LET’S MOVIE 363 da NYC commenta “ISLE OF DOGS” di WES ANDERSON

LET’S MOVIE 363 da NYC commenta “ISLE OF DOGS” di WES ANDERSON

Mid-term, Moviers,

corrisponde un po’ alla fine del primo quadrimestre quando eravamo alle superiori, che coincideva con un fuoco di fila di temi e interrogazioni a gennaio e a maggio, rispettivamente prima delle due pagelle. La grande differenza tra qui (USA) e là (Italia) non sta tanto nella mancanza delle pagelle, quanto nel fatto che là sono le superiori, qui l’università. Quando andavo all’università io non facevamo esami di mezzo-corso: davamo tutto direttamente a febbraio, a giugno o a ottobre, a seconda della sessione, rimandando sempre tutto all’ultimo, come previsto dal codice dell’universitario temerario.
Qui funziona che l’università è un incrocio fra le nostre superiori e l’idea di college che gli americani hanno, e che noi abbiamo grazie a un infinito numero di film e serie televisive che ce l’hanno passata. Seminari, tesine da preparare, presentazioni orali, giudizi in crediti, sono tutti sistemi di valutazione americani che poi noi europei abbiamo mutuato di recente, credendo, probabilmente, che il loro metodo di apprendimento fosse migliore del nostro. O semplicemente perché ci lasciamo incantare da tutto quello che è esterofilo, e siamo pronti a sparare a zero su tutto quello che è di casa nostra. L’erba del vicino, si sa, è sempre più buona, ehm, verde.

Personalmente non so quale sistema sia il più valido in termini di istruzione e preparazione al mondo del lavoro. Ma insegnare in un’università americana mi permette di essere un’insider, e di guardare alla macchina accademica dall’interno, il che mi elettrizza da un lato, e mi atterrisce dall’altro.

L’organizzazione è da Wehrmacht. All’FIT abbiamo questo fantastico programma, Blackboard — di cui conosco forse il 2% — che ti semplifica la vita in maniera paradisiaca. Condividi files con gli studenti, registri presenze e assenze direttamente online — noi a Ca’ Foscari firmavamo un foglio volante — puoi impostare il metodo di raccolta voti a seconda di quanto prescritto dal tuo Syllabus (il programma di corso), ed evitarti la nevrosi tra percentuali e calcoli: fa tutto Balckboard in automatico.
In più, il famoso Center of Excellence in Teaching (CET), di cui già vi ho parlato, organizza una quantità di workshop per formarti. I workshop non durano giorni, come si tende a fare in Italia. Sono da 30 minuti. E funziona che tu ti iscrivi, ti presenti, loro ti spiegano. Poi tu provi. Se non capisci, li contatti, ti organizzano un incontro e ti rispiegano come funziona.
In uno di questi workshop ci hanno insegnato Voicethread: un programma in cui crei slideshow contenenti ogni tipo di media (immagine, video, documento) insieme a un tuo commento vocale e/o video incorporato. Chi partecipa può inserire il proprio commento — vocale o video — e si crea una specie di classe virtuale, e tu, docente, puoi persino inserire frecce, sottolinature o parole chiave sull’immagine che stai mostrando.
Non che io diventerò mai un drago di questi sistemi, s’intende, anche perché l’idea di registrare un video di me stessa in versione “teacher” mi fa rabbrividire. Ma ne riconosco il potenziale e la comodità. Per esempio alcuni docenti fanno ricorso a Voicethread quando le condizioni meteo impediscono di raggiungere il campus. Tu registri la tua brava lezione, avverti i tuoi studenti e te li ritrovi online. Tutti magari siete in pigiama e fuori si scatena l’inferno, ma la lezione, in qualche modo, la portate a casa. Ed è importante, portare a casa la lezione. I calendari degli studenti universitari americani sono intoccabili, se sposti qualcosa crolla tutto. Recuperare le lezioni è impensabile. E le nevicate sono sempre malviste anche per quello. Non si esulta come in Italia. Niente “evviva, lezione annullata!” e via tutti a giocare a palle di neve. Qui la reazione è opposta.
Ho incontrato Steven in ascensore, docente di cinese — Steven, non l’ascensore. “Always on a Wednesday, always on a Wednesday”, ripete, sconsolatissimo, riferendosi al giorno in cui abbiamo avuto le tre nevicate più toste, e in cui lui insegna. Perdere tre lezioni significa fare i salti mortali per pigiare tutto nelle lezioni rimanenti. E considerato quanto fitti sono i syllabi, pigiare è pressoché impossibile.
Pensate a tutti i balli sul mondo che ho fatto io ogni volta: io insegno il giovedì! 🙂
E c’è da dire che gli studenti non ne approfittano.
Un mercoledì, una mia pupil, Lara, che abita su per Upstate NY, dove la neve raggiunge quote da Vipiteno, mi ha scritto una mail strappalacrime, in cui mi aggiornava sulle condizioni della zona e si scusava preventivamente per la possibile assenza del giorno dopo.

Hi Professoressa Fruner,

During last nights storm we received 2 feet of snow and lost power which is still not yet restored. I have been unable to commute into work yet today due to road conditions and lack of train service and do not think that I will be able to make it into the city for class tonight.  I will let you know if this changes, but I wanted to give you advance notice and apologize. As soon as I have power and can connect to internet I will email you my homework.  May I make up the prova scritta?

La domanda significa “Posso recuperare la priva scritta?”. Ogni settimana mi tocca sottoporre una prova scritta a questi poveri malcapitati. Ed è nel loro interesse esserci e farle.
C’è da dire che Lara, Khian e Taylor sono le Tre Grazie, le golden students, le apples of my eyes — i fiori all’occhiello del corso IT112 Spring 2018.
Ma questo messaggio vi dà il polso di quanto gli studenti ci tengano a non perdere lezione.
Lo stesso è successo giovedì, con l’esame di metà semestre, l’ultima fatica prima dell’americanissimo “Spring Break”, iniziato venerdì e in vigore fino a lunedì 2 aprile.
Prendete Matthew, un bello studente con del potenziale, capelli grigio fluorescente e un istinto patente per tutto ciò che è fashion, cool, gay.
La lezione comincia alle 6:30 pm. Alle 6:18 pm, mi arriva questa email in cui, vedrete, ogni punto esclamativo trasuda puro panico.

Chiao Professoressa

My train is moving super slow but I’ll be In ASAP!! Please if you can allow me to take part of midterm I miss (if any) at the end of class it’s be appreciated!! 

Thank you

Questo è il tipico esempio in cui “chiao” non è un errore di battitura…
Certo ora sarete inclini a pensare che i miei allievi siano la crème de la crème dello studentariato americano. Ebbene no, non lo sono. Il trio delle golden girls lassopra è controbilanciato da una massa di dodici teste modellate da Mastro Ciliegia. Soprassedendo sulle lacune grammaticali generali — non è colpa loro, poveri, se il sistema scolastico americano preferisce sfornare campioni di spelling che ti scandiscono “supercalifragilisticexpialidocious” in 4 secondi, ma che non conoscono la differenza fra sostantivo e aggettivo — questi ragazzi mi sono carenti in coraggio.

Imparare una lingua straniera è questione di amore, resistenza e audacia. Buttarsi e parlare è un salto nel vuoto, che ti fa atterrare su un letto di piume: se ti butti, non sbagli mai, qualcosa impari sempre.
Sto provando a farglielo capire. Le reazioni sono spesso di una tenerezza infinita, e non so nemmeno come faccio a non sciogliermi davanti a spettacoli tanto strappacuore.
Ho detto loro che durante lo Spring Break dovranno preparare una presentazione orale. “Descrivi un membro della tua famiglia”.  Non più di 3 minuti in italiano, senza leggere. Mentre glielo spiegavo, sprizzando un entusiasmo isterico con cui speravo di contagiarli — “we will have soooo much fun, ragazzi!” — loro assumevano lo sguardo scorato e abbattuto del giorno in cui spiegai che, in italiano, “uovo” al singolare è maschile ma al plurale è femminile, lo sguardo “infierisci infierisci, e se vuoi anche un rene, prendi pure il bisturi”. Davanti a quell’avvilimento lì, mi sento personalmente responsaile per tutte le eccezioni della lingua italiana, e mi viene da prostrarmi in scuse.

Alla fine questo esame di midterm l’abbiamo fatto. La più agitata ovviamente ero io. Non so se si siano arresi davanti ai participi passati irregolari. Al fatto che quello di “scrivere” è “scritto”, non “scrivito” o “scrutto” — per quanto il secondo paia avere, al mio orecchio, qualche felice interferenza sumera. E leggere no, non fa “leggiuto”, né prendere “prenduto”.
Sembrano non temere affatto, questi studenti, la discesa verso la scure del giudizio. Vi scivolano incontro, inconscienti, o forse coscientissimi dei loro limiti. E sono onesti.
Prendiamo noi a esempio, noi studenti italiani. Chi non ha copiato durante un tema, una versione, un test? Honestly. Chi non ha sbirciato un libro sotto (il) banco, un appunto scritto su un bigliettino, magari incollato dietro un righello… O il foglio del vicino per vedere come cominciare una dimostrazione (!), o spifferato un “psss psss ehi” al vicino. Tutti l’abbiamo fatto, chi serialmente in tutte le materie — gli spudorati amanti del rischio 24×7 — chi sporadicamente — gli ostici nei confronti di certe materie. Forse agli esami all’università non succedeva così platealmente, eppur succedeva.
Ecco, i miei studenti americani, e in genere, tutti gli studenti americani, non copierebbero mai. Ma mai mai. Li ho osservati durante le prove scritte settimanali. Potrebbero facilmente dare un’occhiata a un foglio pieno di correttissimi “scritto, preso, letto, visto”. Ma non lo fanno. C’è una parte folle di me che li spingerebbe a farlo. Dai Gabrielle, butta un occhio al foglio dorato di Taylor, dai che una C- l’aguanti… Ma niente, nada.
Dove affonda tutta questa correttezza? Questo istinto etico? Perché noi italiani facciamo sempre i furbi, fin dalle elementari, anche se nessuno, obbiettivamente, ce lo insegna? Non è che nostra madre o nostro padre ti dica “Massì copia dal tema del tuo vicino di banco. Scriviti metà libro di chimica nell’interno braccio…”.
Perché noi lo facciamo e loro no?
E ampliamo l’interrogatorio. Questo atteggiamento poi si riflette nelle nostre vite da adulti? Per questo noi siamo portati alla scorciatoia, al “fregare il sistema”?
Ovviamente questa è una generalizzazione. So che voi Moviers siete tutti integerrimi, e che la vostra coscienza è linda come un bucato appena raccolto. Ma pensate a certe pulsioni della nostra indole. Non siamo forse attratti dal modo di pagare meno tasse, di saltare la fila, di evitare certe regole?

Naturalmente anche qui si commettono infrazioni e illiciti, come no. Ma certo l’accanimento con cui l’IRS (Internal Revenue Service) ti perseguita è ben più feroce e spaventoso di quello di Equitalia. Saranno i mezzi che hanno, saranno l’esperienza della CIA prestata al fisco, sarà il desiderio di rispettare ciò che Franklin Delano Roosevelt amava ripetere in merito alle tasse, “il prezzo che paghiamo per vivere in una società civile” — scolpita, per altro, sulla facciata del palazzo dell’IRS di Washington — sarà quel che sarà, ma il carcere per evasione è una realtà molto più realistica che in Italia, dove mi sembra rimanere un’ipotetica con il verbo al condizionale, specie per chi evade massicciamente.
Avrei potuto benissimo assentarmi durante l’ora dell’esame e so che non sarebbe volata una mosca. Ora pensate allo scenario di un’aula italiana con un esame in corso e il professore assente.

Questo atteggiamento si riflette anche a livello collegiale. Martedì sono stata al mio primo Faculty Meeting. Non era certo necessaria la presenza dell’ultima adjunct d’italiano arrivata in dipartimento (!), non vi partecipavano tutti i docenti di tutti i dipartimenti. Ma ci sono andata per curiosità. Ebbene la “Doctor Brown”, la Presidente dell’ateneo, ha fatto un report di tutte le spese affrontate dall’università durante l’anno accademico 2017 che manco la Gabanelli, e ha dato un aggiornamento sullo stato dell’arte di tutti i lavori in corso, dalla riparazione dell’ascensore nel Pomerantz Building, all’istallazione dei faretti LED nel Felderman Building in partnesrship con il programma “Sustainability” della Città di New York, alla competition “Vota Tiger come mascotte 2018 delle Università SUNY”. Ha illustrato la roadmap per i prossimi mesi, tutti gli obbiettivi, compresa una gala dinner il 12 giugno in cui spera di raccogliere un paio di milioni di dollari da vari donors.
Forse io non sono mai stata così addentro l’università italiana per permettermi un confronto equo, ma queste cose, obbiettivamente, si fanno? Questi meeting, i rettori italiani, li tengono?

Certo c’è poi il risvolto punitivo di tutto questo.
Mi è capitato di usare un computer nel Dipartimento d’Italiano qualche settimana fa. Accanto al computer c’è una scritta: “Non spegnere il computer quando si finisce di lavorare”. Ovviamente io cosa faccio, presa dalla fretta, dall’abitudine e dalla legge di Murphy? Anziché avviare il log-off, avvio lo spegnimento.
Sh*t.
Va be’, mi sono detta, chi vuoi che se ne accorga, lo riaccenderanno. Non è il nucleare.
Ebbene, passo in dipartimento due giorni dopo e, accanto a quel computer, un foglio, e i caratteri cubitali di delitto e castigo: “Do not shut down. Switch User!!!”
E un’aggiunta a matita: “Sara Fruner, 3/7”.
Ovvero io, mercoledì 7 marzo.
Sono corsa a casa a cucirmi una lettera scarlatta sul petto.
S di Sinner. Sara the Sinner.

Quindi vedete, la Wehrmacht fa paura. Specie se sei italiano e sei portato a combinare, involontariamente, dei guai.
Quanti ne combinerò ancora?

Su questa domanda agghiacciante passo a parlarvi di un film che ho aspettato da più di un mese. Sin da quando quel meraviglioso visionario di Wes Anderson vinse l’Orso d’Oro a Berlino con “Isle of Dogs”.

Prima però, lasciatemi dire due parole di fuoco su quello straccetto di road/Alzheimer-movie che è “Ella e John” — qui “The Leisure Seeker” — di Paolo Virzì. Immaginavo non fosse un granché. Ma la realtà ha superato, e doppiato, l’immaginazione.
I personaggi sono due macchiette che si muovono sullo schermo, senza suscitare un briciolo di (com)passione, solidarietà o semplice simpatia. A tratti sono persino fastidiosi. A quei due giganti di attori che sono Donald Sutherland ed Helen Mirren, stanno stretti i dialoghi ingessati e artificiosissimi che la sceneggiatura impone loro, e a stento portano a casa una qualche interpretazione. Dall’inizio alla fine, si ha forte la sensazione che il film sia un film, una finzione. (Lo spettatore paga per immergersi in una realtà altra per due ore. Che questa realtà sia finzione e che appaia come reale, è compito e magia del cinema. Se appare finta, cade tutto, andiamo allo stadio).
E non si vede l’ora, francamente, che i due vecchiarelli la facciano finita e ci/si liberino dalle loro fittizie esistenze.
Mi chiedo come mai Virzì abbia virato verso il lido dell’iper semplificazione, dello scontato, del manierismo — l’America o iper-tontolona o iper-trumpista. Forse credeva che, sbarcando negli USA e avventurandosi nella sua prima produzione americana, avrebbe potuto permettersi di abbassare il livello? Vuole forse seguire le orme di Muccino??
Gran peccato che un regista che ritenevo di un certo mestiere abbia fatto una fine così piccola: si stenta a credere che quel Virzì sia lo stesso che girò “Il capitale umano”, “Tutta la vita davanti”, e gli splendidi iniziali “Ovosodo” e “My Name is Tanino”.
E mi fa molta tristezza riconoscere che l’Italia abbia demolito “Call Me By Your Name” — immotivatamente feroce tanta critica piovuta sul film dall’Italia — reo, forse, di aver ricevuto quattro candidature all’Oscar e di averne vinto uno, mentre dal Lido, all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, si sia gridato “bravo!” a Virzì… Bah…
Ma del resto anche “La grande bellezza” era stato martoriato dopo la vincita dell’Oscar.
Il masochismo italiano non ha rivali.

Lasciamo gli straccetti e veniamo al cinema vero… “Isle of Dogs” di Wes Anderson, quello de “I Tenenbaum”, de “Le avventure acquatiche di Steve Zissou”, di “Moonrise Kingdom”, e “Grand Budapest Hotel”.
Partiamo riportando i modelli a cui si rifa in questo film. Kurosawa e Miyazaki — inginocchiamoci, please. Partiamo dicendo che Anderson ha fatto pratica con l’animazione stop-motion con “Fantastic Mister Fox”, e dimostra tutta l’esperienza acquisita in quest’avventura distopica, dispotica, empatica, comica, intrisa di politica ed estetica dal primo all’ultimo fotogramma.

Il film è ambientato in un Giappone presumibilmente del futuro — ma mi piace pensarlo atemporale — nella città di Megasaki, governata da Kobayashi, un sindaco che più che un sindaco è una specie di dittatore. Per fermare una pandemia animale, il gattofilo Kobayashi decide di far deportare tutti i cani della città — randagi, domestici, any dog whatsoever — su un’isola adibita alla raccolta dell’immondizia. Trash Island. Sei mesi dopo l’editto, Atari, piccolo pilota dodicenne nonché nipote di Kobayashi, parte alla volta dell’isola con il suo cucciolo di aeroplano — Myiazaki nell’aria — alla ricerca del suo Spots, amato cane e sua guardia del corpo, il primo ad aver ricevuto il foglio di via come modello di deportazione.
Nel suo viaggio, Atari sarà aiutato da altri cinque cani abbandonati, i fantastici cinque: Boss, King, Duke, Chief, Rex.

“Isle of Dogs” è una magnifica altalena che dindola fra orrore e umanità da cui io, personalmente, non avrei più voluto scendere. Il vero cinema — non soap-opera — è quello che ti fa sperimentare il conflitto dentro, che non ti dà nessuna risposta, ma che ti riempie la testa di domande. L’arte è così. Domande domande domande — chi dice di non capire l’arte non fa altro che capire la premessa e dirla, il passo successivo è quella di provare a darsi delle risposte. Partire con una, almeno.

Come tanti film di Anderson, è un’opera stratificata, ma credo che questo sia il film in cui lo strato politico sia il più spesso. Nell’idea di creare un’isola “Spazzatura” in cui confinare gli esseri portatori di qualche “epidemia” di sorta, gli “untori” della società, non ritroviamo solo i campi di sterminio di qualsiasi dittatura storica — dai lager ai gulag — ma inquietantemente “gli shithole countries” nominati dal pres(id)ente americano. Certo a me Trash Island, un cumulo di scarti della società, ha anche ricordato il pianeta terra inquinato e deserto di quell’intelligentissima pellicola firmata Pixar che fu “Wall-e” (2008).

“Isle of Dogs” si snoda come un viaggio, e porta in sé molto della cartoneanimatografia classica: un ragazzino puro, ma segnato dal dolore e dalla perdita, viene aiutato da un’armata Brancaleone di cani provatissimi dal confino, ma ben memori della propria indole — soccoritori, amici dell’uomo, e fedeli fino all’ultimo. Tra questi fidi si distingue Chief, un randagio ex-buono-ora-burbero che confessa di essere diventato tale dopo un raptus: un morso violento al proprio padroncino.
In questa confessione, Anderson scrive l’inconosibile che si cela dietro ogni atto violento immotivato: non a tutto possiamo trovare una ragione — non a certi atti di ferocia, non a certe malattie, o sventure casuali — questo è il fardello con cui dobbiamo convivere da esseri umani e animali.

Parallelamente al viaggio di Atari verso la ricerca dell’amato Spots — che poi scopriremo essere molto molto vicino a Chief… — lo spettatore si addentra nel regime di Kobayashi, che parla rigorosamente in giapponese, non tradotto né sottotitolato — come tutti gli altri personaggi umani del film. Il giapponese viene tradotto da un’interprete. Solo i cani parlano inglese — italiano, suppongo, per l’italia. Ebbene, questo lavoro sulla componente linguistica fa di “Isle of Dogs” una riflessione sul linguaggio, e più in generale, sulla comunicazione, che abbraccia non solo la questione della traduzione, ma anche dell’incomprensione fra le lingue, fra le specie — Atari e Spots comunicano attraverso auricolare e microfono — rimandando forse all’impossibilità di un’autentica comprensione fra creature viventi. Una specie di nuova torre di Babele che scompare solo nel momento in cui si abbandonano le parole e si lasciano parlare le emozioni. Gli occhi che si riempiono di lascrime — lacrime dall’evidente consistenza miyazakiana — siano esse di Atari o dei cani, sono gli unici segni comprensibili in una società i cui i membri non si capiscono più.

E’ certamente un film violento, questo. I cani si azzuffano, ma dalla classica zuffa in forma di nuvola, non escono tali e quali, come nei cartoni animati di un tempo. Escono sciancati, feriti, con orecchi mozzati. E il suolo porta i segni di quelle zuffe — mozziconi di orecchie, sangue. Un cuoco che prepara un vassoio di sushi è un killer omicida che fa a pezzi la propria vittima — e spero toglierà a tutti la voglia di mangiare sushi da qui all’eternità. Quella scena richiama simmetricamente la scena dell’operazione a cui si sottopone un pentito Kobayashi per donare un rene al nipote e salvarlo.

Per quanto si rida molto — è un film obbiettivamente molto molto divertente, ironico, andersonianamente sopra le righe — il finale non è da cartone animato classico. Il finale è spaventoso. Perché Spots, con compagna e cuccioli al seguito, finisce a vivere in un imprecisato sottosuolo, fisicamente oppresso sotto il proprio monumento ufficiale. E questo ci pone tanti interrogativi. E’ questo il prezzo che si paga per un atto eroico e nobile? Oppure è l’unico modo che le creature grandi hanno di sopravvivere — autorecludendosi — in una società mediatica che crea miti “giusti” con la stessa facilità con cui apre discariche e vi confina “gli esseri sbagliati”?
Quante domande mi ha lasciato questo film…
Se lo perdete, me la prendo personalmente. 🙂

E anche per oggi è tutto, Moviers –oggi chilometrica più che mai, cercherò di contenermi domenica prossima…
Frunyc III sempre aggiornato, ringraziamenti dovuti, e saluti, semestralmente cinematografici.

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