LET’S MOVIE 361 from NYC – MORTO STALIN SE NE FA UN ALTRO – THE DEATH OF STALIN – di Armando Iannucci

LET’S MOVIE 361 from NYC – MORTO STALIN SE NE FA UN ALTRO – THE DEATH OF STALIN – di Armando Iannucci

Marzo Moviers

è un mese spietato a NYC. Febbraio t’inganna, con il suo sguardo sbarazzino, i suoi sussurri primaverili.
Un paio di giorni, a metà mese, eravamo tutti in maniche corte. Maniche e braghette corte, a Central Park. Un denudamento generale. Uno spettacolo di carni pallidissime, visi sbattuti da mesi inv/fernali, tutto sotto un sole di fuoco. L’estasi può anche assumere questa forma. 26 gradi nel bel mezzo di febbraio.
Bliss.
Ma poi arriva marzo. Il mese marrano, che ti prende per i capelli e vi getta dritti dritti nelle sotterranee di gennaio, quando i giorni sono talmente brevi che finiscono prima ancora di cominciare. Mercoledì abbiamo avuto una nevicata giornaliera che ha messo sottosopra mezzo New Jersey. Alberi caduti sopra cavi dell’elettricità, treni in tilt, ritardi. Pareva di stare in Italia — so che avete avuto la vostra bella dose di Burian, e vi state preparando al sequel, doh…
In realtà, come dicevo l’anno scorso, qui le previsioni meteo non sbagliano mai, e le istituzioni si adeguano di conseguenza, tirando fuori gli allarmismi del caso. Martedì mattina ho ricevuto un messaggio dall’External Relations dell’FIT che titolava “Monitoring weather conditions”… “Due to predictions of a storm on March 7, the college is currently monitoring weather conditions. Information will be provided if there are any changes to class schedules or campus hours. Information will also be posted at fitnyc.edu/emergency/school-closing.php. You are also advised to continue to check the FIT website, email, and text messages for updates”.
Mettete al riparo donne e bambini. STOP. Non aprite a nessuno. STOP.
🙂
Il messaggio successivo, direttamente dal FIT ALERT Notification System, ci avvisava che l’Ateneo sarebbe rimasto chiuso per tutta la giornata di mercoledì e di giovedì mattina.

E la nevicata, puntuale, è arrivata. Facendosi attendere un po’, per la verità. La mattina nevischio, pioggia ghiacciata, e poi, dal primissimo pomeriggio, una quantità di neve talmente ottocentesca da farti pensare alla Locanda di Minnie (Quentin tempo vi ci vuole per indovinare la citazione? ;-)), o al Wyoming. Posti dimenticati da domeniddio.
New York City, per quel giorno, cade in letargo. Un incantesimo che fa bloccare le macchine, rintanare in casa le anime e fermare il tempo. Io, che qui non ho una macchina e che mal sopporto i diktat, vieppiù — vieppiù?! — se da mano meteorologica, ho pensato bene di raggiungere l’amata piscina sulla 145esima e farmi una nuotata.
Cosa c’è di meglio di una nuotata dentro, quando fuori si scatena scirocco e i suoi fratelli —lapponi?
Faccio una decina di vasche, un occhio sempre puntato alle vetrate, all’apocalisse che sta montando fuori, la sensazione dentro, dentro di me, di averla fatta franca. Anzi, di averla fatta proprio in barba alla tormenta. E’ così che deve essersi sentito Prometeo quando ha fregato agli dei, mi dico, gongolando sott’acqua.
Tutto d’un tratto, mentro mi appresto a conquistare l’undicesima vasca, sento fischiare. Faccio finta di niente — le allucinazione vanno sempre ignorate, sulle prime. Ma lo risento. Un fischio più lungo. Con somma stizza mi fermo, metto la testa fuori dall’acqua e sento il bagnino intimare a noi tre gatti in vasca di uscire dall’acqua immediatamente. Sbuffo come una locomotiva, ed esco, e non ho bisogno di spiegazioni. L’estate scorsa, stessa solfa. Un temporale, un fulmine. Fischio del bagnino, fuori dall’acqua. Quella volta, esasperata perché non ero nemmeno arrivata alla quinta vasca, avevo infilato il piede di guerra — zoppicante, ricorderete il mignolo rotto — ma pur sempre di guerra, e mi ero diretta dal povero bagnino in servizio, che mi aveva spiegato, con flemma direi anglosassone, che la copertura della piscina era di lamiera. La lamiera conduce i fulmini all’acqua della piscina. Fosse stato italiano, invece che un harlemita anglosassone, avrebbe aggiunto “certo, se vuoi diventar carne da bbq, fa’ pure, rimani pure in vasca…”. Ma era un harlemita anglosassone.
Anche mercoledì ho infilato il piede di guerra.
E i bagnini accorsi mi dicono, con calma stavolta mariana, “lightning bolts”. Fulmini e saette?? In mezzo alla bufera?! Seeeee dai, non siamo mica a luglio… Scaccio dalla mente l’aquila che gli dei mandarono in zona fegato per punire Prometeo del furto del fuoco, e mi avvio allo spogliatoio. La prassi la conosco. I bagnini sono costretti a far trascorre trenta minuti dall’ultimo fulmine/saetta avvistati in cielo.
A questo punto è tutta questione di tempolibero e testadura. Se hai entrambi, puoi startene a gocciolare nello spogliatoio, e aspettare mezz’ora.
Si dal caso che avessi entrambi. E anche un’altra nuotatrice. Cominciamo a parlare. Io sbraito, dai è impossibile un fulmine in mezzo alla bufera, dai robe-da-matti, succede solo l’estate…
Lei mi sorride. “Actually…”, e mi spiega, cellulare alla mano, che un suo amico l’aveva appena visto: un fulmine in mezzo alla neve. Uno spettacolo unico.
Mutismo e rassegnazione, viro sull’edile strutturale. Mi chiedo — e le chiedo — come sia possibile costruire un tetto di lamiera che conduce l’elettricità dritta dritta in piscina. It’s virtually homicidal, aggiungo io, esagerando assai.
Avranno puntato al risparmo… Mi dice lei.
No wonder, aggiunge.
Why?, le chiedo.
Mi spiega — e lo sapete anche voi perché già ve lo dissi — che il centro sportivo sorge sopra un ex depuratore. Che fu costruito per “far contenti” gli abitanti di Harlem.
“It was a concession”, mi dice.
Mi vede titubante.
“A concession is like a…. a gift”, aggiunge, temendo che non conoscessi la parola.
Sì, sì, la rassicuro, so cosa è una “concessione”… Ma a che scopo?
Per tener buoni gli abitanti di Harlem… I voti si comprano anche così, mi dice, sorniona.
Whaaaat?? Il Riverbank State Park, otto isolati di parco, il più utilizzato di NYC, è frutto di una macchinazione politica?
Mi guarda con un’espressione che dice tipo “Welcome to the world, Heidi”…

La mezz’ora passa. Le uniche superstiti siamo noi. Rientriamo in acqua. Abbiamo tutta la piscina per noi e fuori continua a nevicare fitto.
Faccio le mie vasche, ma non vedo l’ora di andare a fondo di questa storia.
Non vi dico cosa sono stati i sei minuti che separano la piscina dalla fermata della metropolitana. Nessun modo di tenere l’ombrello sopra la testa. Nessun modo di camminare dritti per strada. La bufera è una creatura soprannaturale contro cui non puoi nulla. Meglio mettersi l’animo in pace, e l’ombrello in tasca.
Eppure c’è anche di peggio. Questa è stata una nevicata di media intensità. Quella dello scorso anno, con quella, non ci sarebbe stato modo di uscire e rimanere vivi.
Raggiungo casa e indago. Scopro che nel 1993, anno di costruzione del Riverbank State Park sopra l’ex depuratore, il Governatore dello Stato di NY era Mario Cuomo. Ma cUome? Cuomo non si chiama Andrew? No. Andrew, l’attuale Governatore, è il figlio — quando si dice mestiere di famiglia.
La costruzione del Riverbank State Park non servì a molto, a Mario Cuomo. Nel 1994, la sua corsa al quarto mandato, venne fermata dal repubblicano George Pataki.
Questo per dire che se finisci per considerare dei cittadini, in questo caso quelli di Harlem, delle percentuali elettorali da stabilizzare attraverso un contentino edilizio, fai una fine del C….uomo. Ora vediamo come se la caverà Andrew nelle prossime elezioni di novembre. L’ipotesi che Cynthia Nixon — l’ex Miranda di “Sex and The City” — si candidi, appare sempre più verosimile. Chissà se Andrew seguirà le orme del padre e ci “concederà” qualche nuovo complesso…

E parlando di complessi… Il nostro, quello di An Art Pot from the World, lo spettacolo di cui vi ho parlato tre settimane fa, è andato alla grande.
Dall’Italia mi si chiedono commenti, quindi commento qui.
Affido a questo articolo pubblicato su La Voce di New York la descrizione della serata 🙂
Diciamo che fino a venti secondi prima della performance ho alternato momenti in cui non realizzavo bene cosa stava per succedere, a momenti di autodenigrazione selvaggia, dettati da un’unica pulsante domanda.
Perché tu, Fruner, sempre il cu*o nelle pedate vai a mettere?
E’ una domanda che mi pongo ogni volta che m’infilo in qualche situazione che mi sembra mille volte più grande di me. Mi c’infilo sempre. Perché? Masochismo e incoscienza, potrei dire. Senso della sfida, se fossi uno sportivo in un’intervista televisiva. La verità è che all’inizio sei cauto, non credi che la nave andrà in porto, che quel progetto vedrà mai la luce — il fallimento ha sempre la quota di maggioranza nel mio parlamento personale. Ma ho imparato che qui a NYC le cose possono succedere veramente. E quando vedi che tutto si sta mettendo per il verso giusto, capisci davvero che, holy cow, possono succedere veramente veramente! Quindi sì, il Cell Theater e io sul palco insieme a tre talenti dell’opera, della danza e del pianoforte, può succedere.
Allora come prima cosa procrastini l’immagine di te su un palco a Chelsea per un po’. Quando non puoi più procrastinarlo, non ti rimane che una cosa da fare — e l’ho fatta. Guardare dov’era la fatica. La fatica non stava nel palco: stava tutta in quei fogli che reggevo fra le mani. La tribolazione era tutta lì, nella poesia. Ora mi spettava la parte del fun. E quello è stato. 🙂
E poi c’è il silenzio di cui vi devo dire. Il silenzio delle anime in attesa. Il pubblico zitto e attentissimo. Un istante prima d’infrangerlo, credi che quello sia il posto più rigoglioso, più fertile che ti possa mai circondare. Il più delicato, il più spaventoso, anche. E mentre sei lì, sul limitare di quell’abisso luminoso, e poi ti lasci andare e lasci cadere la prima parola, capisci i tagli nella tela di Lucio Fontana. Capisci perché gli artisti dipingono e gli scrittori scrivono. Attraversano una linea e vanno oltre. E mentre vanno oltre, sperano che qualcuno li segua. E’ un momento di responsabilità indicibile perché sei tu che fai da Virgilio e indichi una via. E lì, devi avere davvero per le mani una verità da dire.
Dal nulla della dissimulazione, difficilmente si torna indietro.

Non scorderò mai, quindi, il silenzio ricco del 16 febbraio al Cell Theater. L’istante prima che la mia voce rendesse pubblico e reale tutto ciò che nacque privato e aereo dentro una stanzetta di Harlem, pochi mesi prima. Quell’istante di terrore e furore, e poi il sollievo che discioglie in voce…

Naturalmente, come ho detto a tanti di voi, le autentiche protagoniste della serata sono stati i due grattacieli che portavo ai piedi, due miracoli di scienza tensostrutturale in forma di volumni architettonici mobili.
Perché non bisogna mai, mai, mai, prendere noi stessi troppo sul serio…. Le scarpe sì, noi mai. 😉

E questa settimana, Fellows, sono andata a vedere un film che so essere uscito anche in Italia con il titolo “Morto Stalin se ne fa un altro” di Armando Iannucci. Qui il titolo è “The Death of Stalin”, e l’opening è stato all’IFC Center, Greenwich Village, giovedì sera. Con introduzione del regista e di due attori protagonisti, Steve Bushemi — Nikita Krusciov nel film — e Jason Isaacs — il capo dell’Armata Rossa. Per assicurarmi il biglietto ho fatto l’impensabile, l’infattibile per una dell’ultimo momento come me. Sono passata a prenderlo con 3 ore di anticipo. Ho agguantato uno dei due ultimi posti e me ne sono andata come se avessi vinto il Sacro Graal.

Il film ha tutte le carte in regola al participio presente per essere un film che piace. Irriverente, esilarante, intelligente. E’ una commedia molto spassosa che ripensa la storia — e ci fa sempre molto piacere quando la storia viene ripensata: ci costringe ad affrontarla da altre, più scomode, angolature.
Diciamo subito che si basa su una graphic novel francese — di grande successo, a quanto sento — e racconta ciò che accadde qualche ora prima dell’emorraggia celebrale che colpì Stalin nel 1953, e i tre giorni che seguirono. Il che-facciamo-adesso dei funzionari, poi i funerali, poi avvicendamenti, omicidi… Il tutto servendosi della realtà come la risorsa più fertile di demenzialità possibile. Nella Russia stalinista la realtà batte la finzione in tutto e per tutto. Liste di chi far fuori, purghe all’orizzonte, vendette e contro-vendette. Il film si apre su una scena che la dice lunga sul sapore dissacrante del film: Stalin e i suoi “fidi” collaboratori — Malenkov, Krushev, Berija, Molotov (ex Monty Pyton) — guardano un western americano. E c’è un traduttore che spiega loro cosa succede altrimenti non capirebbero nulla di nulla…
E di Monty Pyton il film di Iannucci segue la stessa vena idiotica, lo stesso demenzialismo che si fa beffe del potere e ne smaschera l’assurdità attraverso situazioni assurde, che avevamo visto in quel capolavoro di idiozia che fu “MASH”. La corsa al potere dopo la morte di Stalin, le mani che si macchiano di sangue pur di raggiungere i propri fini fanno del film una macchina che corre con due ruote su un binario farsesco e con due ruote su un binario profondamente tragico, portandola a una destinazione ben poco rassicurante per lo spettatore. I dittatori nella storia non sono cambiati di una virgola. Attraverso il populismo e l’accentramento di potere, puntano a confondere il popolo e a presentarsi come figure salvifiche in grado di risolvere tutti i problemi, ma senza mai esporre chiaramente come risolverli, perché di fondo non sanno nulla: tra loro e la gente c’è un divario incolmabile. Come dite? Vi viene in mente Trump? Sì, anche a me — “non badare a quello che dicono gli altri, portatori di fake news. Credete in me e quello che dico io”. Il culto dell’ego — ricordate il Presidente Operaio, dalle nostre parti?
E i simili, i laqué e le serpi che li circondano, non sono tanto migliori. Tramacciano e complottano e sono disposti a tutto.

Iannucci ha messo insieme un cast che più giusto non poteva. Krusciov intepretato da Steve Bushemi, e soprattutto, lasciatemi dire, Jeffrey Tambor nei panni di Malenkov, il successore di Stalin più grullo che poteva capitare alla Grande Madre Russia, interpretato nella maniera più grulla possibile.
Si ride molto, anzi moltissimo, e più che stare al cinema par di stare a teatro. Teatro brechtiano, però, in cui sai perfettamente di star guardando una finzione, una messa in scena. E forse questa consapevolezza mina la serietà d’intenti del film, o probabilmente l’equilibrio fra risata e ripugnanza.
Ricordate “Lui è tornato” di Wentdt del 2016? Una what-if black comedy in cui s’inscenava il ritorno di Hitler e che finiva per parlare della nostra società molto più direttamente di qualsiasi documentario o film di denuncia. Quel film mi piacque talmente tanto, ma talmente tanto, per inventiva, coraggio e lungimiranza, che ora, i film che rivedono la storia mi sembrano rievocarlo, ma senza raggiungere mai quel livello. Quell’equilibro perfetto tra comicità e orrore — vi ripropongo nel Maelstrom il pippone chilometrico che scrissi sul film, così lo richiamate alla memoria.

Quindi, nonostante tutti i participi presenti di eccellenza che abbiamo citato per “The Death of Stalin” — irriverente, esilarante, intelligente — il film mi risulta come una specie di esperimento da laboratorio riuscito in provetta, ma che non diventarà mai un mostro d’inventiva. C’è tutto, ma manca qualcosa.
Per dirla sartorialmente, un bel capo, ben tagliato, di ottima qualità, ma che non conquista la passerella.

Prima di lasciarci alla proiezione, il regista Iannucci — genitori italiani ma cresciuto in Scozia, e con un accento più British di quello della Regina Elisabetta — si è premurato di dirci: “If you like the movie, tell it everyone. If you don’t, shut the fu*k up”, la cui schiettezza è stata premiata con una risata di tutta la sala, la mia sopra tutte, se volete saperlo. 🙂

E anche per oggi ho detto di tutto e di più.
Nel Maelstrom il Lez Muvi su “Lui è tornato”, il Frunyc III aggiornato, ringraziamenti sentiti e saluti, meteorologicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Dal 15 maggio 2016

Le domande che innervano “Lui è tornato” sono varie. E se tornasse? Se, per qualche strana magia del destino, Adolf Hitler, altrimenti noto come Quando il Male incontra il Peggio e si trasforma in Pessimo, ripiombasse sulla terra in piena contemporaneità, cosa direbbe? Cosa farebbe? E noi, come ci comporteremmo? Il regista Wnendt ― per fortuna c’è una “E” fra quella selva di consonanti altrimenti nessuno si avventurerebbe a pronunciare il suo nome― è partito dall’omonimo romanzo di Timur Vermes e ha portato sul grande schermo il personaggio più tabù della storia. Hitler è un territorio sul quale camminare è, tutt’ora, pericolosissimo. Prenderlo e costruirvi attorno una satira, una satira che è su di lui ma molto anche su di NOI, popolino alimentato dal tubo catodico e drogato di www, è un gesto di encomiabile coraggio che andrebbe riconosciuto anche a livello istituzionale, non solo nazionalpopolare (!) ― il film è stato il più visto in Germania nel 2015, superando addirittura il blockbuster “Inside Out”. Un qualche premio, ci starebbe tutto.
Dicevamo, Hitler, LUI, quello vero, non uno che si finge lui, ritorna fra noi. Tutti nel film credono si tratti di uno finto, un attore molto bravo cresciuto a pane e Stanivslavsky system e calato nelle profondità di un ruolo da interpretare, o uno di quegli squilibrati che si credono la reincarnazione di un personaggio storico. E come tale lo trattano. Ma lui, badate bene, è proprio LUI. Adolf, in tutto il suo fuhrore dittatoriale ― per inciso, il fatto che il titolo di Fuhrer sia vagamente assonante con un certo cognome di un certo Board, e che voi facciate tutti parte dell’amabile dittatura lezmuviana sono delle pure coincidenze e non hanno nulla a che fare con il Nazionalsocialismo eh, sia chiaro… 🙂
Torniamo all’inizio del film, a Hitler piovuto nel presente dal passato. Da bravo go-getter qual è, cosa fa? Prende dimestichezza con il 21esimo secolo, e lo piega al suo famigerato Hitler-pensiero per riconquistare il mondo ― i tempi cambiano ma le mire del Fuhrer restano. Affiancato da Sawatzki, un giornalista free-lance che l’ha scovato e che è il suo esatto contrario ― un mammone tenerone che dorme con la borsa dell’acqua calda sulla pancia ― Hitler comincia a girare per la Germania, a parlare con la gente, a camminare tra il suo Volk, ja. Noi lo seguiamo passo passo giacché il regista ― quel dritto del regista ― ha deciso di stargli addosso costantemente con la cinepresa come se Hitler fosse il protagonista di un documentario, una specie di politico/inviato speciale sul campo che tasta il polso e il malcontento della popolazione. E grazie a questo escamotage, noi vediamo come reagiscono le persone che il Fuhrer redivivo approccia.
Che le reazioni delle persone siano vere o ricreate cinematograficamente poco importa ― in ogni caso, secondo me sono pura fiction. A Wnendt non interessa la verità scenica, interessa sguinzagliare dentro di noi un inquietante dubbio. Hitler raccoglierebbe consensi se camminasse tra la folla di oggi, se scendesse nelle periferie, se prestasse orecchio al popolo che si lamenta di oggi? La risposta, inquietantissima più del dubbio stesso, è sì. Sì, oggi un personaggio che parla come Hitler, che propone ideali duri e puri ― contro qualunquismi e correttezza politica e politica temporeggiatrice ― spopolerebbe fra la gente, stanca com’é di vedersi “invadere casa” da stranieri e sentirsi “derubata” del proprio spazio e dei propri diritti. Spopolerebbe anche perché la multimedialità social di oggi gli costruirebbe attorno un personaggio che potrebbe rendercelo “vicino”, simpatico, esattamente come viene mostrato nel film: Hitler mentre gioca a bowling, Hitler apicoltore, Hitler che familiarizza con un mouse. Questo, ovviamente, ci riporta alla memoria filmati degli anni ’30 e ’40, in cui il Fuhrer era immortalato mentre si dilettava fra le montagne della Carinzia dall’Intimo (!) del suo chalet, oppure mentre “scherzava” con i super-atleti della sua Hitler-Jugend. Ci riporta alla mente anche il suo Italian buddy Benito ― il mio immaginario, a quelle immagini, affianca tutta una serie di fotogrammi del Duce contadino, del Duce boxeur, del Duce operaio…
La reazione della collettività è esattamente quello di 80 anni fa. Folle e folle di persone affascinate, di più, ipnotizzate dal modo di fare del dittatore, dal suo carisma, dalla sua semplice presenza fra loro.
Il film pertanto costruisce l’Ascesa del Fuhrer, Parte Seconda. Così come nel ’33, oggi, nel 2014, il Fuhrer s’imporrebbe alla società. Nel ’33 era passato per la Notti dei Lunghi Coltelli e per una propaganda di dimensioni epiche. Oggi il suo “atto violento” si riduce comicamente-irriverentemente all’uccisione di un cane (!) e attraverso l’appropriazione dei nostri mezzi: televisione e internet. E la cosa paurosa è che le persone finirebbero per subire il suo ascendente esattamente come era successo in passato. Sotto questo punto di vista il film è devastante: ti sbatte in faccia, con la potenza dell’ironia ― c’è qualcosa più potente?? ― questa amara verita’.
E Il monito di Primo Levi, “È accaduto, quindi potrebbe accadere di nuovo”, si fa sempre più insistente durante l’evoluzione del film: Hitler raccoglie via via consensi, followers, laik, selfie, conquista il mondo dell’editoria scrivendo il Sequel del Mein Kampf, e conquista pure il mondo del cinema, diventando il protagonista di un film sulla sua vita. E qui i patititi dell’heavy meta (!) e della finzione-nella-finzione ― tipo me ― vanno in visibilio. A un certo punto il film che stiamo vedendo si con-fonde al film su Hitler che stanno girando tanto da disorientarci, da farci perdere un po’ l’equilibrio. La finzione che si sovrappone alla finzione propone una realtà da cui lo spettatore non può distogliere lo sguardo: Hitler potrebbe riconquistarci. Hitler, o Quando il Male incontra il Peggio e si trasforma in Pessimo, rivive oggi nelle sparate xenofobe travestite di “buonsenso” di certi leader di destra, nei muri che si progettano lungo i confini, nelle porte chiuse davanti alla faccia di certi immigrati. In una delle scene finali, Hitler ci fa scivolare in testa una verità che risuona oscura, e che ci portiamo a casa dopo il film: “In fondo siete tutti come me: non ci si può liberare di me, sono una parte di tutti voi”. Queste parole escono dalla sua bocca dopo che Sawatzki, nel finale del film-nel-film, gli ha piantato una pallottola in faccia: Hitler non muore. Mai. Hitler è “una parte di noi” ― è il lato oscuro della Forza, per dirla con Yoda. Ogni volta che si parla di muri, di recinzioni, di “respinto”, di “raus”, Hitler parla. Ma il film, in tutto questo, è orribilmente comico ― è orribile ridere del Fuhrer perché orribile riconoscere che un figuro tale possa suscitarci il riso, ovvero della simpatica ― e ci sono delle scene davvero memorabili, come per esempio Hitler che rimira ed esalta la bellezza di un paesaggio montano per poi inquinarlo, lasciando cadere un bicchierone vuoto. Oppure la scena macabra e comicissima dell’uccisione del cane, e la reazione, altrettanto macabra e comicissima dei media e dell’opinione pubblica. Uccidere un cane è inaccettabile! Finché si tratta di far fuori qualche milione di ebrei fuori onda, bene, ma un cane, in diretta tv, eh no, questo no, è inaccettabile… Wnednt ci prende in giro come raramente siamo stati presi in giro. Oltre ai nostri timori, ci sbatte in faccia anche ciò che siamo diventati. Non facciamo che ingozzarci di junk-tv, di programmi di cucina in tutte le salse e reality piegati alla (il)logica del “più trash più success”, e tutta questa spazzatura ci getta in uno stato di narcosi del pensiero nella quale non distinguiamo nemmeno più la minaccia deldéjà-vecu, anzi, la prendiamo per “cool”, la tempestiamo di laik, e la diffondiamo, postando foto che sono obbrobri e twittando massime che sono minime. Alla fine siamo artefici della nostra stessa sventura, siamo noi, società, che permettiamo a un Hitler Parte II ― o a chi per lui ― di tornare alla carica dopo averne provato gli orrori nelle Parte I. Questo è un messaggio forte, e anche doloroso ― a maggior ragione se pensiamo a quanto ci piace considerarci avanzati, a quanto godiamo nello sbandierare le nostre “democrazie” moderne. Così come dolorose sono le scene finali, in cui Hitler e la sua nuova Eva Braun e compagna di avventure, sfilano per la città su una Mercedes vintage, salutando il popolo come due sovrani appena insediati, e immagini del nostro passato recentissimo ― direi praticamente presente ― scorrono davanti ai nostri occhi. E mentre la tenebra dilaga là fuori, nella cella bianchissima di un manicomio, il povero Sawatzki finirà i suoi giorni, l’abbraccio della camicia di forza come unica consolazione. L’unico che ha capito come stanno veramente le cose, finisce internato, come sempre succede nei regimi totalitaristi.
Il passato non è mai passato, e non è mai stato così vicino a essere presente come oggi, ci dice il film.
Ripensando a questo, alla perpetrazione dello schema, mi è tornato alla mente un altro bellissimo film che vi consiglio, “L’onda” di Dennis Gansel (2008): per spiegare il radicamento della dittatura, un professore di liceo coinvolge i suoi studenti in un esperimento di dittatura in aula. Poco a poco gli studenti ci prendono gusto e l’esperimento sconfina fuori dalla classe con esiti nefasti… “L’onda”, così come “Lui è tornato”, mostrano quanto sia incredibilmente facile rimanere avvinti dal carisma di una personalità leader, capace di premere i tasti giusti con le masse, ricorrendo molto spesso a uno schema tanto semplice quanto efficace: prima si fa leva sul malcontento generale, poi si rafforza una sensazione di appartenenza a un gruppo coeso (noi contro il resto del mondo), poi si aizza lo spirito di rivolta nei confronti dello stato delle cose e si alimenta quel senso di orgoglio nazionale che taluni paesi mostrano di avere in forma più spiccata di altri ― ecco, per esempio, l’orgoglio del popolo italiano io lo vedo più come una specie di soddisfazione del proprio made-in-Italy (arte, moda, cucina, Sophia Loren) che un vero e proprio pride… Siamo troppo ironici per essere patriotici.
Credo che scavallata le fin du siècle, i cineasti dovrebbero prendere maggiormente in considerazione la satira spietata come quella adottata da Wnednt. Vedo, invece, altri trend profilarsi all’orizzonte… Quelli buonisti, quelli scontati con i loro filmetti scontati, dalla morale scritta in fronte a ogni fotogramma, dove entri in sala e poi esci e non solo sei la stessa identica persona che era entrata due ore prima, ma pure terribilmente annoiata, e ti vedi bene dal ridare un’altra possibilità a quel regista, la prossima volta… Mi sto riferendo, nello specifico, a “Where to invade next”, l’ultimo documentario di Michael Moore, nel quale l’Italia non solo è dipinta con la solita stereotipia ― la Vespa in piazza con i tavolini fuori e gli italiani pummarola ‘n coppa che si godono la vita ― ma anche come il paradiso del lavoro, e della tutela del lavoratore (!!). Alla luce della parzialità con cui Moore tratta il nostro paese ― e presumo, anche gli altri nel documentario, come Francia, Slovenia e Norvegia ― rimetto in discussione i suoi lavori precedenti e faccio opera di revisionismo storico.
Film come “Lui è tornato” ti tolgono il terreno da sotto i piedi e lo sostituiscono con qualcosa d’ignoto che ti costringe a interrogarti sia su quello che lo schermo ti presenta, sia sulle tue stesse reazioni. Quando ridiamo davanti alla comicità involontaria di Hitler, come ci sentiamo? Trovare Hitler Adolf divertente, come ci fa sentire?
Scoccia che il film sia rimasto nelle sale così poco, e che non sia stato preceduto dal battage pubblicitario che avrebbe meritato. Me ne domando la ragione… Forse la disponibilità su Netflix ha rovinato l’effetto bomba. È un peccato: questo film, è, a tutti gli effetti una bomba cinematografica di rara potenza, e non solo lo inserisco nella top-ten dei film di questi ultimi opachi tempi, ma mi auguro che acquisti, nel tempo, magari grazie al passaparola, sempre maggiori estimatori ― non “followers”, estimatori!

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