LET’S MOVIE 346 from NYC commenta “WONDERSTRUCK” di TODD HAYNES

LET’S MOVIE 346 from NYC commenta “WONDERSTRUCK” di TODD HAYNES

Michelangelo Moviers,

Voi ora pensate immediatamente al Buonarroti. Ebbene no, anche se lui, il Buonarroti, potrebbe trovarsi in mezzo alle mie parole newyorkesi per voi, visto che il MET apre una mostra a metà novembre con una pompa magna di titolo del calibro di “Michelangelo: Divine Draftsman and Designer”. Ma come vi dicevo, il Michelangelo a cui mi riferisco è un altro, è roba del ‘900. Il Michelangelo è Pistoletto.

Capita che ieri a Cold Spring, borgo di 1.948 anime nello stato di New York, 60 miglia a nord della City, ci siano stati più italiani che autoctoni, fra le strade della ridente cittadina — tra Main Street, West Street Chestnut Street, i nomi di un paese della Valley che potrebbe anche essere quella del Rio Bravo. Ma cosa ci faceva mezza Italia a Cold Spring? E soprattutto, Cold Spring??
Per rispondere bisogna chiamare in causa Giorgio Spanu e Nancy Olnick, una coppia italo-americana innamorata dell’arte del secondo ‘900, specie dell’Arte Povera. Se mettete insieme una coppia innamorata dell’arte e tanti tanti TANTI mezzi ovvero money, metri quadrati e una predisposizione naturale al mecenatismo, ecco che vi spunta Magazzino Italian Art.
Magazzino Italian Art non è un museo. E’ un centro espositivo dedicato all’arte italiana contemporanea perché l’arte italiana contemporanea è pressoché sconosciuta in America. La maggior parte degli americani sono convinti che l’arte italiana sia Roma Antica, Barocco e Rinascimento, stop. Se nominate De Chirico vi guardano con volto perplesso “De Chiri… who?”. Qualcosa, per sanare la situazione, s’ha da fare.
Prima di diventare Magazzino Italian Art, lo spazio era un centro di raccolta per i contadini dell’Hudson Valley, poi centro per la pastorizzazione del latte, e poi centro di produzione di computers per le forze armate (!). I coniugi, che abitano a New York City e hanno già una casa di campagna piena zeppa di opere d’arte e istallazioni site-specific a Garrison, altro piccolo paese nella Valley, mettono piede a Cold Spring nel ’95 e bam, love at first sight. Decidono di acquisire il vecchio edificio poco fuori il centro cittadino, metterlo nelle mani di un architetto dal nome donchisciottesco come Miguel Quismondo, e di tirarci fuori uno di quegli oggetti architettonici da rivista che sognamo tanto di poter possedere — anche solo nell’onirico. I coniugi riempiono il centro con le opere di artisti che hanno accumulato negli anni, e aprono le porte non solo al pubblico — e gratuitamente — ma anche ai ricercatori che utilizeranno lo spazio per le loro ricerche. Sì perché Magazzino Italian Art infatti vanta anche una biblioteca di 5000 volumi. E tra gli artisti esposti — che potete trovare nel Frunyc II insieme alle foto della giornata a Cold Spring — Giovanni Anselmo, Alighiero Boetti, Pier Paolo Calzolari, Luciano Fabro, Jannis Kounellis, Mario Merz, Marisa Merz, Giuseppe Penone, Michelangelo Pistoletto, Gilberto Zorio.
Ma chi è spuntato tra gli elencati? Lui, Michelangelo. E non è spuntato solo lì, fra gli elencati, ma anche ieri. A Cold Spring. Hudson Valley.
Eggià, Michelangelo Pistoletto, di Biella che più Biella non si può, 84 anni suonati, uno degli artisti viventi più iconici dell’Arte Povera — quello degli stracci e degli specchi che includono lo spettatore, per capirci — si presenta a Cold Spring per far rotolare una sua “Sfera di giornali” — walking sculpture, la chiama lui — lungo Main Street.
Di sfere ne ha fatte rotolare parecchie nella sua vita, quel burlone di Pistoletto. La prima a Torino, nel 1967, quando Michelangelo arrivò con la sua scultura a bordo di una Fiat cabrio. Da allora ha ripetuto la performance al Louvre, alla Tate Gallery, a Philly e, un anno fa, persino a Cuba — il rock-to-roll gli piace molto, insomma.
Ieri, a Cold Spring, la performance si è ripetuta. Stessa modalità, giornali diversi (del 2017) una Fiat del ’67 rossa fiammante. E per mezz’ora un vero e proprio spettacolo di piazza, con la sfera a carambolare per le strade, bambini e adulti a correrle dietro, e poi sollevarla in aria tutti insieme. Un’ora prelevata al quotidiano e regalata al ludico. E magari il tutto poteva anche sembrare un tantino silly, visto dall’esterno. Ma quel tipo di silliness, Moviers, va coltivata e protetta. Io, la mia, che chiamo stupidera come “Inside Out” insegna, non la mollo. 🙂
E poi via tutti al Magazzino Italian Art, a dieci minuti di shuttle bus dalla stazione dei treni — e vi prego di immaginare il treno ottocentesco, con il vapore e la ghisa e quel triangolo davanti che Dio De Mauro sa come si chiama, e fa niente se invece era uno squallido regionale che pendola fra Grand Central Station NYC e Poughkeepsie.

Pancia da ottuagenario, occhio da sedicenne, cappello felliniano, Michelangelo si è prestato a tutto. Al gioco con i bambini, alle foto, agli autografi, alle chiacchiere. Gli chiedo “Maestro, si diverte?” E lui “Ah ma sai, io mi diverto sempre”. E fan un’espressione da dritto di uno che sì, si diverte davvero, e che no, non dimenticherò mai.
Nel breve discorso che rilascia, dopo le parole dei due mecenati e del sindaco di Cold Spring — che non avrà mai visto tanto turismo in tutto l’arco del suo mandato — Michelangelo dice questo. “We want to bring art out of the museums into the streets, to people. And to act. The sphere is a point of attraction. It’s a way to bring people together, and to act together”.  In un ambiente non proprio accessibilissimo come quello dell’arte contemporanea, far ruzzolare un’opera d’arte in mezzo a una strada plebea, be’, converrete, divulga un messaggio forte e chiaro.

Quindi ecco cosa ci faceva mezza Italia americana a Cold Spring, sabato 4 novembre 2017. E vi prego, fatemi dire due parole su Cold Spring. Sarà stato l’autunno, con una giornata frizzante e soleggiata, gli arancioni, i gialli, i rossi che fanno dell’autunno la tavolozza di Van Gogh. Sarà stata la quiete del borgo dopo tre mesi di tempesta metropolitana, ma la cittadina mi ha fatto l’effetto di un luogo cinematografico prestato momentaneamente alla realtà, e a una realtà che per l’occasione si è fatta teatro di una performance d’artista… poi ditemi se questo non è un circolo favoloso, cinema-verità-sogno-fantasia…
Le casupoline con il portico e il dondolo, i negozietti con la campanella alla porta, prezzi ragionevoli e nessuna telecamera — a NYC sei sorvegliato speciale da tutte le angolazioni previste dal Kamasutra. I colori tenui, verdini, giallini, oppure gli abbinamenti sgargianti rosso e blu, rosso e nero, da villaggio delle fiabe. La chiesa gotica — falsa — con la porta rossa — vera — in cima a un prato immerso nell’oro delle foglie cadute, nel carminio di un acero giapponese. La piazzetta che dà sul fiume, a cui attraccano i battelli — anche quelli a vapore, come quello che presi lo scorso febbraio, quando mi trasformai in Tom Sawyer risalendo il Mississippi travestito da Hudson. E in mezzo alla piazzetta, la copia del cannone che probabilmente sparò a Gettysburg, o in qualche altra importante battaglia della Guerra di Seccessione. Credo di aver reso l’idea. Ho apprezzato tutto questo, per quelle tre ore che ci ho stazionato. E la vita di provincia, con il suo trantran rassicurante, i vigili del fuoco che impiegano 12 secondi ad arrivare all’Ufficio Postale, casomai dovesse andare in fiamme la posta di Cold Spring, e la santa mancanza di Seven Eleven, Subway, MacDonald, e qualsiasi tipo di takeaway genera-junk. Tutto questo è stato un sogno dalle piacevoli tinte foliage.
Poi alla mia mente sognante si è affacciato lo spettro dell’inverno, con la neve e il ghiaccio e gli istinti depressivi. O quelle giornate di gennaio in cui l’Accademia di West Point, a qualche km a sud, mescola la sua aura ostile alle temperature rigide e manda tutto su, qualche km a nord, e Cold Spring subisce questo doppio attacco, e batte i denti per quattro mesi, finché la primavera non porta il disgelo — e, speriamo, lo Spring Break ai cadetti. Si è affacciato anche lo spettro del provincialismo, fantasma che temo mi perseguiterà fino alla fine dei miei giorni — dopo New York City, cosa può NON sembrare provinciale?
Allora il regionale verso la City non mi è sembrato più tanto squallido, e quando ho rimesso piede a Grand Central, la stazione più evocativa delle stazioni — ok, anche Venezia Santa Lucia, okay anche Paris Gare de Lion — ho pensato che la provincia la godi fin quando sai che puoi ammazzarla sventolandole in faccia il tuo biglietto di via. Quando, insomma, stringi la libertà in tasca. Se la provincia è tutto quello che hai, o ti fai andare bene i pompieri a 12 secondi e il dondolo del vicino che, what the hack, scricchiola tutto il tempo e per questo, potresti anche aprire il fuoco. Oppure vai alla stazione e ti fai un biglietto del treno. Giusto per stringere la libertà in tasca e dormire un po’ più tranquillo.

Parlando di libertà, e del suo opposto… Questa è stata la settimana dell’attentato sulla ciclabile a TriBeCa. La mia ciclabile. Mia perché è quella che ho ciclettato decine e decine di volte tra agosto e settembre. E quel ponte pedonale, il TriBeCa Bridge, è il ponte che ogni volta che lo sottopasso, penso, mammamia quant’è brutto ‘sto ponte. Ora non lo penso più. Penserò. Questo è il punto, questo è il ponte, questa è la scuola.
Il brutto degli attentati è che scrivono l’incancellabile. Quel posto non sarà mai più quello di prima. Ha perso la sua innocenza. Quando ci sono passata, venerdì, la ciclabile era deserta — mai vista la ciclabile deserta. E sono spuntati fiori, biglietti, palloncini. Le forme collettive del lutto. Personalmente, il giorno in cui è successo — e anche ora, se ci penso — provo una sensazione strana e spiacevole. Come di spina, che s’infila nella tua quotidianità; anche se non ti ferisce direttamente come potrebbe fare un coltello, ti punge, rimane lì.
Non oso immaginare cosa devono aver provato i superstiti dell’11 settembre.

Voglio ringraziare i tantissimi di voi che si sono preoccupati, e mi hanno scritto subito per accertarsi che per una santa volta non stessi ciclettando o correndo o facendo qualche altra diavoleria motoria in zona TriBeCa.
L’ho apprezzato enormemente, così come il fatto che associate automaticamente il vostro Board a NYC. 🙂 Grazie Moviers.

E ieri, dopo il rientro a Grand Central, mi sono diretta, senza passare dal via, al Lincoln Center Plaza per vedere “Wonderstruck” di Todd Haynes. Quel Todd Haynes di “Lontano dal paradiso” — mmm — e “Carol” — per carità d’iddio. Il film parte zoppicando un po’, poi mi conquista, poi mi perde, poi cerca di riconquistarmi ma non so se ce la fa. Come quegli amori frusti che le provano in ogni modo e ai quali non riesci a rifiutare una chance sapendo che non funzionerà.
Il film porta avanti due filoni inizialmente lontani nel tempo e nello spazio, ma che, piano piano si avvicinano fino ad allacciarsi nel finale in un bel fioccone con “happy-ending” scritto sopra.

Due epoche e luoghi diversi: il 1927 a Hoboken e poi NYC, e il 1977 Minnesota e poi NYC. Nella prima, Rose, una bambina sorda — e l’attrice è veramente sorda, Millicent Simmonds — fugge da casa ad Hoboken, cittadina simil Cold Spring che sta difronte a Manhattan, nel Jersey, per andare a New York a cercare sua madre, famosa attrice che lavora a Broadway, divorziata dal padre della piccola. Nella seconda Ben, un ragazzino del Minnesota, dopo essere diventato sordo per un incidente, si mette alla ricerca del padre che non ha mai conosciuto dopo la morte della madre.
La sordità e NYC accomunano i die ragazzini, e non solo… Entrambi finiscono nella City. L’una alla ricerca della madre, l’altro del padre. Rose troverà una nuova vita. Ben, sua nonna. La storia ha un che di “Hugo Cabret”, lo sentite immediatamente. E questo non è dovuto a un’impressione casuale, ma fondata: lo scrittore dei romanzi da cui entrambi i film sono tratti è lo stesso, Brian Selznick. La prima parte, abbiamo detto, è ambientata alla fine degli anni ’20, quindi è il muto, il linguaggio scelto da Haynes per raccontarla, servendosi di una bella colonna sonora — potremmo dire vera e propria rimusicazione — che si accompagna bene al bianco e nero. La seconda parte, quella di Ben, ambientata negli anni ’70, usa i colori psichedelici e funk della NYC di quegli anni. E qui la colonna sonora ricorre al Duca Bianco con la sua “Space Oddity”.

Ma c’è qualcosa che non mi torna in questo film. Gli elementi per una storia memoerabile ci sono, e anche i mezzi espressivi. Ma il film emoziona solo quando vedi il viso di Rose. Per il resto, è come se tutto fosse avvolto nell’artificio, nel manierismo, che purtroppo stemperano il calore empatico verso questi due sventurati ragazzini. Ci troviamo davanti al caso “quando la forma stronca la sostanza”. In certe scene l’autocompiacimento registico è così marcato da stomacare — specie nelle scene della NYC anni ’70, tutta rosa acrilico, e verde sintetico e giallo plastica. Personalmente avrei preferito che tutto il film fosse muto e in bianco e nero — mi rendo conte che sarebbe stato un altro film, ma questa è la mia rubrica, dopotutto. 🙂 Perché, come vi dicevo, l’attrice che interpreta Rose, parla anche se non parla e riempie la scena al pari di un’attrice navigata.
Certo, poi possiamo anche iper-interpretare, e vedere “Wonderstruck” come un omaggio a New York City, luogo di sogno in cui molti approdano per avverare il proprio sogno — la città in cui tutto è possibile. E in Rose, forse, c’è un po’ della figura dell’immigrato che dal piccolo paese in mezzo al nulla, giunge nella metropoli delle meraviglie per realizzare i propri desideri. Ciononostante, l’immedesimazione rimane vittima di una leziosità e di una retorica che castrano i buoni intenti. Non siamo a livelli di “Carol”, in cui Haynes si è perso in una farniticazione di storia amorosa fra le due protagoniste, restituendo un melo zuccheroso e, francamente, irritante — per un po’ di sana autenticità consigliammo al regista una dose massiccia di Kechich con “Vita d’Adele”, capolavoro dei capolavori di autenticità emotiva.
Se “Wonderstruck” arriva in Italia per Natale, è la favola perfetta da far vedere ai soliti “grandi e piccini”.
Mi spiace, tuttavia. Il film sa un po’ di occasione mancata. L’idea del muto abbinato al bianco e nero, com’era stato per lo splendido “The Artist” di Hazavinicius qualche anno fa, piace tanto tanto tanto. Dopo tanti film chiassosi, che parlano a vanvera, un ritorno al silenzio, sarebbe grandemente apprezzato.
Detto questo, mi dirigo all’uscita perché sono arrivata alla fine.
Frunyc II aggiornato — con le foto di Magazzino Italian Art e di Michelangelo non Buonarroti bensì Pistoletto — ringraziamenti di rigore e saluti, stasera, artisticamente cinematografici.

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