documentario dall’inizio alla fine. Brittaney e la compagna. Due lesbiche attiviste che si mettono in prima linea per difendere la loro comunità e insegnare alla figlia di 9 anni cosa significa “care”. Non essere indifferenti. Combattere per quello che non va.
Mentre asoltavo Brittaney sostenere la necessità di educare la sua bambina alla politica sin da piccola, e di farla crescere nella consapevolezza, sentivo una parte di me annuire, e l’altra dissentire in nome dell’infanzia, la santa terra che nessuna consapevolezza politica dovrebbe deturbare. Ma immagino che nel 2017 non ci sia più posto per un’infanzia del genere, sadly enough.

Piccolo dettaglio. Darren Wilson, il cop bianco che uccise senza apparente motivazione Mike Brown, è stato proclamato innocente dal Gran Giurì. Molti poliziotti e soldati antisommossa che partecipavano agli scontri, portavano al polso un braccialetto con la scritta “Darren Wilson”. Questo per dirvi quanto desiderio di placare gli animi e dimostrare compensione ci fosse nelle forze armate…
La co-regista Sabaah Folayan era presente al Lincoln Center. “L’idea era di scendere in strada e capire veramente come sono andate le cose. Lo abbiamo fatto e abbiamo capito che quello che ci raccontava la televisione era in contraddizione con quello che vedevamo sul campo. Questo film è il tentativo di raccontare senza filtri quello che abbiamo registrato durante quelle notti di protesta”. Con il co-direttore Damon Davis, hanno cercato di far uscire l’aspetto privato delle vite di un gruppo di manifestanti instaurando con loro un legame profondo, intimo, che è il punto di forza del documentario.
Non so voi, ma io ho un vago ricordo di quello che successe a Ferguson. Rammento il fatto che gli scontri non solo non si placavano, ma andavano aumentando. Ma è tutto molto vago e non ricordo come tutto si concluse. Certo nessuno disse dei braccialetti in supporto a Darren Wilson.
Mi chiedo quanti rammentino. Mi chiedo se non ci sia rimedio contro l’oblio che i media, social e non, alimentano, con il flusso inarrestabile di fatti riportati, notizie, opinioni, parole.
La mia speranza è che questo documentario arrivi in Europa, in Italia. Che mostri, e che faccia parlare.

E anche per stasera è tutto, Fellows. Ma prima di fuggire via, date un’occhiata al Maelstrom, giù di sotto — mi piace, ogni tanto, far riemergere il Maelstrom, la sezione in cui vortica laqualunque.
Ho trovato qualcosa da farvi fare martedì a Trentoville, con la complicità del Fellow Lumière… 😉
Frunyc II aggiornato, come sempre, e saluti, stasera, americanamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Il nostro Fellow Lumière, al secolo musicista Michele Kettmeier nonché compagno di avventura nel nostro ARTPOT, non riesce a stare fermo un attimo. Quindi martedì, vi invita tutti dal Mastro all’Astra per assistere all’ultimo progetto di musicazione dal vivo di film muto del gruppo Radio Days movie, ovvero il lungometraggio Storia di erbe fluttuanti” di Yasujiro Ozu.
Ora, io martedì sono alla Brooklyn Academy of Music detta anche BAM, per “The Fountainhead” — 4 ore di pièce in olandese, molto peggio della fantozziana Corazzata Kotionkin — e non potrò esserci. Ma voi, Moviers trentini, ci sarete per me, vero? Non ve/me lo perdete per nulla al mondo! Evento absofu*kinglutely must-see!!

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LET’S MOVIE 348 da NYC commenta “THELMA” di Joachim Trier

LET’S MOVIE 348 da NYC commenta “THELMA” di Joachim Trier

Fire Fellows,

Venerdì eccomi per lavoro nel profondo Queens, zona Glen Oaks, via via a destra se guardate NYC dall’alto. Casette tutte uguali, per strada solo io. Ho impiegato un’ora a tornare sull’Isola Che Non C’è Che Per Foruna Invece C’è di Manhattan. Mentre sono in metro leggo di un incendio scoppiato alla 145esima, sulla Broadway. La 145esima è la mia fermata della metro — poi cammino la stringa colorata di Dunkin’ Donuts, Domino’s Pizza, C-Town, fruttivendoli e barbieri lunga cinque isolati che porta a casa, alla 150esima, e arrivo a casa.

Sdrammatizzo. Saranno quattro fiamme, un falò sfuggito di mano a qualche homeless. Cosa vuoi che sia. Gli incendi a Manhattan vanno via come il pane. I pompieri fanno sempre sensation. Sono amati. Sono come i Rangers: la Legge senza manganelli, acqua al posto dei proiettili — i clown buoni dell’Ordine. Solo good guys, di solito con una stazza molto importante, il sorriso estremamente facile e il cestino del pranzo grande come una cassetta degli attrezzi.
Sdrammatizzo la notizia mentre risalgo l’Upper West Side. Arrivata alla fermata, riemergendo dalla metro, capisco subito che le quattro fiamme devono essere state ben più di quattro. L’odore di bruciato si sente molto forte. Quando la mia testa spunta a livello stradale, i miei occhi guardano dritto avanti e vedono qualcosa di riservato ai cortei, al passaggio della maratona oppure del Presidente.
La Broadway chiusa al traffico in entrambi i sensi di marcia.
Oh oh.
Mi giro e capisco.
Davanti a me uno spiegamento di camionette di pompieri e auto della Polizia (quella vera, quella cattiva) e ambulanze. L’isolato circondato da nastro adesivo giallo e transenne. Gente del quartiere e curiosi stazionano aldiquà del nastro adesivo e delle transenne. Mentre laggiù all’ultimo piano dell’edificio, i pompieri continuano con gli idranti — so che l’incendio è scoppiato alle 3 pm, e sono le 8:30 passate; so anche che ci stanno lavorando più di 250 pompieri. Non vedo fiamme da sotto — niente incendio cinematografico — ma probabilmente è per colpa della mia posizione. Vedo solo una cappa di fumo più grigio del cielo grigio di nuvole di un venerdì sera newyorkese, e il braccio della camionetta dei pompieri, esteso fino all’ultimo piano.
Faccio anch’io qualche scatto, ma metto via il cellulare in fretta. Riprendere le magagne mentre stanno lavorando mi crea del disagio. La parte superiore dell’edificio è carbonizzata, un biscotto tenuto troppo a lungo in forno. Le finestre spaccate.
Rimango poco. Sempre per via delle magagne e del loro vil lavoro in corso. Mi dirigo a nord, verso casa. Cammino in mezzo alla Broadway chiusa al traffico, un lusso che l’incendio, perversamente, mi concede. Ai fianchi della strada, i manicotti stesi si abbeverano agli idranti che l’estate fanno ancora la gioia dei ragazzini, nonostante playstation e aria condizionata. La puzza di bruciato si sente fino nella hall del mio palazzo.

E sono stati giorni un po’ grami anche per lui, il mio palazzo. Vicki, una delle portinaie che si avvicendano tra il mio building e il twin building accanto, è stata trovata morta nell’Interrato. Quel famoso Basement di cui vi parlai lo scorso anno. Quello pieno di mobili scartati ed elettrodomestici antidiluviani degli ex inquilini. Il cimitero del passato condominiale.
Vicki non è Vicki. Vicki è Vildana Pilica Radoncic, detta Vicki. Tutti i portinai del mio building vengono o dall’Est Europa o dalla Russia. La conversazione con loro si limita agli argomenti di rito — il meteo, la posta, 20 dollari da cambiare in pezzi da 5 per fare il bucato. Hanno una conoscenza dell’inglese limitatissima, quindi non posso chiamare i nostri scambi delle vere e proprie conversazioni. Uno di loro — avrà 70 anni — non dice nemmeno una parola. Sorride e mi stringe sempre la mano quando rientro. E’ come un nonno, un reduce da qualche guerra. O solo un immigrato che ha lasciato il suo paese e cerca di campare come meglio può in quest’America che forse non è quella dei sogni. Lo vedo spesso leggere libri di favole per bambini. Con le parole scritte grandi e le figure. Per imparare la lingua.
Habesa, del Monte Negro, sa il mio nome “Hi Sara!!”, esclama appena mi vede, e io sorrido sempre perché lei non saprà articolare un discorso in inglese, ma pronuncia “Sara” come Dio comanda, con la A che è una A e la R senza arrotamenti.
Ho cercato più volte di intavolare un qualche tipo di discorso, ma non c’è verso. Mi faccio bastare il mio “Sara” da 10 e lode.
Sono tutti più o meno così. Tutti tranne Vicki. Parlava un inglese americano perfetto. E oggi mi pento di non averle mai chiesto da quanti anni fosse qui. Per dirla tutta, pensavo fosse americana. La sua fluency mi diceva sicuramente decenni.
Vicki deve averne visti, di inquilini. Ordinari, fatti, folli. Fate conto, 10 piani, 9 appartamenti per piano. Più il ricircolo di roomates in ogni singolo appartamento.
Vicki diceva quelle cose che ti fanno star bene. “Keep warm, honey, it’s gonna be rough and tough today outside”. “I like your shoes!”, “Look at you, today, missie!”.
Quando sono tornata qui, dopo l’esilio verde, due valige sovrumane e un piede zoppo al seguito, è stata lei ad accogliermi. “So you’ve come back. Bravo!!”.
A quanto pare ha avuto un infarto. E’ rimasta per delle ore nel basement, prima che la trovassero.
Il giorno in cui me l’hanno detto — un’inquilina mai vista prima, che mi ha abbracciato forte vedendomi tanto pietrificata — quel giorno non riuscivo a togliermi dalla testa l’immagine di Vicki nel basement ad agonizzare, mentre noi centinaia di migliaia di inquilini di sopra, continuavamo con le nostre singole vite come se nulla fosse.
Mi è sempre piaciuto immaginare che la vita che lotta contro la morte faccia un diavolo di chiasso. Tanto diavolo di chiasso da richiamare l’attenzione di qualcuno.
Invece no. I duelli possono anche essere spietatamente silenziosi.

Non so perché ho associato l’incendio a Vicki. O forse lo so. Dall’esterno New York City dà l’idea della città che non deve chiedere mai. Una macho-man ignifuga in forma metropolitana che detta legge, che fa il bello e il cattivo tempo. Be’, New York City non è così. New York City è case incendiate e donne gentile morte troppo giovani. E’ un palazzo che ha affisso una targa in ascensore per commemorare una portinaia russa, e ha aperto un Go-Fund-Me per lei — una pagina online che raccoglie offerte per i famigliari che restano.
New York City è la tenerezza di New York City. La sua vulnerabilità. La brownstone i cui due ultimi piani hanno preso fuoco ha più di 100 anni — per noi della vecchia Europa 100 anni sono un inizio, ma per la giovin America sono storia.
Ieri, tornando dal running, mi sono fermata. C’erano ancora pompieri e camionette, ma l’area era accessibile. In cima l’edificio è andato. Fa impressione. Parla la lingua muta dei feriti.
Ramon Ortiz, inquilino del sesto piano, un dominicano di 66 anni che ha perso tutto nell’incendio, ha detto al New York Times: “I lost everything material-wise. But not my life. We’ll rebuild the rest”.
New York City è l’istinto alla vita di New York City.

Questa settimana sono andata a vedere un film norvegese al nuovo Landmark sulla 11esima Avenue e la 57esima. Scendete dalla metro a Columbus Circle e camminate per tre lunghissimissimi isolati verso l’Hudson. Laggiù vi trovate il nuovo Landmark, struttura avveniristica che credo non mi vedrà mai più. 18 dollari e 50 cent per un biglietto sono troppo anche per una cine-scialaquatrice come il vostro Board. Ammetto che il trattamento è di quelli da SPA di alto bordo. Poltrone in pelle umana non appiccicosa che diventano lettini per lo spaparanzamento selvaggio. Un Dolby Surround che mi sono accorta io stessa fare la differenza — io che ignoro qualsiasi finezza sound che mi circonda, buzzurra del sound che sono. Bagni con lavandini in marmo nero — diciamo simil marmo, va’ — e un senso di pulizia che non respiri molto spesso a NYC.

Fortunatamente con “Thelma” di Joachim Trier il prezzo del biglietto è stato largamente ripagato.
Acclamato al Toronto Film Festival, “Thelma” è uno di quei meravigliosi corpi cinematografici che sfuggono alle facili etichettature. Horror, Thriller, Supernatural, Dramma, Coming-of-Age. I cartellini si mescolano tutti, e trovo che il film fiorisca splendidamente negli interstizi tra un genere e l’altro.
Thelma è al primo anno di università a Oslo. Viene da un piccolo paesino nel mezzo del nulla norvegese, ovvero fra campi innevati e laghi ghiacciati. Il terribile quanto goloso prologo si apre proprio in quell’ambientazione. Lei da piccola, 4-5 anni, e il padre, fuori a caccia di cervi. Quando ne avvistano uno, il padre, un paio di passi dietro a alla bambina, punta lei invece del cervo. Aprire con un inizio così, un inizio cinematografico inequivocabilmente scandinavo, prepara lo spettatore a un’esperienza non convenzionale —quando mai un padre può voler ammazzare, e così platealmente, un figlio?
Thelma è stata cresciuta a pane e Bibbia, da una coppia di ultrà della Cristianità. E’ schiva, timida, fatica a legare con i suoi coetanei. Finché un giorno non incontra Anja, e tra le due sboccia subito un’intesa che va ben oltre l’amicizia. Però, nel momento in cui Thelma comincia a realizzare la sua attrazione per la ragazza, viene colta da un violentissimo attacco epilettico. Thelma non capisce cosa le stia succedendo, ma prova comunque a respingere questa pulsione perché contraria ai precetti con cui è stata allevata — ama il Dio tuo, stop. La ragazza fa di tutto per opporsi al suo sentimento, ma alla fine vi si abbandona, con risultati sconvolgenti: non solo le sue crisi epilettiche si fanno più frequenti, ma Thelma sembra riuscire a dar forma ai propri desideri, e a far avverare ciò che vuole — make her dreams come true, insomma — ma con conseguenze catastrofiche per chi le sta attorno. Quando Thelma cerca di capire cosa può esserci dietro a questi attacchi, scoprirà un segreto del suo passato che la sua mente, e i suoi genitori, hanno cercato di occultare…

Cosa distingue “Thelma” dai classici horror sconfinanti nel soprannaturale? Sicuramente la componente erotica. Nella cultura imposta a Thelma dai genitori cristiani, l’eros è legato a doppio filo al peccato. Il regista ruba all’immaginario cristologico delle allegorie che sono sempre state associate a questi due elementi — primo fra tutti il serpente — e le infila nell’onirico allucinato epilettico di Thelma. Accanto ad esse, altri simboli animali, come l’uccello — stormi, o singoli, morti, poi vivi, in cielo o per terra — oppure il bruco, l’insetto. Anche la dimensione acquatica è molto presente, nella declinazione outdoor e indoor: il lago, la cui superficie ghiacciata può mostrare pesci che nuotano felici, oppure bimbi morti assiderati… E ancora la piscina, dove Thelma incontra Anja. Trier è abilissimo anche a giocare con associazioni che repellono richiamando alla memoria degli accoppiamenti che mandano in cortocircuito la tranquillità dello spettatore. Dopo aver effettuato degli esami neurologici per escludere l’epilessia, Thelma beve un bicchiere di latte. Sente che c’è qualcosa che non va. Guarda nel bicchiere e vede del delle gocce di sangue, che sta perdendo dal naso. Il bicchiere le sfugge di mano e si frantuma a terra, creando un lago — un altro lago! — di latte e sangue su cui la cinepresa meschinamente — meravigliosamente! — indugia, costringendo il muso dello spettatore davanti a una scena da cui vorrebbe evadere. Ricordiamo l’altro capolavoro in cui sangue infetto e latte candido si mischiavano, il supremo “Confessions” di Tetsuya Nakashima, visto dal Mastro in un Let’s Movie del maggio 2013.

Il film ha dei momenti di grande potenza visiva. Come per esempio quando il serpente di cui dicevamo esce dai meandri oscuri della natura, si avvolge intorno al collo della nonna matta di Thelma, oppure quando s’infila in bocca di Thelma stessa, o della sua allucinazione biblica. O ancora nell’Opera di Oslo, quando Anja sfiora per la prima volta Thelma, e la struttura del teatro comincia a scricchiolare, gli uccelli fuori impazziscono come se ci fosse un pericolo incombente, un cataclisma pronto a riversarsi sul mondo abitato dalle due portatrici di desiderio, e spazzarlo via.
Se ci piace interpetare… Il film ci fa riflettere anche sulla figura di Dio e sull’estremismo religioso. Nel momento in cui Thelma si libera del padre — Padre — e del passato, è davvero libera. Libera di amare, di vivere, di esistere senza costrizioni mentali.

Thelma parla molto più di qualsiasi film “a tesi” o a tema, sulla religione spinta al talebanismo, e su quanto i regimi catto-domestici possano portare a conseguenze pericolosissime, che quasi sempre snaturano il buono delle intenzioni che lo hanno costruito. Un bambino cresciuto nella fissa di Dio — o in qualsiasi fissa — sarà portato a desiderare altro, molto verosimilmante il suo opposto. Quindi occhio a come si tirano su le nuove generazioni. Il film sembra suggerirci questo. Insieme a molto molto altro. Spero vivamente che arrivi in Italia, e che andiate tutti in massa a vederlo.
Curiosa la coincidenza che mi ha portato a vedere “Thelma” la settimana dopo di “Novitiate”…

Ah, prima che mi dimentichi. Fra due giorni scade il termine per participare alla Diversity Visa Lottery 2019, altrimenti detta “Lotteria della Green Card” — la finestra rimane aperta solo un mese, dal 18 ottobre al 22 novembre. Ovviamente l’ho saputo due giorni fa. Ovviamente ho partecipato. Sai mai che un visto O1 si trasformi, come per magia, in una green card…
Purché abbiate la fotografia con i giusti requisiti — e guardate, tanti desistono per la scocciatura — s’impiega un attimo a compilare il form… E da come si mettono le cose con Trump, potrebbe anche essere l’ultima edizione…  Give it a go, and good luck, Fellows!

E anche per oggi è tutto.  Ho aggiornato il Frunyc II. E mi riprometto di parlarvi di Massachussets e Connecticut alla prossima!
Ringraziamenti vivissimi, e saluti, cocentemente cinematografici.

Let’s Movie
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LET’S MOVIE 347 da NYC commenta “NOVITIATE” di Margaret Betts

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Freddo Fellows

di quello ferale, quasi marziano, forse celestiale. Un freddo così non può essere di questo mondo.
Il problema con NYC è che le cose capitano sempre così. Potenti e all’improvviso. Non c’è uno scivolar m’è dolce in questo mare, nessun rutsch in neues Jahr. Nessuna fase di acclimatamento. Il giorno prima te ne stai a 20 gradi — 20 — al sole, e il giorno dopo — dopo — si contano 24 dispersi: tutti quelli sopra lo zero termico, più quattro sotto. E da come si sono messe le cose, le speranze di trovarli sono scarsissime.
Dalla manna alla mannaia. Ovviamente la testa a rotolare, come quella della sprovveduta Marie Antoinette, è stata la mia.
E aggiungo. Un corpo immerso in un frigo non riceve nessuna spinta dal basso verso l’alto, e Archimede non lo sapeva sia perché il frigo non gli apparteneva temporalmente, sia perché se ne stava bello mellow ammollow nelle vasche di mezza Atene. A noi nati nell’era del frigo, nella regione del Trentino e nell’emigrazione newyorkese, è toccata questa sciagura. E va be’, ce la smazziamo come abbiamo sempre fatto.
Da un giorno all’altro, l’esercito dei newyorkesi con addosso tshirt e infradito, è passato a un esercito con scafandri acrilici, pellicce sintetiche e tutte le declinazioni di indumenti invernali che immaginate. Quegli orribili scarponi anti-neve, anti-pioggia, anti-tutto che alcuni — alcunE — tendono a indossare vanno per la maggiore. Così come le ciabatte di plastica — quelle da piscina anni ’80 — con del pelo finto applicato sulla striscia sopra le dita, indossate con calzino. Come se la striscia di pelo e il calzino, oltre a insultare l’estetica, potessero fare qualcosa contro quel Zivago di freddo là fuori…

Era bello vedere della pelle. E’ bella l’estate anche per quello, sei esposto, ti concedi di più, anche solo nel modo in cui vesti. L’inverno sprofondi la verità di te stesso sotto strati e strati di coperture. L’inverno è la stagione della dissimulazione, del rintanarsi, del perenne rifiuggire la dimensione pubblica — banalmente, la strada — per rinchiudersi da qualche parte al caldo. Non c’è limite alle metafore evocabili avvicinando inverno e occultazione di cadavere. E vi prego di concedermi questa attività perché è l’unica in cui vinco. Per il resto, l’inverno surclassa sempre. E’ come il tempo. La lotta contro di loro è sempre persa in partenza.
Ci rimangano almeno le metafore, darn it.

Non credo sia una coincidenza il fatto che questo preambolo mi porti a riflettere un istante su quello che sta imperversando sugli USA, e di seconda battuta, sull’Italia, dopo il caso Weinstein, tipico esempio — come tutti quelli che l’hanno seguito — di occultamento di cadavere.
Sto osservando tutto quello che sta succedendo in uno stato di totale freddezza — allineandomi al cambiamento stagionale. Me ne sto a guardare dal quarto piano harlemita tutto il marciume che scorre giù per le strade. Spacey, Weinstein, pure Dustin Hoffmann, Tornatore, ora leggo di Brizzi. Tutte le scuse “io sapevo e non ho detto nulla” (Tarantino) e “io sapevo, non ho detto nulla ma rimedierò” (Ben Affleck). Tutto quanto laggiù a scorrrere per strada e io su al quarto piano. E non perché io sia emotivamente indifferente a tutto ciò. Ma perché mi pare davvero ridicolo — di una ridicolaggine demagogica mai conosciuta prima — che si stia gridando allo scandalo, quando tutto, sempre, è stato sotto la luce del sole. Sempre tutto quanto sotto la luce del sole.
Ma please, facciamo chiarezza. L’aria puzza di manipolazione.
L’onda d’indignazione che ha travolto gli accusati e tutto il mondo non è partita dalle donne. Le donne non sono indignate, o quantomeno, non nella semplicistica maniera con cui si spererebbe in una loro plateale, accorata, femministica, isterica indignazione. Si va da loro, si descrivono scenari porci, e si pretende che siano indignate.
Bullshit, per dirla con l’Accademia della Crusca.
Sono i media, i nuovi Inquisitori del 2.0, a volere quell’indignazione. Perché quella alimenta un istinto moralizzatore che smuove l’uomo sin dalla nascita del peccato originale. I media, con i loro j’accuse strillati, i post, i tweet, i servizi online in tempo reale, e tutti i mediucoli che hanno a disposizione stanno manovrando l’opinione pubblica dentro un canale che poi risulterà facilissimo manovrare per loro quando avranno il prossimo scandalo pronto. Siamo nel momento storico in cui il mezzo ha rotto, corrotto e rottamato il messaggio — che ne direbbe MacLuhan, fosse ancora vivo?
Spero che le donne, tutte le donne, o per lo meno le mie donne, non cadano in questa bassa e meschina e piccola manipolazione. Semplicemente perché non ne hanno bisogno.
Non so come in Italia questo fenomeno sia gestito. Ma qui ogni giorno escono articoli su come “Kevin Spacey se la spassasse a Napoli durante le riprese di un certo film, affittando un mega yacht e riempiendolo di giovani rampolli”… Lo scopo è quello di confondere le acque, giudicare comportamenti, far di tutta l’erba un fascio.
Se Kevin Spacey ha le possibilità finanziarie di noleggiarsi un panfilo, riempirlo di ragazzi CONSENZIENTI e di bisbocciare per 24 ore di fila, dove sta il problema? Il problema si pone nel momento in cui Kevin Spacey usa la sua posizione senior in cambio di favori con dei suoi colleghi junior — e questo, ahimé, credo sarà provato.
Il mio timore è sulla confusione. Su cosa definire giusto e sbagliato. La mia riprovazione è sull’ipocrisia, oscenamente cavalcata da qualsiasi testata giornalistica, canale televisivo, opinionista con delle opinioni.
Le donne non sono indignate o non dovrebbero indignarsi perché indignarsi all’improvviso di un “modus operandi” con cui sei nato, cresciuto e dato per assodato sarebbe come indignarsi all’improvviso dei concorsi statali truccati. Le si vorrebbe far passare, al solito, come le nevrotiche umorali che da un minuto all’altro organizzano una caccia all’infedele, al porco infedele, dopo aver vissuto per secoli dentro un sistema con determinate regole e determinati “modi” che ha sempre protetto se stesso.
E se ora il gran giurì massmediatico pretende costernazione davanti a Hollywood che crolla — e Cinecittà che crolla — sotto il peso delle accuse a chi ne è sempre stato a capo, be’, rimarrà a bocca asciutta. Almeno da parte mia.
Anche gli uomini non dovrebbero indignarsi. Perché in questo sistema ci vivono e lavorano, e lo conoscono. Perché questo sistema è dominato dai Trump e dai Berlusconi, e dai Trump e Berlusconi vestiti da Dustin Hoffman e Kevin Spacey, così come da un certo tipo di atteggiamento nei confronti dell’oggetto desiderato, sia esso una donna, una macchina, una poltrona politica — ne ho voglia e me la prendo, no matter what. Non s’indignino quindi. Risparmino la sceneggiata. Risparmiamocela tutti, please.
E poi, di cosa esattamente ci dovremmo meravigliare? Ci meravigliamo davanti allo Ius prime noctis? Secondo voi, gli studenti del 2117 che studieranno la storia di cento anni prima — noi — si meraviglieranno? No, my Fellows. Tutto, davanti ai loro occhi, avrà molto senso, molta coerenza.
Everything here makes sense.

E please, lasciatemi dire. Quando nasci donna, sai certe cose. Sai in quali mani sta il potere. In quelle di un professore. Di un capo. Di un politico. Nella stragrande maggioranza dei casi, di un maschio. Da bambina o da giovane, non stai lì a questionare più di tanto. Le cose stanno così, punto. Quando cresci, trovi il modo di capire tutto questo. Prima studi da dove vieni — secoli e secoli di storia in un mondo dominato dal maschio — poi cerchi di combatterlo — chi non ha passato la fase d’incazzatura femminista? — e poi usi l’astuzia e cerchi di ricavarti il tuo spazio, e di subirlo il meno possibile. I sistemi ci sono.
Ora il più grande produttore cinematografico americano si è scoperto il più grande suino di tutti i tempi. So what? Chi lo ha mai creduto uno stinco di santo? Non certo chi gli copriva le spalle. E chi gli copriva le spalle, nel 99% dei casi, erano persone che dipendevano da lui, dal punto di vista lavorativo o di network. Si sa come funziona il business, no? Tu infanghi il mio nome? Benissimo, tu non fai più un film/non lavori più campassi cent’anni.
Non sto difendendo il sistema. Sto dicendo come funziona.
Se ora tutto si disintegra, bene, benissimo. Sarò la prima a ballare sulle macerie di questo mondo infame.
Ma non ci si aspetti da me una briciola di indignazione.

Detto questo, veniamo al film della settimana, che per contrappasso, ci porta in un convento… Non so perché ma ho sempre provato un misto di fascinazione e repulsa verso le suore — sognatrici prigioniere del loro stesso sogno, recluse dal mondo votate alla ricerca dell’Assoluto e condannate alla sua eterna assenza. Si tratta di “Novitiate” di Margaret Betts, film che spero giunga in Italia prima o poi, dopo esser stato presentato con successo al Sundance Film Festival di quest’anno.

Kathleen è una sedicenne della provincia americana. Genitori divorziati, madre che beve, fuma “and sleeps around”, come si dice da queste parti. Cosa può fare Kathleen? Per cominciare, entrare in una scuola cattolica. E poi in convento — io avrei avuto altre idee in testa per lei, but you know…
Però siamo nel 1962, anno del Concilio Vaticano II. Quello durante il quale Papa Giovanni XXIII apportò delle riforme “ammodernatrici” anche per la vita delle suore, rinchiuse nei conventi di tutto il mondo.
Quest’ondata di modernità non piace per niente alla Reverenda Madre del convento dove Kathleen è entrata. Lei è vecchia scuola: sostenitrice convinta di un regime al sapor di dittatura per le novizie — incitamento al sacrificio e alla punizione corporale, al digiuno, al silenzio. Fun life, insomma.

Il film guarda sia all’esterno che all’interno del convento, con l’esterno che si infila all’interno attraverso le missive inviate da Roma alla Madre Badessa che piuttosto di sentir parlare di riforme preferirebbe vendere l’anima al diavolo (!). Ma l’esterno è rappresentato anche dalla stessa Kathleen e dal percoso che compie, insieme alle sue compagne, per raggiungere l’obbiettivo: sposarsi con Dio.
Le novizie sono spose del Signore. Lasciano la vita terrena per dedicarsi unicamente a Lui. In quel percorso il dubbio, a un certo punto si manifesta, minando la certezza evangelica dell’esistenza di Dio e il senso del matrimonio con Lui. Alcune lasciano, altre crollano. Per la Madre Badessa, il terremoto che scuote tutte le sue certezze coincide proprio con il processo di ammodernamento della Chiesa. E lo capisci! Vivi il dramma di una suora nazista, capendola — ecco perché adoro il cinema: in una scena ti costruisce nuovi orizzonti emotivi. Immaginate. Essere stata moglie del Signore per 50 anni, e poi sentirsi dire che quello in cui avevi creduto — un sistema di abnegazione e sacrificio per compiacere il proprio Dio, Padre, Padrone, Sovrano, Marito — non vale più: è una scelta terrena soggetta all’avvicendarsi di un Papa, alle decisioni di una Curia. La scena del crollo della Madre Badessa è davvero qualcosa di straziante, e di nera comicità — e forse sta male dirlo, ma va be’.

“Novitiate” è un film che mi ha posto molte domande. Non sulla fede, ma sulle donne.
Le novizie vogliono a tutti i costi diventare le mogli di Dio. Ricevere la chiamata. Essere prescelte. Sentirsi speciali, volute, uniche.
Mi viene da chiedermi. Noi donne, allora, siamo tutte suore? Chi non vuole sentirsi prescelta, voluta, unica e speciale? Tutte! E là fuori ci hanno costruito un mondo di f(av)ole attorno.
Poi però s’insinua il dubbio. E se non fosse così? Se Dio/Il Principe Azzurro non esistesse? Se non fossimo le scelte, prescelte, speciali, di nessuno? Se ci stessimo inventando tutto? Se ci fossimo sempre inventate tutto?
La conclusione — amarissima — a cui giunge la Madre Badessa è quella: si ritrova pedina nelle mani della Chiesa, e in fin dei conti, di se stessa.
E noi donne sognatrici, che costruiamo castelli in aria tanto quanto secoli di suore hanno construito l’immagine di un Dio Marito in cielo, siamo destinate tutte a questa conclusione?
Come vedete mi limito alle domande… a insinuare il dubbio 🙂

Oltre a tutto questo vediamo che la ricerca ossessiva di perfezione a cui le novizie sono sottoposte, e nello specifico Kathleen, non porta al raggiungimento dello scopo perseguito. Anzi, porta al desiderio smodato per l’oggetto mancante. Kathleen sviluppa un sentimento — corrisposto — per la compagna Gabrielle. Tenerissima la scena in cui la supplica, ripetendo senza sosta “Comfort me, comfort me, comfort me…”. Dio sarà pure il marito concupito, ma non scende mai al piano terra a darti un abbraccio.
E il finale, che segna il trionfo del dubbio, non ve lo racconto altrimenti non andate più a vedere il film quando uscirà. 🙂

Anche per oggi ho fatto la mia parte. Sulla lista di cose che devo dirvi, oltre a Governors’ Island — sulla lista da agosto! — aggiungo Connecticut e Massachussets, che mi hanno ospitato in questo weekend e di cui vedrete degli scatti nel Frunyc II aggiornato.
Mentre se volete esercitarvi con l’inglese leggendo un po’ di Pistoletto…  🙂
Ringraziamenti sinceri, e saluti, polarmente cinematografici.

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LET’S MOVIE 346 from NYC commenta “WONDERSTRUCK” di TODD HAYNES

LET’S MOVIE 346 from NYC commenta “WONDERSTRUCK” di TODD HAYNES

Michelangelo Moviers,

Voi ora pensate immediatamente al Buonarroti. Ebbene no, anche se lui, il Buonarroti, potrebbe trovarsi in mezzo alle mie parole newyorkesi per voi, visto che il MET apre una mostra a metà novembre con una pompa magna di titolo del calibro di “Michelangelo: Divine Draftsman and Designer”. Ma come vi dicevo, il Michelangelo a cui mi riferisco è un altro, è roba del ‘900. Il Michelangelo è Pistoletto.

Capita che ieri a Cold Spring, borgo di 1.948 anime nello stato di New York, 60 miglia a nord della City, ci siano stati più italiani che autoctoni, fra le strade della ridente cittadina — tra Main Street, West Street Chestnut Street, i nomi di un paese della Valley che potrebbe anche essere quella del Rio Bravo. Ma cosa ci faceva mezza Italia a Cold Spring? E soprattutto, Cold Spring??
Per rispondere bisogna chiamare in causa Giorgio Spanu e Nancy Olnick, una coppia italo-americana innamorata dell’arte del secondo ‘900, specie dell’Arte Povera. Se mettete insieme una coppia innamorata dell’arte e tanti tanti TANTI mezzi ovvero money, metri quadrati e una predisposizione naturale al mecenatismo, ecco che vi spunta Magazzino Italian Art.
Magazzino Italian Art non è un museo. E’ un centro espositivo dedicato all’arte italiana contemporanea perché l’arte italiana contemporanea è pressoché sconosciuta in America. La maggior parte degli americani sono convinti che l’arte italiana sia Roma Antica, Barocco e Rinascimento, stop. Se nominate De Chirico vi guardano con volto perplesso “De Chiri… who?”. Qualcosa, per sanare la situazione, s’ha da fare.
Prima di diventare Magazzino Italian Art, lo spazio era un centro di raccolta per i contadini dell’Hudson Valley, poi centro per la pastorizzazione del latte, e poi centro di produzione di computers per le forze armate (!). I coniugi, che abitano a New York City e hanno già una casa di campagna piena zeppa di opere d’arte e istallazioni site-specific a Garrison, altro piccolo paese nella Valley, mettono piede a Cold Spring nel ’95 e bam, love at first sight. Decidono di acquisire il vecchio edificio poco fuori il centro cittadino, metterlo nelle mani di un architetto dal nome donchisciottesco come Miguel Quismondo, e di tirarci fuori uno di quegli oggetti architettonici da rivista che sognamo tanto di poter possedere — anche solo nell’onirico. I coniugi riempiono il centro con le opere di artisti che hanno accumulato negli anni, e aprono le porte non solo al pubblico — e gratuitamente — ma anche ai ricercatori che utilizeranno lo spazio per le loro ricerche. Sì perché Magazzino Italian Art infatti vanta anche una biblioteca di 5000 volumi. E tra gli artisti esposti — che potete trovare nel Frunyc II insieme alle foto della giornata a Cold Spring — Giovanni Anselmo, Alighiero Boetti, Pier Paolo Calzolari, Luciano Fabro, Jannis Kounellis, Mario Merz, Marisa Merz, Giuseppe Penone, Michelangelo Pistoletto, Gilberto Zorio.
Ma chi è spuntato tra gli elencati? Lui, Michelangelo. E non è spuntato solo lì, fra gli elencati, ma anche ieri. A Cold Spring. Hudson Valley.
Eggià, Michelangelo Pistoletto, di Biella che più Biella non si può, 84 anni suonati, uno degli artisti viventi più iconici dell’Arte Povera — quello degli stracci e degli specchi che includono lo spettatore, per capirci — si presenta a Cold Spring per far rotolare una sua “Sfera di giornali” — walking sculpture, la chiama lui — lungo Main Street.
Di sfere ne ha fatte rotolare parecchie nella sua vita, quel burlone di Pistoletto. La prima a Torino, nel 1967, quando Michelangelo arrivò con la sua scultura a bordo di una Fiat cabrio. Da allora ha ripetuto la performance al Louvre, alla Tate Gallery, a Philly e, un anno fa, persino a Cuba — il rock-to-roll gli piace molto, insomma.
Ieri, a Cold Spring, la performance si è ripetuta. Stessa modalità, giornali diversi (del 2017) una Fiat del ’67 rossa fiammante. E per mezz’ora un vero e proprio spettacolo di piazza, con la sfera a carambolare per le strade, bambini e adulti a correrle dietro, e poi sollevarla in aria tutti insieme. Un’ora prelevata al quotidiano e regalata al ludico. E magari il tutto poteva anche sembrare un tantino silly, visto dall’esterno. Ma quel tipo di silliness, Moviers, va coltivata e protetta. Io, la mia, che chiamo stupidera come “Inside Out” insegna, non la mollo. 🙂
E poi via tutti al Magazzino Italian Art, a dieci minuti di shuttle bus dalla stazione dei treni — e vi prego di immaginare il treno ottocentesco, con il vapore e la ghisa e quel triangolo davanti che Dio De Mauro sa come si chiama, e fa niente se invece era uno squallido regionale che pendola fra Grand Central Station NYC e Poughkeepsie.

Pancia da ottuagenario, occhio da sedicenne, cappello felliniano, Michelangelo si è prestato a tutto. Al gioco con i bambini, alle foto, agli autografi, alle chiacchiere. Gli chiedo “Maestro, si diverte?” E lui “Ah ma sai, io mi diverto sempre”. E fan un’espressione da dritto di uno che sì, si diverte davvero, e che no, non dimenticherò mai.
Nel breve discorso che rilascia, dopo le parole dei due mecenati e del sindaco di Cold Spring — che non avrà mai visto tanto turismo in tutto l’arco del suo mandato — Michelangelo dice questo. “We want to bring art out of the museums into the streets, to people. And to act. The sphere is a point of attraction. It’s a way to bring people together, and to act together”.  In un ambiente non proprio accessibilissimo come quello dell’arte contemporanea, far ruzzolare un’opera d’arte in mezzo a una strada plebea, be’, converrete, divulga un messaggio forte e chiaro.

Quindi ecco cosa ci faceva mezza Italia americana a Cold Spring, sabato 4 novembre 2017. E vi prego, fatemi dire due parole su Cold Spring. Sarà stato l’autunno, con una giornata frizzante e soleggiata, gli arancioni, i gialli, i rossi che fanno dell’autunno la tavolozza di Van Gogh. Sarà stata la quiete del borgo dopo tre mesi di tempesta metropolitana, ma la cittadina mi ha fatto l’effetto di un luogo cinematografico prestato momentaneamente alla realtà, e a una realtà che per l’occasione si è fatta teatro di una performance d’artista… poi ditemi se questo non è un circolo favoloso, cinema-verità-sogno-fantasia…
Le casupoline con il portico e il dondolo, i negozietti con la campanella alla porta, prezzi ragionevoli e nessuna telecamera — a NYC sei sorvegliato speciale da tutte le angolazioni previste dal Kamasutra. I colori tenui, verdini, giallini, oppure gli abbinamenti sgargianti rosso e blu, rosso e nero, da villaggio delle fiabe. La chiesa gotica — falsa — con la porta rossa — vera — in cima a un prato immerso nell’oro delle foglie cadute, nel carminio di un acero giapponese. La piazzetta che dà sul fiume, a cui attraccano i battelli — anche quelli a vapore, come quello che presi lo scorso febbraio, quando mi trasformai in Tom Sawyer risalendo il Mississippi travestito da Hudson. E in mezzo alla piazzetta, la copia del cannone che probabilmente sparò a Gettysburg, o in qualche altra importante battaglia della Guerra di Seccessione. Credo di aver reso l’idea. Ho apprezzato tutto questo, per quelle tre ore che ci ho stazionato. E la vita di provincia, con il suo trantran rassicurante, i vigili del fuoco che impiegano 12 secondi ad arrivare all’Ufficio Postale, casomai dovesse andare in fiamme la posta di Cold Spring, e la santa mancanza di Seven Eleven, Subway, MacDonald, e qualsiasi tipo di takeaway genera-junk. Tutto questo è stato un sogno dalle piacevoli tinte foliage.
Poi alla mia mente sognante si è affacciato lo spettro dell’inverno, con la neve e il ghiaccio e gli istinti depressivi. O quelle giornate di gennaio in cui l’Accademia di West Point, a qualche km a sud, mescola la sua aura ostile alle temperature rigide e manda tutto su, qualche km a nord, e Cold Spring subisce questo doppio attacco, e batte i denti per quattro mesi, finché la primavera non porta il disgelo — e, speriamo, lo Spring Break ai cadetti. Si è affacciato anche lo spettro del provincialismo, fantasma che temo mi perseguiterà fino alla fine dei miei giorni — dopo New York City, cosa può NON sembrare provinciale?
Allora il regionale verso la City non mi è sembrato più tanto squallido, e quando ho rimesso piede a Grand Central, la stazione più evocativa delle stazioni — ok, anche Venezia Santa Lucia, okay anche Paris Gare de Lion — ho pensato che la provincia la godi fin quando sai che puoi ammazzarla sventolandole in faccia il tuo biglietto di via. Quando, insomma, stringi la libertà in tasca. Se la provincia è tutto quello che hai, o ti fai andare bene i pompieri a 12 secondi e il dondolo del vicino che, what the hack, scricchiola tutto il tempo e per questo, potresti anche aprire il fuoco. Oppure vai alla stazione e ti fai un biglietto del treno. Giusto per stringere la libertà in tasca e dormire un po’ più tranquillo.

Parlando di libertà, e del suo opposto… Questa è stata la settimana dell’attentato sulla ciclabile a TriBeCa. La mia ciclabile. Mia perché è quella che ho ciclettato decine e decine di volte tra agosto e settembre. E quel ponte pedonale, il TriBeCa Bridge, è il ponte che ogni volta che lo sottopasso, penso, mammamia quant’è brutto ‘sto ponte. Ora non lo penso più. Penserò. Questo è il punto, questo è il ponte, questa è la scuola.
Il brutto degli attentati è che scrivono l’incancellabile. Quel posto non sarà mai più quello di prima. Ha perso la sua innocenza. Quando ci sono passata, venerdì, la ciclabile era deserta — mai vista la ciclabile deserta. E sono spuntati fiori, biglietti, palloncini. Le forme collettive del lutto. Personalmente, il giorno in cui è successo — e anche ora, se ci penso — provo una sensazione strana e spiacevole. Come di spina, che s’infila nella tua quotidianità; anche se non ti ferisce direttamente come potrebbe fare un coltello, ti punge, rimane lì.
Non oso immaginare cosa devono aver provato i superstiti dell’11 settembre.

Voglio ringraziare i tantissimi di voi che si sono preoccupati, e mi hanno scritto subito per accertarsi che per una santa volta non stessi ciclettando o correndo o facendo qualche altra diavoleria motoria in zona TriBeCa.
L’ho apprezzato enormemente, così come il fatto che associate automaticamente il vostro Board a NYC. 🙂 Grazie Moviers.

E ieri, dopo il rientro a Grand Central, mi sono diretta, senza passare dal via, al Lincoln Center Plaza per vedere “Wonderstruck” di Todd Haynes. Quel Todd Haynes di “Lontano dal paradiso” — mmm — e “Carol” — per carità d’iddio. Il film parte zoppicando un po’, poi mi conquista, poi mi perde, poi cerca di riconquistarmi ma non so se ce la fa. Come quegli amori frusti che le provano in ogni modo e ai quali non riesci a rifiutare una chance sapendo che non funzionerà.
Il film porta avanti due filoni inizialmente lontani nel tempo e nello spazio, ma che, piano piano si avvicinano fino ad allacciarsi nel finale in un bel fioccone con “happy-ending” scritto sopra.

Due epoche e luoghi diversi: il 1927 a Hoboken e poi NYC, e il 1977 Minnesota e poi NYC. Nella prima, Rose, una bambina sorda — e l’attrice è veramente sorda, Millicent Simmonds — fugge da casa ad Hoboken, cittadina simil Cold Spring che sta difronte a Manhattan, nel Jersey, per andare a New York a cercare sua madre, famosa attrice che lavora a Broadway, divorziata dal padre della piccola. Nella seconda Ben, un ragazzino del Minnesota, dopo essere diventato sordo per un incidente, si mette alla ricerca del padre che non ha mai conosciuto dopo la morte della madre.
La sordità e NYC accomunano i die ragazzini, e non solo… Entrambi finiscono nella City. L’una alla ricerca della madre, l’altro del padre. Rose troverà una nuova vita. Ben, sua nonna. La storia ha un che di “Hugo Cabret”, lo sentite immediatamente. E questo non è dovuto a un’impressione casuale, ma fondata: lo scrittore dei romanzi da cui entrambi i film sono tratti è lo stesso, Brian Selznick. La prima parte, abbiamo detto, è ambientata alla fine degli anni ’20, quindi è il muto, il linguaggio scelto da Haynes per raccontarla, servendosi di una bella colonna sonora — potremmo dire vera e propria rimusicazione — che si accompagna bene al bianco e nero. La seconda parte, quella di Ben, ambientata negli anni ’70, usa i colori psichedelici e funk della NYC di quegli anni. E qui la colonna sonora ricorre al Duca Bianco con la sua “Space Oddity”.

Ma c’è qualcosa che non mi torna in questo film. Gli elementi per una storia memoerabile ci sono, e anche i mezzi espressivi. Ma il film emoziona solo quando vedi il viso di Rose. Per il resto, è come se tutto fosse avvolto nell’artificio, nel manierismo, che purtroppo stemperano il calore empatico verso questi due sventurati ragazzini. Ci troviamo davanti al caso “quando la forma stronca la sostanza”. In certe scene l’autocompiacimento registico è così marcato da stomacare — specie nelle scene della NYC anni ’70, tutta rosa acrilico, e verde sintetico e giallo plastica. Personalmente avrei preferito che tutto il film fosse muto e in bianco e nero — mi rendo conte che sarebbe stato un altro film, ma questa è la mia rubrica, dopotutto. 🙂 Perché, come vi dicevo, l’attrice che interpreta Rose, parla anche se non parla e riempie la scena al pari di un’attrice navigata.
Certo, poi possiamo anche iper-interpretare, e vedere “Wonderstruck” come un omaggio a New York City, luogo di sogno in cui molti approdano per avverare il proprio sogno — la città in cui tutto è possibile. E in Rose, forse, c’è un po’ della figura dell’immigrato che dal piccolo paese in mezzo al nulla, giunge nella metropoli delle meraviglie per realizzare i propri desideri. Ciononostante, l’immedesimazione rimane vittima di una leziosità e di una retorica che castrano i buoni intenti. Non siamo a livelli di “Carol”, in cui Haynes si è perso in una farniticazione di storia amorosa fra le due protagoniste, restituendo un melo zuccheroso e, francamente, irritante — per un po’ di sana autenticità consigliammo al regista una dose massiccia di Kechich con “Vita d’Adele”, capolavoro dei capolavori di autenticità emotiva.
Se “Wonderstruck” arriva in Italia per Natale, è la favola perfetta da far vedere ai soliti “grandi e piccini”.
Mi spiace, tuttavia. Il film sa un po’ di occasione mancata. L’idea del muto abbinato al bianco e nero, com’era stato per lo splendido “The Artist” di Hazavinicius qualche anno fa, piace tanto tanto tanto. Dopo tanti film chiassosi, che parlano a vanvera, un ritorno al silenzio, sarebbe grandemente apprezzato.
Detto questo, mi dirigo all’uscita perché sono arrivata alla fine.
Frunyc II aggiornato — con le foto di Magazzino Italian Art e di Michelangelo non Buonarroti bensì Pistoletto — ringraziamenti di rigore e saluti, stasera, artisticamente cinematografici.

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