Posts made in dicembre, 2017

LET’S MOVIE 353 DA NYC – commenta “BORG McENROE” e “LA BATTAGLIA DEI SESSI”

LET’S MOVIE 353 DA NYC – commenta “BORG McENROE” e “LA BATTAGLIA DEI SESSI”

Miami Moviers e Florida Fellows,

E’ lì che trascorrerò la prima settimana del 2018. Nello stato delle arance, dei pensionati svernanti, e dei motel con piscina d’uno squallore pop pari a quello di Las Vegas. Contrariamente a quanto state pensando — “Miami?? Maledetto d’un Board, la tintarella a gennaio!” — non vado a South Beach per la tintarella, maledetto d’un Board che sono. Mi ospitano in una residenza per scrittori: ormai avrete capito, dopo tutti questi anni di Lez Muvi, che le residenze per scrittori sono una costante della mia vita. 🙂

Sentite qua cosa si sono inventati quelli del Betsy Hotel.
Il Betsy Hotel è uno degli alberghi più iconici e posh di Miami Beach, incluso nella Traveler Gold List stilata da Condé Nast con gli hotel più luxury di tutto il mondo. Ma come possiamo distinguerci, noi del Betsy, dagli altri?, si sono chiesti quelli del Direttivo dell’hotel.
Si sono risposti ideando un programma per scrittori che valorizzasse il loro coté filantropico. E se ne sono usciti con “The Writer’s Room”: una suite riservata a uno scrittore cui viene gentilmente offerto di risiedere per una settimana, beneficiando di tutti i comfort possibili — e man, i comfort sono comfort da hotel a sei stelle. Questo per dare la possibilità allo scrittore di trascorrere una settimana in paradiso, due passi da San Pietro, e di creare in santa pace senza le seccature della vita quotidiana — gettare l’immondizia, passare lo straccio, fare ore di fila alla cassa da Trader’s Joe. In cambio, lo scrittore tiene un incontro con la comunità culturale del posto — come sarà la comunità culturale di South Beach? Infradito ai piedi, camice palmifere e mariuana nel taschino? — durante la quale l’autore presenta il proprio lavoro e risponde alle domande dei più curiosi.
La Writer’s Room è stata aperta nel 2012, e da allora ha ospitato più di 400 scrittori. Ditemi se questo non è un modo molto smart per una struttura ricettiva di costruirsi un ruolo attivo nel mondo della cultura, attirarsi le simpatie della città e dello stato, e pubblicizzare la propria immagine mecenatistica worldwide, che si sa, fa sempre molto classy.
Nelle passate settimane sono stata contattata più volte dal comparto filantropico dell’hotel: mi hanno comunicato che avrò accesso a “fitness room, rooftop pool deck, library, beach services and meditation Wednesdays” — ho fatto sapere che il mercoledì mi sembra un ottimo giorno per iniziarmi alla meditazione. E naturalmente una diaria per i pasti — e guardando le foto dell’hotel, potrei diventare una buongustaia pure io!

Ma come sono capitata davanti allo zerbino della Writer’s Room del Betsy? Be’, unite insonnia e irrequietezza a tante notti trentine e vi siete risposti da soli. Ho cercato, scritto un progetto, inviato, accettata, ancora nel 2016. In realtà il mio pianomalefico era aggiungerci anche una settimana nelle Keys, isole da mille e una notte a sud di Miami. Ma le Keys dovranno aspettare, anche perché dopo il passaggio dell’Uragano Irma, ben poco di loro è rimasto.
Ho tenuto l’opzione della camera per un anno. E a settembre mi sono detta, perché non iniziare il 2018 al caldo? Perché non suscitare un po’ di nostalgia in New York City? E così, ho confermato il soggiorno. 🙂 Del resto siete abituati, no, alle mie partenze natalizie? E questo vale anche se ora abito a NYC.
Sono molto contenta perché alla comunità culturale di South Beach, portatrice sana, e un po’ baccana, di spinelli e palme 100% acrilico, potrò leggere le poesie della mia raccolta “Bitter Bites from Sugar Hills”.

E qui devo raccontarvi una storia.
In questa storia non ci sono sparatorie né sceriffi tristi, né sventole da bar che fanno precipitare, al loro passaggio, le mascelle degli avventori. C’è solo un essere umano che chiameremo B., che un giorno ha deciso che forse era arrivata l’ora di cambiare la direzione alla sua vita, per farla andare dov’era giusto che andasse. Allora smonta baracca e burattini e si trasferisce in una grande città, piena di luci e di ombre, di palazzi svettanti e tombini profondissimi.
B. non crede di essere né meglio né peggio di nessuno. Sente solo del mare dentro. E anche del fuoco. La sua bocca ospita spesso il silenzio, ma è in grado di travestirlo con gli infiniti colori delle parole.
Nel mondo di prima, B. aveva bussato a talmente tante porte, con i manoscritti sotto al braccio, e talmente tante porte chiuse erano rimaste chiuse, che aveva cominciato a credere di non essere all’altezza, di non avere il tocco magico, e a dirsi che forse c’era una ragione per cui quelle porte rimanevano chiuse. Tanti mesi seguirono e tanto sconforto, camuffato da tinte pagliacce. Perché B. indossa la tuta di arlecchino ma sotto nasconde l’anima da Pierrot. Allora un giorno, B. arriva nella grande città di luci e ombre. Tutto è incredibilmente intenso, nella città. Gli odori, i rumori. La bellezza balla con l’orrore a tutte le ore del giorno e della notte.
B. è in estasi. La poesia sgorga dalle fogne e B. non fa che raccoglierla e metterla in un contenitore che chiamerà “Bitter Bites from Sugar Hills”.
B. non scorda il suo capo chino davanti alle porte chiuse, nel paese di origine. Ma si dice, qui sono in un altro paese. Proviamo, what the hell. E prova a bussare, il manoscritto sotto al braccio.
In quel paese, una porta si apre. Praticamente subito.
“We are delighted to tell you we are happy to publish your collection ‘Bitter Bites From Sugar Hills’. We will send you the contract”.

B. siede in metropolitana quando riceve la notizia. Fosse stato in piedi, sarebbe stramazzato al suolo — certe notizie tolgono la forza alle gambe e la spingono tutta dentro il cuore.
E’ il compleanno di B., e certo, B. può pensare che quella sia una pura coincidenza. Oppure che sia una briciola caduta dalla tovaglia degli dei. In ogni caso ora B. si sente molto strano. Ha cercato di pubblicare la sua poesia nel paese di origine per più di quattro anni. Arriva nella città delle luci e delle ombre, di palazzi e tombini, scrive una raccolta in una lingua non sua, e nel giro di due mesi, trova un editore.
B. vorrebbe tanto prendere il paese che lo ha partorito e scuoterlo da capo a piede, da nord a sud. Gridargli, “ma che diavolo stai facendo coi tuoi figli? CHE DIAVOLO STAI FACENDO?”.
Ma poi si ricorda di un libro che lesse qualche anno fa, di Irene Némirowsky, “Jezabel”. Nella tragedia classica, Jezabel è la madre crudele che appare in sogno ad Athalie, protagonista dell’omonima tragedia di Racine. Nel libro della Nemirovsky, la protagonista si chiama Gladys: è una donna bellissima, corteggiatissima — una Belen Rodriguez prima che il mondo si stufasse della sua vacuità — talmente angosciata dall’idea di invecchiare da uccidere pur di non rivelare la sua età. Gladys ha una figlia, Marie-Thérèse, che ama di un amore superficiale, pressapochista. Gladys è così concentrata sulla propria bellezza e su di sé, da disinteressarsi completamente del benessere della ragazza che, guarda caso, farà una brutta fine.

Ogni volta che B. pensa al suo paese, pensa a Gladys. Una creatura bellissima — forse la più bella del mondo, no, indiscutibilemente la più bella del mondo — che non bada ai suoi figli, che se ne infischia, e pensa solo al mantenimento della propria eterna bellezza.
La casa editrice è la Bordighera Press. Piccola, raffinata, universitaria, pubblica letteratura italo-americana dal 1989.
Il paese d’origine è l’Italia.
B. sta per Board.
Io 🙂

Non aggiungo altro perché avete capito tutto. Anche lo stato di grazia in cui il mio spirito viaggia. 🙂

I film della settimana sono due. E non chidetemi perché il tennis, uno sport che non pratico, ma a cui guardo con grande ammirazione, per l’eleganza, la potenza e quegli outfit che stanno un amore alle tenniste, persino a quella montagna mobile di nome Serena Williams.
Mi è capitato di vedere a poche ore di distanza lo splendido “Borg McEnroe” di Janus Metz e “La battaglia dei sessi”, di Jonathan Dayton e Valerie Faris, registi dell’adorato “Little Miss Sunshine”.
Il primo merita più del secondo, ma anche il secondo non se la cava male. Ho pensato di parlarvi brevemente di entrambi anche perché tendo a spalleggiare i film con tematica sportiva: sono difficilissimi da realizzare per il pericolo di scivolare nel trionfalismo, nel patetismo e nel telenovelismo — in -ismi che è bene evitare.

Presentato al Festival di Toronto e alla Festa di Roma, “Borg McEnroe” racconta la rivalità che infiammò i campi da tennis negli anni ’70 fra il campione svedese Bjon Borg e il campione americano John McEnroe. I due rappresentavano due modi diversissimi di vivere e concepire il tennis. Controllatissimo, apparentemente glaciale e impassibile lo svedese, quanto irascibile, passionale e testacalda l’americano. Non a caso all’epoca erano conosciuti come “Ice and Fire”. Il biopic ruota attorno alla storica finale di Wimbledon del 1980, con Borg a un passo dal quinto titolo, e McEnroe a dargli battaglia fino all’ultimo — 5 set dopo più un tie-break al quarto set al cardiopalma conclusosi 18-16 per l’americano.

Il film è un po’ sbilanciato nel senso che tende più a gravitare intorno alla figura di Borg e al suo nordico sanguefreddo, soggetti evidentemente più intriganti per il regista rispetto ai colpi di testa forse un po’ infantili di McEnroe. Non posso che concordare con la scelta registica. L’autocontrollo dello svedese fu il risultato di anni e anni di duro lavoro con un allenatore che gli diceva cose del tipo “Debutterai in Coppa Davis a patto che non mostrerai più una singola fottuta emozione: tutta la rabbia, la paura e il panico che potrai provare le racchiuderai in ogni colpo”… Ma la piacevole scoperta di questo film sta nella scelta di non affidarsi a immagini di ripertorio, ma di girare il match così come si disputò.
La suspance è palpabile e se non conoscete l’esito — io non lo conoscevo — be’, rimarrete col fiato sospeso fino all’ultimo rimpallo.

Con “La battaglia dei sessi” dobbiamo fare un piccolo passo temporale-logistico indietro e andare agli inizi degli anni ’70, in California. Anche qui, storia vera. Billie Jean King, tennista e campionessa in carica, combatte per ottenere la stessa retribuzione dei colleghi tennisti maschi. Per farlo, accetta e affronta la sfida lanciatale da Bobby Riggs, ex campione a riposo. Maschilista, scommettitore incallito, Riggs vuole dimostrare sul campo la superiorità degli uomini sulle donne — “nello sport, negli affari e in politica le donne sono inferiori, non c’è nulla da fare”….
Come se non bastasse, Billie Jean si trova ad affrontare una grana personale non da poco: sposata con il proprio manager, si innamora di Marilyn, una ragazza che incontra per caso in tour. Pensate essere lesbiche nei primi anni ’70 — se vi sembra dura oggi, immaginate allora, circondati da un mondo sessista e maschiocentrico.
Il 20 settembre 1973 a Houston in Texas si disputa “la battaglia dei sessi”, la partita di tennis più famosa della storia. Indovinate chi vince… 😉

La lotta condotta da Billie Jean King sul campo e fuori per ridurre la distanza economica tra uomini e donne nel mondo sportivo ci mostra una società, non poi così lontana dalla nostra, dove il sessismo era cosa data e sistematica, e veniva tranquillamente supportato da uomini che lo praticavano con una tracotanza da porci oops volevo dire proci… Se il tono del film è giocoso, leggero, quasi da commedia, la materia che tratta pesa come un macigno e sconfina nel dramma. E questo perché, allo scontro per conquistare l’uguagalianza in campo sportivo-professionale, “La battaglia dei sessi aggiunge anche la ricerca identitaria di una donna che scopre di essere lesbica in un’epoca eterofila sprofondata nell’omofobia. Mentre il tono scanzonato è appannaggio di Steve Carell, che interpreta il macho-man Riggs incarnando il linguaggio ludico della commedia attraverso sfottò e battute sessiste, la materia è tutta di Emma Stone, che, nei panni di Billy Jean, risponde al sarcasmo dell’avversario con le palle da tennista femminista.
Il film non è male, ma questo rimpallo fra ludico e serio disorienta lo spettatore come un palleggio lungo un’ora e mezza. I registi avrebbero forse dovuto fare una scelta più netta, magari più coraggiosa, e prediligere l’uno o l’altro — avrei preferito il registro comico, dissacrantemente comico per una faccenda così scottante. Tenendo il piede in due scarpe, questa volta non sono riusciti a realizzare quella fatale combinazione di riso triste che era riuscito loro con “Little Miss Sunshine”.
Tuttavia consiglio il film. Io non sapevo nulla, nulla di nulla, né di Billy Jean King né di Bobby Riggs, né della storica “Battaglia dei Sessi” del 1973. E il cine, come dico sempre, serve anche da manuale di storia, quando certa storia non si studia sui manuali.

E ora Moviers, non mi rimane che

  • ricordarvi che Lez Muvi riprenderà dopo la Florida, a metà gennaio — niente 911 o Farnesina, quindi, se non mi sentite
  • spedirvi nel Frunyc II
  • augurarvi merry Christmas, da parte mia e di New York City, che guarda a voi con infinita curiosità, e vorrebbe tanto stringervi fra le sue braccia di acciaio e vetro, e non lasciarvi più
  • augurarvi buon inzio 2018. Possa essere l’anno in cui realizzerete un vostro sogno o ne aggiungete uno nuovo alla lista — one dream more boosts energy for sure
  • rinviarvi a questa piccola poesia natalizia che mi hanno chiesto di scrivere per Italian.Poetry.org 🙂

E ringraziarvi: Let’s Movie ha compiuto otto anni. E siete ancora lì!
E mandarvi tanti saluti, stasera, floridamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

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LET’S MOVIE 352 da NYC – commenta “I, TONYA” di CRAIG GILLESPIE

LET’S MOVIE 352 da NYC – commenta “I, TONYA” di CRAIG GILLESPIE

Mayor Moviers,

Anche lui doveva capitare sulla mia strada, prima o poi.
Bill de Blasio non era in cima alla lista di case in cui desideravo mettere piede a NYC. Prima di lui quella di Sheryl Crowe, che mi si dice abbia un bijou di appartamento in Great Jones Street, a NoHo, a due passi della casa in cui Jean-Michel Basquiat abitava prima che la coca ce lo portasse via all’età di 27 anni.
Però certo, de Blasio non è il primo nobody che passa.
Per quanto la sua figura politica sia alquanto trasparente, un giro a casa sua, la Gracie Mansion, lo si fa con piacere. Dico che è trasparente perché non lo si associa a qualche grosso cambiamento apportato alla città. Non è l’uomo tutto-affari-e-iniziative Mickie Bloomberg, che ha fatto istallare le Citibike all over Manhattan, oppure che si è battuto per vietare le porzioni extra-size di bibite e alimenti nel tentativo di contrastare l’obesità. E non è Rudolph “Adolf” Giuliani, il cui pugno duro, negli anni ’90, oltre a procurargli quel baffetto di soprannome, ha spazzato via la criminalità in maniera assai efficace, portando New York City ad essere tra le dieci città più sicure del mondo — sorvoliamo sull’ingratitudine nei confronti di un certo Bruce Wayne che ogni volta che succede un macello, ha sempre la bat-tuta pronta.
Nonostante la sua presenza-assenza, de Blasio si è portato a casa, il mese scorso, il secondo mandato da sindaco, spazzando via la candidata repubblicana. Chissà se il fatto che la sua famiglia sia la sintesi perfetta della newyorkesità abbia avuto un peso sulla vittoria. Lui di origini italiane, la moglie afro-americana, Chirlane McCray, poetessa nonché attivista per i diritti degli omosessuali, e lesbica dischiarata prima di sposarsi. Due creature al seguito con nomi divini, Dante e Chiara — fratello sommo sorella luna. E vi pregherei di googlare Dante per apprezzarne la zazzera afro da Jimie Hendrix, che ahinoi, pare essersi tagliato.
Più newyorkesità di così, non si può. Sento dire che ai newyorkesi di Wall Street e del mondo finanziario de Blasio non stia granché simpatico, visto che lui è uno spiccatamente socialista e loro sono tutti per il money-making. D’altro canto i democratici critici gli imputano una politica laissez-faire, dove la procrastinazione regna sovrana. Chissà quali sono le voci vere e quelle solo di corridoio.
Sta di fatto che a novembre i newyorkesi hanno votato, e hanno confermato il tetto della Gracie Mansion sulla sua testa per altri quattro anni. E parlando della Gracie Mansion, è successo che mercoledì 14 abbia aperto le porte a circa un centinaio di persone per un Fund Holiday’s Gathering, un cocktail prenatalizio di beneficienza. Il destino ha voluto che fossi in mezzo a quel centinaio.
La Gracie Mansion funziona come la Casa Bianca. Il sindaco di New York, una volta eletto, si trasferisce, armi, bagagli e famiglia, all’88esima, East End, nell’Upper East Side. Ed è una una specie di White House in miniatura. Pareti azzurre, colonne bianche, caminetto, scale coperte di moquette.
Uno dovrebbe candidarsi anche soltanto per avere la possibilità di risolversi il problema casa a New York City.
Dato che siamo nell’era del terrorismo, e che lunedì abbiamo avuto la conferma che organizzare un auto-attentato è l’attività più facile di questo mondo anche tra Times Square e il Port Authority Bus Terminal, hanno allestito, davanti all’ingresso della casa, un controllo sicurezza da check-in all’aeroporto. Ovviamente, al mio passaggio, l’arco di trionfo del detector ha suonato: devono essere stati i grattacieli (!) che portavo ai piedi — perché non è che ti presenti a casa del Sindaco in ciabatte, anche se da certe frange dun-give-a-sh*t di NYC ti aspetti pure quello.
Una volta dentro, comincia la giostra del networking. Una delegazione di donne da Rockaway — vi ricordate, la strisciolina di terra tipo Giudecca in fondo a Brooklyn dove c’è la Beach californiana? — appena hanno saputo che conosco Rockaway e la spiaggia californiana, ha dimostrato un grosso Rockaway pride, e mi hanno invitato per mostrarmi le bellezze del posto. Poi dirigenti di enti di beneficienza, e dico dirigenti perché l’impressione è che la beneficienza sia un vero e proprio business. Poi gli immancabili imprenditori italiani affermati a NYC — li riconosci subito, a naso, prima ancora che aprano bocca e in una manciata di sillabe tutta la provincia italiana ti si pari davanti. Poi quello che si fa un gran sonno sulla poltrona del salottino dell’albero di Natale — di libri! — nell’attesa dello speech del Sindaco, che finalmente, intorno alle 7 pm, fa il suo ingresso nella sala pubblica.
Ci sa fare, non c’è che dire. E non so chi insegni agli americani l’arte dello speaking-in-public, ma sono divini in questo — e non a caso i TED sono nati qui… E’ disinvolto, ma coinvolto. Serio e con lo scherzo pronto. “What a week….”, comincia… E accenna all’attentato, la prontezza della polizia, poi i newyorkesi subito al lavoro perché è così che si combatte il terrorismo e blah blah blah. Poi dopo il momento gloom&pride, il momento “guarda come gongolo”: martedì è stato eletto un governatore democratico nell’Alabama, da sempre roccaforte repubblicana. “Il tutto inframezzato da tweets of all kind”, lascia cadere con ironica nonchalance Bill, riferendosi al buffoncello biondo alla Casa Bianca. “And it’s just Wednesday…”, conclude prima di raccogliere la risata della platea e andare avanti con il please-donate.
Idem la performance della moglie, che si presenta dopo di lui. Spigliata, parlantina dieci-miglia-al-secondo. Insieme, danno l’idea di una gran complicità.
Spero sia tutto vero, ma non sono così ingenua da rimuovere la possibilità che invece sia tutto falso.
Poi è il turno di una piacevole sorpresa. Indovinate chi collabora nell’Advisory Board di de Blasio e che, si vocifera, concorrerà alla poltrona di Governatore dello Stato di New York l’anno prossimo, scalzando Andrew Cuomo? Se avete dimestichezza con “Sex and the City” e vi dico la rossa, capite subito di chi parlo… Cynthia Nixon, alias Miranda Hobbes, alias la rossa, malgrado adesso sia bionda. Anche lei gran parlantina, lascia cadere con studiata naturalezza che è sposata, e che è stata proprio la moglie a parlarle dell’iniziativa benefica Troop 6000.
A speech finito, lascio defluire la folla e poi vado a dire a Bill che sono qui a New York per tutti i motivi che ha citato, primo fra tutti, il miscuglio di etnie che la popolano. E’ caloroso, Bill. Fa del suo meglio per apparire interessato, il che è un’arte che tutti i politici o uomini pubblici devono imparare. E pure un gran pezzo di marcantonio, lasciatemelo dire: io avrò anche avuto due grattacieli ai piedi, ma non potevano nulla contro il suo stacco di due spanne.
Una caduta di stile? Be’, il modo in cui i collaboratori della household ci hanno avvertito, in maniera gentile ma insistente che, be’, insomma, s’era fatta una certa. Time to go.
Io capisco che Bill e Chirlane avranno anche voluto infilare le ciabatte e farsi due spaghetti rigorosamente multiculturali, ma spingere gli ospiti fuori casa quando hanno appena cominciato ad acclimatarsi, be’, è stato un po’ poco bonton. O forse qui usa così e io devo farmene una ragione.

A ogni modo prima di andarmene, faccio in modo di andare da Cynthia Nixon e di salutarla. Ovviamente non faccio nessun riferimento a “Sex and the City” — immaginatevi quanta orticaria le debba spuntare ogni volta che lo sente nominare. Le dico solo che ho apprezzato l’idea del film su Emily Dickinson, in cui lei interpreta la poetessa stessa. Evito di dirle che il film avrebbe potuto essere fatto mille volte meglio, ma rimaniamo lì a parlare un po’ della Dickinson e dintorni. Ogni volta che entri nell’orbita di una stella, grande o piccola che sia, ti rendi conto di quanto sia semplice. Di quanto sia semplice parlarle.
Nei prossimi tempi mi riprometto di investigare per capire come mai de Blasio sia stato rieletto così all’unanimità, pur essendo il sindaco fantasma… Se scopro qualcosa, riporto immantinente. 🙂

Questa settimana è stata la volta dell’Angelika Film Center, sulla Houston, SoHo, per “I, Tonya” di Craig Gillespie — autore di “Lars e la ragazza tutta sua”, e so che in mezzo a voi c’è almeno una persona che sa di che parlo. 😉
Non ne sapevo nulla prima — ormai sapete che affronto i film in base a un istinto e non a trama o recensioni. Sapevo che la protagonista Tonya, ovvero Margot Robbie, è un’attrice da sballo — così come lo sa il resto della popolazione maschia del mondo occidentale. E solo perché quello orientale magari non la conosce ancora. Margot era la mozzafiato Harley Quinn di “Suicide Squad”, e c’è qualcosa che, a pensarci bene, unisce i due personaggi, Harley e Tonya — quella linea folle che lega Harley al Jocker e Tonya al marito.
Poi, dopo una mezz’ora di film, eureka! Ma certo, questa storia la ricordo! E forse anche voi. 1994. Campionati nazionali americani di pattinaggio su ghiaccio. La pattinatrice Nancy Kerrigan viene colpita brutalmente alle gambe poco prima dell’esibizione. Inchieste, FBI. E viene fuori che Tonya Harding — la “io, Tonya” del film — campionessa americana rivale di Nancy, d’accordo con il marito, ha pagato un aggressore per mettere fuori gioco la rivale.
Lo so, lo so, detta così vi farebbe venire voglia di scagliervi tutti addosso alla “bitch” Tonya. In realtà la rozzissima ragazza di Portland, Oregon, è più vittima che carnefice: Vittima di un marito scaltro quanto idiota e, in generale, di un entourage white trash che le ha fatto perdere l’unica vera ragione della sua vita — il pattinaggio. E vittima della madre non semplicemente anaffettiva, ma proprio spietata, di quelle “ti dico tutto l’opposto di quello che una madre dovrebbe dirti per farti crescere tosta, e per farti vedere che alla fine non ce la fai”. Crudelia Demon è Bambi al confronto di LaVonda Harding.
Il film è un mockumentary, un documentario tra la finzione e la realtà sui fatti accaduti, e una black comedy dalle tinte fortissimamente dark, specie per quanto riguarda il rapporo tra Tonya e la madre e Tonya e il marito. Cresciuta in mezzo a conigli cacciati e scuoiati, all’ignoranza più profonda e radicata, in cui persino i dialoghi de “Il mago di Oz” sono fraintesi (!), e il turpiloquio regna talmente sovrano che si fatica a rintracciare l’esistenza di altre parole all’infuori di fu*k e sh*t, Tonya viene su con una scorza da burina e una falcata da boscaiola. Immaginatela infilata in un micro-abito da pattinatrice in acrilico rosa shocking o acquamarina, una frangia che poteva rivaleggiare solo con la mia in quel perido — siamo nei primissimi anni ’90, anni rovinosi per certe barbarie estetiche. Tonya è esattamente l’opposto di Nancy Kerrigan, ragazza a modo, elegante, aggraziata, educata, di buona famiglia.
Il punto interessantissimo del film è quella di sbattere in faccia all’America che vuole la favola, un’altra verità: oltre alla favola c’è anche l’incubo. O meglio, la shitty life di tutti i giorni.
Quando Tonya affronta un giudice e gli chiede come mai non mi date i punteggi che merito, visto che pattino in maniera fuck*ing awesome?, si sente rispondere che le giurie non guardano solo quello, o che il triplo Axel all’indietro — la prima, Tonya, a farlo, nella storia — non basta. Le giurie guardano anche a supportare un’idea di pattinaggio e di pattinatrice. Con una famiglia “wholesome” alle spalle. Wholesome significa sana, a posto, regolare. E se al posto della famiglia wholesome uno si ritrova una famiglia sballata, sbagliata, incasinata, cheffa? Questa è la domanda che il pubblico si pone, e che Tonya rivolge al giudice in termini assai…coloriti. Il film sbatte in faccia anche le conseguenze di un’educazione-diseducazione, e le scelleratezza, nonché gli scellerati, che la provincia americana redneck partorisce. Tonya non conosce una sola briciola d’amore nella sua vita. Come può sviluppare una passione sana per qualsiasi cosa? Anche la passione per il pattinaggio, in realtà, è un’ossessione. Non è vissuta in maniera positiva, ma come una battaglia, come l’unico campo in cui poter dimostrare di valere qualcosa, poter godere del riconoscimento altrui. Come si può ben immaginare, se le premesse sono queste, l’epilogo non poteva che essere quello toccato a Tonya: squalificata a vita dal pattinaggio.
Tonya è un personaggio tragico, ma tragico in senso greco-antico del termine. E’ l’individuo che non riesce a liberarsi dal destino che forze al di sopra di lui gli hanno imposto — cosa c’è di più imposto e immodificabile della famiglia che ti capita? Il masochismo è conseguenza diretta da questo tipo di malsana dinamica, e infatti Tonya passa da una Crudelia di madre, a un pezzo di meLma del marito, in una di quelle relazioni “mi mena, lo denuncio, lo perdono, ci riprovo, mi rimena, lo ridenuncio, lo riperdono” a ciclo continuo. Come Sisifo su e giù per la montagna con il suo masso sulle spalle.
Come dicevo il film è una black comedy. Si ride, ma si ride delle miserie che si vedono sullo schermo — e forse la black comedy è la figlioccia della commedia all’italiana in cui si rideva, certo, ma storcendo il naso. Troverete scene e battute a dir poco esilaranti, fra il grottesco, il ridicolo e il trash, con e senza white, puro.
Margot Robbie — che oltre a interpretare la protagonista è anche co-produttrice del film — è semplicemente strepitosa. Scordatevi la sexy Harley Quinndi “Suicide Squad” e preparatevi a questa bifolca yankee del Midwest convincente come solo Charlize Theron nei panni di “Monster”. E battiamo le mani a un regista che ha avuto il fegato di girare un biopic in maniera assolutamente originale, distaccandosi dal compitino che tanti biopic finiscono per consegnare: linearità della narrazione, sforzi monumentali ripagati da monumentali successi in un inno collettivo alla vittoria — che in definitiva porta solo disastri. “Io, Tonya” è, di contro, l’epica del loser. Peggio, del winner che si è trasformato in un loser per colpa dell’ignoranza, della grettezza, della rozzezza del mondo intorno a lui — il protagonista a cui il sistema ha sottratto la volontà gettandolo in pasto alla folla, sempre affamata di eroi da masticare un po’, e poi sputare.
Mi conforta il fatto che un regista americano abbia girato un ritratto così spietato di questo paese. Se questo è stato possibile, allora c’è autocritica. Allora c’è speranza.
E c’è speranza anche di tanti Oscar per questo film, e della sua uscita in Italia, a marzo 2018.

Ebbene Movier, anche questa sera siamo arrivati alla fine.
Vi lascio questo articolo, che racconta Isabella Rossellini nell’intervista della settimana scorsa — per altro una Rossellini che dal 2008 è su YouTube con “Green Porno”, una serie sul comportamento sessuale degli animali, che ha scritto e diretto, e in cui interpreta lei stessa gli animali copulanti… Anvedi Madame Lancome… 😉
Frunyc II aggiornato e saluti, stasera, sindacalmente cinematografici.

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LET’S MOVIE 351 da NYC – commenta “DOWNSIZING” di Alexander Payne

LET’S MOVIE 351 da NYC – commenta “DOWNSIZING” di Alexander Payne

FM Fellows Moviers,

La radio è una presenza cara nella mia vita newyorkese. Un parente che non ha nulla del serpente. Che ti accompagna senza chiederti assolutamente nulla in cambio.
Ci avete mai pensato, a quanto la radio sia il mezzo più discreto e meno avido della comunicazione? La tivù ci droga sin dai tempi della réclame, un fustino al prezzo di due, mangiar bene per sentirsi in forma con il gusto pieno della vita. Il web ormai ci ha risucchiato. Non possiamo più nulla senza.
Come guariremo da una dipendenza di queste proporzioni? Qui negli USA c’è un programma che ti aiuta a disintossicarti, una rehab per tossici da www. Mi sa tanto che dovremmo ricoverarci tutti, dal momento che non riusciamo più a stare senza comunicarci. Non per fare il Zichici della situazione, ma cosa significherà quest’ansia che abbiamo?
Voi potreste girare la domanda a me. Da dove viene quest’ansia che hai di mandarci il pippone lezmuviano settimanale dopo otto anni — otto anni! — di pipponi settimanali? Ebbene per me è il gusto — pieno! — della narrazione. E’ un modo per tenere un filo collegato a una fonte di energia che sta dall’altra parte dell’Atlantico, mentre sopra di me brilla di luce propria New York City. Per il resto del mondo che ha bisogno di comunicarsi continuamente via facebook, twitter e altro, non so quale sia lo sprone. Forse abbiamo definitivamente scansato gli esistenzialisti, che avevano postulato la precedenza dell’esistenza sull’essenza. Forse oggi esistiamo se e solo se CI comunichiamo. Fabbrichiamo tante copie di noi che distribuiamo in giro, nel timore di ammettere che l’originale è andato perso chissà dove e non riusciamo più a trovarlo.
Ma tornando alla radio, il mezzo senza immagini che da più di cent’anni campa d’immaginazione.
Qui due sono le mie stazioni di riferimento, che ascolto correndo. WNYC, la stazione simbolo di New York City, alla frequenza 93.9, e WQHT anche nota come Hot 97, che è l’epicentro della cultura hip-hop, R&B e rap e che si trova alla frequenza 97.1. Ho impiegato un po’ a intercettarle e a capire che queste sono le mie DUE stazioni.
Ce n’è anche una terza, per i momenti balenghi, quelli in cui né l’una né l’altra paiono soddisfarmi. E’ nei paraggi del 94.2, e ci fanno una trasmissione mattutina tanto divertente quanto meschina: uno spettatore chiama e racconta un appuntamento andato storto, dando la propria versione dei fatti e ponendosi solitamente come “oh me tapino, dove ho sbagliato, ero un saccobbello, ho fatto tutto da manuale! Perché mi avrà scaricato?” interrogando se stesso e i due presentatori. Poi i due presentatori telefonano in diretta al partner in questione per sentire l’altra campana. Di solito quest’ultimo ne dice pesta e corna e dà una versione dell’appuntamento assolutamente opposta rispetto a quella del tapino che ha chiamato. E dopo che questa — di solito è una lei — ha rovesciato fuori tutto il rovescaibile possibile, i due presentatori le chiedono, goduriosamente vigliacchi, indovina un po’ chi abbiamo qui con noi in linea? ….E poi i due piccioncini-non-piccioncini cominciano in sordina, timidi-timidi, e finiscono col dirsene di tutti i colori, difendendo ciascuno la propria tesi, e alla fine tu, ascoltatore, capisci che la verità è una pura allucinazione.
Ogni volta che m’imbatto in questo programma, oltre a farmi delle sonore risate mentre corro, penso sempre a quanta ipocrisia aleggi nel mondo dei “date”, degli appuntamenti. “Sì ci sentiamo. Ti chiamo. Rivediamoci eh.”  E poi il nulla. Penso anche a quanto uomini e donne siano, molto spesso, galassie lontanissime le cui rotte s’incrociano ogni 1.763 anni. Sperando che i due guardino dalla stessa parte.
L’amore avrà anche il petto di Maciste ma cammina su gambette da passero.

Di solito funzionava che ascoltavo WNYC nei miei giri a Central Park. E questo per una questione prettamente acustica. A Central Park regna il silenzio. Gli unici rumori che sentite sono le scarpe da ginnastica degli altri corridori che di solito ti/mi superano sempre — diavoli di newyorkesi! — oppure i freni delle bici a nolo dei pedicab, i risciò a tre ruote che portano a spasso i turisti, oppure gli zoccoli della versione equina, con tanto di calesse. Central Park è perfetto per la WNYC, che è un’emittente di approfondimenti, interviste, punti della situazione, e gli argomenti, oltre all’attualità e alla politica, spaziono dal cinema alla letteratura, dalla musica alla scienza –e la musica vi offre Judie Garland, Tony Bennet oppure Sinatra. C’è bisogno di sentire bene, di prestare attenzione. Niente traffico, clacson, sirene.
Mi è capitato di sentire trasmissioni sugli acquedotti nell’antica Roma (!), oppure “gravidanza trigemellare: una madre con tre gemelli ormai grandi, pronti per il college, parla a una madre che ha appena scoperto di aspettare tre pargoli in sync: esperienze a confronto”.
Hanno sempre un modo molto particolare di organizzare gli interventi, e io mi perdo ad ascoltare, mentre corro e imparo una quantità di termini assurdi — tipo “elusive” che non equivale al nostro raffinato “elusivo”, ma al ben più terra-terra “fuorviante/depistante” detto per esempio di un sentiero che ti porta fuori strada (i trentini se lo potranno rigiocare spesso visto il folto sentierame tutt’intorno). Poi li scordo eh. Ma ogni tanto mi capita di ripescarli quando meno me l’aspetto.

WQHT, invece, è la radio da Bronx. E’ rap non-stop, e si sposa divinamente bene con la parte di Bronx in cui di solito corro, oltrepassato lo Yankee Stadium, Mullaly Park, e Grand Concourse, e giù giù per McClellan Street, e via via per Morris Avenue, fino ad arrivare al Claremont Park, il parco a forma di cornucopia da cui l’estate fuoriescono bbq accesi e latini bassi e sorridenti, o solo bassi.
Un giorno, ridiscendendo per McClellan Street, vedo un tipo che tira a lucido la sua macchina — una di quelle bellezze truzzissime, con i finestrini oscurati, che vanno di gran moda, e i cerchioni che costeranno un mutuo. La macchina bomba la stessa canzone che bomba nelle mie orecchie. Stesso momento. Metto pausa, rischiaccio play, e ho la conferma: stiamo acoltando entrambi WQHT.
E’ stato un momento di gnoseologia da strada non da poco.

Ultimamente però non nascondo di prediligere sempre più WNYC. Mi piace l’effetto sorpresa. Più che altro mi piace trovare Leonard Lopate. Leonard Lopate è uno degli speaker più longevi dell’emittente. Ha 77 anni, e sa tutto. Può discettare del miglior ripieno del tacchino per il Thanksgiving, a intervistare Barak lov-ya Obama come se lo conoscesse sin da bambino hawaiano. Ha una voce che sa di vissuto, di divani in pelle marrone e di ore e ore a prepararsi. Che sa di tempo rubato al tempo e barba incolta, mozziconi di sigaretta, qualche carboidrato di troppo e di tracolla sempre piena di libri. Un padre putativo radiofonico. Una figura virgilia, direi, il cui curriculum puà vantare interviste al citato Barak, a John McCain, Joe Biden, Henry Kissinger, Lech Walesa, Orhan Pamuk, Ang Lee, Catherine Deneuve, Doris Lessing, Francis Ford Coppola, Sarah Jessica Parker (per quanto la stimi, stona un tantino in mezzo a tutti questi big, lo ammetto), Alice Munro, Robert Altman, Mel Brooks, e tanti altri.
Ora, capita che mi chiedano di coprire un’intervista che Madame Isabella Rossellini ha rilasciato stasera al 92nd Stret and Y, una no-profit culturale che sta nell’Upper East Side che organizza sempre eventi culturali di livello top. Io ho risposto tutto d’un fiato certo-come-no-vado-io. E non tanto per Madame Rossellini — o meglio, sì anche per lei, e per la memoria di cotanta madre Ingrid (Bergman) e di cotanto padre Roberto (Rossellini). Ho risposto certo-come-no-vado-io perché sapevo che l’intervistatore sarebbe stato lui, Leonard. E davvero al posto di Isabella Rossellini avrebbe anche potuto esserci Ignazio Moser — che a quanto capisco tirerà su le sorti dell’economia trentina dopo le prestazioni al Grande Fratello… Poco importa, l’importante era Leonard.
Ebbene. Il mio sogno è stato infranto dalla più barbara delle notizie. Leonard padre-putativo Lopate è finito nel tritacarne delle accuse sessuali. Quattro giorni fa è stato sospeso “con effetto immediato” per “comportamenti inappropriati”, insieme a Jonathan Schwartz, un’altra colonna portante di WNYC. Non è trapelato nulla, né sulle vittime, né sulla natura delle ipotetiche molestie. Leonard si dice allibito e non ha idea di chi abbia mosso queste accuse.
Io sono allibita quanto lui. Lui non può essere un altro Kevin Spacey, Dustin Hoffman — Dustin Hoffman! Harvey Weinstein non lo nomino nemmno perché lì sconfiniamo nel patologico suino, branca del porcilismo di cui non ho conoscenza alcuna. Ma Leonard, no. Please.
Di due giorni fa sono anche le dimissioni del senatore democratico Al Franken, uccasato da sei donne, mentre cinque donne stanno facendo ballare la poltrona sotto il sedere del senatore repubblicano Roy Moore. I numeri fanno la differenza. Una, due… Ma undici? Non si transige nemmeno su una o due, ma undici?
Assicurando sempre il beneficio del dubbio, e lasciando ai giudici il dovere di giudicare, io ribadisco, con molto sang-froid, l’acqua calda che questo putiferio sta scoprendo. Ma certo un conto è scoprirne una bacinella, un conto un mare.
Quindi la sessualizzazione degli ambienti di lavoro è a un livello tale per cui la maggior parte degli uffici di tutto il mondo sono stati e sono sfondo di comportamenti di questo tipo. Certo se impera un modo di pensare come questo “Provarci fa parte dell’uomo da quando è nato, la violenza è ben altra cosa” (cit. Carlo Verdone), se davvero legittiamo il “provarci dell’uomo” allora per forza finiamo dove siamo finiti. E il punto non è il provarci. Il punto è dove e quando, il contesto insomma, e naturalmente l’abuso di potere.
Mah… io nutro la speranza che un giorno le gambe arriveranno dopo del cervello, e che la parte animale dell’uomo verrà prima o poi scalzata da quella razionale, almeno nell’ambiente professionale.
Sono una sognatrice, you know.

Questa settimana sono stata baciata dalla fortuna di Gofobo. Gofobo è un sito in cui v’iscrivete e vi mandano, ogni tanto, degli annunci di biglietti omaggio. Il trucco sta nel fatto che dovete essere Flash Gordon, e “redeem the tickets”, ovvero prenotare il vostro posto, entro un minuto e giù di lì da quando vi arriva l’email. Se passano due minuti, “Sorry, the event is fully booked”.
Ciccia.
Sono riuscita a infilarmi quattro-cinque volte. Spesso si tratta di preview, spesso film ancora non terminati che vengono sottoposti al giudizio del pubblico, che a fine proiezione compila un modulo pieno di domande tipo cosa cambieresti, cosa terresti, lo consiglieresti, ecc.
Molto spesso le proiezioni sono a orari impossibili, al mattino, o il primo pomeriggio.
Capita che sia stata Flash Gordon questa volta, e che avessi il venerdì mattina libero. Quindi me ne vado un mattino alle 9:30 am nello studio della Paramount a Times Square, tronfia come un gallo cedrone — e già difficilmente vado a Times Square, andarci alle 9:30 am è un’esperienza a dir poco ultraterrestre.
Al 1515 Broadway, al terzo piano di un grattacielo come tanti altri, trovate una sede della Paramount con un teatro di una ottantina di posti sprofondato nel velluto bordaeux. Lì, ho avuto la fortuna di vedere l’ultimo film di Alexandre Payne, “Downsizing”.
Payne è il regista di “Aproposito di Smith”, “Sideways”, “Nebraska” e di “Paradiso amaro” — quest’ultimo poteva pure risparmiarselo, ma va be’, errare humanum…
Aspettavo “Downsizing” già da Venezia, doveva aveva aperto la Mostra ed era stato accolto bene, ma non benissimo come i due film di apertura degli anni precedenti, “Birdman” e “La La Land”.
La trama è presto detta. Il protagonista Paul Safranek — Matt Damon dietro la sua pancia — è un uomo comune di Omaha, sposato, che non riesce a mettere via un centesimo — il carovita, you see. Per far fronte alle difficoltà del mondo, Paul decide di sottoporsi, insieme alla moglie, ad una nuovissima tecnologia scoperta in Norvegia che permette di rimpicciolirsi in maniera esponenziale fino a far diventare se stesso un vero puffo di Paul, alto due mele o poco più. Dato che i risparmi del mondo dei “giganti” valgono infinitamente di più nel mondo dei ridotti, Il rimpicciolimento permette alle mini-persone di potersi permettere uno stile di vita pieno di lusso e villoni. Purtroppo però le cose non vanno esattamente come previsto e Paul si trova immischiato in un’avventura che lo porterà a riflessioni ben più grandi del mini che è.
L’idea di fondo è geniale. Un po’ dèjà-vue, anche, è vero. La letteratura e il cinema hanno esplorato spesso le potenzialità dei rimpicciolimenti. Pensiamo a “Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi”, classico del fun in famiglia degli anni ’90, oppure “Arietty”, in cui il genio di Miyazaki immagina tutt’un popolo di nomadi esserini che vivono fra gli interstizi della nostra quotidianità. E be’, non tiriamo in ballo altri cartoni animati, partendo daggli storici Puffi, David Gnomo, Memole-folletto-sono-io. Ma davanti a tutti, come sempre, spicca la letteratura. Jonathan Swift aveva raccontato di Gulliver e Lillipuziani ancora nel 1726 — 1726, qualche bell’anno prima che Puflandia venisse scoperta da Gargamella.
Noi esseri umani siamo affascinati dall’ipotesi di poterci rimpicciolire, e sballare tutte le prospettive e tutte le proporzioni con la nostra quotidianità. E il film gioca molto su questo sogno, e sui vantaggi INCREDIBILI che questo potrebbe apportare. Rifiuti, energia, spazio. Tutto ridimensionato. Tutto più facile, meno costoso, meno inquinante.
La prima metà del film funziona alla grande. E’ divertente, intelligente, provocatoria e meschinamente comica — meschinamente contro il protagonista che dopo essersi sottoposto al processo di rimpicciolimento, scopre che la moglie non ne ha avuto il coraggio e l’ha lasciato solo nel mondo dei piccoli.
Straordinaria sopra ogni cosa la partecipazione di Cristoph Waltz, che dimostra un assunto: dategli qualsiasi parte, tragica o grottesca, e lui, pam, vi ripaga con un’interpretazione da Oscar. Solo che il suo ruolo, insieme all’incontro di Paul con una rifugiata vietnamita senza una gamba (!), e alla sua conseguente storia d’amore con lei, portano il film in acque troppo miste, e non si capisce più bene dove voglia andare a parare.
A nessuno piacciono le etichette, quindi, può essere un bene che il film ondeggi fra il fantasy, il dramma, la commedia, la satira, e la riflessione a sfondo ecologico “look where mankind is heading to”, però in questo caso, siamo davvero troppo sballottati e non sappiamo più leggere il personaggio e cosa gli stia capitando. Paul incontra questa dissidente vietnamita che gli apre gli occhi su certe realtà — povertà, disagio sociale, ineguaglianza — che prima non aveva minimamente considerato. Dal sociale, all’ecologico: si perché la specie umana “dei grandi” è minacciata dallo scioglimento dei ghiacci incombente, che la spazzerà via dalla terra e Paul può decidere se rimanere e affrontare il suo destino, oppure rintanarsi in una specie di bunker naturale per preservare la specie…
Insomma, un po’ troppi argomenti tutti insieme.
Tuttavia “Downsizing” is worth a try. Sarebbe stato un film azzeccato per Natale — e qui uscirà infatti il 22 dicembre. Ma in Italia dovrete pazientare fino al 2018 — il mese è ancora ignoto.

E anche per oggi è finita qui, Moviers. Parlo sempre troppo, I know.
Frunyc II aggiornato, e saluti, radiofonicamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 350 da NYC commenta “THE SHAPE OF WATER” di Guillermo del Toro

LET’S MOVIE 350 da NYC commenta “THE SHAPE OF WATER” di Guillermo del Toro

Matthew, Moviers,

vuole che lo chiami “Matteo”. Ha vissuto in Italia due anni, all’inizio degli anni ’90. Io lo chiamo Hemingway. Sia per il soggiorno italiano — anche se lo scrittore era qui per fare la guerra, mentre Matteo per insegnare, giornalismo. Sia perché è il tipo hemingwayano che è. Vissuto, mondo ampiamente girato in ogni suo meridiano e parallelo, barba incolta, giubbotto di pelle talmente provato che la pelle credo respiri. Fa il giornalista per varie testate, tra cui il New York Times, ma più nel passato che nel presente. Nel presente s’immischia in altri progetti che hanno a che fare con il sociale che però alla fine stentano tutti a decollare. E’ un socialista della vecchia guarda. Con delle derive comuniste anche, sicuramente. Oggi ha venduto l’anima al diavolo di una app che cerca di produrre in Cina e smerciare qui.

Hemingway è il mio amico cinico. Nato e scresciuto nel Bronx quando il Bronx dev’essere stato IL BRONX, detesta New York City. La massacra in ogni modo e maniera.
Ognuno dovrebbe avere uno o più amici che stanno letteralmente agli antipodi di quello che siamo. Ho sempre cercato di portare avanti questa pratica — essere stata in una squadra dragonboat del profondo Valsugana, io, aliena/va urbana che sono, può essere considerato un esempio di questa pratica che ti salva dal mare di te stesso con cui sei portato a circondarti.
Hemingway mi riporta con i piedi per terra quando volo troppo in alto sopra New York City. Quando la mia scimmia si scatena troppo.
“Bambina, this city is the sickiest patient no treatment will ever be able to heal. Senza speranza, you know?”. Mi fa ridere perché butta delle parole italiane qua e là, che probabilmente gli ricordano il periodo torinese. Un periodo che mitizza, lo si capisce da come ne parla.
Con Hemingway ha tutto a che fare con il caso. Ci siamo conosciuti in metro. Lui è uno che parla e io sono una che chiacchiera. Done, amici. 🙂 C’incontriamo per puro caso in giro per la città. Il caso parrebbe non avere vita facile a NYC, visto gli 8 milioni di abitanti: a NYC non sei esattamente a Trentoville, dove le strade sono quattro, fra il saloon del Pedavena e l’ufficio dello sceriffo in Via Barbacovi. Invece, strabiliantemente, non è così.
Un paio di settimane fa lo incontro sotto il Chrysler Building, zona in cui di rado metto piede. Lui abita nell’Upper West Side, io ad Harlem. Il Chrysler Building sta nella zona est di Midtown. Tutto l’opposto.
“You’ll have to come over for dinner one time”, mi dice. Io dico okay, sure. E un po’ temo l’invito. Hemingway è un tipo spartano. E’ uno che t’invita a fare quattro chiacchiere in un bar scassato di Hell’s Kitchen, dove gli avventori per metà guardano il baseball in tivù e per metà affogano i dispiaceri in brocche di birre e cestini di patatine. Casa di Hemingway sarà così, m’immagino.
Mantiene la promessa. Mi chiama “What are you up to per il Thanksgiving bastardo, bambina?”, mi chiede. Rido e gli dico che per il Thanksgiving bastardo sono a cena da una famiglia di italoameircani ebrei nell’Upper East Side.
Allora Saturday?
Okay, Saturday free.

Visto l’amato biennio torinese, gli porto dei Gianduiotti. Con la speranza, anche, di addolcire la sua vena caustica.
Casa Hemingway è esattamente come me l’ero immaginata. Anche peggio. Fascicoli e bloc notes (quelli gialli da avvocati made in USA) ovunque. Per terra, su un divano, su due scrivanie. Una parete foderata di libri, bordata in cima da tutti i suoi cappelli, e in fonda da tutte le sue scarpe. Ma i cappelli non sono Borsalino e le scarpe non sono Velasca. I mobili non sono antichi o moderni. Sono vecchi o cheap.
Appena entro mi fa questa richiesta che è tipicamente anglosassone, ma che, ahimé, si è spinta anche in Italia, con mia somma stizza. Mi chiede di togliermi gli stivali, e mi presenta un paio di ciabatte di vimini che probabilmente risalgono a un suo viaggio in Vietnam ed appartenevano a qualche vietcong. Certo, se ti confiscano le scarpe all’ingresso, ti aspetti come minimo che il pavimento sia lindo come i pensieri di un bebé. Forse in Italia è così. Ma nell’appartamento di un condominio pre-war newyorkese non è esattamente così. La polvere in giro e per terra e all around risale sicuramente all’anteguerra. Credo che il pavimento non abbia mai provato il massaggio di uno straccio amico.
Vista la mia allergia agli acari, temo di cominciare a starnutire in tempo zero. Ma forse gli acari, visto il territorio a loro congeniale, hanno subito qualche mutazione e si sono trasformati in altro, e io non sono allergica alla nuova mutazione… La mia mente sta visualizzando strane creature alla Jabba the Hut, quando Hemingway m’invita al tavolo del “soggiorno”, da cui ho una visuale parziale della cucina.
Ringrazio le leggi della geometria per la parzialità.

Già avevo avvisato il “cuoco di casa” della mia condizione vegetariana. “Non darti da fare, bolli qualche verdura, non serve altro”. Avevo detto al telefono, mentre mi proponeva una temibilissima “Cambodian special recipe”…
“Ti ho preparato del brodo con del pesce che ho cotto per me. Almeno quello lo bevi?”, mi dice con un sorriso da bambino trionfante. E come fai a demolire il sorriso a un bambino trionfante?
Ora Moviers, immaginate del pesce — orientativamente dello sgombro — cotto nel burro, in una padella di ghisa vecchia generazioni. Immaginate che al fondo della cottura sia stata aggiunta dell’acqua, del vino bianco, e quello strano tipo di cavolfiore marziano che al posto delle belle forme tondeggianti dei cavolfiori bianchi ha dei moduli spaziali tuttopunte che hanno il sapore della Morte Nera. Fate bollire tutto questo per pochi minuti e servitelo all’essere umano fra i più schizzinosi di madre terra.
Fortunatamente l’essere umano ha maturato anni di esperienza di chiacchiere a tavola (!), e la mette in pratica tutta tutta.
Mentre Hemingway si scofana gnocchi — poveri natanti in mezzo a burro e panna — pesce, e un’insalata di carote che avrebbe fatto diventare carnivoro un vegano, io fingo di sorseggiare il mio brodo venusiano, e parlo parlo parlo, come se non ci fosse un domani.
La conversazione con Hemingway è sempre molto scoppiettante e mette a dura prova sia me che lui.

E’ convinto che New York City sia abitata da sociopatici — “It’s a city of damned sociopaths who are afraid even to look up from their smartphones!” — che sono irrimediabilmente infelici — “Do you think this people is happy? They are on the brink of a collective breakdown, all of them, I tell you” — e per la maggior parte gay — “They are not really genetically gay, as real gay are. They are gay because they don’t have the balls to be straight here. It’s too much for them”.
Io cerco di capire meglio. La questione dei sociopatici infelici in realtà credo appartenga al modello del cittadino metropolitano moderno, troppo indaffarato per distogliere lo sguardo dai suoi affari, o anche solo dai suoi aggeggi multimediali e accorgersi che c’è un mondo umano attorno a lui.
“Do you see Starbucks? The people in there don’t talk. They don’t talk! What’s wrong with them?”
Io dico che da Starbucks ci vanno tanti studenti per studiare o lavorare, perché c’è il wifi gratuito e se ne possono stare lì in pace, visto che magari le loro stanze sono piccole, il loro appartamento troppo affollato.
E poi naturalmente il confronto con l’Italia. “There’s so much joy in you guys… Look at you!”, mi dice, riferendosi a noi italiani e al giullare che sono io. “Where do you see joy here?”.
Mi spiega come la gente, in Calabria, quando la girò in bicicletta, gli offrisse vitto e alloggio, pane e companatico. Come tutto fosse facile. Come tutti fossero “just happy”.
Cerco di spogliare le parole di Matthew dalla mitizzazione e dalla velina “good old days”, che ci fa vedere sempre come bello ciò che è passato.
Gli faccio presente che quello è un ricordo, un’esperienza personale, probabilemente in un periodo positivo della sua vita — probabilmente positivo per la stessa Italia, pre-Tangentopoli, pre-crisi, pre-macello globale. Ma che quello non corrisponde necessariemante al vero. Che forse lui si sta appigliando a quel ricordo — non è più stato in Italia, e sono passati 20 anni — e non lo vuole lasciar andare. Forse è per questo che non torna in Italia.
“Maybe you are right”, ammette, alla seconda razione di gelato, mentre la mia minestra è praticamente intatta nella tazza.
“And maybe you are right too on the joy of us Italians…”, concedo io.
Forse noi siamo sempre stati abituati a fare buon viso a cattivo gioco. Ci può piovere addosso tutta la meLma di questo mondo — Berlusconi, 5 Stelle, Salvini, Barbara D’Urso, i fratelli Rodriguez (OMFG) — ma noi, in qualche modo, riusciamo a stare a galla. E a farci sopra quattro risate. Mi chiedo quanto potremmo andare avanti così, how much shi* we could take in before the freakout.

“You see, bambina, I would love to live in a normal place. NY is not normal”. Cerco di capire cosa intenda per “normale”. Ci pensa un po’ e poi dice “quiet”.
Allora capisco.
“You just need a bit of Philadelphia!”, gli propongo.
“Nothing happens in Philadelphia!”
“Exactly!”, scoppio a ridere.
“Maybe it’s true, I need a boring place”.
“I have lived in a boring place for 6 years. And I need a not-normal place”. Concludo.
Alla fine credo che sia tutto questione di fasi della vita. Dopo 50 e passa anni a NYC forse sarei stufa anch’io.
Dopo 6 anni di Trento, credo sarebbe stufo anche lui.
Mentre rassetta parliamo di tutte le cose storte dell’America. Il sistema sanitario. L’istruzione.
Alla fine ci ringraziamo a vicenda. Intellectual conversation, definisce il nostro scambio. Ovvero quando entrambe le parti sono disposte a considerare posizioni altrui.
Mi restituisce i miei stivali. Lui infila un paio di calzini bucatissimi prima d’infilare le scarpe. E mi riaccompagna alla metro.
Una volta salutato, mi piomba addosso una stanchezza infinita. Le conversazioni intellettuali sono durissime. Ogni volta che vedo Hemingway, NYC appare diversa. Ne vedo le ombre. Ne vedo le unghie sporche.
Dentro di me lo maledisco e lo ringrazio ogni volta.

Mentre risalgo l’Upper West Side alla volta di Harlem, ripenso un po’ a tutto.
Soprattutto, a come togliermi dalla bocca quel saporaccio di pesce fritto, vino bianco e cavolfiore venusiano.
Jez.

Questa settimana, finalmente, un film che aspetto sin dalla Mostra di Venezia, dove ha vinto il Leone d’Oro.
The Shape of Water” di Guillermo del Toro. Per quanto la sala che mi ha ospitato fosse assai trash, il Lowe sulla 68esima, Broadway — un multisala molto blockbuster — la poesia evocata da questo film mi ha fatto scordare gli eccessi di moquette e di colori sgargianti che le catene come Lowe e Regal possono offrire ai loro spettatori.

Fantasy, romance, eros, drama, musical. C’è tutto in questo oggetto del desiderio che è “The Shape of Water”. Perché se il desiderio è ciò che ci spinge ad alzarci in piedi al mattino e a guardare al nuovo giorno con trepidazione, la sua oggettivazione non può essere che un film che lo elegge a protagonista supremo, traducendolo in un eros borderline con l’indicibile e il proibito.
Baltimora. 1962. La Guerra Fredda ha appena toccato l’acme con la crisi missilistica di Cuba. In una base militare nella periferia della città, Elisa, timida ragazza muta fa l’inserviente. La struttura ospita una misteriosa creatura, catturata da un fiume del Sudamerica: una specie di umanoide anfibio dalle forme antropomorfe ma ricoperto di scaglie e con qualche avo nella famiglia degli Avatar — fa assai impressione, siete avvertiti. Il capo della sicurezza, tale Strickland — un inarrivabile Michael Shannon — e il responsabile scientifico studiano gli organi respiratori del “mostro” per le future missioni spaziali, solo che Strickland lo considera un abominio, e si diverte a torturarlo.
Elisa, incapace di parlare, sviluppa subito un rapporto empatico con la creatura e riesce a guadagnare la sua fiducia, insegnandole al contempo alcune parole con il linguaggio dei segni. Ma si sa, da cosa nasce cosa, e da un uovo condiviso, è un attimo passare ad altro… Architetta un piano per liberarlo e restituirlo al suo habitat naturale, con la complicità della spassosissima collega-amica afroamericana Zelda e del suo adorabile vicino di casa, Giles, un artista di locandine pubblicitarie, nonché gay.

“The Shape of Water” è favola. Non una fiaba. Una favola. La differenza sta nell’orrido. Avrete tutti presente i fratelli Grimm, o Hans Christian Andersen. Ecco, loro non avevano nulla in comune con il mondo fatato di Walt Disney tutto passerotti e torte di mele. I Grimm e Andersen sono tutto gore, splatter e tenebra travestita da calar del sole. Sono soprattutto mistero che sconfina nel dark. Le atmosfere del cinema di Guillermo del Toro sono tutte bene o male ambientate nel regno del fantastico mostruoso. Ma nel caso di “The Shape of Water” in particolare, il mostruoso, il mostro, non è un mostro. E’ una creatura meravigliosa con dei poteri sovrumani — divini, come concluderanno i personaggi alla fine, persino lo scettico villain Strickland.
E naturalmente il film si rifà ai mostri della letteratura e del cinema. Nella creatura di “The Shape of Water” c’è l’ombra di King Kong. Soprattutto di Calibano, essere deforme che Shakespeare colloca sull’isola de “La tempesta”. E nella storia d’amore con Elisa — che nel suo fascino solitario ricorda molto Amelie de “Il favoloso mondo di” — come non intravedere “La bella e la bestia”? Per quanto del Toro e la Disney abitino due galassie opposte.
Elisa e la strana creatura sono accomunati dall’essere diversi — lei muta, lui, be’, luiè quello che è. Il loro stato “fuori norma” li porta a condividere il confino, la periferia. Lui è costretto in una vasca dentro una caserma militare. Lei in una soffitta, e in un lavoro ai margini della società — è un’inserviente, il gradino più basso sulla scala professionale. E vediamo come questi “freaks” si attirino reciprocamente: non solo Elisa e il “mostro”. Ma anche Elisa e Giles — che è omosessuale — Elisa e Zelda — che è nera in un’America di bianchi uber alles. Nel corso del film, questi personaggi “fuori norma”, quest’improbabile armata brancaleone che organizza la fuga dello strano essere, riusciranno nel loro intento.
La grandezza di un narratore è quella di parlare della contemporaneità attraverso una storia senza tempo. “The Shape of Water” parla più di diritti negati e soprusi subiti da parte di donne, gay, diversi in generale, di qualsiasi film a tesi.
Poi vedete, Del Toro immerge il tutto in atmosfera altamente erotica. Gli piace giocare con la dimensione dell’indicibile e del proibito. Immaginate Elisa unirsi in un rapporto d’amore con una creatura squamosa. Può suonare “contro natura”, vero? E infatti, quando il pubblico ha cominciato a capire dove il regista ci stava portando, ho sentito della sorpresa, del disagio intorno a me. Ma è durato il tempo di un nulla. La scena della stanza da bagno immersa nell’acqua che funge da alcova per Elisa e il mostro è quanto di più poetico si possa immaginare. Del Toro è capace di farti rotolare dita mozzate davanti agli occhi o staccare una testa dal corpo di un gatto — la creatura anfibia è pur sempre un animale… — ma poi sa architettare questi spazi estetici dove posizionare lo sguardo è un puro piacere dell’anima.
Oltre a essere una favola in cui il lieto fine coincide con il ritorno all’ambiente acquatico — in cui i due appartengono — di due esseri che comunicano con tutto tranne che con la parola — sopravvalutata?, par chiederci del Toro — “The Shape of Water” è anche un contenitore di citazioni cinematografiche, e un tributo al cinema, con le tante scene di classici, di personaggi noti (su tutti Shirley Temple), intermezzi musical e musiche della vecchia Hollywood.
Se volete regalarvi due ore di meraviglia, o se volete regalarle al vostro amore, non perdetevi questo film. In Italia uscirà a febbraio… San Valentino, I guess — anche se a Natale sarebbe stato meglio…

E ora è tutto, my Moviers…
Se per caso interessa la rassegna tutta italiana al via al Film Forum, vedete un po’ cosa si sono inventati…
Se invece interessa cosa si sono inventati quelli dell’American Academy in Rome e l’Istituto Italiano di Cultura, vedete qui… 😉

Frunyc II aggiornato, e saluti, mattamente cinematografici.

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