Posts made in febbraio, 2018

LET’S MOVIE 358 da NYC – commenta “LOVELESS” di Andrey Zvyagintsev

LET’S MOVIE 358 da NYC – commenta “LOVELESS” di Andrey Zvyagintsev

Members-only Moviers,

Come tutto quello che di cinematografico NYC offre al nostro immaginario, anche questo doveva succedere prima o poi. Il mio passaggio per la porta di uno di quei club newyorkesi il cui accesso è strettamente riservato ai soli membri, oppure ai guest dei membri. Quante volte, guardando i film o anche solo le telenovela del passato — “Sentiri”, “Dallas”, “Dinasty” — sentivi parlare di “Country Club” o di “Golf Society”. Ecco, queste realtà elitiste, snobbiste, e demodé assai, esistono e, a quanto capisco, godono di ottima salute.
L’associazione in questione è la Down Town Association (DTA). Si trova al 60 di Pine Street, e Pine Street si trova nel FiDi — Financial District, per i parchi di consonanti. La DTA è a due passi dall’11 di Wall Street, la sede dello Stock Exchange, e venne istituita nel 1859. Ora voi capirete che per un americano “1859” suona un po’ come il triassico per noi europei, ma lasciamoli pure a sguazzare, con tutta la loro tenerezza, nel loro brodo primordiale.
Si pregiano molto, questi della DTA, anche di essere il primo club aperto a Lower Manhattan, e il quinto più vecchio di NYC. Non vi dico poi la coda di pavone che sfoggiano quando tirano fuori il pezzo da 90: il Presidente Roosevelt era un DTA Member.
Faccio tanto la sciocca ma in realtà c’è poco da scioccare. Mi spiegano che il motivo originale per cui l’Associazione fu fondata era tutt’altro che posh. Il posto aprì per rispondere a un bisogno. Gli impiegati della Borsa — che gli americani differenziano dalla sottoscritta chiamandola “Big Board” 🙂 — avevano bisogno di un locale per la pausa pranzo. Un posto vicino, che non richiedesse carrozze, tram o lunghi tragitti a piedi e che permettesse loro di rientrare in fretta al lavoro. Se guardate in Googlemaps, oppure se vi trovate nel FiDi e calcolate il percorso, 3 minuti di passi separano la DTA dallo Stock Exchange. Un isolato e mezzo. Problema pranzo risolto!
Poi chissà, a un certo punto anche a Frank Delano sarà cominciato a garbare il posto, e anche agli amici di Frank Delano, e agli amici degli amici. Il passaparola, non l’ha inventato Zuckerberg, faremo bene a ricordarlo sempre.

La cosa che mi fa ridere, e mi fa ridere solo perché sono un’europea dalla risata facile e dal passato autenticamente triassico, è il fatto che la DTA abbia mantenuto tutte le “amenities” che offriva nel passato. La sala dei sigari, dove l’ingresso è strettamente riservato agli uomini — cielo, un sigaro nella bocca di una donna, si chiami la Buoncostume! — il barbiere, la sala da lettura, e la sala biliardo. In più hanno aggiunto una trentina di camere da letto, caso mai al member di turno venisse voglia di schiacciare un pisolino. Più una sala fitness e un centro spa. Perché nel 1859, i soci saranno stati anche uomini che non chiedevano mai, ma nel 2018 gli uomini chiedono sempre. Quindi bisogna accontentarli. Quindi, via di architetti, ampliamenti, e membership fees che schizzano alle stelle.

Oltre ad aver allargato la struttura, questi del DTA, hanno anche allargato l’ingresso, concedendo alle donne di varcare il soglio dell’edificio. Non so di preciso a quando risalga questa modifica nello statuto, ma le donne ora sono ammesse ovunque tranne che nella citata stanza dei sigari, e forse non tanto per lo scandalo di un sigaro su una bocca di rosa, quanto per mantenere quell’apartheid fra mondo maschile e mondo femminile, e lasciare nel mondo maschile quei discorsi “da maschi” che non competono al gentil sesso.
Mi chiedo quale sia la policy nei confronti dei gay. Vista l’alta concentrazione presente in città, cosa faranno? Li ammetteranno? Saranno banditi? La stanza dei sigari vietata anche alle loro orecchie? In ogni caso il Mastro Cerimoniere o come diamine si chiama il tizio che mi ha accolto all’ingresso, aveva un fondotinta applicato con talemente tanta cura e un vago accenno di eyeliner da farmi pensare che forse le regole sono cambiate anche per la machissima DTA.

A ogni modo, mi domando anche quali siano i requisiti d’ammissione, visto che so di alcuni club che non ammettono, a oggi, gli ebrei. E ce ne saranno sicuramente anche di quelli che non ammettono i neri. Le donne, l’abbiamo visto, sono sempre a rischio eliminazione. Ce ne saranno anche di quelli che non ammettono certe nazionalità, certe religioni. Arabi, musulmani, magari. Magari anche italiani. “Blacks who cannnot speak English” era il modo — ho scoperto — con cui gli italiani venivano definiti nel primo ‘900. Non dubito quindi che l’ingresso a loro fosse vietato, e magari chissà, è rimasto tale — forse non siamo più così scuri di carnagione e peli-capelli come i siciliani del 1910, ma l’inglese, ahimè, lo parliamo sempre in maniera catastrofica, tocca ammetterlo.
La sala da lettura è quanto più ‘800 New England possiate immaginare. Caminetto, quercia, quercia e ancora quercia. Velluti, tappeti, luci soffuse nel giallo, cervi impagliati alle pareti. Lo stesso vale per la sala da biliardo. Ma lì, d’impagliato, ci sono anche un orso e un leone. Voglio dire, un orso e un leone! Balù e Simba. Così talmente fuori contesto, se pensiamo che la giungla newyorkese è fatta di acciaio, vetro e cemento, che nemmeno un club nato in pieno Rudyard Kipling trova giustificazione. Se poi vi intrufolate nella Main Dining Room al terzo piano potreste sentire lo spettro di Frank Delano e di tutti gli impiegati di banca e Borsa durante la pausa pranzo di un secolo fa aleggiare nell’aria. Le sedie sono le stesse. Le tovaglie, pure, credo.
Ho rubato gisuto un paio di scatti che trovate nel Frunyc III. E intendo proprio nel senso letterale del termine “rubati”. L’uso del cellulare è proibito alla DTA. Chi vuole farne uso deve rintanarsi in una cabina — di quercia naturalmente — che ospita, a ogni piano, un vecchio telefono di bachelite assolutamente non funzionante, che è stato messo lì solo per ricordare che quella cabina è l’unico posto in cui si può accedere al proprio telefono. Se i membri rispettino questa regola, è un mistero che vorrei risolvere prima o poi.
Mi è stato spiegato anche il dress-code. Giacca a cravatta per lui nella sala da pranzo il mercoledì e il giovedì sera. “Business casual” accettato in tutto il resto dell’edificio — business casual vuol dire “tutto purché col colletto”, la polo la si fa passare, ma la camicia è meglio. Assolutamente verboten jeans e scarpe da ginnastica, pena la cacciata dal paradiso alpestre — si tratta pur sempre di Pine Street (!).
Mi piacerebbe tanto sollevare un punto sulle Paciotti o le Todd’s. Lasciamo fuori quel po’ po’ Made-in-Italy perché rientra nella categoria sneakers??
Anche per le donne, niente jeans, infradito e scarpe da ginnastica. Potete anche farvi fare delle infradito personalizzate da Mr Svarowsky in persona, ma sempre infradito sono, e niente, rimanete fuori. E potete anche portare un paio di jeans di Maison Margela da 645 dollari, ma anche quelli pur sempre jeans sono, quindi, rimanete fuori. Niente Maison Margela. Très desolée.
Le donne che ho visto portavano tutte degli outfit apparentemente eleganti, ma di quella eleganza un po’ scialba&sciatta che caratterizza la popolazione americana — ebbene sì, anche a New York City. Quei colori troppo vivi, quelle borse-pochette gioiello che ricordano uova di Fabergé ma partorite da galline cubiste. I gentlemen molto ossequiosi, quel modo d’inchinare il capo e accennare un sorriso ossequioso quando magari mezz’ora prima hanno realizzato una qualche fusione che lascerà a casa migliaia di lavoratori — ossequiosamente, s’intenda. Le donne ti scrutano con quel misto di meraviglia, diffidenza e invidia che si riserva in parti uguali agli oggetti esotici.

Quindi sappiate tutti, Fellows, che questi posti esistono ancora e ancora brillano. Fortunatamente il cielo newyorkese è abbastanza esteso per ospitare molto altro. Una sera alla DTA per motivi esplorativi — e vestiti da gara — va bene, due potrebbero essere decisamente troppo.

Il film della settimana — e speriamo della vittoria nella sezione “Film straniero” ai prossimi Oscar —è “Loveless” del russo russissimo Andrey Zvyagintsev. Si è già aggiudicato il Premio della Giuria all’ultimo Festival di Cannes, quindi l’Oscar sarebbe la ciliegina sulla trojka (!).
Inutile menar il can per l’aia: c’è tutto quello che potete aspettarvi da un film russo. Gelo — morale, emotivo, meteorologico. Sparizione quasi totale dei colori e presenza assoluta del bianco steppa. Irrimediabile desolazione e impossibilità di redenzione per i personaggi. Mettete insieme Karamazov, Potemkin ed Eisenstejn passando per Tarkowski e Sokurov e avrete “Loveless”. Questo non spinga, tuttavia, al fuggi-fuggi. Il film è assolutamente meritevole, grazie proprio alla sua spietatezza, al suo rigore e all’assenza di sconti per ciascuno.
Noi Moviers siamo abituati al cinema coreano di Kim-Ki-Duk. Considerate Zvyagintsev una sorta di fratello a distanza, cresciuto in una dacia con un’inifinita tundra esistenziale tutt’intorno.

“Loveless”, senza amore, è Alexey, un ragazzino di 12 anni, “cresciuto” da una coppia sul punto di divorziare. “Cresciuto” tra virgolette perché i due genitori, Zhenya e Boris, non fanno altro che scannarsi dalla mattina alla sera in attesa solo di vendere l’appartamento, firmare le carte dell’avvocato e cominciare ciascuno la propria nuova vita — Zhenya con un facoltoso belloccio perfetto con un appartamento strepitoso, Boris con Masha, la nuova compagna, che è in procinto di renderlo padre per la seconda volta. Alexey è decisamente di troppo e i due, oltre alle ore di reciproche recriminazioni, stanno pianificando il modo di sbarazzarsi di lui. Colleggio ed Esercito è l’abbinamento che va per la maggiore, soprattutto per la madre. Il padre propone anche “parcheggiamolo-dalla-nonna”, variante che convince poco Zhenya, visto il rapporto pessimo con la madre megera. Immaginate tutto questo in una cucina di un appartamento della periferia di Mosca. Immaginate che nel letto della camera del piccolo Alexey non ci sia nessuno perché lui, Alexey, non è addormentato nel suo letto, ma è sveglissimo dietro la porta del bagno, e sente tutto tutto quello che i due genitori si stanno tirando addosso in termini di insulti. Soprattutto, sente la discussione su come farlo fuori dalle reciproche vite. Il pianto soffocato di Alexey — con quel pugno premuto sulla bocca per non far eruttare il dolore e renderlo udibile soprattutto a se stesso — è quanto di più struggente a cui io abbia assistito nell’ultimo anno cinematografico.
Cosa fa a questo punto un bambino cresciutosi praticamente da solo, non voluto fin prima della nascita — Zhenya, rimasta incinta, voleva abortire, ma per andarsene dalla madre, ha tenuto il bambino come scappatoia — un bambino non amato e fatto sentire un fardello? Un bambino in quello stato scappa di casa.

A questo punto i due genitori sembrano accorgersi di lui, ma solo come scocciatura, come intralcio alle loro singole vite. Man mano che il film evolve, la disperazione dei due sembra aumentare — culminando nella scena all’obitorio in cui devono riconoscere la salma di un bambino. Ma in realtà capiremo che è tutta scena. Quando le ricerche non portano a nulla di fatto e le squadre di volontari si danno per vinte, tutto sembra tornare alla normalità. Una normalità apparente. In una scena dall’alto contenuto tabù, Boris afferra la nuova figlioletta di un paio d’anni che lo infastidisce mentre guarda la tivù. La solleva come si solleva un bambino per farlo volare e giocare, e tu pensi, ma tu guarda, è diventato un padre amorevole, ha imparato la lezione, allora c’è speranza… E invece, il secondo dopo, fram, la scarica giù nel box peggio di un sacco di patate. E tu spettatore rimani annichilito. Primo perché è difficile vedere scene di violenza sui bambini in un film, e poi perché tutte le speranze che avevi riposto in un eventuale ravvedimento vengono spazzate via in un secondo. Lo stesso dicasi per Zhenya. Dopo essersi trasferita nell’appartamento fico del nuovo compagno, sembra che fra i due non ci sia più quella chimica fisica che li vedeva sempre flirtanti e avvinghiati nella prima parte. Come se si fosse materializzato un distacco. E badate, è tutto relegato a una scena. Ma da quell’unica scena si capisce tutto. Lui sul divano a guardare il telegiornale. Lei smanetta con il cellulare e dopo poco si dirige sul balcone, dove c’è un tapis-roulant. Comincia a correre, ma dopo qualche istante si ferma, come se, d’un tratto le piombasse addosso la vacuità di quell’azione — il tapis-roulant è un simbolo perfetto di vacuità, corri corri e rimani sempre on that same fuc*ing point — come se in qualche modo sentisse che qualcosa d’irreparabile è capitato nella sua vita, e nessun appartamento fico, nessun innamorato premuroso potrà mai aggiustarlo. Non arriva fino alla coscienza, alla piena realizzazione di questa intuizione. I personaggi di Zvyagintsev non hanno quella profondità autocritica, sono talmente immersi in loro stessi, nel loro strabordante io di bambinoni 2.0, da non vedersi. Da non vedere il nulla in cui sono sprofondati. Possono aspirare a coglierne degli sprazzi, ma per il resto, continuano a flottare in quello stato d’ignara egocentrata stolidezza che non li porterà da nessuna parte. Non sono baciati da un rinsavimento, da un pentimento: non c’è speranza d’un vero cambiamento. Tutto prosegue incolore, in uno stato di grigia tecnologica asettica routine.

Come avrete capito gli adulti escono massacrati da “Loveless”. Infantili, egoisti, narcisi, preoccupati solo di se stessi e del proprio individuale benessere. Fedifraghi, flirtanti, impazienti, riottosi. I grandi, nel 2kk, sono bambini con accesso a soldi e cellulare. E i bambini? I bambini come Alexey sono destinati al nulla, quello in cui li gettano genitori viziati e viziosi come Zhenya e Boris. Sono lost, perduti, perduti per sempre. In senso letterale — Alexey non sarà ritrovato — e in senso figurato: chi non riceve amore perde l’accesso a diventare un essere umano completo, e si perde, spesso, per strade sbagliate, oppure sviluppa delle valvole che sfogano quella mancanza. Dipendenze di sorta, autolesionismi.
Chi è fortunato, l’arte.

Il film denuncia anche la meschina circolarità che affligge i rapporti, in base alla quale un genitore che da figlio non ha ricevuto amore ed è destinato allo stato di lovelessness, diventa a sua volta un genitore incapace di dare amore, come nel caso di Zhenya. Cresciuta da una madre infernale, diventerà ella stessa una madre infernale, in una implacabile coazione a ripetere — io confido sempre che un anello della catena, magari quello più debole e inaspettato, finisca per spezzare la catena e cominciare da zero.
Quanto alla mise-en-scène, fredda e spietatissima. Il linguaggio di Zvyagintsev si alterna fra piani sequenza e riprese fisse che catturano la china amorale lunga la quale stanno scendendo i protagonisti.
E la scelta di contrappuntare la storia privata della famiglia con quella dello sfacelo vissuto dalla Russia dal punto di vista politico — la Grande Madre che non c’è più — lega il micro al macro, ravvisando nel micro il male endemico presente nel macro. Così da dramma famigliare, “Loveless” si trasforma in un’allegoria in cui leggere, senza troppa fatica, la crisi della Russia contemporanea, a livello geopolitico, statale, morale, umano.
Assolutamente imperdibile. E tutto il tifo diretto a lui durante la notte degli Oscar, il 4 marzo prossimo.

Se vi va di viaggiare un po’ per NYC e scoprire in cosa sono riusciti un gruppo di lazzaroni trentini alla Carnegie Hall, leggetevi questo articolo 😉

E anche stasera abbiamo fatto una certa, quindi come sempre vi ricordo di fare un giro nel Frunyc III aggiornato, vi ringrazio dell’attenzione e vi mando dei saluti, esclusivamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

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LET’S MOVIE 357 da NYC commenta “THE PHANTOM THREAD”, “IL FILO NASCOSTO”, di Paul Thomas Anderson

LET’S MOVIE 357 da NYC commenta “THE PHANTOM THREAD”, “IL FILO NASCOSTO”, di Paul Thomas Anderson

Finezza e Follia Fellows,

è quello, il lavoro di fino, a latitare nel carpentierato newyorkese. Sì, il carpentierato. Quei lavori tipo tinteggiare, sistemare i cartongessi, riparare pavimenti. Qui si va a spanne, vige il pressapochismo. Ho pensato che forse questo è collegato alle proporzioni. Il dettaglio finisce calpestato dal gigante del tutto americano. Anche quello del mio bagno, nella casa nuova.
Ho ultimato il trasloco, e sono ufficialmente una dell’Upper West Side.
Quando dici che sei dell’Upper West Side, la reazione è sempre questa “Wow!”, e occhi sognanti. Quando dicevo che ero di Harlem la reazione erano queste, dall’estremo entusiastico all’estremo scettico:
“Ah Harlem è troppo cool!”
“Adoro Harlmen! Ci vado spesso, è cambiata molto da com’era anche solo due, tre anni fa”
“Ho sentito che è molto migliorata!”
“Mi si dice che sia abbastanza sicura adesso…”
“Ma com’è la sera adesso, si può uscire?”

Io non ho mai avuto alcun problema nella mia cara Harlem. Sono rientrata a qualsiasi ora del giorno e della notte. C’è sempre gente in giro, tutti si fanno gli affari loro. E poi figuratevi se si potrebbe mai far qualcosa a una bianca — praticamente l’unica. Si ritroverebbero con l’esercito a pattugliare il quartiere 24 ore su 24 — questo per dire come sono cambiate le cose dagli anni ’70…
Devo ancora capire bene come fosse “anche solo due o tre anni fa”, ma poco importa. Sempre gli dedicherò caro mi fu quest’Harlem colle.

Quindi sì, ho terminato il trasloco, e mi sto acclimatando alla mia nuova casa, al settimo piano del 545 W 111. Dalla finestra della mia camera, da sdraiata a letto, vedo la cisterna dell’acqua del palazzo di fronte. Sta lì seduta pacifica e silenziosa, un po’ austera, anche. E’ il mio Budda. Un nume che, acquatico, mi sorveglia da vicino.
C’è tanto spazio e tanta luce. Dalla finestra del soggiorno, della cucina e del mio bagno vedo il tetto piatto dell’edificio di fronte — un salto da nulla e sei di là, 007— mattoni rossi e la St John’s Cathedral, la chiesa gotica più grande di NYC. C’è qualcosa di veneziano. Forsa la combinazione guglie e mattoni rossi.

Quella buon anima di Bob, il mio nuovo housemate, mi dice che vuol far ridipingere il mio bagno e se ho preferenze. Il fatto di aver voce in capitolo fa correre l’immaginazione verso abbinamenti, parure di asciugamani antracite da abbinare alle piastrelle grigio perla… Ci troviamo sulla 102esima, al negozio di pittura, per decidere la tinta. Lui parteggia per un “misty rosy”, un rosa da divano della zia Tilde. Capirete che io non voglio nessuna zia Tilde nel mio bagno newyorkese. Schierando un esercito di armi di distrazione di massa, riesco a spuntare un “lily lavander”, una nuance tra lavanda e pervinca. Vittoriosa, penso all’antracite, alla perla, all’armonia del tutto.
In più Bob mi dice che il pittore rifarà anche la stuccatura delle fughe tra le piastrelle.
“La stuccatura delle fughe??”, devo aver capito male, mi dico. Noi in Italia ci sputiamo l’anima per pulire le fughe, ma di rado ridiamo lo stucco. Che lusso, Fruner.

Mario, il pittore, arriva già quando io ho traslocato. E per due giorni il mio bagno diventa il suo cantiere. Mario non ha l’aria da pizzaiolo. Ha, invece, il portabiciclette che gli esce dai jeans quando si piega, e no, non è un bello spettacolo. Quanto alla faccia, latina, sa di delinquenziale. Non mi ha mai rivolto la parola. Nemmeno un grugno. Per lui sono il nulla con della carne intorno, tutto lì. Del resto sono una dell’Upper West Side che vuole le pareti del bagno “lily lavander”… Dell’astio è comprensibile.
Quelle tre quattro volte che l’ho intravisto, ho intravisto le sue scarpe antifortunistiche con una suola anfibia nera nerissima. Le mie piastrelle sono bianche bianchissime, così come la vasca da bagno. Mi sono raccontata la balla che certo, farà attenzione, metterà un telo, qualcosa… E poi certo, pulirà lui “il grosso”…

Venerdì ha finito. E il mio bagno sarà anche lily lavander dalla metà in su, ma dalla metà in giù è un macello di bianco e nero. Le fughe sono effetivamente state rifatte, ma è come se avesse preso un Uniposca bianco e avesse seguito i bordi delle mattonelle…Ma capita a tutti di andare storti ogni tanto, e Mario è uno fra tutti. Non solo il bianco fuori pista, sarà oggetto del mio sabato mattina, ma anche tutte le gocce lily lavander finite sul pavimento — senza uno straccio di telo! Di quel meraviglioso scotch di carta che gli imbianchini italiani usano con quelle manine sante da Buonarroti per dividere due colori di tintura o il colore e le piastrelle, di quello, neanche l’ombra. Così tutto sconfina nel tutto.
E mi ritrovo ieri mattina a dover riesumare il mio bagno dalla morte che l’ha investito. In più Bob se n’è partito per Cuba. Questo vuol dire che sì, ho casa tutta per me per i prossimi 12 giorni. 🙂 Ma vuol dire anche che non posso spiegargli che in Italia, se sei un imbianchino e restituisci una stanza in quelle condizioni, ti attende il 41 bis. Non posso aggiungergli, ebbene sì, Bob, in Italia i mafiosi rimangono impuniti, ma i carpentieri che sgarrano no.
Visto che non potevo prendermela con nessuno, mi sono armata di ogn strumento che potesse rimuovere stucco, pittura e gomma degli scarponi antinfortunistici modello Goodyear di Mario.
Frugo nel bagno di Bob — e voi non glielo direte, vero? — e trovo della Calinda risalente agli anni ’90, e una specie di bruschino con un manico da ferro da stiro. E il resto, è tutto olio di gomito, e io ginocchioni, che sogno il bruschino vero, quello di legno con la setola di sorgo, quello di mia nonna, quando doveva pulire qualcosa d’impulibile, che alla fine però, dopo ore di dai-e-dai, passava dalla parte del pulito. E poi sogno anche un secchio e uno straccio — il Mocio è troppo in alto, troppo inarrivabile persino nell’onirico. Perché con bruschino, secchio, dell’Ajax e uno straccio, puoi tirare a lucido una discarica.
Invece nulla di tutto coiò.
Qui hanno un modo di pulire light. Swiffer e via.

Prima che partisse, ho chiesto a Bob se non avesse uno scopettone, e un secchio. “Ah no, it is too much for an apartment… Those are for big spaces”, mi dice. E in effetti ho capito. Qui gli unici esemplari di Mocio e secchio che vedete, sono quelli appresso agli inservienti — solitamente di colore — addetti alle pulizie di uffici, biblioteche, atrii, supermercati. Nelle case no.
L’equazione americana è semplice: casa=sporco piccolo=Swiffer, fuori=sporco grande=Mocio.
Insomma, ho trascorso tutta la matttina di ieri, sabato, a rimediare alle malefatte di Mario, con fuori NYC che scalpitava. Per gli standard americani, il risultato è un ambiente talmente igienizzato pronto per ospitare un intervento a cuore aperto. Se lo facessi vedere a una qualsiasi massaia italiana, mi guarderebbe con un misto di disprezzo e tenerezza, e mi direbbe “Da’ qua che faccio io, dai”.

Allora sì, qui c’è carenza di finezza, di cura del dettaglio, ma c’è abbondanza di follia. Quella bella. Quella che ti porta a vederti realizzare, in quattro e quattr’otto, l’idea di questo spettacolo, “An Art Pot from the World”, nato sul format di ART POT.
Ricordate l’estate scorsa, a maggio, durante il mio esilio trentino? ART POT, lo spettacolo che avevamo messo in piedi con il nostro Fellow Lumière, e il fantastico duo dei Radiodays? Melting-pot artistico e calderone dell’arte, ART POT era un contenitore, in cui io e i Radiodays avevamo mescolato e servito musica, cinema e poesia, un tributo a tre forme d’arte di cui siamo follemente innamorati. Avevamo unito la mia poesia, il trombone e il pianoforte dei Radiodays, a spezzoni di cortometraggi dei primi del ‘900 rimusicati dal vivo. Successone al Social Stone e alla Bookique. 🙂

Qui a NYC, ho conosciuto Magda Gartner, una vulcanica mezzo soprano berlinese che ama le mie poesie e che gestisce anche l’agenzia creativa Gramercy Opera. In un lampo abbiamo organizzato “An Art Pot from the World” in cui alle mie poesie s’intrecceranno danza, con la ballerina Dani Goldberg, pianoforte con la pianista Kanae Matsumoto e canto lirico con Magda Gartner: realizzeremo quindi una vera “Choréia una e trina”, il concetto estetico greco che vedeva l’unione di suono, parola e movimento. Tutto questo al Cell Theater a Chelsea, centro.

Sono rientrata ora dalle prove, in un basement di un appartemento di Chelsea. Un signor basement. Con pianoforte, insonorizzazione, impianto audio da far invidia a una casa discografica, posto per ballare.
La follia sta nel fatto che questo sia successo, e nella mia incoscienza. Perché non so minimamente come sarà calcare un vero palco, in una vera Chelsea, di una vera New York City.
Ma ci provo, giusto?
Tutto questo avrà luogo venerdì 16, alle ore 8 pm. Se capitate da quelle parti, palesatevi. Ma anche tanti pensieri d’incoraggiamento basteranno, Moviers 🙂

E ora veniamo a the real deal… Questa settimana sono andata al Cinepolis di Chelsea — molto Chelsea in questi giorni — per vedere “The Phantom Thread”, “Il filo nascosto”, di Paul Thomas Anderson, con Daniel Day-Lewis — in uscita in Italia a fine febbraio. Stando a quanto l’attore ha dichiarato, questo sarà la sua ultima fatica. A quanto pare Daniel è uscito distrutto dal film, che, a suo dire, “gli ha lasciato una tristezza infinita”, e non è nemmeno riuscito a vederlo… Magari le sei candidature agli Oscar gli faranno cambiare idea…

Londra, anni ‘50. Raynolds Woodcock è uno stilista di haute couture per la Londra d’alto bordo. Star, reali, riccone varie, tutte aspirano a indossare un Woodcock. Lui, lo stilista, è stato disegnato sul (carta)modello dello stilista Cristobal Balenciaga. Dedito in tutto e per tutto al lavoro, perseguitato dalla ricerca della perfezione e incapace di aprirsi verso l’altro. Una specie di Misantropo, un monaco devoto al dio stile, maniacale al limite dell’ossessione-compulsione. Finché un bel giorno, incontra Alma, una semplice cameriera, e tutto cambia — l’amore cambia sempre tutto. Prima Alma diventa la sua musa, poi sua moglie. Ma il modo in cui Alma lo porta alla proposta è quanto di più perverso si possa immaginare. E il filo nascosto del titolo è quel legame indicibile che unisce i due innamorati in un patto al limite del sado-masochistico, in cui la vita dell’uno è stretta nelle mani dell’altro, e l’altro lo sa, e ci gode.

Dopo “The Master” — che non ci era piaciuto, dopo “Il petroliere” — che ci era piaciuto ma eravamo forse troppo giovani per apprezzarlo veramente — e dopo “Vizio di forma” — che ci aveva colpito per la sua lisergia anni ’70 — Paul Thomas Anderson ci confeziona un film d’alta sartoria. Va a perlustrare il lato scuro dell’amore, quello che non ha nulla a che fare con il rosa e il romance, ma che stringe due soggetti in una dolce morsa — dolce, ma pur sempre morsa — dove l’uno vuole prevaricare sull’altro e dove la soluzione migliore per non soccombere, è quella, per Reynolds, di accettare il cambiamento, e lasciarsi andare ad Alma, e per Alma, di diventare una sorta di figura materna per Reynolds, una donna che sappia prendersi cura di lui e a cui lui si possa affidare. Alma ha scarpe grosse ma cervello fino: sa che per ottenere l’amore di Reynolds deve rendersi a lui indispensabile. E quale modo migliore di rendersi indispensabile se non quello di spingerlo vicino al baratro, e mentre lui sta per scivolare, salvarlo? Chiaro esempio, questo, di sindrome di Munchausen per procura, dove colui che accudisce un paziente causa un peggioramento delle condizioni del paziente per poterlo salvare in extremis. Ecco, fra Reynolds e Alma funziona un po’ così… Solo che alla fine Reynolds lo capisce, e sta al gioco.

“The Phantom Thread” scava anche nell’argomento della maledizione artistica — ed è proprio questo che avrebbe dsitrutto Daniel Day-Lewis. La consapevolezza che l’essere artista è più una croce che una delizia, giacché ti costringe a votarti completamente al tuo mestiere, chiudendo fuori tutto il resto. Il fuoco sacro fa terra bruciata tutt’intorno. E’ un’ossessione totalizzante che ti fa essere insofferente verso le più piccole distrazioni che portano via tempo prezioso alla tua arte. Il lavoro diventa una religione, un dio, e la quotidianità, i rapporti con gli altri, le piccole cose domestiche sono solo un intralcio all’alto scopo del creare. L’interpretazione di Lewis è eccelsa, sentita, provata. Non stupisce che l’abbia prostrato tanto. Il film parla di quei risvolti di amore e talento di cui nessuno parla mai. Si parla poco, pochissimo, del peso che gli artisti si portano sulle spalle. Ma il regista non si è tirato indietro, e il suo coraggio si sposa a una cinematografia visivamente ineccepibile. Il film è artigianato puro, e fa da controparte alle splendide creazioni firmate da Woodcock che vedete indossate nel corso del film. Certe riprese sono dei piccoli capolavori. Anche solo un piatto di asparagi, o un abito di raso cipria con pizzo vintage. Se siete appasionati di moda, o comunque di estetica, “The Phantom Thread” non può mancare nella vostra lista. E anche se lo siete di animo umano, di rovelli interiori, e di amours foux

Anche per oggi siamo arrivati in fondo.
Frunyc III aggiornato, ringraziamenti come se piovesse, e saluti dettagliatamente, pazzescamente, cinematogrfici.

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LET’S MOVIE 356 da NYC – commenta “COCO”

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FIT Fellows,

lo siete, in forma — straordinaria forma — lo so. Non c’è bisogno quindi, che rimarchi l’ovvio. FIT in questo caso è il felice acronimo — per una volta felice — di Fashion Institute for Technology, ovvero l’università dove questa settimana ho iniziato a insegnare italiano 🙂 Quello che in gergo bellico, ovvero accademico, si chiama Adjunct.
L’FIT — che si pronuncia EffAiTi, quasi che questi bambinoni di americani non avessoro fatto caso alla felicità del doppio significato dell’acronimo, ma avessero semplicemente messo una lettera dietro l’altra, inconsapevoli. Perle ai porci. Dicevo, l’FIT sta a Chelsea, tra la 7ima e l’8ava Avenue, altezza della 28esima Strada. Tre edifici con annessi studentati per far dormire sonni tranquilli agli studenti. Praticamente un campus nella city. Perché a New York City non ci sono solo la Columbia e l’NYU, ma molte moltissime strutture universitarie, a cominciare dalla già citata e apprezzata New School, la Cooper Union, il Baruch College, il Mercy College, l’Hunter College, e college via.
Da quando so dell’incarico all’FIT, me ne vado in giro per NYC spinta dalla propulsione della mia coda da pavona. Lei coda e io pavona. Non vi dico poi da quando mi hanno dato il tesserino, e aperto l’account di posta. E se scrivete a [email protected], non è una mia omonima. Sono incredibilmente io! 🙂

Al Fashion Institute of Technology non insegnano solo “la moda”, ma tutte le materie che satellitano intorno ad essa. Disegno tessile, fotografia, business, grafica, progettazione giochi, legge, Health Education (?), cinese, giapponese, e tanto altro. Accanto al giapponese, al cinese, lingue che hanno a che fare con l’industria della moda — da Kenzo a Made-in-China il passo è linguisticamente breve — il francese, perché in fondo Louis Vuitton, Christian Delacroix e Yves Saint-Laurent non erano di Carate Brianza e l’italiano, perché ammettiamolo, uno dice moda, e il primo paese che gli viene in mente è Carate Brianza! Ovvero, Italia, e non solo perché in Italia Re Giorgio ci ha costruito il suo impero. Ma anche per figure di rielievo millennial tipo Chiara Ferragni — mai avrei pensato di citarla e invece, dopo le sue lecture ad Harvard e la classifica Forbes che la vede influencer numero 1 del 2017, ho dovuto rassegnarmi — e Alessandro Michele, della maison Gucci, uno degli stilisti più influenti al mondo. Quindi italiano, lingua della moda.
In più l’FIT è statale. Le famiglie degli studenti non devono svenarsi per dare un’istruzione ai figli. La retta media annuale è di 4.000 dollari. Certo non sono noccioline, ma nulla a confronto dei 60-70.000 della media privata. Il problema per gli studenti dell’FIT è vivere nella City, con gli affitti alle stelle. Per questo la maggior parte di loro pendolano da paeselli sconosciuti del Long Island o della contea di Wechester, tipo Scardale. Anche la sua statalità mi rende fiera. Forse non è tutto perduto per questo paese che mette istruzione e sanità fra i lussi che il cittadino si può pagare, non fra i diritti che gli spettano.

E poi c’è questo modo americano grandioso di dar forma alle cose. Esempio. In Italia l’Aula Computer per i Professori è l’Aula Computer per i Professori, giusto? Qui è il “Center for Excellence in Teaching” (CET, ovviamente…), dove ti senti fiero anche solo loggandoti nel sistema.
Capite la differenza?
E poi i corridoi. I corridoi sono tappezzati di bozzetti, cartamodelli, giralamoda, idee strampalatissime. Tante aule sono piene di macchine da cucire, busti e manichini. Io che sono cresciuta accademicamente in una facoltà di lingue, in cui non c’era alcun dio all’infuori del libro, ritrovarmi con laboratori in cui si colora, si taglia, si cuce, si riprende — un orlo, o una scena per un documentario — mi fa sentire come dentro una fabbrica del fare, non solo dello studiare.

Ecco, quando mi hanno dato l’incarico pensavo che avrei dovuto concentrarmi sulla microlingua usata nel settore. Impararlo, prima di insegnarlo, tutto il lessico specifico che ruota attorno alla moda, passando le notti a capire se per la fantasia “pied-de-poule” si tiene il termine francese, oppure si traduce “piede di pollo”, col rischio che esca fuori il classico “porco” da Lupin III. Invece eccomi cominciare giovedì scorso e incontrare i miei studenti. Ventenni. Persi. Silenziosi che più silenziosi non si può. Non una chiacchiera dietro quelli della prima fila. Nemmeno un whatsupp, in modo da agevolarmi un rimprovero, prima bonario, e poi via via sempre più perentorio fino ad arrivare alle minacce d’inizio secolo scorso. Zitti e immobili come la morte. Ora, io mi rendo conto che trovarsi davanti una madrelingua intenzionata a parlare italiano dal primo secondo, deve averli scioccati a livello anafilattico (!). Però di solito funziona come col bagno al lago: il primo minuto è dolore, poi ti abitui alla temperatura e diventi Michael Phelbs. Almeno con i miei studenti che imparavano l’inglese in Italia era così: trauma iniziale seguito da una lenta ma continua ripresa verso la padronanza del verbo.
Ho capito, con la mia classe del giovedì, dalle 6:30 pm alle 10:20 pm, che devo volare molto più basso. Ma talmente molto più basso da rasare l’asfalto del sapere — il ground zero dell’apprendimento. C’è anche da dire che non è esattamente la lezione più semplice del dipartimento. “The graveyard”, è soprannominata. Ahimé. Cimitero non solo per l’ora — dalle 9:45 pm in avanti gli studenti ti cadono fra le mani come d’autunno dagli alberi le foglie… Cimitero anche per la classe in sé. Niente finestre, soffitto basso, neon tossici. Certo, sono l’ultima arrivata. Non posso pretendere lezione alle 11 e classe vista Highline.
Mi ero fatta un film della mia prima lezione. Gli studenti timidini all’inizio, mai poi via via più coinvolti. Tutt’uno sfogliare di libri e appunti, mani alzate “non ho capitou”. Invece no, nessun libro sfogliato. Nessun libro, a parte il mio, con gli esercizi rigorosamente fatti, perché volete mettere, Moviers, per una volta, sapere tutte le risposte a occhi chiusi, non avere un’ombra di dubbio e andar via spediti come il vento?
Insegnare italiano è il meglio che ti possa capitare. O meglio, sapere l’italiano. Di default. Ma ve l’immaginate cos’è per uno straniero capire, interiorizzare, riformulare e pronunciare uno sputo di forma verbale come “dargliele”? Quando vi ritrovate a litigare con l’inglese, pensate a “dargliele”, e vedrete che il present perfect continuous non vi farà più dannare… Quindi, per una volta, beati NOI, che sappiamo l’italiano da madrelingui — madrilingue??
Insomma, nessun libro. Silenzio di tomba — del resto siamo in pieno graveyard — qualche timidissimo monosillabo quando leggiamo l’alfabeto. E lì capisco che mai mi diranno “non ho capitouu”, con quella O che diventa sempre U come Stanlio, a fine di parola. Non lo diranno mai perché quello è un passato prossimo, e noi siamo ancora a A come Avventura, B come bravura C come Canaglia che con me verrà in questura — e gliel’ho cantato, Fellows, ho cantato l’alfabeto, pur di tirar su quei morali millennial perennemente depressi!
Eppure nutro della tenerezza verso di loro. La mia coordinatrice mi ha spiegato che hanno praticamente tutti i giorni e tutte le sere pieni di lezione dalle 8:30 am alle 9-10 pm. In più devono studiare e lavorare ai loro progetti. E infatti li vedi per i corridoi, seduti per terra, davanti al portatile, gli occhi allucinati. L’FIT è aperto 24 ore su 24, ma per entrarci devi avere un tesserino. Se non ce l’hai, puoi anche essere Miuccia Prada in scarpe e ossa e rimani fuori. Prima di dirigermi in sede, ricontrollo la borsa dalle dieci alle venti volte: l’angoscia di dimenticare il tesserino è grande e grossa.
Quindi li devo comprendere, questi ragazzi ignari che wow, la traduzione di “Venice” in italiano è “Venezia” — e arriverà il giorno in cui capiranno che la traduzione di “Venezia” è “Venice”…

Ovviamente in tutto questo, c’è stato il mio trasloco. E ringrazio la buon’anima dell’amico Erik, che da Williamsburg, Brooklyn, era diretto in Minnesota, passando per Detroit via Chicago con la sua monovolume, e sul tragitto, si è fermato alla 150esima Broadway, ha caricato quanto più materiale boardiano possibile e l’ha scarrozzato alla 111esima. Ora faccio “La ragazza con la valigia” — ancora un po’ di spola — e dovrei finire domani. I traslochi sono dei cataclismi dai quali hai la certezza di uscire vivo, ma durante i quali ti dai sempre per spacciato.
Ho caricato le foto di casa nuova nel Frunyc III se volete favorire 🙂

Questa settimana sono andata a vedere un film di animazione della Pixar, che so essere uscito anche in Italia. “Coco” di Lee Unkrich. E mi piace già dall’inizio inizio perché il titolo depista, e le depistazioni giocano con i bambini e solleticano gli adulti. Il riflettore dovrebbe essere puntato su Miguel — lui è il piccolo protagonista del film, a lui ne accadono di ogni. Eppure, alla fine, capiamo che il vero anello di congiunzione è Coco, la sua bisnonna.
Miguel ha un sogno: diventare un musicista, come il suo idolo, Ernesto de la Cruz, un mito nazionale, una specie di Bobby Solo messicano (!). Però, sciaguratamente, non può dar seguito a questa sua vocazione: la sua famiglia ha ripudiato per sempre la musica da quando la sua trisavola Imelda venne abbandonata, insieme alla figlioletta Coco, dall’uomo che preferì seguire la fama e il successo musicale, piuttosto che restare legato alla famiglia palla al piede. Ma Miguel sente questo impulso insopprimibile verso la musica e farà di tutto per assecondarlo, persino rubare la preziosa chitarra del mitico Ernesto de la Cruz e partecipare a un talent-show… Si ritroverà, per questo, catapultato nel dia de los muertos, il giorno dei morti, quando il confine tra terra e aldilà sparisce, e affronterà un viaggio alla ricerca del suo idolo, ma anche alla scoperta del mistero che si nasconde dietro alla sua famiglia e al veto verso la musica. Un viaggio, anche, verso la verità, che può indossare panni imprevedibili — come quelli di uno scheletro buffo dimenticato dalla famiglia — e smitizzare i miti — come Ernesto de la Cruz.

“Coco” è un film che tira in ballo tanti temi, primo fra tutti, la morte e il suo tabù. Non come cessazione del tutto, ma nemmeno come passaggio in un paradisiaco Eden, la morte è rappresentata sia come parte integrante della vita, sia come continuazione di un viaggio che non finisce con la fine della vita, ma che prosegue oltre. Indispensabili, in questo “andare avanti”, i vivi, e il ricordo che conservano dei morti. E’ il ricordo che li tiene in vita dopo il trapasso, e che vieta l’oro di cadere nella tenebra dell’oblio. Perché la vera fine, dopotutto, sovviene quando nessuno si ricorda di noi. Tuttavia il regista è sufficientemente scaltro da mostrarci che i ricordi possono essere falsati, sbagliati, manipolati, storpiati e, se questo succede, be’, porte aperte al revisionismo storico! Vanno raddrizzati. I palloni gonfiati sgonfiati — come nel caso della mongolfiera Ernesto de la Cruz — e i colpevoli scagionati, come nel caso di Hector, ben più di uno strampalatissimo scheletro che perseguita Miguel… Il film omaggia Coco come il vero trait-d’union fra Miguel ed Hector. Se la figlia di Coco, l’irruente burbera Abuelita, non ha conosciuto il nonno, lei, Coco, sì. Ha conosciuto la sua vera anima, attraverso la musica — la canzone che Hector le cantava prima di partire per le sue tourné. Coco collega Hector e Miguel, e Miguel riuscirà, attraverso Coco, a salvare Hector, salvando il suo ricordo attraverso la stessa Coco, in un circolo virtuoso di memoria ripristinata.
Il film è anche un invito a “Seize the moment”, cogliere l’attimo, non rinunciare ai propri sogni. Ma questo, mai a scapito della correttezza. La fama del bell’imbusto de la Cruz, è stata costruita sulla menzogna e l’egoismo. Miguel scoprirà tutto questo, e riuscirà a dare a Cesare quel che di Cesare, restituendo a Hector la paternità dei testi delle canzoni di de la Cruz. Come dire, la storia è piena di falsi miti. Non cadiamo in trappola. Viriamo su ciò che è giusto.

Un’ultima cosa. Quando ho visto la strada arancio che collega il regno dei vivi con quello dei morti, ho pensato immediatamente ai Floating Piers di Christo a Sulzano, sul Lago d’Iseo, nel 2016. Forse perché — magari lo ricorderete — ero andata molto in fissa per l’istallazione, tanto da sfidare ressa, colonne, treni imprendibili e tutto ciò che di scoraggiante potreste nominare, pur di camminare sul percorso galleggiante nel bresciano. Non ho trovato nulla in proposito in rete, se non un articolo che ribadisce l’estraneità del regista all’opera dell’artista. Io, ripeto, vedendo la strada arancio, non ho potuto non associarla a quella di Christo. Sarebbe interessnte approfondire…
Fatevi un regalo e andate a vederlo. Sì va be’, c’è il lieto fine, ma vogliamo non volerlo proprio mai?! 🙂

E anche per stasera è tutto, Moviers. Dalla settimana prossima vi scriverò dal 545 W 111th, con il mio nuovo sole, la mia nuova vista, la mia nuova New York City.

Qui trovate un articolo su Sam Pollard, volevo dire Sam-I-love-you-Pollard… Per gradire, dopo il dolce e l’ammazzacaffè…
E qui c’è il Frunyc III aggiornato con commenti, e poi ci sono i saluti, accademicamente cinematografici.

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