LET’S MOVIE 358 da NYC – commenta “LOVELESS” di Andrey Zvyagintsev

LET’S MOVIE 358 da NYC – commenta “LOVELESS” di Andrey Zvyagintsev

Members-only Moviers,

Come tutto quello che di cinematografico NYC offre al nostro immaginario, anche questo doveva succedere prima o poi. Il mio passaggio per la porta di uno di quei club newyorkesi il cui accesso è strettamente riservato ai soli membri, oppure ai guest dei membri. Quante volte, guardando i film o anche solo le telenovela del passato — “Sentiri”, “Dallas”, “Dinasty” — sentivi parlare di “Country Club” o di “Golf Society”. Ecco, queste realtà elitiste, snobbiste, e demodé assai, esistono e, a quanto capisco, godono di ottima salute.
L’associazione in questione è la Down Town Association (DTA). Si trova al 60 di Pine Street, e Pine Street si trova nel FiDi — Financial District, per i parchi di consonanti. La DTA è a due passi dall’11 di Wall Street, la sede dello Stock Exchange, e venne istituita nel 1859. Ora voi capirete che per un americano “1859” suona un po’ come il triassico per noi europei, ma lasciamoli pure a sguazzare, con tutta la loro tenerezza, nel loro brodo primordiale.
Si pregiano molto, questi della DTA, anche di essere il primo club aperto a Lower Manhattan, e il quinto più vecchio di NYC. Non vi dico poi la coda di pavone che sfoggiano quando tirano fuori il pezzo da 90: il Presidente Roosevelt era un DTA Member.
Faccio tanto la sciocca ma in realtà c’è poco da scioccare. Mi spiegano che il motivo originale per cui l’Associazione fu fondata era tutt’altro che posh. Il posto aprì per rispondere a un bisogno. Gli impiegati della Borsa — che gli americani differenziano dalla sottoscritta chiamandola “Big Board” 🙂 — avevano bisogno di un locale per la pausa pranzo. Un posto vicino, che non richiedesse carrozze, tram o lunghi tragitti a piedi e che permettesse loro di rientrare in fretta al lavoro. Se guardate in Googlemaps, oppure se vi trovate nel FiDi e calcolate il percorso, 3 minuti di passi separano la DTA dallo Stock Exchange. Un isolato e mezzo. Problema pranzo risolto!
Poi chissà, a un certo punto anche a Frank Delano sarà cominciato a garbare il posto, e anche agli amici di Frank Delano, e agli amici degli amici. Il passaparola, non l’ha inventato Zuckerberg, faremo bene a ricordarlo sempre.

La cosa che mi fa ridere, e mi fa ridere solo perché sono un’europea dalla risata facile e dal passato autenticamente triassico, è il fatto che la DTA abbia mantenuto tutte le “amenities” che offriva nel passato. La sala dei sigari, dove l’ingresso è strettamente riservato agli uomini — cielo, un sigaro nella bocca di una donna, si chiami la Buoncostume! — il barbiere, la sala da lettura, e la sala biliardo. In più hanno aggiunto una trentina di camere da letto, caso mai al member di turno venisse voglia di schiacciare un pisolino. Più una sala fitness e un centro spa. Perché nel 1859, i soci saranno stati anche uomini che non chiedevano mai, ma nel 2018 gli uomini chiedono sempre. Quindi bisogna accontentarli. Quindi, via di architetti, ampliamenti, e membership fees che schizzano alle stelle.

Oltre ad aver allargato la struttura, questi del DTA, hanno anche allargato l’ingresso, concedendo alle donne di varcare il soglio dell’edificio. Non so di preciso a quando risalga questa modifica nello statuto, ma le donne ora sono ammesse ovunque tranne che nella citata stanza dei sigari, e forse non tanto per lo scandalo di un sigaro su una bocca di rosa, quanto per mantenere quell’apartheid fra mondo maschile e mondo femminile, e lasciare nel mondo maschile quei discorsi “da maschi” che non competono al gentil sesso.
Mi chiedo quale sia la policy nei confronti dei gay. Vista l’alta concentrazione presente in città, cosa faranno? Li ammetteranno? Saranno banditi? La stanza dei sigari vietata anche alle loro orecchie? In ogni caso il Mastro Cerimoniere o come diamine si chiama il tizio che mi ha accolto all’ingresso, aveva un fondotinta applicato con talemente tanta cura e un vago accenno di eyeliner da farmi pensare che forse le regole sono cambiate anche per la machissima DTA.

A ogni modo, mi domando anche quali siano i requisiti d’ammissione, visto che so di alcuni club che non ammettono, a oggi, gli ebrei. E ce ne saranno sicuramente anche di quelli che non ammettono i neri. Le donne, l’abbiamo visto, sono sempre a rischio eliminazione. Ce ne saranno anche di quelli che non ammettono certe nazionalità, certe religioni. Arabi, musulmani, magari. Magari anche italiani. “Blacks who cannnot speak English” era il modo — ho scoperto — con cui gli italiani venivano definiti nel primo ‘900. Non dubito quindi che l’ingresso a loro fosse vietato, e magari chissà, è rimasto tale — forse non siamo più così scuri di carnagione e peli-capelli come i siciliani del 1910, ma l’inglese, ahimè, lo parliamo sempre in maniera catastrofica, tocca ammetterlo.
La sala da lettura è quanto più ‘800 New England possiate immaginare. Caminetto, quercia, quercia e ancora quercia. Velluti, tappeti, luci soffuse nel giallo, cervi impagliati alle pareti. Lo stesso vale per la sala da biliardo. Ma lì, d’impagliato, ci sono anche un orso e un leone. Voglio dire, un orso e un leone! Balù e Simba. Così talmente fuori contesto, se pensiamo che la giungla newyorkese è fatta di acciaio, vetro e cemento, che nemmeno un club nato in pieno Rudyard Kipling trova giustificazione. Se poi vi intrufolate nella Main Dining Room al terzo piano potreste sentire lo spettro di Frank Delano e di tutti gli impiegati di banca e Borsa durante la pausa pranzo di un secolo fa aleggiare nell’aria. Le sedie sono le stesse. Le tovaglie, pure, credo.
Ho rubato gisuto un paio di scatti che trovate nel Frunyc III. E intendo proprio nel senso letterale del termine “rubati”. L’uso del cellulare è proibito alla DTA. Chi vuole farne uso deve rintanarsi in una cabina — di quercia naturalmente — che ospita, a ogni piano, un vecchio telefono di bachelite assolutamente non funzionante, che è stato messo lì solo per ricordare che quella cabina è l’unico posto in cui si può accedere al proprio telefono. Se i membri rispettino questa regola, è un mistero che vorrei risolvere prima o poi.
Mi è stato spiegato anche il dress-code. Giacca a cravatta per lui nella sala da pranzo il mercoledì e il giovedì sera. “Business casual” accettato in tutto il resto dell’edificio — business casual vuol dire “tutto purché col colletto”, la polo la si fa passare, ma la camicia è meglio. Assolutamente verboten jeans e scarpe da ginnastica, pena la cacciata dal paradiso alpestre — si tratta pur sempre di Pine Street (!).
Mi piacerebbe tanto sollevare un punto sulle Paciotti o le Todd’s. Lasciamo fuori quel po’ po’ Made-in-Italy perché rientra nella categoria sneakers??
Anche per le donne, niente jeans, infradito e scarpe da ginnastica. Potete anche farvi fare delle infradito personalizzate da Mr Svarowsky in persona, ma sempre infradito sono, e niente, rimanete fuori. E potete anche portare un paio di jeans di Maison Margela da 645 dollari, ma anche quelli pur sempre jeans sono, quindi, rimanete fuori. Niente Maison Margela. Très desolée.
Le donne che ho visto portavano tutte degli outfit apparentemente eleganti, ma di quella eleganza un po’ scialba&sciatta che caratterizza la popolazione americana — ebbene sì, anche a New York City. Quei colori troppo vivi, quelle borse-pochette gioiello che ricordano uova di Fabergé ma partorite da galline cubiste. I gentlemen molto ossequiosi, quel modo d’inchinare il capo e accennare un sorriso ossequioso quando magari mezz’ora prima hanno realizzato una qualche fusione che lascerà a casa migliaia di lavoratori — ossequiosamente, s’intenda. Le donne ti scrutano con quel misto di meraviglia, diffidenza e invidia che si riserva in parti uguali agli oggetti esotici.

Quindi sappiate tutti, Fellows, che questi posti esistono ancora e ancora brillano. Fortunatamente il cielo newyorkese è abbastanza esteso per ospitare molto altro. Una sera alla DTA per motivi esplorativi — e vestiti da gara — va bene, due potrebbero essere decisamente troppo.

Il film della settimana — e speriamo della vittoria nella sezione “Film straniero” ai prossimi Oscar —è “Loveless” del russo russissimo Andrey Zvyagintsev. Si è già aggiudicato il Premio della Giuria all’ultimo Festival di Cannes, quindi l’Oscar sarebbe la ciliegina sulla trojka (!).
Inutile menar il can per l’aia: c’è tutto quello che potete aspettarvi da un film russo. Gelo — morale, emotivo, meteorologico. Sparizione quasi totale dei colori e presenza assoluta del bianco steppa. Irrimediabile desolazione e impossibilità di redenzione per i personaggi. Mettete insieme Karamazov, Potemkin ed Eisenstejn passando per Tarkowski e Sokurov e avrete “Loveless”. Questo non spinga, tuttavia, al fuggi-fuggi. Il film è assolutamente meritevole, grazie proprio alla sua spietatezza, al suo rigore e all’assenza di sconti per ciascuno.
Noi Moviers siamo abituati al cinema coreano di Kim-Ki-Duk. Considerate Zvyagintsev una sorta di fratello a distanza, cresciuto in una dacia con un’inifinita tundra esistenziale tutt’intorno.

“Loveless”, senza amore, è Alexey, un ragazzino di 12 anni, “cresciuto” da una coppia sul punto di divorziare. “Cresciuto” tra virgolette perché i due genitori, Zhenya e Boris, non fanno altro che scannarsi dalla mattina alla sera in attesa solo di vendere l’appartamento, firmare le carte dell’avvocato e cominciare ciascuno la propria nuova vita — Zhenya con un facoltoso belloccio perfetto con un appartamento strepitoso, Boris con Masha, la nuova compagna, che è in procinto di renderlo padre per la seconda volta. Alexey è decisamente di troppo e i due, oltre alle ore di reciproche recriminazioni, stanno pianificando il modo di sbarazzarsi di lui. Colleggio ed Esercito è l’abbinamento che va per la maggiore, soprattutto per la madre. Il padre propone anche “parcheggiamolo-dalla-nonna”, variante che convince poco Zhenya, visto il rapporto pessimo con la madre megera. Immaginate tutto questo in una cucina di un appartamento della periferia di Mosca. Immaginate che nel letto della camera del piccolo Alexey non ci sia nessuno perché lui, Alexey, non è addormentato nel suo letto, ma è sveglissimo dietro la porta del bagno, e sente tutto tutto quello che i due genitori si stanno tirando addosso in termini di insulti. Soprattutto, sente la discussione su come farlo fuori dalle reciproche vite. Il pianto soffocato di Alexey — con quel pugno premuto sulla bocca per non far eruttare il dolore e renderlo udibile soprattutto a se stesso — è quanto di più struggente a cui io abbia assistito nell’ultimo anno cinematografico.
Cosa fa a questo punto un bambino cresciutosi praticamente da solo, non voluto fin prima della nascita — Zhenya, rimasta incinta, voleva abortire, ma per andarsene dalla madre, ha tenuto il bambino come scappatoia — un bambino non amato e fatto sentire un fardello? Un bambino in quello stato scappa di casa.

A questo punto i due genitori sembrano accorgersi di lui, ma solo come scocciatura, come intralcio alle loro singole vite. Man mano che il film evolve, la disperazione dei due sembra aumentare — culminando nella scena all’obitorio in cui devono riconoscere la salma di un bambino. Ma in realtà capiremo che è tutta scena. Quando le ricerche non portano a nulla di fatto e le squadre di volontari si danno per vinte, tutto sembra tornare alla normalità. Una normalità apparente. In una scena dall’alto contenuto tabù, Boris afferra la nuova figlioletta di un paio d’anni che lo infastidisce mentre guarda la tivù. La solleva come si solleva un bambino per farlo volare e giocare, e tu pensi, ma tu guarda, è diventato un padre amorevole, ha imparato la lezione, allora c’è speranza… E invece, il secondo dopo, fram, la scarica giù nel box peggio di un sacco di patate. E tu spettatore rimani annichilito. Primo perché è difficile vedere scene di violenza sui bambini in un film, e poi perché tutte le speranze che avevi riposto in un eventuale ravvedimento vengono spazzate via in un secondo. Lo stesso dicasi per Zhenya. Dopo essersi trasferita nell’appartamento fico del nuovo compagno, sembra che fra i due non ci sia più quella chimica fisica che li vedeva sempre flirtanti e avvinghiati nella prima parte. Come se si fosse materializzato un distacco. E badate, è tutto relegato a una scena. Ma da quell’unica scena si capisce tutto. Lui sul divano a guardare il telegiornale. Lei smanetta con il cellulare e dopo poco si dirige sul balcone, dove c’è un tapis-roulant. Comincia a correre, ma dopo qualche istante si ferma, come se, d’un tratto le piombasse addosso la vacuità di quell’azione — il tapis-roulant è un simbolo perfetto di vacuità, corri corri e rimani sempre on that same fuc*ing point — come se in qualche modo sentisse che qualcosa d’irreparabile è capitato nella sua vita, e nessun appartamento fico, nessun innamorato premuroso potrà mai aggiustarlo. Non arriva fino alla coscienza, alla piena realizzazione di questa intuizione. I personaggi di Zvyagintsev non hanno quella profondità autocritica, sono talmente immersi in loro stessi, nel loro strabordante io di bambinoni 2.0, da non vedersi. Da non vedere il nulla in cui sono sprofondati. Possono aspirare a coglierne degli sprazzi, ma per il resto, continuano a flottare in quello stato d’ignara egocentrata stolidezza che non li porterà da nessuna parte. Non sono baciati da un rinsavimento, da un pentimento: non c’è speranza d’un vero cambiamento. Tutto prosegue incolore, in uno stato di grigia tecnologica asettica routine.

Come avrete capito gli adulti escono massacrati da “Loveless”. Infantili, egoisti, narcisi, preoccupati solo di se stessi e del proprio individuale benessere. Fedifraghi, flirtanti, impazienti, riottosi. I grandi, nel 2kk, sono bambini con accesso a soldi e cellulare. E i bambini? I bambini come Alexey sono destinati al nulla, quello in cui li gettano genitori viziati e viziosi come Zhenya e Boris. Sono lost, perduti, perduti per sempre. In senso letterale — Alexey non sarà ritrovato — e in senso figurato: chi non riceve amore perde l’accesso a diventare un essere umano completo, e si perde, spesso, per strade sbagliate, oppure sviluppa delle valvole che sfogano quella mancanza. Dipendenze di sorta, autolesionismi.
Chi è fortunato, l’arte.

Il film denuncia anche la meschina circolarità che affligge i rapporti, in base alla quale un genitore che da figlio non ha ricevuto amore ed è destinato allo stato di lovelessness, diventa a sua volta un genitore incapace di dare amore, come nel caso di Zhenya. Cresciuta da una madre infernale, diventerà ella stessa una madre infernale, in una implacabile coazione a ripetere — io confido sempre che un anello della catena, magari quello più debole e inaspettato, finisca per spezzare la catena e cominciare da zero.
Quanto alla mise-en-scène, fredda e spietatissima. Il linguaggio di Zvyagintsev si alterna fra piani sequenza e riprese fisse che catturano la china amorale lunga la quale stanno scendendo i protagonisti.
E la scelta di contrappuntare la storia privata della famiglia con quella dello sfacelo vissuto dalla Russia dal punto di vista politico — la Grande Madre che non c’è più — lega il micro al macro, ravvisando nel micro il male endemico presente nel macro. Così da dramma famigliare, “Loveless” si trasforma in un’allegoria in cui leggere, senza troppa fatica, la crisi della Russia contemporanea, a livello geopolitico, statale, morale, umano.
Assolutamente imperdibile. E tutto il tifo diretto a lui durante la notte degli Oscar, il 4 marzo prossimo.

Se vi va di viaggiare un po’ per NYC e scoprire in cosa sono riusciti un gruppo di lazzaroni trentini alla Carnegie Hall, leggetevi questo articolo 😉

E anche stasera abbiamo fatto una certa, quindi come sempre vi ricordo di fare un giro nel Frunyc III aggiornato, vi ringrazio dell’attenzione e vi mando dei saluti, esclusivamente cinematografici.

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