LET’S MOVIE 353 FROM NYC – commenta “TRE MANIFESTI A EBBING, MISSOURI”

LET’S MOVIE 353 FROM NYC – commenta “TRE MANIFESTI A EBBING, MISSOURI”

Physical Physical Fellows

I wanna get physical, physical… Ve la ricordate la hit degli anni ’80? Olivia Newton John — mai avrei pensato fosse lei — che cantava in fuseux viola dentro un’improbabile disco-palestra? Ecco, questa è la prima canzone che ho sentito uscire da un pub, su Washington Avenue, Miami Beach, la sera che sono arrivata.  E ho pensato che fosse la canzone giusta. E non tanto perché a Miami sono tutti coi muscoli di Popeye di fuori, ma perché c’è comunque un certo culto del corpo, una certa californication nel modus vivendi: shorts, pants, cappellino, centrifughe multivitaminiche to-go. Eppure Miami Beach NON è Los Angeles, e South Beach nello specifico NON è Venice Beach. Sarebbe come paragonare Portofino a Ostia (con tutto il rispetto) — dove Los Angeles è Ostia.
Qualche newyorkese mi aveva messo in guardia, dicendomi che avrei trovato Miami “wacky and tacky”, stramba e cafona. Nulla di più falso — rintraccerò quei newyorkesi e li smentirò uno per uno all’ombra di un qualche grattacielo, in un mezzogiorno di fuoco. C’è da dire che io stavo su Ocean Drive, che, per mantenere il paragone con Portofino, è un po’ la Piazzetta del posto. E’ il viale principale, che dà direttamente sull’Oceano — ma no, Board, dici davvero? — ed è il cosiddetto quartiere Art Deco. Una fila di edifici dai colori pastellati che ricordano le architettture dell’Art Deco europeo, ma con delle interferenze tropicali, che forse derivano proprio dalla specificità del posto. Insomma, prendete uno stile sviluppatosi in Europa intorno al 1920, e aggiungetegli quello che una terra florida di nome e agrume di fatto poteva offrire. Il risultato è un’architettura dall’impianto europeo ma dai fronzoli presi in prestito da questa terra riglogliosa che è la Florida — fenicotteri, palme, i colori Hello Kitty ante-litteram come il rosa, il giallo, il turchese, il celeste, il lilla, il verde menta, i motivi nautici, le facciate asimmetriche, gli inserti in vetro, le finestre a oblò, bordi e angoli bombati, neon stilizzati, neon corsivi, neon in tutte le forme… Siamo molto borderline con il kitsch, lo confesso: un milligrammo di verde menta in più, di rosa pesca in più, e si potrebbe rischiare la nausesa. Ma questo, fidatevi, non succede. Si rimane meravigliosamente sul filo, e si gode di questa strana commistione, respirando un’atmosfera di anni dorati, le frange degli abiti delle flapper a balzellare a ritmo di bebop, i panama in testa agli uomini, le Caddillac bicolore parcheggiate a pochi passi, lustre e golose. E per una volta, mi sono vista uomo! Un abito di lino, un sigaro pronto in tasca, una camminata verso un whisky d’annata e una serata su un portico, mentre l’oceano, là davanti, ti porta donne incredibili…

I nomi degli hotel in fila lungo Ocean Drive rinviano esattamente a quel passato. Lo Starlite, il Cavalier, Il Barbizon, il Carlyle, il Crescent, Il Colony fanno pensare non solo a quegli anni mitici, tra speakeasy e jazz, ma anche agli anni ’80, in cui Miami e Vice facevano coppia fissa come i detective Don Johnson e Philip Michael Thomas, in un tripudio fluò, spalline assassine, manate di gel sui capelli e vite mai così pericolosamente alte sopra l’ombelico.
Ma devo ammettere che il mio primo contatto cinematografico con Miami Beach avvenne grazie a un film che ricordo con tenerezza, “Piume di struzzo”, featuring una coppia tanto improbabile quanto riuscita: Robin Williams e Jene Hackman. Il film è ambientato proprio su Ocean Drive, in un trionfo di gaytudine, musical, boa rosa e camice fiorate.

E quanto al rosa, fatemi dire. O ci fate pace, oppure siete spacciati: direi che è il colore del posto: dagli scontrini fiscali, a certe palme finte fuori il Museo del Gelato (!), alle tubature lungo case più o meno catapecchie. Tanto è rosa. Non tutto, ma tanto. Quindi se non lo sopportate, Miami Beach non fa per voi, anche perché si sbizzarrisce in tutto lo sfumabile possibile, dal cipria, al polvere, dal fucsia al lilla, dal lavanda all’amaranto, dal corallo all’aragosta, dal pervinca al viola Elisabetta II — se vi chiedete perché “Viola Elisabetta II” forse v’è sfuggita la sua mise natalizia…
Potrei continuare all’inifinito, ma ho pietà di voi.

Pink a parte, c’è un senso di ariosità e pulizia generale che credo derivi molto dal mio raffronto con la giungla New York City. Nel paradiso Miami Beach tutto sa di lindo, ordinato, al profumo di cup-cake appena sfornati: bianco-azzurro-verde fanno il tricolore della città. NYC, lo sapete, è l’apocalisse. La bolgia, l’umanità colta nel suo farsi, nel sudore che cola, nello sforzo e nel puzzo. Miami Beach è l’umanità che tira il fiato. Che si prende cura del proprio coté physical, physical. Questo essere spensierata, nel senso proprio di “priva di pensieri”, si sente tutto. Le palme svettano filiformi, il mare è un’orchestra che suona il turchese, uno strumento musicale più che un colore. I prati sono tappeti e le sequoie, esseri animati al cui cospetto sentirsi gnomi.

Per quanto riguarda la mia residenza, poi, cosa dirvi? Il Betsy non è solo un hotel super classy. E’ un luogo storico. Sia per l’architettura — ha una sezione “coloniale”, e una sezione “art deco” — sia per il ruolo di catalizzatore culturale che, mi si dice, svolge da sempre. I corridoi non sono tappezzati di nature morte o di stolidi paesaggi provenzali. Sono un inno al rock mondiale, con foto — originali! Primi piani di Mick Jagger, i Beatles, i Rolling Stones. E tu non t’immagineresti che un hotel sprofondato tra aria coloniale e natura art deco, srotoli metri e metri di corridoi intestini rockettari. Nel basement, tra le altre cose, una mostra di Val Kilmer. Sì, lui, Iceman, Jim Morrison, o come volete chiamarlo. Da quando ha scoperto di essere malato — sigh — si è dato all’arte, e il Betsy ospita le sue creazioni.
Un’ultima cosa. L’idea d’istituire la “Writer’s Room”, una stanza che gli scrittori si tramandano, come un libro o una storia, dovrebbe essere scopiazzata anche in Italia. Perché mamma PAT non pensa a mettere a disposizione un piccolo appartamentino dei tanti in suo possesso, a un artista? E’ così che si coltiva una comunità artistica internazionale.
Sulla scrivania della Writer’s Room del Betsy c’è un diario. Ogni scrittore dei più di 500 che sono passati al Betsy, ha lasciato un suo segno. E’ come ideare una genealogia creativa, puramente elettiva. Ma perché l’Italia non ci pensa??

Nota stonata numero uno.
L’ultimo giorno lo shuttle per l’aeroporto mi carica a bordo in perfetto orario e, nel più classico dei chitchatting, l’autista mi svela ciò che non sono bastati sei giorni a farmi scoprire, io che mi sento una Livingston sottratta alle esplorazioni.
“So you’ve been staying at the Betsy…”
“Yep”
“I figure you have been there”, mi chiede, accennando a una portone di legno e a una piccolo folla di persone assiepate davanti. Ha appena scoperto che no, non sono americana. Sono italiana.
“No, I’ve not, what’s that?”, chiedo io. Siamo fermi in coda, quindi ho tempo di rendermi conto che quella casa ha l’aria molto familiare. Come se l’avessi vista tantissime volte. Ma questa, cavolo, è la mia prima volta a Miami Beach…
“It’s the sylist’s house. VersacI’s!”
“You must be kidding me”, faccio io, sentendomi una cretina.
Scoppia a ridere.
Impiego non più di due secondi a maledirmi. Se prendete sei giorni a quattro passi dalla casa di Gianni Versace senza saperlo e moltiplicate il tutto, quanta idiozia fa???
“Can I get off and take a picture?”, chiedo, approfittando dell’imbottigliamento, sperando, invano, di rimediare a questa perdita. E da vicino la riconosco. Riconosco il portone in legno con la parte finale a forma di ogiva, così iberica, così medievale. E poi i gradini. E’ lì che Gianni è stato freddato, il 15 luglio del 1997.
Scoprirò poi che la casa si chiama Casuarina.
Non so se l’avrei mai riconosciuta. In tv sembra più maestosa, più grande. Dal vivo, ha l’aria di una villetta piccola piccola.
Scusami Gianni.

Nota stonata numero due.
Il ritorno a -8 gradi dopo che il tuo corpo ha impiegato dieci secondi a riambientarsi al caldo, al salso, al piscinato sul rooftop, con quell’acqua riscaldata lì, e la brezza marina al posto delle zaffate artiche della cara meschina NYC. C’è da dire che Miami Beach mi ha salvato dalla bomba polare che quest’inverno spitfire ha lasciato cadere sulla costa orientale degli USA. E mentre in Massachussets le temperature picchiavano contro i meno 28 e a NYC il fiume Hudson ghiacciava, io pendevo dalle labbra morbide e tiepide di mamma Miami. Poi naturalmente sono stata punita una volta rientrata da papà New York. Perché se fate passare un corpo per 10 giorni con una temperatura di -8 a una settimana con una temperatura a +24, e poi lo riemmergete fra i pinguini del -8, quel corpo non riconoscerà più alcun dio all’infuori dello shock termico, e svilupperà un’influenza da bisonti. Bisonti, sì. Perché dopo tutto è nelle praterie di questo paese che loro, i bisonti, brucavano l’erba dei nativi, e la mia influenza è stata un omaggio alla loro estinzione. Come vedete è nell’alluccinazione che si è conclusa l’avventura fuoriporta.

Di film, in questo Christmas break, se ne sono guardati tanti. Ma l’ultimo che mi è rimasto nella testa è “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”, visto in un Lowe due isolati sopra Union Square. Film in cui è scritta tutta l’America che sta arrancando — dietro a un Presidente che la sta affondando. Quei tre manifesti fuori Ebbing, middle-of-nowhere Missouri, prima vuoti e poi pieni del dolore e della vendetta di una madre ferita, sono i sogni infranti di un paese che sembra girare a vuoto.
Presentato a Venezia dove ha vinto il premio per la migliore sceneggiatura e vincitore, la settimana scorsa, di quattro Golden globe, “Tre manifesti a Ebbing, Missouri esce fuori dalla testa del regista londinese Martin McDonagh — ve lo ricordate “In Bruges”? Ecco, era suo.
La figlia adolescente di Mildred viene stuprata e uccisa. La polizia del posto, invece di sbattersi a cercare il colpevole, si rigira un po’ i pollici e si diverte a giocare sul filo di lana tra razzismo e political correctness. Mildred allora cosa fa? Affita i tre tabelloni sfitti all’ingresso della città e su di essi incolpa pubblicamente lo sceriffo della città, Willoughby. Caso vuole che Willoughby sia malato di cancro, e stia vivendo gli ultimi giorni della sua vita. Sam, un altro poliziotto che all’inizio detestiamo, poi compatiamo e alla fine comprendiamo, sarà in qualche modo protagonista della vendetta di Mildred, e alla fine, suo compagno di strada… Decido di non dirvi troppo perché ci sono dei colpi di scena ben architettati che sarebbe un vero peccato rovinarvi.

E’ un film estramamente brutale nella sua essenzialità. Il dolore quado è intenso brucia tutti i fronzoli, gli orpelli prefici, fa tabula rasa. Come Mildred. Un carroarmato che prende a botte gli adolescenti compagni del figlio, dà fuoco alla centrale della polizia e trapana un dito al dentista — scena molto “Fargo”, molto Coen. E lei, Mildred, altri non è che Frances McDormand, moglie di Joel Cohen e straordinaria interprete di tanti dei film by the Bros — e by the way, se quest’anno non le arriva l’Oscar come miglior attrice protagonista, facciamo un quarant’otto.
Mildred cerca di venire a patti con il suo lutto, ma per farlo deve trovare un colpevole. Visto che la polizia, al cazzeggio con le caz*ate — a suo dire — non è stata in grado di trovarlo, allora lo trova lei, momentaneamente, nello sceriffo. Quando lo sceriffo viene a mancare, Mildred dovrà fare i conti con la sua perdita, e anche Sam, il poliziotto scemo, simbolo di un’America rozza e ignorante, che tuttavia, se destinataria di un discorso semi-serio e accorato — splendida la lettera di Willoghby a lui indirizzata — può anche capire, e forse, rinsavire.

“Tre manifesti a Ebbing, Missouri” è un felice modo cinematografico per far capire quanti sia difficile — impossibile — giudicare gli altri. I personaggi in scena sono tutti persone, e come tali, multisfaccettati, complessi, difficili da circoscrivere dentro i facili contorni degli stereotipi. Il film sa anche irrimediabilmente di western. Un po’ per la location — il middle-of-nowhere fa sempre molto John Wyne — un po’ per il personaggio di Mildred, che sembra uno di quei cowboy fatalmente destinati al tribolare, in forma di rodìo interiore, oppure di deserti da percorrere, steppe innevate sotto cui non soccombere. Mildred è così, un cowboy che non ha più nulla da perdere, e che si aggrappa disperatamente all’idea per cui, catturando il colpevole della morte della figlia, il cerchio potrà in qualche modo chiudersi.
Quindi prendiamo e portiamo a casa un film pesante, ruvido, ma anche amaramente comico, a tratti, proprio come la vita, che nel momento in cui fa di tutto per spingerti a lasciarla, se ne esce con una buccia di banana sotto un piede di Buster Keaton, o, come nel film, un nano che t’invita a cena.
Spero non l’abbiate perso, in Italia…

E anche per stasera è tutto, Moviers. Chissà se un po’ vi sono mancata. Chissà se tutto questo regge ancora, oppure sono io che mi ostino, come il cowboy Mildred…
Anyway, consiglio di dare un’occhiata nel Frunyc II, se volete vedere un po’ com’è questa Miami Beach…. 😉 Consiglio anche di leggervi un articoletto su un bel libro di critica letteraria che mi è capitato di leggere… 😉
E poi grazie, e poi saluti, fisicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...

Leave a Reply