Posts made in dicembre 11th, 2017

LET’S MOVIE 351 da NYC – commenta “DOWNSIZING” di Alexander Payne

LET’S MOVIE 351 da NYC – commenta “DOWNSIZING” di Alexander Payne

FM Fellows Moviers,

La radio è una presenza cara nella mia vita newyorkese. Un parente che non ha nulla del serpente. Che ti accompagna senza chiederti assolutamente nulla in cambio.
Ci avete mai pensato, a quanto la radio sia il mezzo più discreto e meno avido della comunicazione? La tivù ci droga sin dai tempi della réclame, un fustino al prezzo di due, mangiar bene per sentirsi in forma con il gusto pieno della vita. Il web ormai ci ha risucchiato. Non possiamo più nulla senza.
Come guariremo da una dipendenza di queste proporzioni? Qui negli USA c’è un programma che ti aiuta a disintossicarti, una rehab per tossici da www. Mi sa tanto che dovremmo ricoverarci tutti, dal momento che non riusciamo più a stare senza comunicarci. Non per fare il Zichici della situazione, ma cosa significherà quest’ansia che abbiamo?
Voi potreste girare la domanda a me. Da dove viene quest’ansia che hai di mandarci il pippone lezmuviano settimanale dopo otto anni — otto anni! — di pipponi settimanali? Ebbene per me è il gusto — pieno! — della narrazione. E’ un modo per tenere un filo collegato a una fonte di energia che sta dall’altra parte dell’Atlantico, mentre sopra di me brilla di luce propria New York City. Per il resto del mondo che ha bisogno di comunicarsi continuamente via facebook, twitter e altro, non so quale sia lo sprone. Forse abbiamo definitivamente scansato gli esistenzialisti, che avevano postulato la precedenza dell’esistenza sull’essenza. Forse oggi esistiamo se e solo se CI comunichiamo. Fabbrichiamo tante copie di noi che distribuiamo in giro, nel timore di ammettere che l’originale è andato perso chissà dove e non riusciamo più a trovarlo.
Ma tornando alla radio, il mezzo senza immagini che da più di cent’anni campa d’immaginazione.
Qui due sono le mie stazioni di riferimento, che ascolto correndo. WNYC, la stazione simbolo di New York City, alla frequenza 93.9, e WQHT anche nota come Hot 97, che è l’epicentro della cultura hip-hop, R&B e rap e che si trova alla frequenza 97.1. Ho impiegato un po’ a intercettarle e a capire che queste sono le mie DUE stazioni.
Ce n’è anche una terza, per i momenti balenghi, quelli in cui né l’una né l’altra paiono soddisfarmi. E’ nei paraggi del 94.2, e ci fanno una trasmissione mattutina tanto divertente quanto meschina: uno spettatore chiama e racconta un appuntamento andato storto, dando la propria versione dei fatti e ponendosi solitamente come “oh me tapino, dove ho sbagliato, ero un saccobbello, ho fatto tutto da manuale! Perché mi avrà scaricato?” interrogando se stesso e i due presentatori. Poi i due presentatori telefonano in diretta al partner in questione per sentire l’altra campana. Di solito quest’ultimo ne dice pesta e corna e dà una versione dell’appuntamento assolutamente opposta rispetto a quella del tapino che ha chiamato. E dopo che questa — di solito è una lei — ha rovesciato fuori tutto il rovescaibile possibile, i due presentatori le chiedono, goduriosamente vigliacchi, indovina un po’ chi abbiamo qui con noi in linea? ….E poi i due piccioncini-non-piccioncini cominciano in sordina, timidi-timidi, e finiscono col dirsene di tutti i colori, difendendo ciascuno la propria tesi, e alla fine tu, ascoltatore, capisci che la verità è una pura allucinazione.
Ogni volta che m’imbatto in questo programma, oltre a farmi delle sonore risate mentre corro, penso sempre a quanta ipocrisia aleggi nel mondo dei “date”, degli appuntamenti. “Sì ci sentiamo. Ti chiamo. Rivediamoci eh.”  E poi il nulla. Penso anche a quanto uomini e donne siano, molto spesso, galassie lontanissime le cui rotte s’incrociano ogni 1.763 anni. Sperando che i due guardino dalla stessa parte.
L’amore avrà anche il petto di Maciste ma cammina su gambette da passero.

Di solito funzionava che ascoltavo WNYC nei miei giri a Central Park. E questo per una questione prettamente acustica. A Central Park regna il silenzio. Gli unici rumori che sentite sono le scarpe da ginnastica degli altri corridori che di solito ti/mi superano sempre — diavoli di newyorkesi! — oppure i freni delle bici a nolo dei pedicab, i risciò a tre ruote che portano a spasso i turisti, oppure gli zoccoli della versione equina, con tanto di calesse. Central Park è perfetto per la WNYC, che è un’emittente di approfondimenti, interviste, punti della situazione, e gli argomenti, oltre all’attualità e alla politica, spaziono dal cinema alla letteratura, dalla musica alla scienza –e la musica vi offre Judie Garland, Tony Bennet oppure Sinatra. C’è bisogno di sentire bene, di prestare attenzione. Niente traffico, clacson, sirene.
Mi è capitato di sentire trasmissioni sugli acquedotti nell’antica Roma (!), oppure “gravidanza trigemellare: una madre con tre gemelli ormai grandi, pronti per il college, parla a una madre che ha appena scoperto di aspettare tre pargoli in sync: esperienze a confronto”.
Hanno sempre un modo molto particolare di organizzare gli interventi, e io mi perdo ad ascoltare, mentre corro e imparo una quantità di termini assurdi — tipo “elusive” che non equivale al nostro raffinato “elusivo”, ma al ben più terra-terra “fuorviante/depistante” detto per esempio di un sentiero che ti porta fuori strada (i trentini se lo potranno rigiocare spesso visto il folto sentierame tutt’intorno). Poi li scordo eh. Ma ogni tanto mi capita di ripescarli quando meno me l’aspetto.

WQHT, invece, è la radio da Bronx. E’ rap non-stop, e si sposa divinamente bene con la parte di Bronx in cui di solito corro, oltrepassato lo Yankee Stadium, Mullaly Park, e Grand Concourse, e giù giù per McClellan Street, e via via per Morris Avenue, fino ad arrivare al Claremont Park, il parco a forma di cornucopia da cui l’estate fuoriescono bbq accesi e latini bassi e sorridenti, o solo bassi.
Un giorno, ridiscendendo per McClellan Street, vedo un tipo che tira a lucido la sua macchina — una di quelle bellezze truzzissime, con i finestrini oscurati, che vanno di gran moda, e i cerchioni che costeranno un mutuo. La macchina bomba la stessa canzone che bomba nelle mie orecchie. Stesso momento. Metto pausa, rischiaccio play, e ho la conferma: stiamo acoltando entrambi WQHT.
E’ stato un momento di gnoseologia da strada non da poco.

Ultimamente però non nascondo di prediligere sempre più WNYC. Mi piace l’effetto sorpresa. Più che altro mi piace trovare Leonard Lopate. Leonard Lopate è uno degli speaker più longevi dell’emittente. Ha 77 anni, e sa tutto. Può discettare del miglior ripieno del tacchino per il Thanksgiving, a intervistare Barak lov-ya Obama come se lo conoscesse sin da bambino hawaiano. Ha una voce che sa di vissuto, di divani in pelle marrone e di ore e ore a prepararsi. Che sa di tempo rubato al tempo e barba incolta, mozziconi di sigaretta, qualche carboidrato di troppo e di tracolla sempre piena di libri. Un padre putativo radiofonico. Una figura virgilia, direi, il cui curriculum puà vantare interviste al citato Barak, a John McCain, Joe Biden, Henry Kissinger, Lech Walesa, Orhan Pamuk, Ang Lee, Catherine Deneuve, Doris Lessing, Francis Ford Coppola, Sarah Jessica Parker (per quanto la stimi, stona un tantino in mezzo a tutti questi big, lo ammetto), Alice Munro, Robert Altman, Mel Brooks, e tanti altri.
Ora, capita che mi chiedano di coprire un’intervista che Madame Isabella Rossellini ha rilasciato stasera al 92nd Stret and Y, una no-profit culturale che sta nell’Upper East Side che organizza sempre eventi culturali di livello top. Io ho risposto tutto d’un fiato certo-come-no-vado-io. E non tanto per Madame Rossellini — o meglio, sì anche per lei, e per la memoria di cotanta madre Ingrid (Bergman) e di cotanto padre Roberto (Rossellini). Ho risposto certo-come-no-vado-io perché sapevo che l’intervistatore sarebbe stato lui, Leonard. E davvero al posto di Isabella Rossellini avrebbe anche potuto esserci Ignazio Moser — che a quanto capisco tirerà su le sorti dell’economia trentina dopo le prestazioni al Grande Fratello… Poco importa, l’importante era Leonard.
Ebbene. Il mio sogno è stato infranto dalla più barbara delle notizie. Leonard padre-putativo Lopate è finito nel tritacarne delle accuse sessuali. Quattro giorni fa è stato sospeso “con effetto immediato” per “comportamenti inappropriati”, insieme a Jonathan Schwartz, un’altra colonna portante di WNYC. Non è trapelato nulla, né sulle vittime, né sulla natura delle ipotetiche molestie. Leonard si dice allibito e non ha idea di chi abbia mosso queste accuse.
Io sono allibita quanto lui. Lui non può essere un altro Kevin Spacey, Dustin Hoffman — Dustin Hoffman! Harvey Weinstein non lo nomino nemmno perché lì sconfiniamo nel patologico suino, branca del porcilismo di cui non ho conoscenza alcuna. Ma Leonard, no. Please.
Di due giorni fa sono anche le dimissioni del senatore democratico Al Franken, uccasato da sei donne, mentre cinque donne stanno facendo ballare la poltrona sotto il sedere del senatore repubblicano Roy Moore. I numeri fanno la differenza. Una, due… Ma undici? Non si transige nemmeno su una o due, ma undici?
Assicurando sempre il beneficio del dubbio, e lasciando ai giudici il dovere di giudicare, io ribadisco, con molto sang-froid, l’acqua calda che questo putiferio sta scoprendo. Ma certo un conto è scoprirne una bacinella, un conto un mare.
Quindi la sessualizzazione degli ambienti di lavoro è a un livello tale per cui la maggior parte degli uffici di tutto il mondo sono stati e sono sfondo di comportamenti di questo tipo. Certo se impera un modo di pensare come questo “Provarci fa parte dell’uomo da quando è nato, la violenza è ben altra cosa” (cit. Carlo Verdone), se davvero legittiamo il “provarci dell’uomo” allora per forza finiamo dove siamo finiti. E il punto non è il provarci. Il punto è dove e quando, il contesto insomma, e naturalmente l’abuso di potere.
Mah… io nutro la speranza che un giorno le gambe arriveranno dopo del cervello, e che la parte animale dell’uomo verrà prima o poi scalzata da quella razionale, almeno nell’ambiente professionale.
Sono una sognatrice, you know.

Questa settimana sono stata baciata dalla fortuna di Gofobo. Gofobo è un sito in cui v’iscrivete e vi mandano, ogni tanto, degli annunci di biglietti omaggio. Il trucco sta nel fatto che dovete essere Flash Gordon, e “redeem the tickets”, ovvero prenotare il vostro posto, entro un minuto e giù di lì da quando vi arriva l’email. Se passano due minuti, “Sorry, the event is fully booked”.
Ciccia.
Sono riuscita a infilarmi quattro-cinque volte. Spesso si tratta di preview, spesso film ancora non terminati che vengono sottoposti al giudizio del pubblico, che a fine proiezione compila un modulo pieno di domande tipo cosa cambieresti, cosa terresti, lo consiglieresti, ecc.
Molto spesso le proiezioni sono a orari impossibili, al mattino, o il primo pomeriggio.
Capita che sia stata Flash Gordon questa volta, e che avessi il venerdì mattina libero. Quindi me ne vado un mattino alle 9:30 am nello studio della Paramount a Times Square, tronfia come un gallo cedrone — e già difficilmente vado a Times Square, andarci alle 9:30 am è un’esperienza a dir poco ultraterrestre.
Al 1515 Broadway, al terzo piano di un grattacielo come tanti altri, trovate una sede della Paramount con un teatro di una ottantina di posti sprofondato nel velluto bordaeux. Lì, ho avuto la fortuna di vedere l’ultimo film di Alexandre Payne, “Downsizing”.
Payne è il regista di “Aproposito di Smith”, “Sideways”, “Nebraska” e di “Paradiso amaro” — quest’ultimo poteva pure risparmiarselo, ma va be’, errare humanum…
Aspettavo “Downsizing” già da Venezia, doveva aveva aperto la Mostra ed era stato accolto bene, ma non benissimo come i due film di apertura degli anni precedenti, “Birdman” e “La La Land”.
La trama è presto detta. Il protagonista Paul Safranek — Matt Damon dietro la sua pancia — è un uomo comune di Omaha, sposato, che non riesce a mettere via un centesimo — il carovita, you see. Per far fronte alle difficoltà del mondo, Paul decide di sottoporsi, insieme alla moglie, ad una nuovissima tecnologia scoperta in Norvegia che permette di rimpicciolirsi in maniera esponenziale fino a far diventare se stesso un vero puffo di Paul, alto due mele o poco più. Dato che i risparmi del mondo dei “giganti” valgono infinitamente di più nel mondo dei ridotti, Il rimpicciolimento permette alle mini-persone di potersi permettere uno stile di vita pieno di lusso e villoni. Purtroppo però le cose non vanno esattamente come previsto e Paul si trova immischiato in un’avventura che lo porterà a riflessioni ben più grandi del mini che è.
L’idea di fondo è geniale. Un po’ dèjà-vue, anche, è vero. La letteratura e il cinema hanno esplorato spesso le potenzialità dei rimpicciolimenti. Pensiamo a “Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi”, classico del fun in famiglia degli anni ’90, oppure “Arietty”, in cui il genio di Miyazaki immagina tutt’un popolo di nomadi esserini che vivono fra gli interstizi della nostra quotidianità. E be’, non tiriamo in ballo altri cartoni animati, partendo daggli storici Puffi, David Gnomo, Memole-folletto-sono-io. Ma davanti a tutti, come sempre, spicca la letteratura. Jonathan Swift aveva raccontato di Gulliver e Lillipuziani ancora nel 1726 — 1726, qualche bell’anno prima che Puflandia venisse scoperta da Gargamella.
Noi esseri umani siamo affascinati dall’ipotesi di poterci rimpicciolire, e sballare tutte le prospettive e tutte le proporzioni con la nostra quotidianità. E il film gioca molto su questo sogno, e sui vantaggi INCREDIBILI che questo potrebbe apportare. Rifiuti, energia, spazio. Tutto ridimensionato. Tutto più facile, meno costoso, meno inquinante.
La prima metà del film funziona alla grande. E’ divertente, intelligente, provocatoria e meschinamente comica — meschinamente contro il protagonista che dopo essersi sottoposto al processo di rimpicciolimento, scopre che la moglie non ne ha avuto il coraggio e l’ha lasciato solo nel mondo dei piccoli.
Straordinaria sopra ogni cosa la partecipazione di Cristoph Waltz, che dimostra un assunto: dategli qualsiasi parte, tragica o grottesca, e lui, pam, vi ripaga con un’interpretazione da Oscar. Solo che il suo ruolo, insieme all’incontro di Paul con una rifugiata vietnamita senza una gamba (!), e alla sua conseguente storia d’amore con lei, portano il film in acque troppo miste, e non si capisce più bene dove voglia andare a parare.
A nessuno piacciono le etichette, quindi, può essere un bene che il film ondeggi fra il fantasy, il dramma, la commedia, la satira, e la riflessione a sfondo ecologico “look where mankind is heading to”, però in questo caso, siamo davvero troppo sballottati e non sappiamo più leggere il personaggio e cosa gli stia capitando. Paul incontra questa dissidente vietnamita che gli apre gli occhi su certe realtà — povertà, disagio sociale, ineguaglianza — che prima non aveva minimamente considerato. Dal sociale, all’ecologico: si perché la specie umana “dei grandi” è minacciata dallo scioglimento dei ghiacci incombente, che la spazzerà via dalla terra e Paul può decidere se rimanere e affrontare il suo destino, oppure rintanarsi in una specie di bunker naturale per preservare la specie…
Insomma, un po’ troppi argomenti tutti insieme.
Tuttavia “Downsizing” is worth a try. Sarebbe stato un film azzeccato per Natale — e qui uscirà infatti il 22 dicembre. Ma in Italia dovrete pazientare fino al 2018 — il mese è ancora ignoto.

E anche per oggi è finita qui, Moviers. Parlo sempre troppo, I know.
Frunyc II aggiornato, e saluti, radiofonicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More