LET’S MOVIE 353 DA NYC – commenta “BORG McENROE” e “LA BATTAGLIA DEI SESSI”

LET’S MOVIE 353 DA NYC – commenta “BORG McENROE” e “LA BATTAGLIA DEI SESSI”

Miami Moviers e Florida Fellows,

E’ lì che trascorrerò la prima settimana del 2018. Nello stato delle arance, dei pensionati svernanti, e dei motel con piscina d’uno squallore pop pari a quello di Las Vegas. Contrariamente a quanto state pensando — “Miami?? Maledetto d’un Board, la tintarella a gennaio!” — non vado a South Beach per la tintarella, maledetto d’un Board che sono. Mi ospitano in una residenza per scrittori: ormai avrete capito, dopo tutti questi anni di Lez Muvi, che le residenze per scrittori sono una costante della mia vita. 🙂

Sentite qua cosa si sono inventati quelli del Betsy Hotel.
Il Betsy Hotel è uno degli alberghi più iconici e posh di Miami Beach, incluso nella Traveler Gold List stilata da Condé Nast con gli hotel più luxury di tutto il mondo. Ma come possiamo distinguerci, noi del Betsy, dagli altri?, si sono chiesti quelli del Direttivo dell’hotel.
Si sono risposti ideando un programma per scrittori che valorizzasse il loro coté filantropico. E se ne sono usciti con “The Writer’s Room”: una suite riservata a uno scrittore cui viene gentilmente offerto di risiedere per una settimana, beneficiando di tutti i comfort possibili — e man, i comfort sono comfort da hotel a sei stelle. Questo per dare la possibilità allo scrittore di trascorrere una settimana in paradiso, due passi da San Pietro, e di creare in santa pace senza le seccature della vita quotidiana — gettare l’immondizia, passare lo straccio, fare ore di fila alla cassa da Trader’s Joe. In cambio, lo scrittore tiene un incontro con la comunità culturale del posto — come sarà la comunità culturale di South Beach? Infradito ai piedi, camice palmifere e mariuana nel taschino? — durante la quale l’autore presenta il proprio lavoro e risponde alle domande dei più curiosi.
La Writer’s Room è stata aperta nel 2012, e da allora ha ospitato più di 400 scrittori. Ditemi se questo non è un modo molto smart per una struttura ricettiva di costruirsi un ruolo attivo nel mondo della cultura, attirarsi le simpatie della città e dello stato, e pubblicizzare la propria immagine mecenatistica worldwide, che si sa, fa sempre molto classy.
Nelle passate settimane sono stata contattata più volte dal comparto filantropico dell’hotel: mi hanno comunicato che avrò accesso a “fitness room, rooftop pool deck, library, beach services and meditation Wednesdays” — ho fatto sapere che il mercoledì mi sembra un ottimo giorno per iniziarmi alla meditazione. E naturalmente una diaria per i pasti — e guardando le foto dell’hotel, potrei diventare una buongustaia pure io!

Ma come sono capitata davanti allo zerbino della Writer’s Room del Betsy? Be’, unite insonnia e irrequietezza a tante notti trentine e vi siete risposti da soli. Ho cercato, scritto un progetto, inviato, accettata, ancora nel 2016. In realtà il mio pianomalefico era aggiungerci anche una settimana nelle Keys, isole da mille e una notte a sud di Miami. Ma le Keys dovranno aspettare, anche perché dopo il passaggio dell’Uragano Irma, ben poco di loro è rimasto.
Ho tenuto l’opzione della camera per un anno. E a settembre mi sono detta, perché non iniziare il 2018 al caldo? Perché non suscitare un po’ di nostalgia in New York City? E così, ho confermato il soggiorno. 🙂 Del resto siete abituati, no, alle mie partenze natalizie? E questo vale anche se ora abito a NYC.
Sono molto contenta perché alla comunità culturale di South Beach, portatrice sana, e un po’ baccana, di spinelli e palme 100% acrilico, potrò leggere le poesie della mia raccolta “Bitter Bites from Sugar Hills”.

E qui devo raccontarvi una storia.
In questa storia non ci sono sparatorie né sceriffi tristi, né sventole da bar che fanno precipitare, al loro passaggio, le mascelle degli avventori. C’è solo un essere umano che chiameremo B., che un giorno ha deciso che forse era arrivata l’ora di cambiare la direzione alla sua vita, per farla andare dov’era giusto che andasse. Allora smonta baracca e burattini e si trasferisce in una grande città, piena di luci e di ombre, di palazzi svettanti e tombini profondissimi.
B. non crede di essere né meglio né peggio di nessuno. Sente solo del mare dentro. E anche del fuoco. La sua bocca ospita spesso il silenzio, ma è in grado di travestirlo con gli infiniti colori delle parole.
Nel mondo di prima, B. aveva bussato a talmente tante porte, con i manoscritti sotto al braccio, e talmente tante porte chiuse erano rimaste chiuse, che aveva cominciato a credere di non essere all’altezza, di non avere il tocco magico, e a dirsi che forse c’era una ragione per cui quelle porte rimanevano chiuse. Tanti mesi seguirono e tanto sconforto, camuffato da tinte pagliacce. Perché B. indossa la tuta di arlecchino ma sotto nasconde l’anima da Pierrot. Allora un giorno, B. arriva nella grande città di luci e ombre. Tutto è incredibilmente intenso, nella città. Gli odori, i rumori. La bellezza balla con l’orrore a tutte le ore del giorno e della notte.
B. è in estasi. La poesia sgorga dalle fogne e B. non fa che raccoglierla e metterla in un contenitore che chiamerà “Bitter Bites from Sugar Hills”.
B. non scorda il suo capo chino davanti alle porte chiuse, nel paese di origine. Ma si dice, qui sono in un altro paese. Proviamo, what the hell. E prova a bussare, il manoscritto sotto al braccio.
In quel paese, una porta si apre. Praticamente subito.
“We are delighted to tell you we are happy to publish your collection ‘Bitter Bites From Sugar Hills’. We will send you the contract”.

B. siede in metropolitana quando riceve la notizia. Fosse stato in piedi, sarebbe stramazzato al suolo — certe notizie tolgono la forza alle gambe e la spingono tutta dentro il cuore.
E’ il compleanno di B., e certo, B. può pensare che quella sia una pura coincidenza. Oppure che sia una briciola caduta dalla tovaglia degli dei. In ogni caso ora B. si sente molto strano. Ha cercato di pubblicare la sua poesia nel paese di origine per più di quattro anni. Arriva nella città delle luci e delle ombre, di palazzi e tombini, scrive una raccolta in una lingua non sua, e nel giro di due mesi, trova un editore.
B. vorrebbe tanto prendere il paese che lo ha partorito e scuoterlo da capo a piede, da nord a sud. Gridargli, “ma che diavolo stai facendo coi tuoi figli? CHE DIAVOLO STAI FACENDO?”.
Ma poi si ricorda di un libro che lesse qualche anno fa, di Irene Némirowsky, “Jezabel”. Nella tragedia classica, Jezabel è la madre crudele che appare in sogno ad Athalie, protagonista dell’omonima tragedia di Racine. Nel libro della Nemirovsky, la protagonista si chiama Gladys: è una donna bellissima, corteggiatissima — una Belen Rodriguez prima che il mondo si stufasse della sua vacuità — talmente angosciata dall’idea di invecchiare da uccidere pur di non rivelare la sua età. Gladys ha una figlia, Marie-Thérèse, che ama di un amore superficiale, pressapochista. Gladys è così concentrata sulla propria bellezza e su di sé, da disinteressarsi completamente del benessere della ragazza che, guarda caso, farà una brutta fine.

Ogni volta che B. pensa al suo paese, pensa a Gladys. Una creatura bellissima — forse la più bella del mondo, no, indiscutibilemente la più bella del mondo — che non bada ai suoi figli, che se ne infischia, e pensa solo al mantenimento della propria eterna bellezza.
La casa editrice è la Bordighera Press. Piccola, raffinata, universitaria, pubblica letteratura italo-americana dal 1989.
Il paese d’origine è l’Italia.
B. sta per Board.
Io 🙂

Non aggiungo altro perché avete capito tutto. Anche lo stato di grazia in cui il mio spirito viaggia. 🙂

I film della settimana sono due. E non chidetemi perché il tennis, uno sport che non pratico, ma a cui guardo con grande ammirazione, per l’eleganza, la potenza e quegli outfit che stanno un amore alle tenniste, persino a quella montagna mobile di nome Serena Williams.
Mi è capitato di vedere a poche ore di distanza lo splendido “Borg McEnroe” di Janus Metz e “La battaglia dei sessi”, di Jonathan Dayton e Valerie Faris, registi dell’adorato “Little Miss Sunshine”.
Il primo merita più del secondo, ma anche il secondo non se la cava male. Ho pensato di parlarvi brevemente di entrambi anche perché tendo a spalleggiare i film con tematica sportiva: sono difficilissimi da realizzare per il pericolo di scivolare nel trionfalismo, nel patetismo e nel telenovelismo — in -ismi che è bene evitare.

Presentato al Festival di Toronto e alla Festa di Roma, “Borg McEnroe” racconta la rivalità che infiammò i campi da tennis negli anni ’70 fra il campione svedese Bjon Borg e il campione americano John McEnroe. I due rappresentavano due modi diversissimi di vivere e concepire il tennis. Controllatissimo, apparentemente glaciale e impassibile lo svedese, quanto irascibile, passionale e testacalda l’americano. Non a caso all’epoca erano conosciuti come “Ice and Fire”. Il biopic ruota attorno alla storica finale di Wimbledon del 1980, con Borg a un passo dal quinto titolo, e McEnroe a dargli battaglia fino all’ultimo — 5 set dopo più un tie-break al quarto set al cardiopalma conclusosi 18-16 per l’americano.

Il film è un po’ sbilanciato nel senso che tende più a gravitare intorno alla figura di Borg e al suo nordico sanguefreddo, soggetti evidentemente più intriganti per il regista rispetto ai colpi di testa forse un po’ infantili di McEnroe. Non posso che concordare con la scelta registica. L’autocontrollo dello svedese fu il risultato di anni e anni di duro lavoro con un allenatore che gli diceva cose del tipo “Debutterai in Coppa Davis a patto che non mostrerai più una singola fottuta emozione: tutta la rabbia, la paura e il panico che potrai provare le racchiuderai in ogni colpo”… Ma la piacevole scoperta di questo film sta nella scelta di non affidarsi a immagini di ripertorio, ma di girare il match così come si disputò.
La suspance è palpabile e se non conoscete l’esito — io non lo conoscevo — be’, rimarrete col fiato sospeso fino all’ultimo rimpallo.

Con “La battaglia dei sessi” dobbiamo fare un piccolo passo temporale-logistico indietro e andare agli inizi degli anni ’70, in California. Anche qui, storia vera. Billie Jean King, tennista e campionessa in carica, combatte per ottenere la stessa retribuzione dei colleghi tennisti maschi. Per farlo, accetta e affronta la sfida lanciatale da Bobby Riggs, ex campione a riposo. Maschilista, scommettitore incallito, Riggs vuole dimostrare sul campo la superiorità degli uomini sulle donne — “nello sport, negli affari e in politica le donne sono inferiori, non c’è nulla da fare”….
Come se non bastasse, Billie Jean si trova ad affrontare una grana personale non da poco: sposata con il proprio manager, si innamora di Marilyn, una ragazza che incontra per caso in tour. Pensate essere lesbiche nei primi anni ’70 — se vi sembra dura oggi, immaginate allora, circondati da un mondo sessista e maschiocentrico.
Il 20 settembre 1973 a Houston in Texas si disputa “la battaglia dei sessi”, la partita di tennis più famosa della storia. Indovinate chi vince… 😉

La lotta condotta da Billie Jean King sul campo e fuori per ridurre la distanza economica tra uomini e donne nel mondo sportivo ci mostra una società, non poi così lontana dalla nostra, dove il sessismo era cosa data e sistematica, e veniva tranquillamente supportato da uomini che lo praticavano con una tracotanza da porci oops volevo dire proci… Se il tono del film è giocoso, leggero, quasi da commedia, la materia che tratta pesa come un macigno e sconfina nel dramma. E questo perché, allo scontro per conquistare l’uguagalianza in campo sportivo-professionale, “La battaglia dei sessi aggiunge anche la ricerca identitaria di una donna che scopre di essere lesbica in un’epoca eterofila sprofondata nell’omofobia. Mentre il tono scanzonato è appannaggio di Steve Carell, che interpreta il macho-man Riggs incarnando il linguaggio ludico della commedia attraverso sfottò e battute sessiste, la materia è tutta di Emma Stone, che, nei panni di Billy Jean, risponde al sarcasmo dell’avversario con le palle da tennista femminista.
Il film non è male, ma questo rimpallo fra ludico e serio disorienta lo spettatore come un palleggio lungo un’ora e mezza. I registi avrebbero forse dovuto fare una scelta più netta, magari più coraggiosa, e prediligere l’uno o l’altro — avrei preferito il registro comico, dissacrantemente comico per una faccenda così scottante. Tenendo il piede in due scarpe, questa volta non sono riusciti a realizzare quella fatale combinazione di riso triste che era riuscito loro con “Little Miss Sunshine”.
Tuttavia consiglio il film. Io non sapevo nulla, nulla di nulla, né di Billy Jean King né di Bobby Riggs, né della storica “Battaglia dei Sessi” del 1973. E il cine, come dico sempre, serve anche da manuale di storia, quando certa storia non si studia sui manuali.

E ora Moviers, non mi rimane che

  • ricordarvi che Lez Muvi riprenderà dopo la Florida, a metà gennaio — niente 911 o Farnesina, quindi, se non mi sentite
  • spedirvi nel Frunyc II
  • augurarvi merry Christmas, da parte mia e di New York City, che guarda a voi con infinita curiosità, e vorrebbe tanto stringervi fra le sue braccia di acciaio e vetro, e non lasciarvi più
  • augurarvi buon inzio 2018. Possa essere l’anno in cui realizzerete un vostro sogno o ne aggiungete uno nuovo alla lista — one dream more boosts energy for sure
  • rinviarvi a questa piccola poesia natalizia che mi hanno chiesto di scrivere per Italian.Poetry.org 🙂

E ringraziarvi: Let’s Movie ha compiuto otto anni. E siete ancora lì!
E mandarvi tanti saluti, stasera, floridamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

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