LET’S MOVIE 367 da NYC commenta “ZAMA” di Lucia Martel

LET’S MOVIE 367 da NYC commenta “ZAMA” di Lucia Martel

Mmm Moviers

che nervi.
Ricevo un invito a quello che si definisce un “boutique” concert.
Spieghiamo subito che “boutique” — e l’ho scoperto abitando qui — viene spesso utilizzato in forma aggettivale per indicare il carattere esclusivo, per pochi eletti, del sostantivo a cui si riferisce. Potete dire un boutique hotel, un boutique event, ma anche una boutique law firm — uno studio legale con pochi associati specializzato in casi di nicchia.
Se un concert si tiene in un appartamento privato al 22esimo piano del 10 di Park Avenue, capirete anche voi, si definisce inequivocabilmente “boutique”.
L’orario d’inizio è previsto alle 7:30 pm, ma mi si dice di arrivare almeno un quarto d’ora prima: per prendermi il posto migliore. Difficile trovare un posto peggiore quando gli spettatori sono venti, selezionatissimi, contati con il contagocce.
Ma obbedisco e parto da casa con largo anticipo, in modo da sfatare il mito del Board sempre perennemente trafelato. Il 10 di Park Avenue non ammete il trafelo, mi ammonisco mentre calcolo orari e metro.
Arrivo con un quarto d’ora di anticipo sul quarto d’ora di anticipo. Le 7. Allora me la prendo comoda e decido di camminare Park Avenue.

Mi sembra quasi di essere in un’altra città. East Side e West Side sono molto diversi. Vi dico come la diversità viene descritta? “Nell’East Side contano il numero di vestiti che si hanno nell’armadio. Nel West Side il numero di libri che si hanno in libreria” — molto felice di abitare nel West Side. 🙂 Me l’ha detto una donna che ha abitato nel West Side, ora abita nell’East Side, e non vede l’ora di tornare nel West Side.
Percorro gli isolati che dalla 33esima arrivano fino a Grand Central Station, alla 42esima. Sulla via incontro lo splendido edificio ultra-moderno della Scandinavian House — una specie di Istituto Italiano di Cultura versione scandinava — l’elegantissimo Hotel Kitano, che, con la sua facciata rosa tenue, si sposa benissimo con le magnolie in fiore che sorprendentemente riescono a fiorire nella striscia di terra che separa i due sensi di marcia di Park Avenue.
E penso. Chissà se ci sarà un torneo. Oppure se c’è stato. Tra East Side e West Side. Park Avenue contro Broadway. Queste due arterie definiscono New York City, sono l’inconicità fatta strada. Park Avenue è Arnold e il Monopoli. Broadway è West Side Story, Cats, Kinky Boots e tutti i musical che associate con i teatri del Theater District, il rettangolo tra la 40esima e la 54esima — West side, of course — e tra la Sesta Avenue e l’Ottava.
Se me lo chiedete, per me non c’è storia. Broadway vincerebbe il torneo tutta la vita.
Tuttavia ammetto che Park Avenue abbia un certo suo fascino. Anche soltanto percorrerla e chiedersi come saranno gli appartamenti dei palazzi che danno sulla strada. E come saranno le persone che li abitano. E come sarà abitare a una manciata di isolati da Grand Central Station, la stazione che è madre di tutte le idee che ci facciamo di una stazione ferroviaria americana. La hall grandissima di marmo beige, i binari al coperto il cui accesso è consentito solo se sei munito di biglietto. La stazione di “Carlito’s Way”, “Intrigo internazionale” e “Innamorarsi”, per dirne tre.
Penso talmente tanto che quasi sforo il quarto d’ora d’ozio. Shoot. Torno indietro fino alla 34esima.

Il 10 di Park Avenue ha una hall di quercia scura, luci gialle soffuse, divani in pelle e un caminetto. Appena varco la porta girevole, mi sembra di salire a bordo dell’Orient Express.
Entro in ascensore e pigio 22, e quando esco, è lì, in quel momento, che mi vengono i nervi.

Dalla porta dell’appartamento D, si dipartono, sul corridoio, due file di scarpe: una corre lungo il muro di destra e una lungo il muro di sinistra. Un millepiedi a forma di elle che non avrei mai voluto incontrare. Quando incontri quel millepiedi lì, hai già capito che ore sono.
Sulla porta, un cartello. Casomai non capissi.
“Please remove your shoes”.

So che questa è una pratica che disgraziatamente si pratica anche in Italia. L’ho sempre trovata detestevole. Se decidi di invitare qualcuno a casa tua, lo inviti a casa tua, fai di lui il tuo ospite dando forma a un libero atto di accoglienza. Non ti obbliga nessuno. Quindi dovresti accettare il pacchetto completo: la sua compagnia, la sua presenza di spirito e corpo, e anche i suoi germi. E dovresti mettere in preventivo che, dopo la sua dipartita, sì, potresti anche dover pulire il pavimento. Se la cosa ti scoccia, allora ti piacerà valutare lo spazio “party” da MacDonald’s per il prossimo get-together, così non dovrai più preoccuparti dei germi altrui.
Una volta si facevano scivolare gli ospiti sulle pattine. Anche quella, una soluzione assai misera, con gli ospiti che si muovevano come zombie per la sala.
Una volta si lasciava anche il cellophan sul divano.
Spero che quell’epoca sia passata. Se si vive una vita con il terrore di sciupare un sofà o di sporcare/rigare un pavimento, be’, allora davvero è meglio rivolgersi agli spazi “party” da MacDonald’s.
Perché insomma, non costringi nessuno ad affrontare l’imbarazzo di rimanere senza scarpe davanti agli altri, che certo, sono anche loro scalzi, ma loro non hanno ai piedi delle Michael Kors in plaid rosso e nero, quintessenza dell’adorabilità. Degli stivaletti che suscitano la stessa reazione “Oh my God, they are sooo cute” in qualsiasi soggetto di qualsiasi sesso, dai 9 ai 99 anni, ogni volta che le metti. Ecco, quelle scarpe lì, non le lasci fuori dalla porta — non metti baby in un angolo, per chi di voi mastica “Dirty Dancing”. Anche perché poi si sfascia tutto il disegno d’insieme, si rovina la poesia. Un boutique concert ha bisogno di un boutique dress, e un boutique dress, e un boutique dress di un paio di boutique shoes — non è che lo invento io, il pensiero consequenziale. Se le togli, casca il palco — casca anche il Board, da +12 cm a -12 cm.
Fingo di non vedere il cartello ed entro — la porta è socchiusa. Davanti a me, una quarantina di calzini sotto a una ventina di corpi. Un paio di donne guardano ai miei stivaletti, poi guardano me e il loro sguardo dice “ti credo che non vuoi toglierli”. Ma poi mi piego a questa barbara usanza, e scendo dalle meravigliose vette dei +12. Tuttavia lascio le mie due babies nell’appartamento, non fuori — e questo link vi aiuterà a capire cosa intendo quando parlo di cuteness.

C’è un’altra cosa che mi dà sui nervi. La riprova che la perfezione non è di questo mondo.
All’ingresso, un tavolo con degli stuzzichini. Tutto molto di classe. La disposizione del cibo meriterebbe un servizio fotografico in qualche rivista. Ma noto subito — il mio naso nota subito — che il protagonista di questa tavola è il formaggio. I formaggi. Ce ne saranno una decina di tipi — non esagero — tutti disposti in fetida mostra, nella più classica combinazione, molto amata a NYC, di cheese&crackers.
Ora, chi mi conosce sa della mia fobia verso qualsiasi tipo di formaggio: l’alimento creato dal diavolo per impestare i frigoriferi di tutto il mondo. Fatico a sopportarne la vista, non parliamo dell’odore. E di quello, di odore, nella stanza, ce n’è tanto. Troppo.

La perfezione non esiste, ma la fortuna sì. Rimane un unico posto libero per sedersi — mi chiedo a che ora sono arrivati gli altri spettatori. E il posto è nel punto più lontano dal tavolo. Negli anni ho sviluppato l’abilità di respirare con la bocca, quando mi trovo vicina a fonti casearie — innumerevoli sono state le volte in cui ho dovuto ricorrervi. Ma trascorrere tutto un concerto a lottare con la puzza, avrebbe compromesso l’apprezzamento, e il ricordo, del concerto stesso.
Proust aveva la petite madeleine a fungere da grilletto della memoria. Io non voglio avere il camembert.
Digressione. Ma perché non si può imbandire un tavolo con cup-cakes alla fragola, mousse al cioccolato, biscotti alla vaniglia? Perché non si può fare del cibo un deodorante per l’ambiente, ma si opta invece per il puteolente, per il mefitico?
Per come la vedo io, ci dovrebbe essere una legge che vieta di abbinare il formaggio a musica di livello celestiale come questa.
Haendel a Park Avenue, gommose alla frutta.
Sagra di paese in Valsugana, puzzone di Moena.

La sala dell’appartamento ha due finestre che danno su Park Avenue e una finestra che dà sulla 33esima. Non voglio immaginare gli zeri di questo appartamento, anche se li vedo tutti nella classe non ostentata dell’arredamento. Pochi pezzi. Un pianoforte a coda in mezzo alla stanza, un pianoforte a muro accanto a un muro. Due lampade in stile Gropius — due semplici bocce sorrette da due semplici tubi di alluminio che avresti trovato nella casa di Walter a Weimar.
Libri di musica. Dettagli in marmo nero, che apprezzo. Piccole pile di libri qui e là. In cima a una, “Haendel”. E il concerto è proprio dedicato a questo compositore. “Haendel in Harlem”, il titolo. Come se il compositore, vissuto nel ‘700, avesse fatto un viaggio a Manhattan ai nostri giorni e si fosse incrociato con le sonorità harlemite. Questo non a caso: a quanto ci spiega il sassofonista, il ritmo di Haendel è vicinissimo al jazz. E in effetti scorpriremo che lo è.

Non avevo mai assistito a un concerto da camera. Ma ora capisco cosa li rende speciali, questi concerti, e perché si chiama “musica da camera”: la eseguivano nelle sale delle corti per divertire i principi (contrapposta alla musica di teatro o di chiesa). L’esperienza è davvero principesca: lo spettatore gode al massimo grado della musica. E’ come sentirla dritta nella pancia, dentro nell’anima. In un teatro, per quanto piccolo, la musica si disperde. Nella sala di un appartamento tutto rimane lì.
Allora mi bevo questa musica, fino all’ultima goccia, fino all’ultima nota, dimenticando la minaccia del formaggio a pochi passi, il ghetto delle calzature fuori dalla porta e tanti poveri piedi orfani tutt’attorno.

E parlando di musica…Avete sentito a chi è stato assegnato il Pulitzer per la musica quest’anno? A Kendric Lamar. 🙂 Forse lo ricorderete per “Humble”, un signolo che mi fece impazzire lo scorso anno. La giuria della Columbia — ma voi sapevate che l’ateneo gestisce i Premi Pulitzer?! — ha così motivato riferendosi all’album DAMN.: “A virtuosic song collection unified by its vernacular authenticity and rhythmic dynamism that offers affecting vignettes capturing the complexity of modern African-American life”.
Questa vittoria fa la storia. E’ la prima volta che si premia un’opera non classica o non jazz. La prima volta che si premia un artista hip-hop.
A volte le cose possono cambiare 🙂
Yo, Kendric bro, yo.

Questa settimana sono andata al Walter Reade Theater del Lincoln Center a vedere “Zama” di Lucia Martel.
Diciamo subito che questo è un film di nicchia. Se siete appassionati di storia, post-colonialismo, vi piace il cinema che osa e siete disposti a incontrare una regia che si discosta dalle solite regie, allora “Zama” è pane per i vostri denti. In caso contrario, il film vi risulterà un po’… indigesto.

Presentato fuori concorso all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, “Zama” è la trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Antonio Di Benedetto, considerato un classico della letteratura argentina del Novecento e della storia del colonialismo in Sudamerica.

Ambientata nel diciassettesimo secolo, la narrazione vede per protagonista l’ufficiale argentino Don Diego De Zama, il quale, per ordine della Corona Spagnola, viene esiliato in Paraguay, lontano dalla moglie e dai figli. Zama brama ardentemente per tutto il film l’arrivo di una lettera che certifichi il sospirato trasferimento a casa, a Buenos Aires. Un’attesa infinita intervallata soltanto dalla misteriosa — incomprensibile — figura del bandito Vicuña Porto, la cui cattura potrebbe accellerare, agli occhi illusi di Zama, la su dipartita dal Paraguay.
La permanenza di Zama nella colonia spagnola — un vero e proprio esilio napoleonico — lo costringe a vivere una specie di condizione da teatro dell’assurdo, mentre aspetta aspetta e aspetta una liberazione che non arriva mai. Godot-style.

Moviers, non credo di aver mai visto un film così. E per me potrebbe aprire un nuovo filone. Quello del film storico in cui la storia è vista attraverso l’occhio distorto di un personaggio ieratico, praticamente sempre zitto, dalla sanità psicologica compromessa, e parallelamente, da una regista che se ne infischia del genere “storico/in costume” ma si concentra piuttosto su come proporre una riflessione potente sull’insensatezza del colonialismo. Nel film la storia sfocia nel visionario, grazie anche a una natura lussureggiante e vergine che si presta bene a una resa onirica come si vede in “Zama”.
Un nuovo filone perché non c’è la spasmodica ricerca da parte della regista, di ricreare il setting, i vestiti dell’epoca, il mobilio dell’epoca. Nessuna riconstruzione verosimile, nessun tentativo di mimare la realtà di un periodo storico. C’è, al contrario, la volontà di mostrare lo sciatto, il trucchetto che si cela dietro, o sotto —ovvero, metaforicamente, la menzogna, la balla, il marcio del colonialismo. Le parrucche settecentesche, indossate per dovere, non nascondono i veri capelli ma li lasciano intravedere platealmente. Gli appartamenti dei “signori” si confondono con le baracche degli indigeni. La commistione tra nobile e plebeo, tra umano e animale, trova il suo climax nella scena in cui un lama gironzola nell’ufficio del governatore.
Un film come “Zama” scardina i punti fissi del cinema storico — pensate a che lavoro di ricostruzione era stato “Barry Lindon” — e propone un prodotto che non somiglia a nulla di già visto, affidandosi a una narrazione stagnante, visionaria, a tratti fortemente enigmatica. Forse il viaggio del Capitano Benjamin Willard in “Apocalypse Now”, con la storia che incontra la follia nel personaggio di Kurtz, sono dei degni predecessori. Ma in Martel non c’è nessuna intenzione di rifarsi a nessun modello. L’assurdo è il destino riservato a Zama, espresso metaforicamente dal finale — lui, mutilato, trasportato in barca, in mezzo ad acque verdissime — e dall’ineffabile espressione che porta sul viso. Grandissima scena.
Un film che è un trip. Se non temete gli effetti collaterali, servitevi pure.
E anche per statesera è tutto, Moviers.

Questa settimana ho combinato dei pasticci con il WiFi, cancellando alcune foto, mannaggiamme. Per questo il Frunyc III di questa settimana è un po’ magrino — ma vedrete alcune immagini spettacolari dell’uscita in barca sull’Hudson di oggi. 😉
Mi rifarò la prossima settimana!

Ringraziamenti tanti, e saluti, stasera, fastidiosamente cinematografici.

Let’s Movie
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