LET’S MOVIE 362 from NYC – commenta THOROUGHBREDS di Cory Finley

LET’S MOVIE 362 from NYC – commenta THOROUGHBREDS di Cory Finley

Fifty-two, Fellows,

sono le mete che da tredici anni il New York Times elenca come le destinazioni per l’anno in corso — the places to go. Considerata l’autorità della testata, la lista gode di una sua credibilità, ed è diventata una tradizione. Non ho capito come mai siano 52 e non 53. Oppure 50, cifra tonda. Ma dopotutto, perché i Magnifici erano 7 e i gatti 44? Se “sh*t happens”, come recita un noto detto della saggezza popolare anglosassone, numbers happen too.
E’ stato Bob, il mio housemate, a mandarmi il link all’articolo del New York Times. Oltre ad essere un tuttologo — tirate fuori qualsiasi argomento e lui vi troverà qualcosa d’intelligente e/o sarcastico e o snob da dirvi — Bob è un devoto del New York Times, forse anche perché tanti anni fa vi collaborò come giornalista. Tre volte la settimana il NYT si materializza, in versione cartacea, davanti alla porta di casa, e giornalmente in versione online sulla tv della cucina. Saremo anche in un edificio del Pre-World War I (1909, per la precisione), ma questo appartamento, nelle mani di Bob, ha raggiunto un livello di agio domotico da millennials.

Abbiamo quattro Alexa. Ormai sono lontana dall’Italia da otto mesi, quindi non so bene come siate messi a gigiate by Amazon. Alexa è come la Siri dell’I-phone, solo che vive dentro una specie di piccola torretta e sta sempre in ascolto, vigila su di voi come l’omino del fisco, vi parla, vi risponde e vi fa le cose.
Tipo.
Alexa, switch on the light.
E Alexa vi accende la luce.
Alexa, send a text message to Pinco Pallino. Tu glielo detti, e Alexa lo scrive e lo manda a Pinco Pallino.
Alexa, metti WNYC. E Alexa vi sintonizza la radio sulla frequenza WNYC.
Alexa, com’è il traffico da qui al JFK? E Alexa vi aggiorna sul traffico e la miglior strada da prendere.
Alexa, che tempo fa? E Alexa vi dice la temperatura, il meteo corrente, e quello previsto entro le prossime ore.
Alexa, quanti abitanti ha il Perù? E Alexa vi dice 31 milioni e 77mila.
Alexa, qual è il senso della vita? Alexa vi dice 42 — e non vi sto a spiegare perché ci vorrebbero troppi pipponi, ma potete consultare Miss Sottuttoio Wikipedia.

Bob è talmente entusiasta di Alexa da averne quattro. Cucina, soggiorno, camera da letto e bagno.
Ci parla come fosse una confidente. La mia camera è lontana dal resto della casa — ribattezzata “le chateau” 🙂 — ma se lascio la porta aperta, posso sentire in lontanza Bob che chiede ad Alexa di chiamare al telefono tizio o mandare un’email a Caio.
Quando me l’ha presentata, sono rimasta a bocca aperta un quarto d’ora.
Io, che mi considero un essere assai socievole con gli umani, fatico a interagire con le macchine. C’è sempre quel retro-presentimento del rimpiazzo, alimentato dalla science-fiction e dai suoi apocalittici scenari — “e venne il giorno in cui i robot s’impradonirono del mondo…”. Quindi mantengo le distanze.

Bob, in camera sua, ha una televisione che è una specie di cinema; ha kindle, tablet, trabiccoli elettronici ovunque. Siamo abbonati a Netflix e a una quantità di canali culturali che tremo al solo pensiero di scoprirne la quantità esatta.
Chissà cosa penserà di me. Gli unici device elettronici in mio possesso sono il portatile e il cellulare. I Flintstone erano meno antidiluviani di me.

“Interested in a tv-set in your room?”, mi chiede l’altro giorno.
Una tivù in camera? E cosa me ne faccio?
“You can watch movies”
Ma li guardo sul pc, quando non vado al cine.
“A bigger screen” — le manie di grandezza americane non hanno certo bisogno di essere ri-commentate.
E poi non ho posto — aggiungo mentendo, il posto ce l’avrei eccome.
“But your room is so sparse”, e mi chiede se non voglio appendere qualcosa hai muri, avrebbe uno specchio che si abbina al piccolo scrittoio che potrebbe piacermi…

Con “sparse” i newyorkesi intendono “spoglio”, e ti guardano con quell’espressione “guarda che qui, volendo, ci starebbe anche un divanoletto, un cassettone, una parete finta…”.
Bob non è quel tipo. Ci tiene alla vivibilità, all’agio. Solo gli fa strano avere una coinquilina la cui stanza non è un teatro di guerra con mucchi di vestiti per caduti.
Ho cercato di spiegare che per loro è spoglio ciò che per noi è arioso. E che ho bisogno di quanto spazio possibile intorno, e pareti bianche ai muri: ho la testa fin troppo piena di roba. Devo riequilibrare.
Sempre parlando di casa… Ho scoperto che il nostro palazzo ha un nome. E ha pure una targa, fuori dalla hall imperiale (!), che lo riporta, insieme a quelli dei due architetti che lo progettarono, George & Edward Blum.
The Rockfall. Ecco, abito al Rockfall. E fa molto cinema, dirlo. Fa anche molto humor. Se pensate che significa “frana”, e che io lo sono per natura e anche per assonanza nominale — Frana Fruner, per servirvi — sì, fa decisamente humor. 🙂

Però mi piace l’idea che i palazzi abbiano dei nomi. Bob mi ha spiegato che per un certo periodo lo chiamavano “Columbia Plaza” — la Columbia sta a 5 isolati — uno specchio per le allodole per vendere appartamenti. Ma il nome originale è Rockfall.
Chissà poi perché.
Anche le parole, come i numeri, capitano, I guess.

E a proposito di vendere appartamenti… Qualche giorno fa, rincasando, ho visto un annuncio affisso in bacheca della hall imperiale. “Vendesi appartamento al primo piano”. Ho letto la descrizione. Tale e quale allo chateau, tranne che lo chateau sta al settimo piano.
Cucina, soggiorno, corridoio, tre camere, due bagni, due stanzini.
Prezzo: 1 milione e 250 mila dollari.
Stavo rientrando di fretta e non ho fotografato l’annuncio. Mi ero ripromessa di farlo quando sarei uscita di nuovo, di lì a poche ore.
Quando sono scesa, l’annuncio non c’era più.
Oggi è ricomparso — prezzo ribassato a 1 milione e 100 mila dollari. Se siete interessati… 😉
Questo per dire che vivo in un posto che vale 1 milione e 250 mila dollari. Io, un’immigrata italiana con la valigia — lE valigE — di cartone… L’incredulità mi piomba addosso spesso, polverizzando tutte le parole che potrei dire.

Ma tornando alle 52 destinazioni del New York Times…
Al primo posto: New Orleans. Città che quest’anno compie 300 anni, e che muoio dalla voglia di vedere. Il NYT ha letto nel pensiero.
Sapete chi abbiamo al terzo posto, prima dei Caraibi?
La Basilicata.
E al 40esimo?
L’Emilia Romagna.
Ma tenetevi forte… Al 50esimo posto c’è… l’Alto Adige! Non il Trentino. Il “South Tyrol” — hanno tenuto a specificare quelli del New York Times.

Ugo Rossi faccia lo sportivo e si rifugi nel fair-play by De Cubertin. Da quando hanno pubblicato la notizia, Durnwalder sta festeggiando con un trenino — sicuramente della Loacker — al ritmo di “Brigittebardotbardot…”.

Silliness aside, la lista è molto sfiziosa, e oltre a farvi scoprire località a dir poco tolkieniane — Gansu, Chandigarth, Megeve, Gansu, ma anche Branson nel Missouri (!) — ispirandovi per i prossimi viaggi, vi porta a fare il gioco “cielo-manca” con i posti che avete visitato.
Sono stata molto felice di trovare la cara Arles, l’adorata Tasmania con gli adoratissimi wombat, e la rivelazione Baltimora (15esimo posto).

Adesso tocca a voi 🙂

Ieri sono andata al Cinepolis di Chelsea a vedere un film che mi ha intrigato sin da quando ho messo gli occhi sul titolo, un paio di settimane fa, prima ancora che uscisse. Thoroughbreds di Cory Finley.

Partiamo dal titolo. “Thoroughbred” significa purosangue. E i cavalli sono presenze-assenze, e carne da macello, nel film. Rappresentano un po’ l’infanzia delle due protagoniste, Amanda e Lily. Fate conto due adolescenti del Connecticut bene. Anzi, benissimo. Mega ville stile Hamptons, ma gente, mi si dice, più low-key, profilo abbassato e conto in banca alle stelle.
Amanda e Lily hanno fatto le elementari, e a occhio, anche le medie insieme. E anche il corso di equitazione. Poi licei diversi e si sono perse di vista. Apparentemente Amanda sembra quella “problematica”. Ha fatto fare una gran brutta fine al suo cavallo, episodio a cui il regista furbescamente allude, ma che omette — la sottrazione, l’ellissi, funzionano sempre quando vuoi mantenere l’ambiguo, bravo Cory. La sua psicologa la ritiene affetta da sociopatia, disturbo da personalità borderline e asocialità con tendenze schizoidi. Un profilo al cui confronto, quello di Jack Torrence, era perfettamente nella norma.
Più che altro Amanda confessa di non provare alcun tipo di emozione. Completamente anaffettiva. Al punto tale da riuscire a piangere a comando, o a uscirsene con battute deadpan che farebbero impallidire Giuseppe Cruciani.

Lily sembrerebbe l’esatto opposto. La classica brava ragazza, preppy-chic kind of, orecchini di perle, studentessa modello in una scuola di lusso e internship presso uno studio finanziario rinomato. Un po’ troppo sulle sue, magari. Allora la madre la convince — obbliga — a dare ripetizioni all’amica “problematica”, prendendo due piccioni con una fava: azione lodevole più socializzazione.

Come vedete, i condizionali furoreggiano. Nulla è mai ciò che appare, insegna Hitchcok. Amanda si rivela essere meno anaffettiva di quanto vuol far credere — lo si vedrà nei fatti — e Lily è sicuramente molto molto meno brava ragazza di quel che si pensi. Dopo un’accusa di plagio — reato punibile con la sedia elettrica negli Stati Uniti — è rimasta iscritta nella scuola di lusso solo perché il nuovo compagno della madre, Mark, miliardario odioso, ha sfoderato il libretto degli assegni. E l’internship presso lo studio finanziario, bullshit. E le emozioni che Lily dice di provare, in realtà sono frutto di un personaggio che ha sempre indossato, ma non le appartengono veramente.
E’ proprio Mark che sancirà il legame di sangue fra le due ragazze. Spocchioso e ossessionato dal fitness, quello che in gergo si definirebbe un essetierreoennezetao, è la croce di Lily. Un patrigno di quelli che non augureresti nemmeno a Donald Trump — well…
“Do you ever think about just killing him?”, le chiede Amanda, una sera. Dopo lo shock iniziale, Lily comincia a pensarci seriamente. Ma proprio seriemente. E in breve si passa al “Sì, uccidiamolo”.

Inizialmente le due pensano di assoldare un killer, un piccolo spacciatore della zona, un buonoannulla. E con lui le tinte fosche di questo thriller-drama si tingono di umorismo. Ma il piano non va in porto. Ci vuole un piano B. E quello sì, avrà dello scioccante… E non posso svelarlo, altrimenti davvero rovino il lato thriller di questo film che è una specie di discesa agli inferi dell’adolescenza.

E’ ambientato ai giorni nostri perché ci sono i cellulari, i laptop e Amanda fa un riferimento a internet — bellissimo il racconto del suo sogno, in chiusura: “ho sognato che le persone smettevano di parlarsi, mangiare, badare alle proprie case, e stavano tutto il tempo a guardare il cellulare, finché un giorno vennero ingoiate da internet, e sulla terra rimasero solo cavalli, senza padrone, liberi”. Ma a parte queste allusioni alla tecnologia 2.0, “Thoroughbreads” potrebbe esere ambientato in qualsiasi epoca. Esamina dinamiche psichiche più che questioni sociali, e accompagna il tutto con uno script che pare teatro — e non a caso Finley è un drammaturgo al suo primo film. Non c’è rocket science nelle battute delle due ragazze, eppure il modo che hanno di recitarle — entrambe davvero dotate — il montaggio del film e non ultima la colonna sonora stridente e sinistra, trasformano il film in un piccolo gioiello nero che contiene l’abisso morale delle loro coscenze incoscienti — o a-coscienti…

Non direi che “Thoroughbreds” sia noir, ma piuttosto che si collochi in quel filone di opere che fanno dell’esistenza dei personaggi dei luoghi oscuri, percorsi da desideri perversi o solo “insoliti” e da atmosfere disturbanti. Mi viene in mente, su tutti, “The Killing of a Sacred Deer” di Yorge Lathimonos. Ma anche lo splendido “Get Out, Scappa!”, di Jordan Peele, che si è strameritato l’Oscar per Miglior Sceneggiatura Originale.

Nel costruire una trama che disfa pian piano gli assunti che noi prendiamo per validi — Lily brava, Amanda cattiva, Lily in grado di fare ciò che farà e Amanda fida complice — “Thoroughbreds” tiene lo spettatore avvinto dalla prima raccapricciante ellittica scena — un coltello, una stalla — fino all’ultimo improvviso fotogramma.
Cercate di non perderlo!

Per questa settimana vi regalo un articolo sul Socially Relevant Film Festival 2018 — bah — poi il Frunyc III aggiornato, dei ringraziamenti sempre molto gigantici e dei saluti, stasera, numericamente cinematografici.

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