Posts made in marzo 4th, 2018

LET’S MOVIE 360 from NYC – commenta “FOXTROT” di Samuel Maoz

LET’S MOVIE 360 from NYC – commenta “FOXTROT” di Samuel Maoz

MTA, Moviers,

sta per Metropolitan Transportation Authority: la società responsabile del trasporto pubblico newyorkese. Non solo di New York City, come erroneamente credevo io. Ma di 12 contee dello Stato di New York, e due nel Connecticut. Un po’ come l’ATAC di Roma, l’ATM di Milano e… l’Atesina in Trentino (!). Proprio perché l’MTA si occupa di scorrazzare qualcosa come 11 milioni di passeggeri la settimana, da Yonkers a  Wetchester, da Nassau a Putnam, uno non se la sente di criticarla più di tanto. Un elefante che, da fuori, deve portare nella cristalleria di Manhattan migliaia e migliaia e migliaia di animaletti, incazzosi il lunedì mattina, sballati il venerdì sera e tendenzialmente depressi la domenica pomeriggio. Come lo critichi, un Dumbo Senior che fa il suo lavoro, nonostante l’età, gli acciacchi, e soprattutto, le conseguenze di Sandy, l’Uragano?
Come ho già avuto modo di dire in passato, la rete metropolitana di NYC, ma soprattutto di Manhattan, subì danni serissimi, gravissimi, quel 27 ottobre del 2012. Sono passati sei anni e i lavori continuano e continuano. Ovviamente l’MTA cerca di farli impattare il meno possibile sul cittadino. Il che vuol dire, garantire il servizio durante la settimana, fino alle 11 pm, mettendo a disposizione shuttle bus nei tratti coinvolti, e concentrando i lavori dalle 11 pm alle 5 am, e nel fine settimana. Se nel finesesttimana devi andare a Brooklyn, devi industriarti con dei percorsi alternativi: la linea rossa non viaggia da Battery Park a Brooklyn il sabato e la domenica, quindi devi raggiungerla con la verde e la gialla — lo so perché il weekend scorso ho fatto la spola Brooklyn-Upper West Side tre volte per il LitFilm Festival. Questo semaforo metropolitano, checché assai impazzito, ti permette comunque di arrivare dove devi arrivare. Con qualche quarto d’ora di viaggio in più magari, e non proprio proprio alla stazione più vicina alla tua destinazione magari, ma per arrivare arrivi. E qui funziona che nessuno si lamenta. Tutti si adattano.
Fair enough, dico.

Però non smetto mai di chiedere ai newyokesi che conosco, come mai si stia impiegando così tanto. Sei anni non sono proprio due settimane. La risposta riconferma la devastazione di Sandy sulle strutture sotterranee e il salso dell’acqua di mare che avrebbe minato molti impianti elettrici. E poi l’estensione. 25 linee e più di 420 stazioni.
In effetti molto spesso mi ritrovo a ragionare con la mente da piccola regione. Da piccola Italia. Ma qui si tratta di altri numeri. Faccio lo stesso con la questione della spazzatura. NYC è stata eletta la capitale più sporca degli Stati Uniti. Dietro di lei, Los Angeles —il fatto che siano le due città americane in cui ho vissuto, io, una schizzinosa di livello ossessivo-borderline-compulsivo, rende questa “coincidenza” un contrappasso di perfezione pressoché dantesca.
Che sul risvolto del paltò di NYC spicchi la coccarda di Miss Discarica 2018 non mi sorprende. La chiamo sempre “giungla”, anche per questo. E se volevo Losanna, andavo in Svizzera.
E’ indubbio che qui manchi qualsiasi senso di educazione ecologica. Le cartacce vengono molto spesso gettate per terra, oppure giù per i binari della metro. Come se questi si spalancassero e inghiottissero tutto. I bidoni agli angoli delle strade tracimano. E in questo caso il problema non sta nei G-men — così chiamati gli spazzini (G=Garbage) — che passano a ciclo continuo, di giorno e di notte. Il problema sta nell’esubero di confezioni, polistiroli takeaway, bicchieroni, copri-bicchieroni, porta-bicchieroni, fascette anti-scottatura intorno ai bicchieroni, cannucce, mica-cannucce, plastiche, pellicole, cartoni, cartoncini, tovagliolini, posate, coperchi, and so on and so forth. L’America, il primo paese ad introdurre l’approccio usa&getta, USA —portandoselo scritto anche fatalmente nel nome — usa molto, ma getta altrettanto.
Da Wholefoods, il supermercato da americani sensibili e sensibilizzati al 100% organic, 100% bio, e da Trader’s Joe, la sua copia con i prezzi per comuni mortali, lì, la spesa, te la ripongono in due sacchettoni di carta con le maniglie. Due, non uno. Uno dentro l’altro. Perché? Perché un sacchetto da solo si rompe. Quindi hanno preso quest’abitudine dei due sacchetti. Quattro manici resistono. Due no.
L’assurdità del tutto sfiora davvero il Beckett più estremo. Nessuno avrà mai pensato di concepire una borsa più resistente, con manici più resistenti, di modo che ne serva solo una? Nessuno avrà mai pensato di farla pagare, quell’unica borsa, anche cara, tipo un quarter, no di più, mezzo dollaro? In questo modo il cliente la paga una volta, e sbuffa. La paga una seconda volta, e risbuffa. La paga una terza, ri-risbuffa, e dentro di sé si dice “col cavolo che butto via un altro quarto di dollaro, o mezzo dollaro, per comprare qualcosa che non mangio (!), la prossima volta me la porto da casa, anzi sai checcè, me ne porto una di tela”.
Non è andata così, del resto, anche in Italia, uno dei pesi più refrattari al cambiamento sulla crosta terrestre? Non so se ricordate quanto tempo impiegammo — quante multe cercammo di evitare e infine pagammo — per digerire l’obbligo delle cinture di sicurezza in macchina, nei primi anni ‘90… Quanti sbuffi avranno sentito, quei poveri abitacoli! Poi però ci siamo abituati. E ci siamo abituati a portarci la sporta di tela da casa quando abbiamo capito che quella borsa in materiale biodegradabile da 25 centesimi si spaccava anche solo guardando lo spigolo di quel pacchetto assassino, di quella bottiglia da 2 litri, e ti avrebbe abbandonato in quella striscia di Gaza che è lo spazio dei macelli fra la cassa e l’uscita.

Qualche timido cenno al miglioramento, tuttavia, lo intravedo qui. Qualche giorno fa hanno fatto la loro comparsa, nei reparti frutta e verdura, i sacchetti di materiale bio — quello della striscia di Gaza. Quei sacchetti che in Italia vengono utilizzati per l’umido. Ecco, qui ora, se andate da Trader’s Joe e volete comprarvi due mele, le mettete lì. Ah, se questi americani sapessero che in Italia questi sacchetti si fanno pagare! Troverebbero subito il modo di mettere in piedi un business e monetizzare come non ci fosse un domani. Perché questo, glielo dobbiamo riconoscere. Gli affari sono nati qui. Gli affari selvaggi, quelli spregiudicati, alla Jordan Belfort, quelli che noi italiani cerchiamo di scimmiottare, non riuscendoci — fortunatamente.

Ho chiesto al mio pupil Stephen di scrivere un breve essay sul perché i newyorchesi manchino di educazione ecologica.
Stephen è uno studente a cui do lezioni private d’italiano. Non è il solito sbarbatello che sogna di mettere le mani su quel pugno di crediti che gli mancano per passare Italiano II e laurearsi. Stephen è un avvocato in pensione di 71 anni che viaggia il mondo e ama l’italiano alla follia.
Ama tantissime altre cose, anche. Nuotare e correre — ed essere membro dei New York Road Runners. Se non fa qualcosa ogni giorno sta male, mi dice. Io gli dico, sei la versione di me senior 🙂 Inoltre è amministratore del suo palazzo, a Chelsea — e credetemi, it means a hell lot of work qui a New York. Cerca di andare all’opera almeno una volta ogni quindici giorni. Oltre alle lezioni con me, segue altri due corsi in due Recreational Center per anziani. Quindi fa italiano tre volte alla settimana. Con un insegnante leggono Pirandello, con l’altra, La Pimpa, che Stephen detesta — certo se mastichi un po’ di Pirandello, La Pimpa perde tutti i punti, tutti i poix. Io faccio un po’ da raccordo fra i due corsi, e gli passo meravigliose espressioni italiane che noi diamo per scontate ma che solo l’italiano può permettersi, tipo “oggi si sta proprio bene” — riferito a una giornata con temperatura ideale. Oppure gli faccio accettare azzardi linguistici apparentemente incomprensibili tipo “mi sono fatto la macchina nuova”.
Stephen ama anche il suo ragazzo, Lorenzo, detto Larry, un filippino che da una foto che mi ha mostrato, non avrà più di 35-8 anni. Stanno insieme da 10 anni. E menomale che la strabiliante matematica dell’amore se ne infischia dei numeri.
Arriva sempre con un maxi caffelatte by Starbucks, lo zaino da geek e l’andatura concitata. Al polso porta quel diavolo di orologio che vi monitora come un elettrocardiogramma ambulante e vi dice quante ore avete dormito, calorie assunto e bruciato. E nel cellulare, ha due app per studiare italiano. Una è un dizionario con la pronuncia incorporata e con l’altra può ascoltare le ultime notizie in italiano.
Non potete immaginare quanto s’infuri con se stesso quando non si ricorda una parola che abbiamo studiato le volte precedenti. Quanto pretenda da se stesso.
Siccome abita a New York City da oltre quarant’anni, ho tirato fuori la questione della sporcizia, dell’immondizia differenziata non-differenziata e di quanto invece ci si aspetterebbe un livello di sensibilità ecologica molto più alto, visto che NYC è la capitale che corre sempre avanti più di tutti.
Ha provato a spiegarmi di 40 anni fa: allora sì era davvero una discarica, sia sotto (in metro) che sopra (in strada) e che le cose sono molto molto MOLTO migliorate.
“Manca una historia di statou soci-ale”, fa lui.
“Sì, Stephen, ho capito”, faccio io, “ma cavolo però…”
“’Cavolou??’ Come brocoli?”, chiede lui — la U da Stanlio dopo la O e le doppie singole sono durissime a morire nei parlanti inglesi.
Allora colgo al volo l’occasione per spiegargli un’altra meraviglia della lingua italiana, che trasforma un ortaggio in un moto di stizza.
“A volte parliamo vegano”, aggiungo io.
Scoppia a ridere.
Sono curiosa di vedere cosa scriverà nell’essay che mi leggerà domani. Se sono rivelazioni copernicane in merito all’ecologia in NYC, mi premuro di passarvele 🙂

Questa settimana l’Angelika Film Center mi ha fatto vedere “Foxtrot”, Leone d’Argento all’ultima Mostra del Cinema di Venezia. Il regista è Samuel Maoz. Ricordate “Lebanon”? Il film che si svolgeva tutto dentro l’abitacolo di un carroarmato e che finiva in un immagine di girasoli? Precisamente lui.
“Foxtrot” è un film che si scinde in tre movimenti narrativi distinti, raccordati da un finale che ribalta — letteralmente… — tutto.
Pensate che un giorno due ufficiali vengano a casa vostra e vi dicano, Signor e Signora Feldman, ci spiace comunicarvi che vostro figlio è caduto per servire la patria.
Voi, se siete la Signora Feldman, stramazzate al suolo con una crisi epilettica. Se siete il Signor Feldman, non sapete dove sbattere la testa e cercate un modo per liberarvi di tutti quelli che, tutt’intorno, scaricano su di voi il loro dolore.
In questa prima parte l’occhio del regista è fisso dentro la bella casa dei Feldman, a spiare l’elaborazione di un lutto troppo grande, troppo insuperabile persino per essere manifestato. Feldman si chiude in bagno, cammina ossessivamente il perimetro della stanza, come se fosse fisicamente imprigionato nel loculo del suo dolore, mette la mano sotto l’acqua bollente fino a ustionarla, e non per punirsi, ma forse per avere una controparte fisica del dolore emotivo contro cui sta combattendo — siamo portati a comprendere la sofferenza del corpo molto più di quella dell’anima. Una mezz’ora che potremmo intitolare “l’anatomia della pena” — sulla falsariga de “La stanza del figlio” di Moretti. Tutto si svolge dentro l’appartamento dei coniugi, quindi la sensazione di costrizione, di claustrofobia e impossibilità di evasione è palpabile tutto il tempo. Lo spettatore è inchiodato visivamente ed emotivamente, come se fosse vittima di un lugubre incantesimo che lo costringe psichicamente a (ri)vivere una situazione estrema come quella della perdita improvvisa di un caro.

Ma poi, come spesso capita nella vita, ecco il rovesciamento. “Signor e Signora Feldman, c’è stato un terribile equivoco. Il Jonathan Feldman che è morto non è vostro figlio. E’ un altro Jonathan Feldman. Vostro figlio è vivo, e tornerà a casa presto”.
Di lì passiamo al secondo movimento narrativo, in cui ci scordiamo dei coniugi Feldman, e siamo spinti in un avamposto, in mezzo al nulla israeliano. Quattro soldati gestiscono un posto di blocco, controllando i documenti a qualche macchina, alzando la sbarra davanti a qualche cammello solitario, in mezzo alla noia e all’inazione generale. E’ la parte surreale, grottesca, in cui alla assoluta tragedia di quattro gioventù sprecate in un inutile posoto di blocco, si affianca la commedia, persino il musical, e poi il cinema d’animazione. Sembra di vedere il fantasma di Beckett aleggiare fra i quattro protagonisti, ricordandoci dell’assurdo che può penetrare nella tua vita e farti sfornare giorni replicanti, gli uni uguali agli altri, senza un senso, senza una destinazione.
Eppure Maoz ha un modo poetico, assolutamente originale di raccontarci questa inattività esistenziale, optando per scelte visive colorate e sorprendenti. E poi sviluppa una precisa metafora su cui poggia tutto il senso ultimo del film: il foxtrot, ovvero il ballo in cui ci si muove ma si rimane sempre nello stesso posto. Il ballerino di foxtrot si muove percorrendo sempre un quadrato, oltre il quale non esce. Un passo a destra, uno indietro, uno a sinistra, uno in avanti, uno a destra, riportano il ballerino sempre allo stesso punto di partenza. Un perimetro chiuso, senza possibilità di evasioni o progressioni, che ricorda la corsa convulsa del padre lungo le piccole pareti del bagno, nella prima parte. Che ricorda, soprattuto, quello che sta accadendo da tanti anni in Israele. Uno stato bloccato, fermo, incapace di andare avanti, in qualsivoglia direzione.

Apprendiamo, durante questo confino psico-fisico al limitare del nulla, della storia di Feldman Senior, che Jonathan racconta ai suoi compagni. Una storia che poi ritroviamo nel terzo e ultimo movimento del film, che si apre con un altro colpo di scena, l’ennesima svolta narrativa. Rieccoci nell’appartamento dei Feldman. E rieccoci di nuovo nel dolore. Ma perché?, ci chiediamo. Jonathan è vivo, sta per tornare a casa. Perché il lutto?
Perché la vita a volte sembra accanirsi talmente tanto da smuovere la sorte e tirarla dalla sua parte, piazzando un cammello dietro una curva, in mezzo alla strada, e facendo finire tutto, in maniera insulsa, per una giovane vita che la sorte, quella stessa sorte, aveva graziato poco prima.
Anche quest’ultima parte è ricca: scava nel passato del padre di Jonathan, nel presente dei quattro commilitoni costretti a vivere con una colpa per un altro assurdo equivoco che costa la vita a quattro persone, e lo fa attraverso flash-back animati, in cui i disegni del fumettista Jonathan prendono vita e si mescolano al racconto.
Questo mi porta a dire che l’inaspettato è la cifra di questo film, sia visivamente che narrativamente. In alcuni momenti si ha la sensazione che Maoz indugi eccessivamente su certe riprese oblique, certi stravolgimenti di camera, che tuttavia sono anche il modo che ha di assicurare ossigeno visivo a una storia di apnea emotiva ed esistenziale. Non mi sento quindi di parlare di virtuosismi, quanto piuttosto di un’arte che combatte l’assurdo attraverso la sua vitale forza interpretativa. In fondo è l’arte di Jonathan — i suoi disegni — che interpretano la storia della vita del Signor Feldman e la raccontano allo spettatore.
Film per palati sottili e menti a cui piace scavare dentro la materia proposta sullo schermo, “Foxtrot” è anche, in fondo, un “no” all’oltraggioso davanti al quale l’esistenza ci mette. E’ un soldato che balla in mezzo al nulla, con un mitra per ballerina, e il volto dipinto di una pin-up anni ’50 che sorride da un furgoncino scassato.

E cari Moviers, oggi ricevete questa mail in anticipo perché stanotte è LA notte. Sì delle elezioni, ma no, non quelle politiche… Quelle cinematografiche!
“And the Oscar goes to”…. Quest’anno, l’evento in sync con l’Honorary Member Mic d’istanza a Vicenza si ripeterà, per l’ennesimo anno. Io sarò probabilmente al Metrograph nel Lower East Side, a godermi lo spettacolo in sala. 🙂

Di seguito la mia “Wish List”. Non chi penso che vinca, ma chi voglio che vinca — in grassetto.

MIGLIOR FILM
Dunkirk
Get Out
Il filo nascosto
Lady Bird
Chiamami col tuo nome
La forma dell’acqua
L’ora più buia
The Post
Tre manifesti a Ebbing, Missouri

MIGLIOR REGIA
Greta Gerwig, Lady Bird
Christopher Nolan, Dunkirk
Paul Thomas Anderson, Il filo nascosto
Guillermo del Toro, La forma dell’acqua
Jordan Peele, Get Out

MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA
Daniel Day-Lewis, Il filo nascosto
Daniel Kaluuya, Get Out
Denzel Washington, Roman J. Israel, Esq.
Gary Oldman, L’ora più buia
Timothée Chalamet, Chiamami col tuo nome

MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA
Meryl Streep, The Post
Sally Hawkins, La forma dell’acqua
Frances McDormand, Tre manifesti a Ebbing, Missouri
Margot Robbie, Io, Tonya (ex aequo)

Saoirse Ronan, Lady Bird

MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA
Christopher Plummer, Tutti i soldi del mondo
Richard Jenkins, La forma dell’acqua
Sam Rockwell, Tre manifesti a Ebbing, Missouri
Willem Dafoe, The Florida Project
Woody Harrelson, Tre manifesti a Ebbing, Missouri

MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA
Allison Janney, Io, Tonya
Laurie Metcalf, Lady Bird
Lesley Manville, Il filo nascosto
Mary J. Blige, Mudbound
Octavia Spencer, La forma dell’acqua

MIGLIOR FILM D’ANIMAZIONE
Baby Boss
Coco
Loving Vincent
Ferdinand
The Breadwinner

MIGLIOR DOCUMENTARIO
Abacus: Small Enough to Jail
Faces Places
Icarus
Strong Island
Last man in Aleppo

MIGLIOR FILM STRANIERO
A Fantastic Woman
Loveless
The Insult
On body and soul
The Square (ex aequo)

MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE
Get Out
Lady Bird
La forma dell’acqua
The Big Sick
Tre manifesti a Ebbing, Missouri

MIGLIOR CANZONE
“Mighty River”, Mudbound
“Mystery of Love”, Chiamami col tuo nome
“Remember me”, Coco
“Stand Up for Something”, Marshall
“This is me”, The Greatest Showman

MIGLIOR SCENEGGIATURA NON ORIGINALE
Chiamami col tuo nome
Logan
Molly’s Game
Mudbound
The Disaster Artist

MIGLIORI COSTUMI
La bella e la bestia
Il filo nascosto
La forma dell’acqua
L’ora più buia
Victoria & Abdul

MIGLIORE SCENOGRAFIA
Blade Runner 2049
La Bella e la Bestia
Dunkirk
La forma dell’acqua
L’ora più buia

MIGLIOR MONTAGGIO SONORO (“SOUND MIXING”)
Baby Driver
Blade Runner 2049
Dunkirk
La forma dell’acqua
Star Wars: Gli ultimi Jedi

MIGLIOR FOTOGRAFIA
Blade Runner 2049
Dunkirk
La forma dell’acqua
L’ora più buia
Mudbound

MIGLIOR SONORO (“SOUND EDITING”)
Baby Driver
Blade Runner 2049
Dunkirk
La forma dell’acqua
Star Wars: Gli ultimi Jedi

MIGLIOR COLONNA SONORA ORIGINALE
Dunkirk
Il filo nascosto
La forma dell’acqua
Star Wars: Gli ultimi Jedi
Tre manifesti a Ebbing, Missouri

MIGLIOR MONTAGGIO
Baby Driver
Dunkirk
Io, Tonya
La forma dell’acqua
Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Tengo in modo particolare a “Call Me by Your Name” e a Timothée Chalamet — sarebbe l’attore più giovane mai premiato con la statuetta per miglior attore protagonista. Spero in qualche premio per “I, Tonya”, un mockumentary di spasso e terrore rari — con quel capolavoro di Margot Robbie per attrice protagonista e produttrice. Spero in “Dunkirk” e in Christopher Nolan. Così come in qualche Oscar per “The Shape of Water”, ma non come miglior film o regia. Spero in “Faces Places”, un documentario che promettetemi di non perdere, e in “Loveless” per il miglior film straniero, insieme a “The Square” del grande Ruben Ostlund. Miglior sceneggiatura originale a “Lady Bird”, please, che se lo merita — ma certo non nelle categorie maggiori, il film non regge il paragone, per esempio, con “Dunkirk”. “Loving Vincent” come miglior film d’animazione, evidamment.

E ora, è giunta l’ora di salutarvi. Il Frunyc III c’è sempre. E anche i ringraziamenti. E i saluti, oggi, movi(e)mentatamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

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