LET’S MOVIE 347 da NYC commenta “NOVITIATE” di Margaret Betts

LET’S MOVIE 347 da NYC commenta “NOVITIATE” di Margaret Betts

Freddo Fellows

di quello ferale, quasi marziano, forse celestiale. Un freddo così non può essere di questo mondo.
Il problema con NYC è che le cose capitano sempre così. Potenti e all’improvviso. Non c’è uno scivolar m’è dolce in questo mare, nessun rutsch in neues Jahr. Nessuna fase di acclimatamento. Il giorno prima te ne stai a 20 gradi — 20 — al sole, e il giorno dopo — dopo — si contano 24 dispersi: tutti quelli sopra lo zero termico, più quattro sotto. E da come si sono messe le cose, le speranze di trovarli sono scarsissime.
Dalla manna alla mannaia. Ovviamente la testa a rotolare, come quella della sprovveduta Marie Antoinette, è stata la mia.
E aggiungo. Un corpo immerso in un frigo non riceve nessuna spinta dal basso verso l’alto, e Archimede non lo sapeva sia perché il frigo non gli apparteneva temporalmente, sia perché se ne stava bello mellow ammollow nelle vasche di mezza Atene. A noi nati nell’era del frigo, nella regione del Trentino e nell’emigrazione newyorkese, è toccata questa sciagura. E va be’, ce la smazziamo come abbiamo sempre fatto.
Da un giorno all’altro, l’esercito dei newyorkesi con addosso tshirt e infradito, è passato a un esercito con scafandri acrilici, pellicce sintetiche e tutte le declinazioni di indumenti invernali che immaginate. Quegli orribili scarponi anti-neve, anti-pioggia, anti-tutto che alcuni — alcunE — tendono a indossare vanno per la maggiore. Così come le ciabatte di plastica — quelle da piscina anni ’80 — con del pelo finto applicato sulla striscia sopra le dita, indossate con calzino. Come se la striscia di pelo e il calzino, oltre a insultare l’estetica, potessero fare qualcosa contro quel Zivago di freddo là fuori…

Era bello vedere della pelle. E’ bella l’estate anche per quello, sei esposto, ti concedi di più, anche solo nel modo in cui vesti. L’inverno sprofondi la verità di te stesso sotto strati e strati di coperture. L’inverno è la stagione della dissimulazione, del rintanarsi, del perenne rifiuggire la dimensione pubblica — banalmente, la strada — per rinchiudersi da qualche parte al caldo. Non c’è limite alle metafore evocabili avvicinando inverno e occultazione di cadavere. E vi prego di concedermi questa attività perché è l’unica in cui vinco. Per il resto, l’inverno surclassa sempre. E’ come il tempo. La lotta contro di loro è sempre persa in partenza.
Ci rimangano almeno le metafore, darn it.

Non credo sia una coincidenza il fatto che questo preambolo mi porti a riflettere un istante su quello che sta imperversando sugli USA, e di seconda battuta, sull’Italia, dopo il caso Weinstein, tipico esempio — come tutti quelli che l’hanno seguito — di occultamento di cadavere.
Sto osservando tutto quello che sta succedendo in uno stato di totale freddezza — allineandomi al cambiamento stagionale. Me ne sto a guardare dal quarto piano harlemita tutto il marciume che scorre giù per le strade. Spacey, Weinstein, pure Dustin Hoffmann, Tornatore, ora leggo di Brizzi. Tutte le scuse “io sapevo e non ho detto nulla” (Tarantino) e “io sapevo, non ho detto nulla ma rimedierò” (Ben Affleck). Tutto quanto laggiù a scorrrere per strada e io su al quarto piano. E non perché io sia emotivamente indifferente a tutto ciò. Ma perché mi pare davvero ridicolo — di una ridicolaggine demagogica mai conosciuta prima — che si stia gridando allo scandalo, quando tutto, sempre, è stato sotto la luce del sole. Sempre tutto quanto sotto la luce del sole.
Ma please, facciamo chiarezza. L’aria puzza di manipolazione.
L’onda d’indignazione che ha travolto gli accusati e tutto il mondo non è partita dalle donne. Le donne non sono indignate, o quantomeno, non nella semplicistica maniera con cui si spererebbe in una loro plateale, accorata, femministica, isterica indignazione. Si va da loro, si descrivono scenari porci, e si pretende che siano indignate.
Bullshit, per dirla con l’Accademia della Crusca.
Sono i media, i nuovi Inquisitori del 2.0, a volere quell’indignazione. Perché quella alimenta un istinto moralizzatore che smuove l’uomo sin dalla nascita del peccato originale. I media, con i loro j’accuse strillati, i post, i tweet, i servizi online in tempo reale, e tutti i mediucoli che hanno a disposizione stanno manovrando l’opinione pubblica dentro un canale che poi risulterà facilissimo manovrare per loro quando avranno il prossimo scandalo pronto. Siamo nel momento storico in cui il mezzo ha rotto, corrotto e rottamato il messaggio — che ne direbbe MacLuhan, fosse ancora vivo?
Spero che le donne, tutte le donne, o per lo meno le mie donne, non cadano in questa bassa e meschina e piccola manipolazione. Semplicemente perché non ne hanno bisogno.
Non so come in Italia questo fenomeno sia gestito. Ma qui ogni giorno escono articoli su come “Kevin Spacey se la spassasse a Napoli durante le riprese di un certo film, affittando un mega yacht e riempiendolo di giovani rampolli”… Lo scopo è quello di confondere le acque, giudicare comportamenti, far di tutta l’erba un fascio.
Se Kevin Spacey ha le possibilità finanziarie di noleggiarsi un panfilo, riempirlo di ragazzi CONSENZIENTI e di bisbocciare per 24 ore di fila, dove sta il problema? Il problema si pone nel momento in cui Kevin Spacey usa la sua posizione senior in cambio di favori con dei suoi colleghi junior — e questo, ahimé, credo sarà provato.
Il mio timore è sulla confusione. Su cosa definire giusto e sbagliato. La mia riprovazione è sull’ipocrisia, oscenamente cavalcata da qualsiasi testata giornalistica, canale televisivo, opinionista con delle opinioni.
Le donne non sono indignate o non dovrebbero indignarsi perché indignarsi all’improvviso di un “modus operandi” con cui sei nato, cresciuto e dato per assodato sarebbe come indignarsi all’improvviso dei concorsi statali truccati. Le si vorrebbe far passare, al solito, come le nevrotiche umorali che da un minuto all’altro organizzano una caccia all’infedele, al porco infedele, dopo aver vissuto per secoli dentro un sistema con determinate regole e determinati “modi” che ha sempre protetto se stesso.
E se ora il gran giurì massmediatico pretende costernazione davanti a Hollywood che crolla — e Cinecittà che crolla — sotto il peso delle accuse a chi ne è sempre stato a capo, be’, rimarrà a bocca asciutta. Almeno da parte mia.
Anche gli uomini non dovrebbero indignarsi. Perché in questo sistema ci vivono e lavorano, e lo conoscono. Perché questo sistema è dominato dai Trump e dai Berlusconi, e dai Trump e Berlusconi vestiti da Dustin Hoffman e Kevin Spacey, così come da un certo tipo di atteggiamento nei confronti dell’oggetto desiderato, sia esso una donna, una macchina, una poltrona politica — ne ho voglia e me la prendo, no matter what. Non s’indignino quindi. Risparmino la sceneggiata. Risparmiamocela tutti, please.
E poi, di cosa esattamente ci dovremmo meravigliare? Ci meravigliamo davanti allo Ius prime noctis? Secondo voi, gli studenti del 2117 che studieranno la storia di cento anni prima — noi — si meraviglieranno? No, my Fellows. Tutto, davanti ai loro occhi, avrà molto senso, molta coerenza.
Everything here makes sense.

E please, lasciatemi dire. Quando nasci donna, sai certe cose. Sai in quali mani sta il potere. In quelle di un professore. Di un capo. Di un politico. Nella stragrande maggioranza dei casi, di un maschio. Da bambina o da giovane, non stai lì a questionare più di tanto. Le cose stanno così, punto. Quando cresci, trovi il modo di capire tutto questo. Prima studi da dove vieni — secoli e secoli di storia in un mondo dominato dal maschio — poi cerchi di combatterlo — chi non ha passato la fase d’incazzatura femminista? — e poi usi l’astuzia e cerchi di ricavarti il tuo spazio, e di subirlo il meno possibile. I sistemi ci sono.
Ora il più grande produttore cinematografico americano si è scoperto il più grande suino di tutti i tempi. So what? Chi lo ha mai creduto uno stinco di santo? Non certo chi gli copriva le spalle. E chi gli copriva le spalle, nel 99% dei casi, erano persone che dipendevano da lui, dal punto di vista lavorativo o di network. Si sa come funziona il business, no? Tu infanghi il mio nome? Benissimo, tu non fai più un film/non lavori più campassi cent’anni.
Non sto difendendo il sistema. Sto dicendo come funziona.
Se ora tutto si disintegra, bene, benissimo. Sarò la prima a ballare sulle macerie di questo mondo infame.
Ma non ci si aspetti da me una briciola di indignazione.

Detto questo, veniamo al film della settimana, che per contrappasso, ci porta in un convento… Non so perché ma ho sempre provato un misto di fascinazione e repulsa verso le suore — sognatrici prigioniere del loro stesso sogno, recluse dal mondo votate alla ricerca dell’Assoluto e condannate alla sua eterna assenza. Si tratta di “Novitiate” di Margaret Betts, film che spero giunga in Italia prima o poi, dopo esser stato presentato con successo al Sundance Film Festival di quest’anno.

Kathleen è una sedicenne della provincia americana. Genitori divorziati, madre che beve, fuma “and sleeps around”, come si dice da queste parti. Cosa può fare Kathleen? Per cominciare, entrare in una scuola cattolica. E poi in convento — io avrei avuto altre idee in testa per lei, but you know…
Però siamo nel 1962, anno del Concilio Vaticano II. Quello durante il quale Papa Giovanni XXIII apportò delle riforme “ammodernatrici” anche per la vita delle suore, rinchiuse nei conventi di tutto il mondo.
Quest’ondata di modernità non piace per niente alla Reverenda Madre del convento dove Kathleen è entrata. Lei è vecchia scuola: sostenitrice convinta di un regime al sapor di dittatura per le novizie — incitamento al sacrificio e alla punizione corporale, al digiuno, al silenzio. Fun life, insomma.

Il film guarda sia all’esterno che all’interno del convento, con l’esterno che si infila all’interno attraverso le missive inviate da Roma alla Madre Badessa che piuttosto di sentir parlare di riforme preferirebbe vendere l’anima al diavolo (!). Ma l’esterno è rappresentato anche dalla stessa Kathleen e dal percoso che compie, insieme alle sue compagne, per raggiungere l’obbiettivo: sposarsi con Dio.
Le novizie sono spose del Signore. Lasciano la vita terrena per dedicarsi unicamente a Lui. In quel percorso il dubbio, a un certo punto si manifesta, minando la certezza evangelica dell’esistenza di Dio e il senso del matrimonio con Lui. Alcune lasciano, altre crollano. Per la Madre Badessa, il terremoto che scuote tutte le sue certezze coincide proprio con il processo di ammodernamento della Chiesa. E lo capisci! Vivi il dramma di una suora nazista, capendola — ecco perché adoro il cinema: in una scena ti costruisce nuovi orizzonti emotivi. Immaginate. Essere stata moglie del Signore per 50 anni, e poi sentirsi dire che quello in cui avevi creduto — un sistema di abnegazione e sacrificio per compiacere il proprio Dio, Padre, Padrone, Sovrano, Marito — non vale più: è una scelta terrena soggetta all’avvicendarsi di un Papa, alle decisioni di una Curia. La scena del crollo della Madre Badessa è davvero qualcosa di straziante, e di nera comicità — e forse sta male dirlo, ma va be’.

“Novitiate” è un film che mi ha posto molte domande. Non sulla fede, ma sulle donne.
Le novizie vogliono a tutti i costi diventare le mogli di Dio. Ricevere la chiamata. Essere prescelte. Sentirsi speciali, volute, uniche.
Mi viene da chiedermi. Noi donne, allora, siamo tutte suore? Chi non vuole sentirsi prescelta, voluta, unica e speciale? Tutte! E là fuori ci hanno costruito un mondo di f(av)ole attorno.
Poi però s’insinua il dubbio. E se non fosse così? Se Dio/Il Principe Azzurro non esistesse? Se non fossimo le scelte, prescelte, speciali, di nessuno? Se ci stessimo inventando tutto? Se ci fossimo sempre inventate tutto?
La conclusione — amarissima — a cui giunge la Madre Badessa è quella: si ritrova pedina nelle mani della Chiesa, e in fin dei conti, di se stessa.
E noi donne sognatrici, che costruiamo castelli in aria tanto quanto secoli di suore hanno construito l’immagine di un Dio Marito in cielo, siamo destinate tutte a questa conclusione?
Come vedete mi limito alle domande… a insinuare il dubbio 🙂

Oltre a tutto questo vediamo che la ricerca ossessiva di perfezione a cui le novizie sono sottoposte, e nello specifico Kathleen, non porta al raggiungimento dello scopo perseguito. Anzi, porta al desiderio smodato per l’oggetto mancante. Kathleen sviluppa un sentimento — corrisposto — per la compagna Gabrielle. Tenerissima la scena in cui la supplica, ripetendo senza sosta “Comfort me, comfort me, comfort me…”. Dio sarà pure il marito concupito, ma non scende mai al piano terra a darti un abbraccio.
E il finale, che segna il trionfo del dubbio, non ve lo racconto altrimenti non andate più a vedere il film quando uscirà. 🙂

Anche per oggi ho fatto la mia parte. Sulla lista di cose che devo dirvi, oltre a Governors’ Island — sulla lista da agosto! — aggiungo Connecticut e Massachussets, che mi hanno ospitato in questo weekend e di cui vedrete degli scatti nel Frunyc II aggiornato.
Mentre se volete esercitarvi con l’inglese leggendo un po’ di Pistoletto…  🙂
Ringraziamenti sinceri, e saluti, polarmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...

Leave a Reply