LET’S MOVIE da NYC – commenta “A CIAMBRA” di JONAS CARPIGNANO

LET’S MOVIE da NYC – commenta “A CIAMBRA” di JONAS CARPIGNANO

Mitrasferisco Moviers

no no, tranquilli, non ritorno a Trentoville (!), né punto a Miami Beach — per quanto sapere di averla a 2 ore e 50 minuti di aereo è un pensiero molto ghiotto con cui solleticarsi l’immaginazione. Mi trasloco, ovvero, trasloco me medesima e tutti i miei effetti/affetti personali, sapete dove? Nel quartiere a cui guardo con la bocca bavosa e lo sguardo sognante si da quando abito a New York City.
C’è da dire che questo mi capita con parecchie zone di questa città. E mi piace l’idea di trasferirmi, prima o poi, in tutti questi quartieri e di viverli da inquilina, non solo da soggetto ambulante che li attraversa in lungo e in largo. La classifica di questi quartieri include, in testa, la santa trinità delle mete abitative newyorkesi. Inarrviabili, e non geograficamente. Finanziariamente. SoHo, Chelsea, Greenwich Village. Belli e impossibili più di qualsiasi macho con gli occhi neri e al sapor mediorientale. La santa trinità la lasciamo, per il momento, a popolare il regno dei cieli immobiliari… Seguono a ruota il l’East Village, quartiere storico in cui tutti gli artisti/aristoidi, intellettuali, veri/presunti/mancati, dimorano e operano sin dagli anni ‘60. Anche se credo che il vero Est Village, che sconfina nell’altrettanto storico Lower East Side (LES) non esista più. Chi l’ha vissuto ne racconta in termini mitici. Quando c’erano la Factory di Andy Warhol — Decker Building, al 33 di Union Square West — e Allen Ginsberg, che bazzicava Washington Square Park decantado le sue poesie e tutti i locali che ancora esistono, il Caffè Wha?, la Minetta Tavern, il Caffè Reggio. E poi Madonna, Basquiat, Keith Haring, Kerouac, Bob Dylan, William S. Burroughs, Jackson Pollock, Tennessee Williams — devo continuare?? — bazzicavano tutti il Village. Ve l’immaginate come doveva essere? Quindi capirete che vivere lì, anche solo per tributo storico, è quasi un obbligo per chiunque abbia un briciolo d’arte nel cuore. Anche lui però come la santa trinità, è abbastanza off-limits. Se una volta gli affitti dei suoi loft post-industriali raggiungevano le poche centinaia di dollari, oggi sono schizzati a cifre stratosferiche. Persino i divi non si possono più permettere Manhattan e da qualche anno preferiscono Brooklyn, anche la Brooklyn profonda di Park Slope e dintorni, complice il maggior spazio a disposizione e la privacy — tra queste Anne Hathaway, Michelle Williams, Sarah Jessica Parker, Paul Giamatti e John Turturro.

Un altro quartiere in cui spero di poter piantare le tende, un giorno, è DUMBO, Down Under the Manhattan Bridge Overpass, quel pugno di strade ai piedi del Manhattan Bridge dalla parte di Brooklyn e affaccio sull’East River. Lì tutto sa di Sergio Leone e Martin Scorsese. Abitarvi è quasi impossibile, come abitare a SoHo, ma si spera sempre, you know.

Ma veniamo a quello che, dal 2/3 febbraio, sarà il mio nuovo quartiere. UWS. Upper West Side. Altezza 111esima e Broadway, quindi sostanzialmente rimango fedele alla parte West, e alla Broadway, googlatelo pure, 545 West 111th Street :-). Ma scendo a sud di 39 strade. Questo vuol dire che sarò a quattro isolati — QUATTRO — dal mio amor di Central Park, a un isolato dall’altro parco, quello sull’Hudson, il Riverside Park — con la mia amata ciclabile — e a un isolato dal Morningside Park — una fetta di limone di parco accanto alla Columbia University. Lei, la Columbia, è a cinque isolati 🙂

L’Upper West Side è un quartiere tranquillo e vivissimo con tanti locali, tante elegantissime brownstones, tanti elegantissimi palazzi Pre-World War I. Quelli con la tenda a cupola fuori, e il portiere dentro, in livrea. Non so come, ma è in uno di quelli che mi trasferisco. O meglio, so come. Craigslist. Craigslist è la piattaforma per annunci in cui trovate di tutto. Ma proprio tutto tutto. Dal bracciolo sinistro del divano IKEA tal dei tali, al loft in cui si celebra il poliamore (!). Tutte le case statunitensi che ho avuto in vita mia, le ho trovate su Craigslist, facendo slalom fra annunci farlocchi —i cosidetti “scam”— e gli annunci spassosissimi (“condivido monolocale con doccia in cucina a giorni alterni”).
I punti a favore dell’appartamento sono tanti. Ma due sono quelli che io definisco “killer” e che mi hanno steso appena lessi l’annuncio, in Florida. Stanza con bagno e “garden on rooftop”.
Ora voi dovete uscire dal vostro mindset immobiliare italiano in cui si dà per scontato quello che scontato, a NYC, cari Moviers, non è. Condividere un appartemanto con qualcuno e avere un bagno ciascuno è considerata una grazia di categoria “San Gennaro”. Altri doni divini che noi italiani ignoriamo, sono lavatrice e l’asciugatrice nell’appartamento. Ecco, finalmente non dovrò più scendere in nessun basement, con quelle luci al neon che prima o poi illumineranno qualche omicidio.
Nel nuovo appartamento, lavatrice e asciugatrice in cucina. E poi soggiorno pieno di luce, così come la mia camera, che ha una panca sotto la finestra, da cui si vede una di quelle cisterne dell’acqua che fanno di New York City, la città delle cisterne sui tetti. Lei sarà il mio nuovo faro — stay tuned for the pics, next week. 😉
In tutto questo, pagherò la metà dell’affitto che pago ora. Pagherò meno dell’affitto che pagavo a Trentoville. E questo perché è uno dei famosi e concupitissimi “rent-stabilized”, gli appartamenti a cui la città di New York ha pensato bene di congelare l’affitto, che altrimenti schizzerebbe a cifre assurde. L’Upper West Side è un’area molto ambita, e per questo molto molto MOLTO cara.
Il mio nuovo housemate è un agente letterario in pensione che naviga, va all’opera, viaggia tre mesi all’anno — questo significa casa libera tre mesi all’anno… — e che, in sostanza, si gode la vita.
Ovviamente il punto di forza sta tutto nel punto più in alto. Il rooftop. Arredato con sedie, sdraio, BBQ — in caso abbiate voglia di una grigliata. A me ovviamente interessano le sdraio — io ho sempre voglia di tintarella. 🙂 Specie se a vista Empire State Building, Chrysler Building e scorci di Hudson…
Ora lo so che mi odiate… Ma non fatelo! Ho passato molto tempo, nelle notti insonni newyorkesi, a cercare — e questo mi fa capire che l’insonnia, più che un punto storto da raddrizzare, sia una strada spianata verso il poter fare. Quindi prima o poi il premio doveva arrivare. E no, non avevo urgenza di cambiare. Casa mia ad Harlem mi piace. E il quartiere in sé, lo sapete, occupa una parte importantissima dentro di me. Sugar Hill mi ha adottato. Mi ha dato una raccolta di poesie. E’ la collina di zucchero su cui ho mosso i primi passi newyorkesi. Non scorderò mai la sua dolcezza. Il suo retrogusto amaro, anche — “Bitter Bites from Sugar Hills” viene da lì.
Ma vedete, a NYC ci si muove perché tutto si muove attorno è te, e perché vuoi migliorarti. E’ come essere parte di un sistema solare in cui l’immobilità non è data. Allora si passano le notti a fare mille cose, e in mezzo a quelle, cercare un nuovo spazio, perché lo spazio è il petrolio di questa città. Si cerca, si trova, si parte e si comincia una fase nuova. L’idea di comprare casa e rimanere per sempre in quella casa — “per sempre”, sentite il peso specifico presuntuoso, e illusorio, di queste parole? — l’idea di possedere “il mattone”, mi rimaneva incomprensibile anche quando ero in Italia. Mi sembra un po’ contronatura, o per lo meno prima dei 60 anni. Qui ancora di più.

Come dicevo, non è piovuta dal cielo, la nuova sistemazione. Ho visitato qualcosa come una decina di stanze. Venendo a contatto con individui tra la commedia dell’arte, la bipolarità e la depressione livello crack del ‘29.
Martzia, afroamericana sovrappeso che si vede tornare a casa il figlio divorziato, lo mette a dormire su una brandina nella sua camera da letto, e affitta quella che un tempo fu la di lui stanza. Siamo sulla 97esima e Columbus Avenue, un isolato da Central Park.
“Hai accesso al bagno, certo” — moltoumana Martzia — “Ma alla cucina no…. Certo ti procuro un mini-frigo e un micro-onde da tenere in stanza… Mica posso lasciarti morire di fame, giusto?”, aggiunge, con una risata che ha del malefico.
“Ma veramente io sono una muschi&licheni, al massimo bollo — bollisco?? — delle verdure…”
“Ah ecco perché sei così magra! Io sono a dieta, ma non ce la faccio sai… Non riesco a fare a meno dei dolci…”.
E lì io comincio tutto uno spiegone sull’importanza del movimento e l’aberrazione dei cibi spazzatura.
E concludo con un “Go for it, Martzia, you can do it!”. E lei mi guarda con quegli occhi mammiferi e spenna-coinquilino che non mi avranno mai.

Poi c’è stato David, israeliano, che fece fortuna in Florida, per poi perdere tutto e tornare a NYC, amareggiato come il Lucano. Anche in questo caso, sono stata attirata dalla location: 83esima strada e Broadway. Mi presento. Dopo avermi detto cinque volte che non vuole un’inquilina che si porti uomini in camera, e dopo averlo rassicurato dieci volte che non c’è pericolo, mi mostra un tugurio buio e lugubre in cui probabilmente sono morte delle persone. Ammazzate dal buio, s’intende: emorraggia fatale di vitamina D per mancanza di sole.
Mi racconta del suo falliemento, e di come detesti NYC.
Io guardo l’orologio che non ho e cerco di andarmene. Non tanto per il tugurio. Quanto per l’amarezza. Non voglio trasformarmi anch’io in un Lucano.

Poi è toccata a Uttara, ragazza indiana adorabile, con un bilocale pulito e luminoso sull’84esima, dietro Central Park. Con il terrazzino e la scala antincendio — che, capirete, fanno la cinematografia di NYC. Tanto adorabile, Uttara, quanto picchiatella.
Pratica newyorkese è quella di trasformare il salotto di un bilocale in una camera per un secondo inquilino, per dividere l’affitto — quello che si dice un “converted”. Solo che un salotto non è esattamente una camera… Quindi i newyorkesi, che lo sanno, s’industriano con paraventi, pareti mobili, e delle idiozie simili per creare della privacy laddove la privacy non è possibile. Lei, inamorata dell’Italia, era così entusiasta all’idea di averne una portatrice sana sotto il tetto, da essere tutt’un “we can do this, and you can put the bed here, and the desk there, and we will be all fine!”, tanto che poco poco mi convinceva. Poi, dopo l’estasi iniziale di pensarmi Audrey Hepburn sulla scala antincendio a intonare “Moon River”, ho realizzato che uno può certo rinunciare a tanto, ma non a tutto, soprattutto, non alle pareti. Alle pareti, Uttara, no!
Dopo essere rinsavita, mi sono liquidata nel nulla newyorkese.

E poi lui, lo psicopatico travestito da documentarista. Anche qui, mi innamoro della location. UWS, 79esima strada. Il che vuol dire 5 isolati dal Lincoln Centre, che è un po’ la mia terza casa — la seconda è il MoMA. Michael è sui 45, alto, magro, capello disgustoso raccolto in una coda bassa. Occhialetti con bordo di alluminio da pazzo intellettualoide. La casa puzza di fumo, d’incolto e di anni di ramazza mancata, di olio di gomito risparmiato e aria fresca bandita.
La camera sarebbe anche passabile, in sé. Ha anche lo sbocco su un piccolo terrazzo — a NYC una rarità tanto quanto la lavatrice in casa. Ma davanti alla porta finestra c’è uno strato di Domopack.
“La finestra non è isolata e il vetro è troppo sottile. La mia ultima coinquilina si lamentava degli spifferi…”, e così hai spacciato il Domopack per l’ultimo degli isolanti, ebbravo Michael, il delinquente dal braccino corto aggiungo io, rigorosamente fra me e me.
Apre un armadio di quella che dovrebbe essere la MIA stanza e mi mostra circa una spanna e mezza di spazio fra i SUOI vestiti. Io soffoco una risata circense.
Lì dovrebbero stare le mie sei valigie di vestiti. Scarpe escluse.
Ora capite la risata circense.
Su una parete del salotto in cui lui avrebbe dormito — sfruttando l’idea insana di Uttara e la filosofia “converted”— campeggia, a mo’ di quadro, un’uniforme da cameriera anni ’50.
“Mi serviva per un documentario… Poi mi piaceva e non sono più riuscito a disfarmene… Credo stia bene lì, non trovi?”
Un’uniforme da cameriera anni ’50 appesa al muro del salotto non è esattamente un Van Gogh.
Il cucinino e il bagno conservano talmente tanti strati di sporco che credo Michael stia prendendo parte a un esperimento archeologico in cui si monitora la stratificazione del sudicio nel corso dei decenni.
Farà delle scoperte sensazionali, ne sono certa. Ma io non presenzierò.
Quindi capite, Fellows, trovar casa non è semplicissimo. Ma ti permette di entrare in contatto con tutta la strana umanità che popola questa città. Chissà se qualche università ha mai pensato a un corso di antropologia immobiliare nello Stato di New York.

Ma veniamo a quello per cui dovrei scrivervi… Questa settimana sono stata al Lincoln Cinema Plaza — prima che lo chiudano, sigh — a vedere “A Ciambra”, dell’italo-americano Jonas Carpignano.
Presentato a Cannes alla Semaine de la Critique nel 2015 — nel 2015! — “A Ciambra” racconta della comunità rom di Gioia Tauro, in Calabria, e lo fa attraverso la vita di uno di loro, il quattordicenne Pio. Dopo che il fratello maggiore e il padre finiscono in galera, Pio incomincia a provvedere alla numerosissima famiglia. Per farlo, conosce un solo modo: rubare. Sale sui treni e scende alla fermata successiva con i bagagli dei passeggeri — l’incubo avverato di ogni viaggiatore. A piazzare poi gli oggetti rimediati gli dà una mano Ayiva, immigrato del Burkina Faso con il quale costruisce un rapporto d’amicizia, e che gli permette di entrare anche nella comunità africana, che occupa una parte di Ciambra.
Ma a un certo punto Pio si trova davanti al dilemma della coscienza. Tradire o non tradire l’amico per fare il bene suo e della famiglia? Amicizia nel giusto o famiglia nell’errore?

“A Ciambra” è un racconto di formazione che non fa sconti a nessuno, soprattutto al protagonista che subisce il processo della crescita e accoglie, quasi fatalisticamente, quello che esso comporta: il silenzio anche quando bisognerebbe gridare — denunciare, sarebbe il verbo. Fermare un ladro che ruba al tuo migliore amico, anche se quel ladro è tuo fratello. Ma ci sono gesti giusti che non si fanno, denunce che rimangono taciute, perché la famiglia è pur sempre la famiglia, ed è più forte di tutto, anche nella comunità rom, non solo a Corleone.
“A Ciambra” cammina su un filo di lana: quello tra il documentario e il film di finzione. Gli attori sono tutti non professionisti in pieno stile neorealista, ma il film non è un documentario. E’ fiction, c’è un copione: un esempio riuscito di cinéma vérité che ricorda da vicino quello dei fratelli Dardenne. Oppure dei Taviani di “Cesare non deve morire”.
Facciamo fatica a capire Pio. Parla una lingua meticcia fra italiano, dialetto calabrese e rom che mescola tutte queste derivazioni in un pastiche molto contemporaneo. L’empatia, però, ci permette di capire i gesti che compie. I furti, gli espedienti che trova per mandare avanti la famiglia mentre il pater familias è in galera. Pio attraversa quella terra di mezzo che è l’adolescenza —in cui non sei più bambino ma non sei nemmeno un uomo — vivendo in una terrra di mezzo tra Italia e non-Italia, un luogo in cui le regole sono scritte a voce dal clan, dalla tradizione. E’ un film difficile, con un finale da romanzo verghiano, reso cinematograficamente in maniera molto efficace. Un bivio, l’infanzia da una parte, l’età adulta dall’altra, Pio in mezzo. Incedere verso l’età adulta sarà quasi scontato. E il peso di questa scelta obbligata, la nostalgia che sappiamo comporta, rimanda a quella che tutti noi abbiamo provato, lasciando andare l’infanzia per buttarci nel mondo dei grandi, dove tutto è più fosco, più complesso, più faticoso.

Per due ore siamo sprofondati nello squallore di questi condomini abbandonati e occupati illegalmente, siamo tra indumenti dozzinali e frusti, grida, polvere e sporcizia. Carpignano non censura la macchina da presa, e sa regalarci una fotografia splendida, pur nel degrado. Guarda tutto, registra tutto, ripropone tutto.
Non ci meravigliamo che il film non sia entrato nella rosa dei candidati ultimi per miglior film straniero ai prossimi Oscar. E’ un film troppo spiccatamente non americano per farcela. Con tempi allungati — direi troppo — con una lingua che rende la comprensione assai difficoltosa, persino l’italiano.
Eppure c’è un certo lato visionario, che si manifesta attraverso la figura di un cavallo, simbolo di una libertà che Pio sogna, e che si allontana da lui, man mano che il film procede. Che la sua vita procede.
Se volete un film che catturi uno spaccato sociologico dell’Italia contemporanea, “A Ciambra” è il film che fa per voi. Ma non vi aspettate di uscire dal cinema con il cuor leggero.

E anche per oggi è tutto, Fellows.
Siamo arrivati a esaurire lo spazio del Frunyc II — a cui ho aggiunto alcuni commenti, nelle ultime foto — quindi inauguriamo solennemente il Frunyc III. E per i nostagici, il Frunyc I… 🙂

I miei ringraziamenti sono qui fra le mie mani, e i mie saluti, quelli, sono locatariamente cinematografici.

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