LET’S MOVIE 352 da NYC – commenta “I, TONYA” di CRAIG GILLESPIE

LET’S MOVIE 352 da NYC – commenta “I, TONYA” di CRAIG GILLESPIE

Mayor Moviers,

Anche lui doveva capitare sulla mia strada, prima o poi.
Bill de Blasio non era in cima alla lista di case in cui desideravo mettere piede a NYC. Prima di lui quella di Sheryl Crowe, che mi si dice abbia un bijou di appartamento in Great Jones Street, a NoHo, a due passi della casa in cui Jean-Michel Basquiat abitava prima che la coca ce lo portasse via all’età di 27 anni.
Però certo, de Blasio non è il primo nobody che passa.
Per quanto la sua figura politica sia alquanto trasparente, un giro a casa sua, la Gracie Mansion, lo si fa con piacere. Dico che è trasparente perché non lo si associa a qualche grosso cambiamento apportato alla città. Non è l’uomo tutto-affari-e-iniziative Mickie Bloomberg, che ha fatto istallare le Citibike all over Manhattan, oppure che si è battuto per vietare le porzioni extra-size di bibite e alimenti nel tentativo di contrastare l’obesità. E non è Rudolph “Adolf” Giuliani, il cui pugno duro, negli anni ’90, oltre a procurargli quel baffetto di soprannome, ha spazzato via la criminalità in maniera assai efficace, portando New York City ad essere tra le dieci città più sicure del mondo — sorvoliamo sull’ingratitudine nei confronti di un certo Bruce Wayne che ogni volta che succede un macello, ha sempre la bat-tuta pronta.
Nonostante la sua presenza-assenza, de Blasio si è portato a casa, il mese scorso, il secondo mandato da sindaco, spazzando via la candidata repubblicana. Chissà se il fatto che la sua famiglia sia la sintesi perfetta della newyorkesità abbia avuto un peso sulla vittoria. Lui di origini italiane, la moglie afro-americana, Chirlane McCray, poetessa nonché attivista per i diritti degli omosessuali, e lesbica dischiarata prima di sposarsi. Due creature al seguito con nomi divini, Dante e Chiara — fratello sommo sorella luna. E vi pregherei di googlare Dante per apprezzarne la zazzera afro da Jimie Hendrix, che ahinoi, pare essersi tagliato.
Più newyorkesità di così, non si può. Sento dire che ai newyorkesi di Wall Street e del mondo finanziario de Blasio non stia granché simpatico, visto che lui è uno spiccatamente socialista e loro sono tutti per il money-making. D’altro canto i democratici critici gli imputano una politica laissez-faire, dove la procrastinazione regna sovrana. Chissà quali sono le voci vere e quelle solo di corridoio.
Sta di fatto che a novembre i newyorkesi hanno votato, e hanno confermato il tetto della Gracie Mansion sulla sua testa per altri quattro anni. E parlando della Gracie Mansion, è successo che mercoledì 14 abbia aperto le porte a circa un centinaio di persone per un Fund Holiday’s Gathering, un cocktail prenatalizio di beneficienza. Il destino ha voluto che fossi in mezzo a quel centinaio.
La Gracie Mansion funziona come la Casa Bianca. Il sindaco di New York, una volta eletto, si trasferisce, armi, bagagli e famiglia, all’88esima, East End, nell’Upper East Side. Ed è una una specie di White House in miniatura. Pareti azzurre, colonne bianche, caminetto, scale coperte di moquette.
Uno dovrebbe candidarsi anche soltanto per avere la possibilità di risolversi il problema casa a New York City.
Dato che siamo nell’era del terrorismo, e che lunedì abbiamo avuto la conferma che organizzare un auto-attentato è l’attività più facile di questo mondo anche tra Times Square e il Port Authority Bus Terminal, hanno allestito, davanti all’ingresso della casa, un controllo sicurezza da check-in all’aeroporto. Ovviamente, al mio passaggio, l’arco di trionfo del detector ha suonato: devono essere stati i grattacieli (!) che portavo ai piedi — perché non è che ti presenti a casa del Sindaco in ciabatte, anche se da certe frange dun-give-a-sh*t di NYC ti aspetti pure quello.
Una volta dentro, comincia la giostra del networking. Una delegazione di donne da Rockaway — vi ricordate, la strisciolina di terra tipo Giudecca in fondo a Brooklyn dove c’è la Beach californiana? — appena hanno saputo che conosco Rockaway e la spiaggia californiana, ha dimostrato un grosso Rockaway pride, e mi hanno invitato per mostrarmi le bellezze del posto. Poi dirigenti di enti di beneficienza, e dico dirigenti perché l’impressione è che la beneficienza sia un vero e proprio business. Poi gli immancabili imprenditori italiani affermati a NYC — li riconosci subito, a naso, prima ancora che aprano bocca e in una manciata di sillabe tutta la provincia italiana ti si pari davanti. Poi quello che si fa un gran sonno sulla poltrona del salottino dell’albero di Natale — di libri! — nell’attesa dello speech del Sindaco, che finalmente, intorno alle 7 pm, fa il suo ingresso nella sala pubblica.
Ci sa fare, non c’è che dire. E non so chi insegni agli americani l’arte dello speaking-in-public, ma sono divini in questo — e non a caso i TED sono nati qui… E’ disinvolto, ma coinvolto. Serio e con lo scherzo pronto. “What a week….”, comincia… E accenna all’attentato, la prontezza della polizia, poi i newyorkesi subito al lavoro perché è così che si combatte il terrorismo e blah blah blah. Poi dopo il momento gloom&pride, il momento “guarda come gongolo”: martedì è stato eletto un governatore democratico nell’Alabama, da sempre roccaforte repubblicana. “Il tutto inframezzato da tweets of all kind”, lascia cadere con ironica nonchalance Bill, riferendosi al buffoncello biondo alla Casa Bianca. “And it’s just Wednesday…”, conclude prima di raccogliere la risata della platea e andare avanti con il please-donate.
Idem la performance della moglie, che si presenta dopo di lui. Spigliata, parlantina dieci-miglia-al-secondo. Insieme, danno l’idea di una gran complicità.
Spero sia tutto vero, ma non sono così ingenua da rimuovere la possibilità che invece sia tutto falso.
Poi è il turno di una piacevole sorpresa. Indovinate chi collabora nell’Advisory Board di de Blasio e che, si vocifera, concorrerà alla poltrona di Governatore dello Stato di New York l’anno prossimo, scalzando Andrew Cuomo? Se avete dimestichezza con “Sex and the City” e vi dico la rossa, capite subito di chi parlo… Cynthia Nixon, alias Miranda Hobbes, alias la rossa, malgrado adesso sia bionda. Anche lei gran parlantina, lascia cadere con studiata naturalezza che è sposata, e che è stata proprio la moglie a parlarle dell’iniziativa benefica Troop 6000.
A speech finito, lascio defluire la folla e poi vado a dire a Bill che sono qui a New York per tutti i motivi che ha citato, primo fra tutti, il miscuglio di etnie che la popolano. E’ caloroso, Bill. Fa del suo meglio per apparire interessato, il che è un’arte che tutti i politici o uomini pubblici devono imparare. E pure un gran pezzo di marcantonio, lasciatemelo dire: io avrò anche avuto due grattacieli ai piedi, ma non potevano nulla contro il suo stacco di due spanne.
Una caduta di stile? Be’, il modo in cui i collaboratori della household ci hanno avvertito, in maniera gentile ma insistente che, be’, insomma, s’era fatta una certa. Time to go.
Io capisco che Bill e Chirlane avranno anche voluto infilare le ciabatte e farsi due spaghetti rigorosamente multiculturali, ma spingere gli ospiti fuori casa quando hanno appena cominciato ad acclimatarsi, be’, è stato un po’ poco bonton. O forse qui usa così e io devo farmene una ragione.

A ogni modo prima di andarmene, faccio in modo di andare da Cynthia Nixon e di salutarla. Ovviamente non faccio nessun riferimento a “Sex and the City” — immaginatevi quanta orticaria le debba spuntare ogni volta che lo sente nominare. Le dico solo che ho apprezzato l’idea del film su Emily Dickinson, in cui lei interpreta la poetessa stessa. Evito di dirle che il film avrebbe potuto essere fatto mille volte meglio, ma rimaniamo lì a parlare un po’ della Dickinson e dintorni. Ogni volta che entri nell’orbita di una stella, grande o piccola che sia, ti rendi conto di quanto sia semplice. Di quanto sia semplice parlarle.
Nei prossimi tempi mi riprometto di investigare per capire come mai de Blasio sia stato rieletto così all’unanimità, pur essendo il sindaco fantasma… Se scopro qualcosa, riporto immantinente. 🙂

Questa settimana è stata la volta dell’Angelika Film Center, sulla Houston, SoHo, per “I, Tonya” di Craig Gillespie — autore di “Lars e la ragazza tutta sua”, e so che in mezzo a voi c’è almeno una persona che sa di che parlo. 😉
Non ne sapevo nulla prima — ormai sapete che affronto i film in base a un istinto e non a trama o recensioni. Sapevo che la protagonista Tonya, ovvero Margot Robbie, è un’attrice da sballo — così come lo sa il resto della popolazione maschia del mondo occidentale. E solo perché quello orientale magari non la conosce ancora. Margot era la mozzafiato Harley Quinn di “Suicide Squad”, e c’è qualcosa che, a pensarci bene, unisce i due personaggi, Harley e Tonya — quella linea folle che lega Harley al Jocker e Tonya al marito.
Poi, dopo una mezz’ora di film, eureka! Ma certo, questa storia la ricordo! E forse anche voi. 1994. Campionati nazionali americani di pattinaggio su ghiaccio. La pattinatrice Nancy Kerrigan viene colpita brutalmente alle gambe poco prima dell’esibizione. Inchieste, FBI. E viene fuori che Tonya Harding — la “io, Tonya” del film — campionessa americana rivale di Nancy, d’accordo con il marito, ha pagato un aggressore per mettere fuori gioco la rivale.
Lo so, lo so, detta così vi farebbe venire voglia di scagliervi tutti addosso alla “bitch” Tonya. In realtà la rozzissima ragazza di Portland, Oregon, è più vittima che carnefice: Vittima di un marito scaltro quanto idiota e, in generale, di un entourage white trash che le ha fatto perdere l’unica vera ragione della sua vita — il pattinaggio. E vittima della madre non semplicemente anaffettiva, ma proprio spietata, di quelle “ti dico tutto l’opposto di quello che una madre dovrebbe dirti per farti crescere tosta, e per farti vedere che alla fine non ce la fai”. Crudelia Demon è Bambi al confronto di LaVonda Harding.
Il film è un mockumentary, un documentario tra la finzione e la realtà sui fatti accaduti, e una black comedy dalle tinte fortissimamente dark, specie per quanto riguarda il rapporo tra Tonya e la madre e Tonya e il marito. Cresciuta in mezzo a conigli cacciati e scuoiati, all’ignoranza più profonda e radicata, in cui persino i dialoghi de “Il mago di Oz” sono fraintesi (!), e il turpiloquio regna talmente sovrano che si fatica a rintracciare l’esistenza di altre parole all’infuori di fu*k e sh*t, Tonya viene su con una scorza da burina e una falcata da boscaiola. Immaginatela infilata in un micro-abito da pattinatrice in acrilico rosa shocking o acquamarina, una frangia che poteva rivaleggiare solo con la mia in quel perido — siamo nei primissimi anni ’90, anni rovinosi per certe barbarie estetiche. Tonya è esattamente l’opposto di Nancy Kerrigan, ragazza a modo, elegante, aggraziata, educata, di buona famiglia.
Il punto interessantissimo del film è quella di sbattere in faccia all’America che vuole la favola, un’altra verità: oltre alla favola c’è anche l’incubo. O meglio, la shitty life di tutti i giorni.
Quando Tonya affronta un giudice e gli chiede come mai non mi date i punteggi che merito, visto che pattino in maniera fuck*ing awesome?, si sente rispondere che le giurie non guardano solo quello, o che il triplo Axel all’indietro — la prima, Tonya, a farlo, nella storia — non basta. Le giurie guardano anche a supportare un’idea di pattinaggio e di pattinatrice. Con una famiglia “wholesome” alle spalle. Wholesome significa sana, a posto, regolare. E se al posto della famiglia wholesome uno si ritrova una famiglia sballata, sbagliata, incasinata, cheffa? Questa è la domanda che il pubblico si pone, e che Tonya rivolge al giudice in termini assai…coloriti. Il film sbatte in faccia anche le conseguenze di un’educazione-diseducazione, e le scelleratezza, nonché gli scellerati, che la provincia americana redneck partorisce. Tonya non conosce una sola briciola d’amore nella sua vita. Come può sviluppare una passione sana per qualsiasi cosa? Anche la passione per il pattinaggio, in realtà, è un’ossessione. Non è vissuta in maniera positiva, ma come una battaglia, come l’unico campo in cui poter dimostrare di valere qualcosa, poter godere del riconoscimento altrui. Come si può ben immaginare, se le premesse sono queste, l’epilogo non poteva che essere quello toccato a Tonya: squalificata a vita dal pattinaggio.
Tonya è un personaggio tragico, ma tragico in senso greco-antico del termine. E’ l’individuo che non riesce a liberarsi dal destino che forze al di sopra di lui gli hanno imposto — cosa c’è di più imposto e immodificabile della famiglia che ti capita? Il masochismo è conseguenza diretta da questo tipo di malsana dinamica, e infatti Tonya passa da una Crudelia di madre, a un pezzo di meLma del marito, in una di quelle relazioni “mi mena, lo denuncio, lo perdono, ci riprovo, mi rimena, lo ridenuncio, lo riperdono” a ciclo continuo. Come Sisifo su e giù per la montagna con il suo masso sulle spalle.
Come dicevo il film è una black comedy. Si ride, ma si ride delle miserie che si vedono sullo schermo — e forse la black comedy è la figlioccia della commedia all’italiana in cui si rideva, certo, ma storcendo il naso. Troverete scene e battute a dir poco esilaranti, fra il grottesco, il ridicolo e il trash, con e senza white, puro.
Margot Robbie — che oltre a interpretare la protagonista è anche co-produttrice del film — è semplicemente strepitosa. Scordatevi la sexy Harley Quinndi “Suicide Squad” e preparatevi a questa bifolca yankee del Midwest convincente come solo Charlize Theron nei panni di “Monster”. E battiamo le mani a un regista che ha avuto il fegato di girare un biopic in maniera assolutamente originale, distaccandosi dal compitino che tanti biopic finiscono per consegnare: linearità della narrazione, sforzi monumentali ripagati da monumentali successi in un inno collettivo alla vittoria — che in definitiva porta solo disastri. “Io, Tonya” è, di contro, l’epica del loser. Peggio, del winner che si è trasformato in un loser per colpa dell’ignoranza, della grettezza, della rozzezza del mondo intorno a lui — il protagonista a cui il sistema ha sottratto la volontà gettandolo in pasto alla folla, sempre affamata di eroi da masticare un po’, e poi sputare.
Mi conforta il fatto che un regista americano abbia girato un ritratto così spietato di questo paese. Se questo è stato possibile, allora c’è autocritica. Allora c’è speranza.
E c’è speranza anche di tanti Oscar per questo film, e della sua uscita in Italia, a marzo 2018.

Ebbene Movier, anche questa sera siamo arrivati alla fine.
Vi lascio questo articolo, che racconta Isabella Rossellini nell’intervista della settimana scorsa — per altro una Rossellini che dal 2008 è su YouTube con “Green Porno”, una serie sul comportamento sessuale degli animali, che ha scritto e diretto, e in cui interpreta lei stessa gli animali copulanti… Anvedi Madame Lancome… 😉
Frunyc II aggiornato e saluti, stasera, sindacalmente cinematografici.

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