LET’S MOVIE 366 da NYC commenta “THE RIDER” di Chloé Zhao

LET’S MOVIE 366 da NYC commenta “THE RIDER” di Chloé Zhao

Mozart Moviers,

è lui che vado a sentire al Met. E facciamo subito una distinzione — i non-newyorkesi si confondono sempre, e anch’io, all’inizio.
Ci sono due Met. La Metropolitan Opera, che sta al Lincoln Center, la piccola cittadella delle arti fra la 65esima e la 67esima, sulla Columbus, Upper West Side. E poi c’è il MET, Metropolitan Museum of Art, il quarto museo più visitato al mondo, il mastodonte territoriale che occupa quattro isolati, lungo la 5a Avenue, Upper East Side.
Venerdì sono stata al primo Met, quello dell’opera. L’occasione, ghiottissima. L’ultima serata in cui mettevano in scena una versione di “Così fan tutte” che ha fatto scrivere pagine e pagini di elogi sul New York Times e sul New Yorker. Tutti gli spettacoli sold-out, un miracolo trovare i biglietti — sono stata miracolata.
Ma tutto, in realtà, sapeva di miracolare, venerdì. Dopo due settimane di freddo assassino, un freddo che è come un dio — innominabile. Un freddo, quello tra marzo e aprile, che rientra nei misteri più agghiaccianti (!) della mia permanenza qui. Dopo quel freddo lì, da un giorno all’altro — letteralmente da un giorno all’altro — lo zero termico viene scalzato da 25 gradi.
Allora la prima cosa che faccio, e che voglio fare sin dal giorno in cui mi sono trasferita al Rockfall, al 545 della 111esima West, è quella di pigiare “10” nell’ascensore e ascendere al paradiso del rooftop. Per spaparanzarmi al sole, monitorata a vista dall’Hudson, dalle infinite cisterne che costellano lo skyline tutt’intorno, e dal Chrysler Building, laggiù in fondo. E dall’Empire, anche lui piccolo piccolo. Sotto di me c’è la Broadway, e senti la vita di quest’arteria che alimenta di traffico e umanità il ventricolo destro del cuore di Manhattan. I camion della spazzatura a tutte le ore. Le ambulanze, i cops, i tir che riforniscono i negozi e si fermano sistematicamente in seconda fila, e nessuno dice niente — NYC come Napoli.
Da lassù, dal rooftop, tutto sembra più remoto, ovattato dall’altezza e dalla distanza. Immagino quanto possa picchiare duro il sole in piena estate. Dalle 4 pm alle 5 pm, ovvero l’ora che sono rimasta lì, mi ha stordito. Dopo tutt’un inverno ad agognare il caldo, quando il caldo finalmente arriva ti coglie sempre impreparato. Hai perso la mano, non sai più come gestire questa forza bianca che ti batte la testa e ti stende su un lettino in una specie di coma fotovoltaico.
E quella volta che vai al Met, devi costruirci un rito attorno. Non ci vai in jeans e ‘na maglietta, no. Ti metti il Karl Lagerfeld che hai trovato a una svendita della svendita della svendita e che hai pagato 38 dollari. E New York fa anche queste cose: ti regala i vestiti, se sai dove guardare. E l’hai preso tipo sei mesi fa, sapendo che, con quei fiori lì, avresti potuto indossarlo solo a primavera, e l’hai fatto aspettare nell’armadio tutto quel tempo, aguzzina. Poi però ecco che arriva quel giorno, il 13 aprile. E tu ti c’infili dentro e magari ci abbini un paio di Alessandro Dell’Acqua ai piedi. Perché New York, se sai dove guardare, ti regala anche le scarpe — 29 dollari.

E te ne esci di casa, prendi la metro e decidi di scendere alla 72esima, 5 isolati prima della tua fermata. Perché a una temperatura così empirea solo San Pietro ci è abituato. Noi, credenti o ate(sin)i, no. E cammini quei cinque isolati, sentendo la primavera addosso, e addosso agli altri. Finalmente i fiori di Karl Lagerfeld, sepolti per sei mesi dentro l’armadio, sbocciano. E tu sorridi come una demente — sei il PhD della demenza. Non riesci a tirarti giù dalla faccia quel sorriso che rivolgi a tutti e a tutto. Perché hai dei fiori finalmente liberi addosso, e perché adesso sei arrivata davanti ai gradini del Lincoln Center e lo spettacolo comincia lì, proprio lì. Il pubblico dell’opera che arriva. Tacchi e shiffon, cravatte. Ma anche jeans e scarpe da ginnastica, perché non per tutti il Met è un luogo sacro alla stregua della Basilica di San Pietro a Roma e la Chiesa di San Marco a Venezia — in cui entrare abbigliati comme il faut. E li rispetto, ma mi spiace per loro: ci rimettono parte del fun — e finiranno all’inferno, sicuro. 🙂
Le persone si danno appuntamento attorno alla fontana tonda che sorge in mezzo alla U del Lincoln Center — il Met sta nella pancia della U. Sulla stanghetta di sinistra c’è il New York City Ballet, su quella di destra la David Geffen Hall. Lì a due passi, verso destra, il Lincoln Center Theater, e di là dalla strada la Julliard, la scuola di ballo che tutte le punte sognano.
Sono le 7:45 pm, quell’ora del divenire in cui il giorno non è più e la notte non è ancora, e la luce è il periodo Blu di Picasso.

C’è a chi il Lincoln Center non piace, da un punto di vista architettonico. Hemingway, l’amico newyorkese incavolato nero con la città di New York, si scaglia sempre con veemenza trappattoniana contro questo complesso artistico. “Don’t you see it is Fascist??”, mi ha già strillato due o tre volte. Io vorrei dirgli che veramente io non confondo il Fascismo con il Razionalismo. Che non dobbiamo essere così grossolani nei nostri giudizi, Hemingway. Io non canto certo “Faccetta nera bell’abissina”, tuttavia apprezzo certe strutture firmate Terragni. Amare il futurismo fa di me una filo-mussoliniana? Non credo proprio… E toh, mi piacciono anche certi edifici dell’EUR, soprattutto il Palazzo della Civiltà Italiana, che l’ha voluto Fendi a tutti i costi per metterci dentro i suoi capolavori. E mi piace anche il gusto razionalista del Lincoln Center. Mi piacciono la sua semplicità, linee e spigoli elementari, da albori della geometria. Mi piace l’idea che da dentro contenitori bianchi regolari spuntino fuori forme infinite di spettacoli dai colori altrettanto infiniti — come un “Così fan tutte” ambientato a Coney Island negli anni ’50.
Capito Hemingway??
🙂
L’interno del Met è una combinazione di velluti e moquette bordeaux, grossi lampadari Svarowksi, e giroscale in muratura bianchissima. Nel piano interrato sorgono due pareti tappezzate di ritratti in bianco e nero, di tutti i grandi attori che ne hanno calcato le scene.
Lì accanto, un busto dorato.
Caruso.
La fauna che si aggira al Met è della più variegata. Tantissime coppie gay. Le distingui non solo dalla mano nella mano o, più comunemente, dalla mano dell’uno sulla nuca dell’altro, ma dal look. Tiratissimi. Colori pastello, sete. Oppure completi scuri, pantaloni sempre taglio skinny, leggermente sopra la caviglia, le giacche a cui manca un nulla per essere troppo strette, ma che per qualche miracolo, non lo sono — dei miracolati anche loro. Un numero spaventosamente rincuorante di giovani. Giovanissimi. Dai 18 ai 25. Specie nel family circle, ovvero la parte più alta in galleria, quella che un tempo si riservava alla plebe. Anch’io sono lì — plebea. E non mi lamento: il teatro è sold-out. Mi sarei fatta andar bene anche gli scalini fra un settore e l’altro. Anche la soffitta, il tetto. Tutto. Purché dentro.

E poi ci sono i balconcini riservati ai Guild Members del Met. Avete il vostro palchetto, accesso esclusivo alla Belmont Lounge, un ristorante a voi riservato, e vi presentate all’opera in smoking. Sborsate un fee-ottìo all’anno, il ristorante è tanto scenografico quanto la cucina pessima. Ma figo, fa figo, non si discute.

L’opera in sé, “Così fan tutte”, se letta in chiave contemporanea, potrebbe portare neo-femministe, #metoo e be’, donne tutte, a imbracciare il kalashnikov. Il morale della favola è che tutte le donne sono infedeli di natura: date loro l’occasione di tradire, e loro tradiranno. Di qui il titolo.
Io innanzitutto direi a Lorenzo Da Ponte, il librettista che ha scritto il testo — per le musiche, ci si rivolga a Wolfgang Amadeus — gli direi che le cose non stanno proprio così, e che c’andasse piano con la stereotipia. Ma certo, dobbiamo pensare che parliamo del 1790. Cos’erano le donne nel 1790? Madri, sgualdrine, balie e soprammobili.
Per altro scopro che Lorenzo Da Ponte, dopo essere caduto in disgrazia in Italia, prese la valigia di cartone e si trasferì guess where? A New York City… Qui si mise a insegnare lingua e cultura italiana e, nel 1825, fu il primo professore di letteratura italiana alla Columbia University… Il fatto che ora alla Columbia hanno più professori che iscritti ai corsi per via del calo delle iscrizioni ai corsi d’italiano, rattristerebbe molto il nostro Lorenzo.

Lo spettacolo è stato davvero spettacolare. Come assistere a un sogno che prende forma davanti ai vostri occhi aperti, e non dietro le vostre palpebre serrande. Trovata geniale, quella di trasportare l’opera a Coney Island, con i freaks, la ruota delle meraviglie, mangiafuochi, nani, donne barbute, giostre e tunnel dell’amore. Sono uscita stordita, inebriata, praticamente fatta. Anche perché ormai lo sapete, Coney Island occupa un posto unico nella percezione che ho di questa città.

Ed è poi questo che mi piace di New York. La possibilità di andare all’opera una sera, e poi, la mattina dopo, infilare le scarpe da ginnastica, e tornare nel mio amato Bronx, e perlustrarlo in una parte nuova, un sottoponte con dei graffiti dai colori incavolati, un campo dove gli skaters ricamano di acrobazie il cemento trasformandolo nel loro quartier generale.
E poi spingersi su su fino alla 190esima, dove la vita sembra scorrere lemme lemme, con i capannelli di studenti ebrei della Yeshiva Universiy, le giovani madri al parco mentre leggono un libro, la carrozzina a fianco, gli uomini che lavano le automobili a bordo strada. Perché è sabato, e di sabato si lavano le macchine anche nel Bronx.
New York City sono le possibilità di New York City.

E questa settimana sono andata all’Angelika Film Center a vedere “The Rider” di Chloé Zhao.
Presentato lo scorso anno nella sezione Quinzaine des Realisatuers del Festival di Cannes, “The Rider” è la storia vera di Brady Jandreau — interpretato da se stesso— giovane talento dei rodeo del Sud Dakota, che, a seguito di una caduta, si spacca letteralmente la parte destra della testa — che poi viene letteralmente ricucita con punti/cambrette alla Frankenstein. I dottori gli danno un ultimatum che Brady non vuole proprio sentire: basta rodei, basta cavalli, no kidding. Brady sa di essere nato per quello, ma sa anche che i rodei sono dei campi di battaglia. Tante sono le vittime, tante le ferite, più o meno invasive. Più invasive che meno. Come nel caso del suo migliore amico, ridotto a un vegetale dopo una brutta caduta. Brady va a trovarlo spesso in ospedale, lo accudisce come un fratello, lo sostiene come un padre: non fatichiamo a capire che in lui rivede un po’ se stesso. La fine che potrebbe fare se continua con la vita in sella.

“The Rider” è un sistema di specchi che rifrangono il protagonista. Non solo il migliore amico di cui sopra, ma anche un cavallo che gli viene chiesto di domare, e che si ferisce gravemente a una gamba — zampa? — con del filo spinato. Non rimane che sopprimerlo. Anche questo rinvia alla condizione di Brady, e, più in generale, a quella delle persone “rotte”, che hanno subito un danno.
Cosa fare quando non puoi più fare l’unica cosa per cui credi di essere nato? Cosa fai quando credi di non saper combinare altro nella vita? Vengono in mente tutti gli atleti che s’infortunano e non possono più continuare con l’agonismo. O i ballerini. Cosa si fa in quei casi? E come fa Brady?
Be’, lui le prova un po’ tutte. Si trova un lavoro in un supermercato, cerca di stare lontano da quel cerchio magico del maneggio, ma proprio non ci riesce. Ricomincia con l’addestrare qualche cavallo, e di lì al rimettere il sedere su un bisbetico indomito il passo è breve. Però Brady ha anche una sorella autistica a cui badare. Anche lei, un po’ come Brady e il suo migliore amico paralizzato, è una “segnata”, ma dalla nascita, non dalla vita. E Brady è assolutamente adorabile con lei, così come con l’amico. Il senso del film e della storia di questo ragazzo buono buono e taciturno si sviluppa proprio lì, nella presa di coscienza che c’è dell’altro, oltre il rodeo. Che morto un talento se ne fa un altro. La vita, semplicemente, va avanti. E il suo talento altro è quello di prendersi cura delle persone.

So che detta così può sembrare un po’ scontata come storia. Imputate a me questa percezione, non al film. “The Rider”, oltre a monitorare un percorso di crescita interiore di un ragazzo, illumina il volto melanconico del cowboy. L’archetipico solitario che nasconde il suo vero stato di salute a tutti, per non destare preoccupazioni, ma anche per nascondere un po’ la testa sotto la sabbia, e fingere di non vedere una mano che non vuol rispondere ai comandi del cervello… Il cowboy ragazzo che va sulla tomba della madre, morta troppo presto, lasciandolo con un padre distratto, preso dalla propria vita, tra video poker e conti da pagare.
Il linguaggio che la regista ha deciso di adottare è tra la finzione e il documentaristico. Del resto la componente di “verité” è molto forte, considerato il passato di Brady da asso dei rodei e la presenza sul set di amici/famigliari veri. E anche se avrei molto apprezzato i sottotitoli — ho capito che il piatto preferito degli abitanti del Sud Dakota sono le sillabe delle loro parole — certi momenti sono compensibili a un livello trans-linguistico. Un gruppo di giovani rodeisti raccolti intorno a un fuoco, in mezzo alla prateria, che si scambiano battute, ma anche piccole grandi lezioni di vita. I dialoghi di una semplicità disarmante, ma che racchiudono Sofocle.
Se vi capita a tiro, non perdetelo.

E anche per stasera, I call it a night 🙂
Ringraziamenti doverosi, Frunyc III aggiornato là dove sapete, e saluti, classicamente cinematografici.

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