LET’S MOVIE 357 da NYC commenta “THE PHANTOM THREAD”, “IL FILO NASCOSTO”, di Paul Thomas Anderson

LET’S MOVIE 357 da NYC commenta “THE PHANTOM THREAD”, “IL FILO NASCOSTO”, di Paul Thomas Anderson

Finezza e Follia Fellows,

è quello, il lavoro di fino, a latitare nel carpentierato newyorkese. Sì, il carpentierato. Quei lavori tipo tinteggiare, sistemare i cartongessi, riparare pavimenti. Qui si va a spanne, vige il pressapochismo. Ho pensato che forse questo è collegato alle proporzioni. Il dettaglio finisce calpestato dal gigante del tutto americano. Anche quello del mio bagno, nella casa nuova.
Ho ultimato il trasloco, e sono ufficialmente una dell’Upper West Side.
Quando dici che sei dell’Upper West Side, la reazione è sempre questa “Wow!”, e occhi sognanti. Quando dicevo che ero di Harlem la reazione erano queste, dall’estremo entusiastico all’estremo scettico:
“Ah Harlem è troppo cool!”
“Adoro Harlmen! Ci vado spesso, è cambiata molto da com’era anche solo due, tre anni fa”
“Ho sentito che è molto migliorata!”
“Mi si dice che sia abbastanza sicura adesso…”
“Ma com’è la sera adesso, si può uscire?”

Io non ho mai avuto alcun problema nella mia cara Harlem. Sono rientrata a qualsiasi ora del giorno e della notte. C’è sempre gente in giro, tutti si fanno gli affari loro. E poi figuratevi se si potrebbe mai far qualcosa a una bianca — praticamente l’unica. Si ritroverebbero con l’esercito a pattugliare il quartiere 24 ore su 24 — questo per dire come sono cambiate le cose dagli anni ’70…
Devo ancora capire bene come fosse “anche solo due o tre anni fa”, ma poco importa. Sempre gli dedicherò caro mi fu quest’Harlem colle.

Quindi sì, ho terminato il trasloco, e mi sto acclimatando alla mia nuova casa, al settimo piano del 545 W 111. Dalla finestra della mia camera, da sdraiata a letto, vedo la cisterna dell’acqua del palazzo di fronte. Sta lì seduta pacifica e silenziosa, un po’ austera, anche. E’ il mio Budda. Un nume che, acquatico, mi sorveglia da vicino.
C’è tanto spazio e tanta luce. Dalla finestra del soggiorno, della cucina e del mio bagno vedo il tetto piatto dell’edificio di fronte — un salto da nulla e sei di là, 007— mattoni rossi e la St John’s Cathedral, la chiesa gotica più grande di NYC. C’è qualcosa di veneziano. Forsa la combinazione guglie e mattoni rossi.

Quella buon anima di Bob, il mio nuovo housemate, mi dice che vuol far ridipingere il mio bagno e se ho preferenze. Il fatto di aver voce in capitolo fa correre l’immaginazione verso abbinamenti, parure di asciugamani antracite da abbinare alle piastrelle grigio perla… Ci troviamo sulla 102esima, al negozio di pittura, per decidere la tinta. Lui parteggia per un “misty rosy”, un rosa da divano della zia Tilde. Capirete che io non voglio nessuna zia Tilde nel mio bagno newyorkese. Schierando un esercito di armi di distrazione di massa, riesco a spuntare un “lily lavander”, una nuance tra lavanda e pervinca. Vittoriosa, penso all’antracite, alla perla, all’armonia del tutto.
In più Bob mi dice che il pittore rifarà anche la stuccatura delle fughe tra le piastrelle.
“La stuccatura delle fughe??”, devo aver capito male, mi dico. Noi in Italia ci sputiamo l’anima per pulire le fughe, ma di rado ridiamo lo stucco. Che lusso, Fruner.

Mario, il pittore, arriva già quando io ho traslocato. E per due giorni il mio bagno diventa il suo cantiere. Mario non ha l’aria da pizzaiolo. Ha, invece, il portabiciclette che gli esce dai jeans quando si piega, e no, non è un bello spettacolo. Quanto alla faccia, latina, sa di delinquenziale. Non mi ha mai rivolto la parola. Nemmeno un grugno. Per lui sono il nulla con della carne intorno, tutto lì. Del resto sono una dell’Upper West Side che vuole le pareti del bagno “lily lavander”… Dell’astio è comprensibile.
Quelle tre quattro volte che l’ho intravisto, ho intravisto le sue scarpe antifortunistiche con una suola anfibia nera nerissima. Le mie piastrelle sono bianche bianchissime, così come la vasca da bagno. Mi sono raccontata la balla che certo, farà attenzione, metterà un telo, qualcosa… E poi certo, pulirà lui “il grosso”…

Venerdì ha finito. E il mio bagno sarà anche lily lavander dalla metà in su, ma dalla metà in giù è un macello di bianco e nero. Le fughe sono effetivamente state rifatte, ma è come se avesse preso un Uniposca bianco e avesse seguito i bordi delle mattonelle…Ma capita a tutti di andare storti ogni tanto, e Mario è uno fra tutti. Non solo il bianco fuori pista, sarà oggetto del mio sabato mattina, ma anche tutte le gocce lily lavander finite sul pavimento — senza uno straccio di telo! Di quel meraviglioso scotch di carta che gli imbianchini italiani usano con quelle manine sante da Buonarroti per dividere due colori di tintura o il colore e le piastrelle, di quello, neanche l’ombra. Così tutto sconfina nel tutto.
E mi ritrovo ieri mattina a dover riesumare il mio bagno dalla morte che l’ha investito. In più Bob se n’è partito per Cuba. Questo vuol dire che sì, ho casa tutta per me per i prossimi 12 giorni. 🙂 Ma vuol dire anche che non posso spiegargli che in Italia, se sei un imbianchino e restituisci una stanza in quelle condizioni, ti attende il 41 bis. Non posso aggiungergli, ebbene sì, Bob, in Italia i mafiosi rimangono impuniti, ma i carpentieri che sgarrano no.
Visto che non potevo prendermela con nessuno, mi sono armata di ogn strumento che potesse rimuovere stucco, pittura e gomma degli scarponi antinfortunistici modello Goodyear di Mario.
Frugo nel bagno di Bob — e voi non glielo direte, vero? — e trovo della Calinda risalente agli anni ’90, e una specie di bruschino con un manico da ferro da stiro. E il resto, è tutto olio di gomito, e io ginocchioni, che sogno il bruschino vero, quello di legno con la setola di sorgo, quello di mia nonna, quando doveva pulire qualcosa d’impulibile, che alla fine però, dopo ore di dai-e-dai, passava dalla parte del pulito. E poi sogno anche un secchio e uno straccio — il Mocio è troppo in alto, troppo inarrivabile persino nell’onirico. Perché con bruschino, secchio, dell’Ajax e uno straccio, puoi tirare a lucido una discarica.
Invece nulla di tutto coiò.
Qui hanno un modo di pulire light. Swiffer e via.

Prima che partisse, ho chiesto a Bob se non avesse uno scopettone, e un secchio. “Ah no, it is too much for an apartment… Those are for big spaces”, mi dice. E in effetti ho capito. Qui gli unici esemplari di Mocio e secchio che vedete, sono quelli appresso agli inservienti — solitamente di colore — addetti alle pulizie di uffici, biblioteche, atrii, supermercati. Nelle case no.
L’equazione americana è semplice: casa=sporco piccolo=Swiffer, fuori=sporco grande=Mocio.
Insomma, ho trascorso tutta la matttina di ieri, sabato, a rimediare alle malefatte di Mario, con fuori NYC che scalpitava. Per gli standard americani, il risultato è un ambiente talmente igienizzato pronto per ospitare un intervento a cuore aperto. Se lo facessi vedere a una qualsiasi massaia italiana, mi guarderebbe con un misto di disprezzo e tenerezza, e mi direbbe “Da’ qua che faccio io, dai”.

Allora sì, qui c’è carenza di finezza, di cura del dettaglio, ma c’è abbondanza di follia. Quella bella. Quella che ti porta a vederti realizzare, in quattro e quattr’otto, l’idea di questo spettacolo, “An Art Pot from the World”, nato sul format di ART POT.
Ricordate l’estate scorsa, a maggio, durante il mio esilio trentino? ART POT, lo spettacolo che avevamo messo in piedi con il nostro Fellow Lumière, e il fantastico duo dei Radiodays? Melting-pot artistico e calderone dell’arte, ART POT era un contenitore, in cui io e i Radiodays avevamo mescolato e servito musica, cinema e poesia, un tributo a tre forme d’arte di cui siamo follemente innamorati. Avevamo unito la mia poesia, il trombone e il pianoforte dei Radiodays, a spezzoni di cortometraggi dei primi del ‘900 rimusicati dal vivo. Successone al Social Stone e alla Bookique. 🙂

Qui a NYC, ho conosciuto Magda Gartner, una vulcanica mezzo soprano berlinese che ama le mie poesie e che gestisce anche l’agenzia creativa Gramercy Opera. In un lampo abbiamo organizzato “An Art Pot from the World” in cui alle mie poesie s’intrecceranno danza, con la ballerina Dani Goldberg, pianoforte con la pianista Kanae Matsumoto e canto lirico con Magda Gartner: realizzeremo quindi una vera “Choréia una e trina”, il concetto estetico greco che vedeva l’unione di suono, parola e movimento. Tutto questo al Cell Theater a Chelsea, centro.

Sono rientrata ora dalle prove, in un basement di un appartemento di Chelsea. Un signor basement. Con pianoforte, insonorizzazione, impianto audio da far invidia a una casa discografica, posto per ballare.
La follia sta nel fatto che questo sia successo, e nella mia incoscienza. Perché non so minimamente come sarà calcare un vero palco, in una vera Chelsea, di una vera New York City.
Ma ci provo, giusto?
Tutto questo avrà luogo venerdì 16, alle ore 8 pm. Se capitate da quelle parti, palesatevi. Ma anche tanti pensieri d’incoraggiamento basteranno, Moviers 🙂

E ora veniamo a the real deal… Questa settimana sono andata al Cinepolis di Chelsea — molto Chelsea in questi giorni — per vedere “The Phantom Thread”, “Il filo nascosto”, di Paul Thomas Anderson, con Daniel Day-Lewis — in uscita in Italia a fine febbraio. Stando a quanto l’attore ha dichiarato, questo sarà la sua ultima fatica. A quanto pare Daniel è uscito distrutto dal film, che, a suo dire, “gli ha lasciato una tristezza infinita”, e non è nemmeno riuscito a vederlo… Magari le sei candidature agli Oscar gli faranno cambiare idea…

Londra, anni ‘50. Raynolds Woodcock è uno stilista di haute couture per la Londra d’alto bordo. Star, reali, riccone varie, tutte aspirano a indossare un Woodcock. Lui, lo stilista, è stato disegnato sul (carta)modello dello stilista Cristobal Balenciaga. Dedito in tutto e per tutto al lavoro, perseguitato dalla ricerca della perfezione e incapace di aprirsi verso l’altro. Una specie di Misantropo, un monaco devoto al dio stile, maniacale al limite dell’ossessione-compulsione. Finché un bel giorno, incontra Alma, una semplice cameriera, e tutto cambia — l’amore cambia sempre tutto. Prima Alma diventa la sua musa, poi sua moglie. Ma il modo in cui Alma lo porta alla proposta è quanto di più perverso si possa immaginare. E il filo nascosto del titolo è quel legame indicibile che unisce i due innamorati in un patto al limite del sado-masochistico, in cui la vita dell’uno è stretta nelle mani dell’altro, e l’altro lo sa, e ci gode.

Dopo “The Master” — che non ci era piaciuto, dopo “Il petroliere” — che ci era piaciuto ma eravamo forse troppo giovani per apprezzarlo veramente — e dopo “Vizio di forma” — che ci aveva colpito per la sua lisergia anni ’70 — Paul Thomas Anderson ci confeziona un film d’alta sartoria. Va a perlustrare il lato scuro dell’amore, quello che non ha nulla a che fare con il rosa e il romance, ma che stringe due soggetti in una dolce morsa — dolce, ma pur sempre morsa — dove l’uno vuole prevaricare sull’altro e dove la soluzione migliore per non soccombere, è quella, per Reynolds, di accettare il cambiamento, e lasciarsi andare ad Alma, e per Alma, di diventare una sorta di figura materna per Reynolds, una donna che sappia prendersi cura di lui e a cui lui si possa affidare. Alma ha scarpe grosse ma cervello fino: sa che per ottenere l’amore di Reynolds deve rendersi a lui indispensabile. E quale modo migliore di rendersi indispensabile se non quello di spingerlo vicino al baratro, e mentre lui sta per scivolare, salvarlo? Chiaro esempio, questo, di sindrome di Munchausen per procura, dove colui che accudisce un paziente causa un peggioramento delle condizioni del paziente per poterlo salvare in extremis. Ecco, fra Reynolds e Alma funziona un po’ così… Solo che alla fine Reynolds lo capisce, e sta al gioco.

“The Phantom Thread” scava anche nell’argomento della maledizione artistica — ed è proprio questo che avrebbe dsitrutto Daniel Day-Lewis. La consapevolezza che l’essere artista è più una croce che una delizia, giacché ti costringe a votarti completamente al tuo mestiere, chiudendo fuori tutto il resto. Il fuoco sacro fa terra bruciata tutt’intorno. E’ un’ossessione totalizzante che ti fa essere insofferente verso le più piccole distrazioni che portano via tempo prezioso alla tua arte. Il lavoro diventa una religione, un dio, e la quotidianità, i rapporti con gli altri, le piccole cose domestiche sono solo un intralcio all’alto scopo del creare. L’interpretazione di Lewis è eccelsa, sentita, provata. Non stupisce che l’abbia prostrato tanto. Il film parla di quei risvolti di amore e talento di cui nessuno parla mai. Si parla poco, pochissimo, del peso che gli artisti si portano sulle spalle. Ma il regista non si è tirato indietro, e il suo coraggio si sposa a una cinematografia visivamente ineccepibile. Il film è artigianato puro, e fa da controparte alle splendide creazioni firmate da Woodcock che vedete indossate nel corso del film. Certe riprese sono dei piccoli capolavori. Anche solo un piatto di asparagi, o un abito di raso cipria con pizzo vintage. Se siete appasionati di moda, o comunque di estetica, “The Phantom Thread” non può mancare nella vostra lista. E anche se lo siete di animo umano, di rovelli interiori, e di amours foux

Anche per oggi siamo arrivati in fondo.
Frunyc III aggiornato, ringraziamenti come se piovesse, e saluti dettagliatamente, pazzescamente, cinematogrfici.

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