Posts made in aprile 9th, 2018

LET’S MOVIE 365 da NYC commenta “YOU WERE NEVER REALLY HERE” di Lynne Ramsay

LET’S MOVIE 365 da NYC commenta “YOU WERE NEVER REALLY HERE” di Lynne Ramsay

Mercoledì Moviers

vado a Dobbs Ferry.

Fronti corrugate, sguardo perplesso, neuroni in movimento.
Tranquilli, ho reagito così anch’io quando l’ho sentito

Dunque, Dobbs Ferry sta nel Middle-of-Nowehere upstate, diciamo più o meno a 45 minuti di treno dall’ultima fermata della metro più a nord, la 242esima, capolinea della rossa.

E’ una strada che non mi è nuova, la 242esima. L’estate scorsa ho trascinato la bici da quelle parti. Sono delle parti molto interessanti. Ci trovate il Van Cortland Park, un parco grande come il Molise che contiene, al suo interno, il Van Cortland Golf Course, un campo da golf grande come la Va d’Aosta. Praticamente la Minitalia. 🙂

Il parco è accessibile a tutti. Il campo da golf non è accessibile alle italiane in bici. L’ho scoperto abbastanza in fretta. Fra i caddy e i golfisti dallo sguardo interrogativo e divertito, mi affianca il caddy della Security — il cop caddy — e mi dice che no, le bici non sono assolutamente permesse, verboten, raus.
Visto che da quando sono qui ho subito ogni sorta di reprimanda quando sono sulle due ruote — e lì non si può pedalare, e lì sei in contromano, e là sei nei sentierini di Central Park e nei sentierini di Central Park devi camminare la bici manco fosse Fido — visto insomma tutte le limitazioni che mi sono state imposte come biciclettista — lesive, direi, nella mia natura di biker, ma per i j’accuse c’è tempo — ho fatto ricorso al solito atteggiamento di contrito stupore con cui hai la possibilità, ma certo non la sicurezza, di salvarti. In Italia, la certezza, ce l’hai. Qui no.

“Oh my, I am so sorry… It’s my first time in the park, I had no idea the Golf Course could be accessed that simply… Would you be so kind as to tell me the shortest way out?…. And again, my apologies”.
Nell’istante in cui entri in territorio minato da qualche Security, devi avere sempre la risposta pronta. Me la preparo sempre. Perché, vedete, con una risposta così:

1.     fate capire che siete assolutamente innocui — di vitale importanza in un paese in cui si pensa seriamente di armare i professori (!!) — e quindi non c’è bisogno per loro di chiamare lo sceriffo, la centrale o l’esercito.

2.     rifilate una critica, costruttiva, per carità: se l’accesso al campo da golf fosse segnalato meglio, pressapochisti che non siete altro, non ci si sbaglierebbe.

3.     dimostrate di dipendere dal suo aiuto per uscire da lì. Dopotutto, l’istinto all’eroismo di un cop, per quanto su un caddy, è pari a quello di un qualsiasi altro cop, e se lo lusinghi, l’effetto suscitato non può che giocare a tuo favore.

Golf a parte, il Van Cortland Park ospita campi e aree per tutti gli sport che possono venirvi in mente. Dal cricket al calcio, dalla pallavolo al tiro con l’arco al softball — sono cresciuta credendo che il softball fosse il baseball versione light, soft appunto, per le ragazze, invece no no no, fruner che non sei altro, il softball è un tipo di baseball, ma non è gender-specific, una volta tanto. Tuttavia, lo sport più praticato, almeno durante l’estate, e durante il weekend, è il “chilling”, ovvero lo sciallo delle famiglie latino-americane che abitano la parte nord di Manhattan. Portoricani, dominicani, latini in genere. Dalla 157esima in su non sentite più una parola d’inglese. Fate il conto di quante strade ci sono fra la 157 e la 242, e avete il prospetto demografico latino-americano di New York City.

Il loro sciallo è molto mediterraneo, molto simile a quello della famiglia italiana media. Solo che qui le famiglie latine medie si sggregano. Famiglia più famiglia più famiglia vuol dire un party collettivo. Praticamente una sagra.

Sono attrezzati in una maniera che definirei assassina. Teglie e teglie e teglie d’alluminio piene di cibi dall’aspetto untissimo, piccantissimo, e, a quanto pare, prelibatissimo per i commensali. Sotto le teglie, file di scaldavivande, e sotto la fila di scaldavivande, file e file di tavoli. E sotto i tavoli, file e file di bauli frigo pieni di bollicine in ogni forma e colore e grado etilico. Sopra le file di tutto, baldacchini parasole. Perché se a NYC c’è una paura che definirei quasi esistenziale — a parte quella di incappare in una battuta politicamente scorretta — ebbene quella, è la paura del sole. Dovreste vedere gli strati di crema sulla faccia di certe runner a Central Park… Pierrot, al confronto, è Rocky Roberts.
Sull’angolo dei barbecue, non dico. Se la macellazione della carne fosse considerata atto criminoso, la quantità di bistecche, hot-dog, hamburger sulle griglie domenicali di Van Cortland Park rappresenterebbe il genocidio recidivo più abominevole della storia.

E vige la settorialità. C’è il settore bambini, con ogni sorta di gioco e cianfrusaglia rigorosamente di plastica, rigorosamente tossica. C’è il settore donne, con le matrone larghe e basse che preparano, distribuiscono, riordinano e intanto chiacchierano fitte fitte, sicuramente lamentandosi dei propri uomini. E c’è il settore uomini, che si divide tra la guardia al barbecue, e lo stravacco selvaggio con birra, coscia di brontosauro e buddy-talking con gli amici. Attorno a tutto questo, un impianto stereo con minimo due casse alte come me — che non sarò Uma Thurman ma nemmeno Salma Hayek — e il repertorio della latino-americanità musicale dei giorni nostri: “Despacito” e “Muevelo” sono un po’ le Variazioni Goldberg del contesto.

La 242esima è una specie di Scilla e Cariddi oltre la quale non so cosa ci sia. Sono stata ancora Upstate, ma mai nella contea di Westchester… Mi chiedo se il saloon sarà aperto, visto che arrivo di mattina presto presto…

Mercoledì lo scoprirò. A Dobbs Ferry sorge il Mercy College, una delle tante università che popolano lo Stato di New York. Qualche tempo fa avevo contattato il Chair del Diparimento di Italiano per sapere se cercavano docenti. Il Chair mi risponde che no, sono al completo per il momento. Ma che si è permesso di esaminare il mio CV e vorrebbe invitarmi a parlare ai suoi studenti della mia esperienza come poeta, reporter per La Voce di New York, docente all’FIT, ecc. Insomma, per parlare di me.
Pagandomi, of course.

Per la seconda volta, fronti corrugate, sguardo perplesso, neuroni in movimento.
E per la seconda volta, tranquilli, ho reagito così anch’io quando l’ho sentito.

Per noi italiani, la cosa, concorderete, ha dell’incredibile. A prescindere da me, ovvero dall’invitato, ciò che ha dell’incredibile è la facilità nel combinare queste cose. Soprattutto l’interesse.

Io mi rendo conto che qui un italiano — sia esso un Board o uno scrittore o un manager aziendale — sia visto come un soggetto esotico, e come tale, susciti curiosità. Ma il bello, è vedere come questa curiosità si traduca in termini pratici. “Mi interessi. Potresti interessare ai miei studenti. Vieni a conoscerli? Ti paghiamo”.
Non dico che questo non avvenga in Italia. Ma è quantomai raro. Sicuramente non retribuito, a meno che tu non sia una personalità affermata. E anche nel caso in cui tu lo sia, una personalità affermata, non ti pagano.
Non ti si fila nessuno, abbiamo già avuto modo di dirlo.
Non facciamo i piangimerenda, veh. Si rileva semplicemente un atteggiamento statale.

Cosa dirò a questi ragazzi del Mercy College mercoledì? Dovrò coltivare il mito dell’Italia terra di piazze, lambrette, Mastroianni e pici gustati nelle valli del Chianti, oppure dovrei dire anche un po’ delle sue animalesche menomazioni, dell’Italia scimmia sorda, cieca e muta? Da italiana unconventional, potrei certo parlare di piazze e Mastroianni, della lambretta mi limiterei a quella su cui sfrecciavano Gregory Peck e Audrey Hepburn in “Vacanze romane”, e quanto ai pici toscani, be’, non ho mai avuto il piacere, sorry.
Non dirò nulla di tutto ciò. La poesia, come sempre, mi salverà 🙂 E anche un power point. E che io abbia messo insieme una presentazione ppt, la dice lunga. “Times are a-changing”, cantava Dylan, quando l’onta del Nobel era ancora lontana…

Questa settimana sono andata al Lowe’s sulla Broadway a vedere “You Were Never Really Here” della scozzese Lynne Ramsey. Premiato all’ultimo Festival di Cannes con la Palma d’Oro per miglior attore, Joaquin Phoenix, che solitamente non mi fa impazzire — perché di Phoenix, lo dico sempre, ce n’è stato e ce ne sarà sempre solo uno, ed è River — in questo film, Joaquin si merita tutti gli applausi che io possa appludire.
Non è che il film sia tutto lui, perché la regia, personalissima, della Ramsey, è meritata co-protagonista. Ma se faccio il giochetto dell’“E se al suo posto ci fosse stato Nicholas Cage? O Andy Garcia? O Riccardo Scamarcio??”, la risposta è scontata. Il film sarebbe colato a picco.

Dunque i fatti stanno nel palmo di una mano. Un passato di violenze subite nell’infanzia e nell’esercito, Joe vive con l’anziana madre e si guadagna da vivere come “detective” — diciamo una via di mezzo fra il mercenario e il regolatore di conti. Le cose cominciano a precipitare quando Joe viene incaricato dal Senatore Tal-dei-Tali a recuperare la figlia tredicenne, Nina, finita tra le mani di pedofili di alto bordo, anche se poi si scoprirà che il padre… Ma non facciamo spoiler…

Queste tre righe di riassunto non dicono praticamente nulla del film, che è un buon connubio fra thriller, noir, dramma e horror. Horror più nel senso letterale che letterario del termine. Fa orrore infatti, il modo apparentemente freddo e meccanico con cui Joe usa violenza contro i soggetti che gli capitano a tiro. Ricordate Trevis, di Taxi Driver? Ecco, una specie. Solo che Joe agisce con un martello… La regista ha una certa fascinazione per il sangue, e certi dettagli che evocano l’orrore più che mostrarlo esplicitamente — un paio di occhiali bucati e un lago di sangue sotto una testa evocano, per esempio, un occhio trafitto… Quindi sì, Ramsey indugia su certi dettagli, ma è una regista troppo raffinata per scadere nel gore e nello splatter. Se avete visto il suo splendido “We Need to Talk ABout Kevin”, qualche anno fa, saprete che lei ama più che altro i risvolti — meglio, i recessi — psicologici, e muoversi nella dimensione dell’infanzia come momento che può essere irrimediabilmente, irreversibilmente devastato, e le cui devastazioni si ripercuotono poi nell’età adulta. Joe porta le cicatrici, metaforiche e fisiche, di questi danni subiti — i continui flash-back di lui bambino non smettono di rammentarglielo. E lo stesso dicasi per Nina, un fiore biondo costretto a finire fra le zampe dell’orco, obbligandola a reagire nel più ferale dei modi.

Ma in un film in cui tutto sembra vòlto al peggio — la disumanità dell’umanità sotto la luce del sole in una New York ripresa praticamente sempre di giorno — quando stiamo per gettare la spugna, ecco il finale, celeste, come gli occhi di Nina. E badate, la spugna, Joe, è sul punto di getterla tante volte durante il film. Talmente tante che la scena di apertura è proprio la testa di Joe, dentro un involucro di nylon come il più classico dei completi usciti dalla tintoria e la più classica testa pronta al suicidio. Coltello, pistola, annegamento. Joe cerca in ogni modo di farla finita. Ma c’è sempre qualcosa che ferma la china suicida che sta per prendere e che lo trattiene dalla caduta. La vita è sempre più forte di te, ho scritto un giorno da qulche parte. E ho letto questo verso sul volto di Joe.
Splendida la sequenza finale. Dopo uno strazio straziante all’interno di una villa, Joe e Nina in un diner, i due fallati, gemelli diversi per genere, età, sesso e stazza, eppure similissimi nei traumi che li abitano. L’uno più perso dell’altra. I finali potrebbero essere tanti, la fuga per la ragazzina, un colpo di pistola in bocca per Joe. Eppure no, né l’una né l’altro. Perché “It’s a beautiful day” fuori. E da lì si riparte.

Dell’anima disgraziata di Joe, mi piace quello che vedo nelle ferite lasciate dalla vita. E’ come se rilucessero, come se vedessi la tenerezza perduta, la capacità di ridere — come fa con la madre, imitando “Psycho” e forse ironizzando un po’ su se stesso, che al posto del coltello, ci dà di martello — la capacità, anche di emozionarsi ascoltando una canzoncina per bambini.

Apprezzatissimo anche il tessuto sonoro che si avvolge attorno alla storia e la rende compatta, coerente, anche quando gli abbinamenti scena-musica sono contrastanti. Il titolo poi — che il cielo lo protegga dalle barbarie di certe traduzioni per la distribuzione italiana — brilla per quanto riesca a sintetizzare il senso di alienazione che il protagonista sente e da cui cerca di liberarsi per tutto il film. E’ come se tutto confermasse a Joe che la sua è stata una non-vita, un’esistenza-assenza. Come se non fosse mai realmente esistito, come dimostra, ancora una volta parte della scena finale. Ma l’apparenza inganna, e Joe esiste eccome. Nina, con la sua vita salvata, è lì a dimostrarlo.

“You Were Never Really Here” non è un film facile e farà distogliere lo sguardo a molti. Ma ti fa vedere il disgusto, quello che non vuoi vedere, quello che ti repelle — a questo proposito, Joe è sempre mostrato in tutta la sua flaccidità, barba lunga, codino, tutto sempre molto sgradevolmente bagnato, si tratti di acqua, sudore o sangue. Sgradevole. Ma l’umanità è anche questo.

Per i temerari, gli amanti del cinema ostico e del diverso.

Qui potete leggere ancora un po’ di Banksy, se vi fa piacere. 😉

E anche questa domenica, siamo arrivati in fondo. Frunyc III aggiornato al solito posto, ringraziamenti tanti, e saluti, settimanalmente cinematografici.

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