Posts made in febbraio 5th, 2018

LET’S MOVIE 356 da NYC – commenta “COCO”

LET’S MOVIE 356 da NYC – commenta “COCO”

FIT Fellows,

lo siete, in forma — straordinaria forma — lo so. Non c’è bisogno quindi, che rimarchi l’ovvio. FIT in questo caso è il felice acronimo — per una volta felice — di Fashion Institute for Technology, ovvero l’università dove questa settimana ho iniziato a insegnare italiano 🙂 Quello che in gergo bellico, ovvero accademico, si chiama Adjunct.
L’FIT — che si pronuncia EffAiTi, quasi che questi bambinoni di americani non avessoro fatto caso alla felicità del doppio significato dell’acronimo, ma avessero semplicemente messo una lettera dietro l’altra, inconsapevoli. Perle ai porci. Dicevo, l’FIT sta a Chelsea, tra la 7ima e l’8ava Avenue, altezza della 28esima Strada. Tre edifici con annessi studentati per far dormire sonni tranquilli agli studenti. Praticamente un campus nella city. Perché a New York City non ci sono solo la Columbia e l’NYU, ma molte moltissime strutture universitarie, a cominciare dalla già citata e apprezzata New School, la Cooper Union, il Baruch College, il Mercy College, l’Hunter College, e college via.
Da quando so dell’incarico all’FIT, me ne vado in giro per NYC spinta dalla propulsione della mia coda da pavona. Lei coda e io pavona. Non vi dico poi da quando mi hanno dato il tesserino, e aperto l’account di posta. E se scrivete a [email protected], non è una mia omonima. Sono incredibilmente io! 🙂

Al Fashion Institute of Technology non insegnano solo “la moda”, ma tutte le materie che satellitano intorno ad essa. Disegno tessile, fotografia, business, grafica, progettazione giochi, legge, Health Education (?), cinese, giapponese, e tanto altro. Accanto al giapponese, al cinese, lingue che hanno a che fare con l’industria della moda — da Kenzo a Made-in-China il passo è linguisticamente breve — il francese, perché in fondo Louis Vuitton, Christian Delacroix e Yves Saint-Laurent non erano di Carate Brianza e l’italiano, perché ammettiamolo, uno dice moda, e il primo paese che gli viene in mente è Carate Brianza! Ovvero, Italia, e non solo perché in Italia Re Giorgio ci ha costruito il suo impero. Ma anche per figure di rielievo millennial tipo Chiara Ferragni — mai avrei pensato di citarla e invece, dopo le sue lecture ad Harvard e la classifica Forbes che la vede influencer numero 1 del 2017, ho dovuto rassegnarmi — e Alessandro Michele, della maison Gucci, uno degli stilisti più influenti al mondo. Quindi italiano, lingua della moda.
In più l’FIT è statale. Le famiglie degli studenti non devono svenarsi per dare un’istruzione ai figli. La retta media annuale è di 4.000 dollari. Certo non sono noccioline, ma nulla a confronto dei 60-70.000 della media privata. Il problema per gli studenti dell’FIT è vivere nella City, con gli affitti alle stelle. Per questo la maggior parte di loro pendolano da paeselli sconosciuti del Long Island o della contea di Wechester, tipo Scardale. Anche la sua statalità mi rende fiera. Forse non è tutto perduto per questo paese che mette istruzione e sanità fra i lussi che il cittadino si può pagare, non fra i diritti che gli spettano.

E poi c’è questo modo americano grandioso di dar forma alle cose. Esempio. In Italia l’Aula Computer per i Professori è l’Aula Computer per i Professori, giusto? Qui è il “Center for Excellence in Teaching” (CET, ovviamente…), dove ti senti fiero anche solo loggandoti nel sistema.
Capite la differenza?
E poi i corridoi. I corridoi sono tappezzati di bozzetti, cartamodelli, giralamoda, idee strampalatissime. Tante aule sono piene di macchine da cucire, busti e manichini. Io che sono cresciuta accademicamente in una facoltà di lingue, in cui non c’era alcun dio all’infuori del libro, ritrovarmi con laboratori in cui si colora, si taglia, si cuce, si riprende — un orlo, o una scena per un documentario — mi fa sentire come dentro una fabbrica del fare, non solo dello studiare.

Ecco, quando mi hanno dato l’incarico pensavo che avrei dovuto concentrarmi sulla microlingua usata nel settore. Impararlo, prima di insegnarlo, tutto il lessico specifico che ruota attorno alla moda, passando le notti a capire se per la fantasia “pied-de-poule” si tiene il termine francese, oppure si traduce “piede di pollo”, col rischio che esca fuori il classico “porco” da Lupin III. Invece eccomi cominciare giovedì scorso e incontrare i miei studenti. Ventenni. Persi. Silenziosi che più silenziosi non si può. Non una chiacchiera dietro quelli della prima fila. Nemmeno un whatsupp, in modo da agevolarmi un rimprovero, prima bonario, e poi via via sempre più perentorio fino ad arrivare alle minacce d’inizio secolo scorso. Zitti e immobili come la morte. Ora, io mi rendo conto che trovarsi davanti una madrelingua intenzionata a parlare italiano dal primo secondo, deve averli scioccati a livello anafilattico (!). Però di solito funziona come col bagno al lago: il primo minuto è dolore, poi ti abitui alla temperatura e diventi Michael Phelbs. Almeno con i miei studenti che imparavano l’inglese in Italia era così: trauma iniziale seguito da una lenta ma continua ripresa verso la padronanza del verbo.
Ho capito, con la mia classe del giovedì, dalle 6:30 pm alle 10:20 pm, che devo volare molto più basso. Ma talmente molto più basso da rasare l’asfalto del sapere — il ground zero dell’apprendimento. C’è anche da dire che non è esattamente la lezione più semplice del dipartimento. “The graveyard”, è soprannominata. Ahimé. Cimitero non solo per l’ora — dalle 9:45 pm in avanti gli studenti ti cadono fra le mani come d’autunno dagli alberi le foglie… Cimitero anche per la classe in sé. Niente finestre, soffitto basso, neon tossici. Certo, sono l’ultima arrivata. Non posso pretendere lezione alle 11 e classe vista Highline.
Mi ero fatta un film della mia prima lezione. Gli studenti timidini all’inizio, mai poi via via più coinvolti. Tutt’uno sfogliare di libri e appunti, mani alzate “non ho capitou”. Invece no, nessun libro sfogliato. Nessun libro, a parte il mio, con gli esercizi rigorosamente fatti, perché volete mettere, Moviers, per una volta, sapere tutte le risposte a occhi chiusi, non avere un’ombra di dubbio e andar via spediti come il vento?
Insegnare italiano è il meglio che ti possa capitare. O meglio, sapere l’italiano. Di default. Ma ve l’immaginate cos’è per uno straniero capire, interiorizzare, riformulare e pronunciare uno sputo di forma verbale come “dargliele”? Quando vi ritrovate a litigare con l’inglese, pensate a “dargliele”, e vedrete che il present perfect continuous non vi farà più dannare… Quindi, per una volta, beati NOI, che sappiamo l’italiano da madrelingui — madrilingue??
Insomma, nessun libro. Silenzio di tomba — del resto siamo in pieno graveyard — qualche timidissimo monosillabo quando leggiamo l’alfabeto. E lì capisco che mai mi diranno “non ho capitouu”, con quella O che diventa sempre U come Stanlio, a fine di parola. Non lo diranno mai perché quello è un passato prossimo, e noi siamo ancora a A come Avventura, B come bravura C come Canaglia che con me verrà in questura — e gliel’ho cantato, Fellows, ho cantato l’alfabeto, pur di tirar su quei morali millennial perennemente depressi!
Eppure nutro della tenerezza verso di loro. La mia coordinatrice mi ha spiegato che hanno praticamente tutti i giorni e tutte le sere pieni di lezione dalle 8:30 am alle 9-10 pm. In più devono studiare e lavorare ai loro progetti. E infatti li vedi per i corridoi, seduti per terra, davanti al portatile, gli occhi allucinati. L’FIT è aperto 24 ore su 24, ma per entrarci devi avere un tesserino. Se non ce l’hai, puoi anche essere Miuccia Prada in scarpe e ossa e rimani fuori. Prima di dirigermi in sede, ricontrollo la borsa dalle dieci alle venti volte: l’angoscia di dimenticare il tesserino è grande e grossa.
Quindi li devo comprendere, questi ragazzi ignari che wow, la traduzione di “Venice” in italiano è “Venezia” — e arriverà il giorno in cui capiranno che la traduzione di “Venezia” è “Venice”…

Ovviamente in tutto questo, c’è stato il mio trasloco. E ringrazio la buon’anima dell’amico Erik, che da Williamsburg, Brooklyn, era diretto in Minnesota, passando per Detroit via Chicago con la sua monovolume, e sul tragitto, si è fermato alla 150esima Broadway, ha caricato quanto più materiale boardiano possibile e l’ha scarrozzato alla 111esima. Ora faccio “La ragazza con la valigia” — ancora un po’ di spola — e dovrei finire domani. I traslochi sono dei cataclismi dai quali hai la certezza di uscire vivo, ma durante i quali ti dai sempre per spacciato.
Ho caricato le foto di casa nuova nel Frunyc III se volete favorire 🙂

Questa settimana sono andata a vedere un film di animazione della Pixar, che so essere uscito anche in Italia. “Coco” di Lee Unkrich. E mi piace già dall’inizio inizio perché il titolo depista, e le depistazioni giocano con i bambini e solleticano gli adulti. Il riflettore dovrebbe essere puntato su Miguel — lui è il piccolo protagonista del film, a lui ne accadono di ogni. Eppure, alla fine, capiamo che il vero anello di congiunzione è Coco, la sua bisnonna.
Miguel ha un sogno: diventare un musicista, come il suo idolo, Ernesto de la Cruz, un mito nazionale, una specie di Bobby Solo messicano (!). Però, sciaguratamente, non può dar seguito a questa sua vocazione: la sua famiglia ha ripudiato per sempre la musica da quando la sua trisavola Imelda venne abbandonata, insieme alla figlioletta Coco, dall’uomo che preferì seguire la fama e il successo musicale, piuttosto che restare legato alla famiglia palla al piede. Ma Miguel sente questo impulso insopprimibile verso la musica e farà di tutto per assecondarlo, persino rubare la preziosa chitarra del mitico Ernesto de la Cruz e partecipare a un talent-show… Si ritroverà, per questo, catapultato nel dia de los muertos, il giorno dei morti, quando il confine tra terra e aldilà sparisce, e affronterà un viaggio alla ricerca del suo idolo, ma anche alla scoperta del mistero che si nasconde dietro alla sua famiglia e al veto verso la musica. Un viaggio, anche, verso la verità, che può indossare panni imprevedibili — come quelli di uno scheletro buffo dimenticato dalla famiglia — e smitizzare i miti — come Ernesto de la Cruz.

“Coco” è un film che tira in ballo tanti temi, primo fra tutti, la morte e il suo tabù. Non come cessazione del tutto, ma nemmeno come passaggio in un paradisiaco Eden, la morte è rappresentata sia come parte integrante della vita, sia come continuazione di un viaggio che non finisce con la fine della vita, ma che prosegue oltre. Indispensabili, in questo “andare avanti”, i vivi, e il ricordo che conservano dei morti. E’ il ricordo che li tiene in vita dopo il trapasso, e che vieta l’oro di cadere nella tenebra dell’oblio. Perché la vera fine, dopotutto, sovviene quando nessuno si ricorda di noi. Tuttavia il regista è sufficientemente scaltro da mostrarci che i ricordi possono essere falsati, sbagliati, manipolati, storpiati e, se questo succede, be’, porte aperte al revisionismo storico! Vanno raddrizzati. I palloni gonfiati sgonfiati — come nel caso della mongolfiera Ernesto de la Cruz — e i colpevoli scagionati, come nel caso di Hector, ben più di uno strampalatissimo scheletro che perseguita Miguel… Il film omaggia Coco come il vero trait-d’union fra Miguel ed Hector. Se la figlia di Coco, l’irruente burbera Abuelita, non ha conosciuto il nonno, lei, Coco, sì. Ha conosciuto la sua vera anima, attraverso la musica — la canzone che Hector le cantava prima di partire per le sue tourné. Coco collega Hector e Miguel, e Miguel riuscirà, attraverso Coco, a salvare Hector, salvando il suo ricordo attraverso la stessa Coco, in un circolo virtuoso di memoria ripristinata.
Il film è anche un invito a “Seize the moment”, cogliere l’attimo, non rinunciare ai propri sogni. Ma questo, mai a scapito della correttezza. La fama del bell’imbusto de la Cruz, è stata costruita sulla menzogna e l’egoismo. Miguel scoprirà tutto questo, e riuscirà a dare a Cesare quel che di Cesare, restituendo a Hector la paternità dei testi delle canzoni di de la Cruz. Come dire, la storia è piena di falsi miti. Non cadiamo in trappola. Viriamo su ciò che è giusto.

Un’ultima cosa. Quando ho visto la strada arancio che collega il regno dei vivi con quello dei morti, ho pensato immediatamente ai Floating Piers di Christo a Sulzano, sul Lago d’Iseo, nel 2016. Forse perché — magari lo ricorderete — ero andata molto in fissa per l’istallazione, tanto da sfidare ressa, colonne, treni imprendibili e tutto ciò che di scoraggiante potreste nominare, pur di camminare sul percorso galleggiante nel bresciano. Non ho trovato nulla in proposito in rete, se non un articolo che ribadisce l’estraneità del regista all’opera dell’artista. Io, ripeto, vedendo la strada arancio, non ho potuto non associarla a quella di Christo. Sarebbe interessnte approfondire…
Fatevi un regalo e andate a vederlo. Sì va be’, c’è il lieto fine, ma vogliamo non volerlo proprio mai?! 🙂

E anche per stasera è tutto, Moviers. Dalla settimana prossima vi scriverò dal 545 W 111th, con il mio nuovo sole, la mia nuova vista, la mia nuova New York City.

Qui trovate un articolo su Sam Pollard, volevo dire Sam-I-love-you-Pollard… Per gradire, dopo il dolce e l’ammazzacaffè…
E qui c’è il Frunyc III aggiornato con commenti, e poi ci sono i saluti, accademicamente cinematografici.

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