LET’S MOVIE 368 da NYC commenta “MRS HYDE” di Serge Bozon

LET’S MOVIE 368 da NYC commenta “MRS HYDE” di Serge Bozon

Metaphysical Moviers,

Se voi nominate a un americano cosa sia la pittura metafisica vi guarda come se gli aveste detto che il sugo “alla bolognese” in Italia non esiste ma è pura invenzione USA. Ovviamente qui siamo a NYC, e i newyorkesi non sono americani del Nord Dakota. I newyorkesi hanno una qualche cognizione del metafisico. Forse anche solo per i quadri di de Chirico al MoMA. O forse si ricordano John Donne e la metaphysical poetry del ‘600 inglese, dove le emozioni erano incise con il bisturi della ragione? Mmm, forse no… Forse li sopravvaluto un po’.
Da quando abito a New York, sono invasa dal metafisico da capo a piedi.

La Treccani spiega che metafisico si riferisce a ciò che è o si considera “primo, supremo, universale, assoluto, necessario, eterno, infinito”, oltre che “soprannaturale, soprasensibile, metempirico, trascendente”.
Credo che il Signor Treccani avesse in testa New York City quando infilò questa stringa di aggettivi.
Prima, suprema, universale, assoluta, necessaria, eterna, infinita, soprannaturale, soprasensibile, metempirica, trascendente.
In una parola, New York City.

C’era bisogno che qualcuno spiegasse alla nostra cara bifolca americanità che l’arte italiana non è solo CaravaggIo e Michelangilou, ma anche tanto altro. Questo, lo si sta facendo, qui, e credo sia la sfida dei nuovi italiani che si trasferiscono. Smantellare qualche luogo comune — almeno qualcuno — e costruire una nuova italianità più vicina al reale, e che tratti italo-americanità e italianità come due esperienze completamente diverse.

E allora in classe mi sgolo a spiegare che mettere le polpette negli spaghetti in Italia è considerato al pari di un’infrazione del codice penale, e queste tabule rase biotte di vita all’estero mi guardano come se io, dicendo così, stessi infrangendo il loro codice penale. Cerco di far capire che l’italo-americanità NON è l’italianità, e questo non implica un giudizio di valore nei confronti dell’italo-americanità. Cerco anche, nel mio piccolo, di farli uscire dalla loro americanità.

Volete un esempio di americanità?
Nella lezione sui colori mostro alcuni quadratini di tinte diverse, e cerco di farmi dire il nome del colore in italiano. Un quadratino è beige scuro.
Kevin, ke vin ce il premio Spericolatezza 2018 perché si butta sempre, qualsiasi domanda io faccia — schiantandosi regolarmente ogni volta, ma con qual audacia, commenterebbe Jacopo Ortis— se ne esce con “lattI”.
“LattI” sta per “latte”.
Spero che questo non sia il colore di quello che tieni in frigo stella mia, ho pensato all’istante, pensando a colonie di escherichia coli nel suo splendido intestino gay.
“Is milk this color?”, gli richiedo, con quell’ironia didattica in cui amo indulgere.
“No, not milk… latte”, ribadisce.
Attimo di buio e poi l’illuminazione.
“Ahhhh you mean ‘Starbucks latte’”, faccio io, con un enfasi da Teatro Massimo.
E lui, lo spericolato Kevin s’illumina d’immenso con me.
“Sìììììì! And that latte is not milk! It is milk with coffee… Dark beige”.

Ecco quindi spiegato il misunderstanding. L’elemento di riferimento nella testa di Kevin era il caffellatte di Starbucks, che qui chiamano “latte”, ma che certo non è il nostro “latte” bianco.
Quindi vedete, l’americanità passa molto spesso attraverso la manipolazione. In questo caso cromatica.
Compito nostro è raddrizzare queste storture, riempire i buchi. Almeno nel piccolo.
Quel latte e il latte sono due cose diverse.

C’è un posto, al 421 di Broome Street, nel cuore di SoHo, che fa questo con l’arte.
E’ il Center for Italian Modern Art, per gli amici, CIMA. Un posto che è la quintessenza dell’italianità bella, quella non cialtrona, vistosa, terrazze-romane e Magnum.
Innanzitutto è un luogo sacro.
Al quarto piano del 421 di Broome Street visse e prematuramente, ingiustamente, morì una delle ultime leggende del cinema contemporaneo. Heath Ledger. Ebbene sì, quello, fu il suo appartamento. Ogni volta che varco la soglia dell’ingresso, penso sempre a lui. Poi il pensiero svanisce. Ma prima corre sempre da lui.
Il CIMA non è né un museo, né una galleria. Ma è un po’ una loro sintesi hegeliana che risulta anche in un centro di ricerca. Lo scopo è quello di portare in America l’arte italiana del ‘900. Morandi, Depero, Paolini, per dirne alcuni passati in mostra. Lo spazio è il sogno di ogni event-planner in qualsiasi latitudine. Una grandissima sala, legno chiaro per terra, pareti bianchissime che accolgono capolavori da capogiro. Un divano che potrebbe averlo firmato Le Corbusier in persona. Accanto, una cucina firmata Giò Ponti.
“An intimate gallery that feels like a home”, è come lo descrive, sul sito, Laura Mattioli, la Presidentessa.
Lei non è una Laura qualsiasi.
Mai sentito parlare di Gianni Mattioli, il collezionista del secolo scorso? Acquista oggi e acquista domani, Gianni, negli anni ‘40 e ‘50, a Milano, mette insieme una collezione spaventosa. E i Mattioli non se la tenevano per sé. Erano usi aprire casa e condividere cotanto bendiddio con il mondo.

Il CIMA fa un po’ quello, ma a New York City, con tanto di Fellows, convegni, talks, mostre. In questo momento in mostra ci sono dei tesori unici di Alberto Savinio, il pittore, scrittore, compositore, fratello di Giorgio de Chirico.
Ve la faccio tanto lunga perché il CIMA rappresenta un posto speciale per me. 🙂 Ci collaboro da settembre. Faccio da interprete quando c’è qualche ospite dall’Italia, e quando capita, da performer. Ovvero leggo-interpreto dei brani in italiano quando serve leggere-interpretare dei brani. E sì, fate bene a metter su quell’aria perplessa: io, tecnicamente, non sono né interprete né performer. Voi mi conoscete come Board e un po’ di altre cose — teacher, poeta, testadura, sopra ogni cosa runner. Non come interprete e performer.
Ma vedete, NYC tira fuori e rende manifesto tutto quello che di latente e ctonio c’è in voi 🙂
Mercoledì 25 aprile è stata una giornata da festa nazionale non tanto per la Liberazione, quanto perché l’ospite seduto sul divano lecorbusiano era Ruggero Savinio, figlio di Alberto.
Accanto a lui, sul divano, insieme all’intervistatrice, io. Che lo traducevo.

Insieme alla gioia e all’onore e all’incredulità, tutte tre in dosi assai massicce, la strizza feroce. Tradurre ciò che dicono questi ospiti del CIMA non è esattamente come tradurre le istruzioni per arrivare da Largo Augusto a Parco della Vittoria.
Ma strizza a parte, essere lì, con un signore dal sapere profondo, dalla classe innata, che chiamava Savinio “papà” e de Chirico “zio”, e aiutarlo, nel mio piccolissimo, a farlo conoscere alla newyorkesità, mi ha ha fatto sentire terribilmente utile. You know, il sentimento contro cui alcuni animi dall’indole inquieta e dalle scarpe alte si ritrovano talvolta a combattere è quello dell’inutilità. Provare il suo contrario, per loro, è come per un agnostico provare l’esistenza di Dio.

Per questo, anche, il 25 aprile 2018 occuperà una cartella speciale nell’archivio della mia memoria. E anche perché ho avuto la riprova che il cervello umano è una macchina meravigliosa che nessun processore Intel, nessuna Ram o CPU — ho finito i termini nerd — potrà mai eguagliare, figurarsi superare. A fine talk a Ruggero salta in mente di far riferimento a “un libro di incisioni” che il padre e lo zio usavano come fonte d’ispirazione.
Alla parola “incisione”, trasalimento del mio cervello, che immediatamente mi chiede: come cavolo lo traduci “incisioni”?

Poi, il nano secondo successivo, affidandosi a chissà quale combinazione di neuroni + protoni + elettroni + survival, il cervello supera la vertigine da vuoto galattico intorno alla parola, e risolve il problema da sé, andando a ripescare il termine nel cassetto “terza liceo”, anno in cui ho studiato il sommo poeta William Blake, che oltre a essere un sommo poeta, era anche un provetto incisore.
Ripesco “etchings” da lì. Dalla terza liceo.
Come il cervello possa, in così poco tempo, con così tanta pressure, con così molto altro da gestire, non è dato sapere.
Nemmeno cosa avrei detto se non avessi ripescato “etchings” è dato sapere… Ed è bene così 🙂

Questa settimana sono stata al Metrograph, in Ludlow Street, LES (Lower East Side), a vedere “Mrs Hyde” di Serge Bozon.

Presentato in concorso al Festival di Locarno 2017, il film è una rilettura del tema del doppio contrario di Lo strano caso del dottor Jekyll e Mister Hyde, di Louis Robert Stevenson.

In realtà del classico gotico della letteratura inglese non ha molto, se non la traslitterazione francofona del nome della protagonista, Madame Gékil, e il tema di fondo: una natura mite e alquanto sottomessa entra in contatto con un agente esterno che la trasformerà nel suo opposto. Nel caso del romanzo era una pozione, nel caso del film di Bozon, un fulmine che folgorerà la professoressa Gékil e la trasformeà in Mrs Hyde.

All’inizio del film, la prof è l’archetipo dell’insegnante che cerca di farsi rispettare, invano, in un istituto tecnico. Le prova tutte, ce la mette tutta. Ma gli studenti, ragazzi da banlieu, non ne vogliono sapere. Sono sbroffoni, volgari, irriverenti, oppure secchionissimi e ancora più insopportabili — come la coppia di biondine sedute al primo banco, le insopportabili del primo banco.

Tra loro però c’è anche un ragazzo “segnato dalla nascita”, con una disabilità alle gambe che lo costringe e muoversi con un deambulatore. Inizialmente Malik mostra dell’astio nei confronti di Madame Gékil, ma dopo un po’, capisce che la prof non vuole far altro che insegnargli a riflettere e a capire che lo scopo della scuola non è tanto mandare formule a memoria. Ma porsi domande, imparare a pensare.

In questa prima fase, la prof Gékil appare come un’eccentrica, terribilmente ambigua. Qualcuno potrebbe mettere in discussione la sua sanità — qualche rotella fuori posto pare avercela da subito. Ma è dopo la folgorazione che la signora Gékil cambia. Visivamente noi spettatori ce ne accorgiamo dalla luminescenza arancione che la circonfonde e da barbagli incandescenti che le scorrono sottopelle. I personaggi, come il marito, la vicina di casa e gli altri, se ne accorgono più che altro attraverso degli effetti che causa. L’incenerimento di panchine e cani al suo passaggio, per esempio…

Centrale al film è il progetto che la prof decide di sviluppare con la classe: realizzare una gabbia di Faraday: una rete di protezione contro qualsiasi campo magnetico. Se sei all’interno della gabbia, sei protetto, l’energia elettrica non ti tocca, non corri il rischio di rimanere incenerito. Fair enough, ma sei pur sempre in gabbia.

Se ci pensate, è una gran bella allegoria in forma di fisica elettromagnetica, la gabbia di Faraday, che si apre a molteplici interpretazioni, così come, del resto, il personaggio della prof Gékil. Una volta trasformata in Mrs Hyde, la donna migliora la sua esistenza: ha finalmente soddisfazioni sul lavoro, addirittura una promozione dal temuto ispettore scolastico che in passato l’ha sempre umiliata; riesce a farsi rispettare, a intessere un dialogo con i suoi studenti disagiati. Ma tutto questo finisce per rivoltarlesi contro, come una specie di contro-reazione della vita, o di se stessa: è come se la prof Gékil si distruggesse con le sue mani, abusando del potere che le è stato concesso, e macchiandosi le mani di un delitto — o due…

“Mrs Hyde” è un film spazziante. Parte con una verve ironica molto spiccata, poi vira nel fantascientifico e infine sfocia nel drammatico. C’è una forte componente kaurismakiana: i personaggi sembrano quasi fare i personaggi, in cui le emozioni non vengono espresse ma rimangono dietro la faccia(ta) del personaggio. Il direttore tronfio e ridicolissimo — e spassosissimo nella sua vacuità — con le sue polo in coordinato con le cravatte — la cravatta sopra la polo! Il marito iper premuroso, la vicina ficcanaso, gli studenti indisciplinati. E poi lei, la prof Gékil, interpretata dalla monumentale Isabelle Huppert che mantiene l’ineffabilità fino alla fine — tratto che le riesce sempre molto bene, devo dire (recuperatevi un po’ “La pianista” di Haneke, brrr…).
Un modo molto sui generis per rappresentare il rapporto alunno-insegnante, ma anche una maniera molto apprrezzatamente europea di soffermarsi sulla questione delle banlieu multietniche in cui gli studenti sono studenti di serie B. Esilaranti i commenti all’odor di razzismo bofonchiati dal direttore, che nel pubblico high-brow del Metrograph hanno scatenato risate isteriche/esorcizzanti più che divertite — NYC culla della correttezza politica persino al cinema, ricordiamolo.

Forse il film è già passato in Italia, non so. Se dovesse ancora passare e decideste di vederlo, preparatevi ad affrontarlo con un atteggiamento aperto all’assurdo, all’inverosimile, allo stralunato — letteralmente.

Prima di salutarvi volevo fare il mio imboccallupo al Trento Film Festival, e alla nostra Anarco-Zumi che tanto si s-batte, insieme al Fellow Fant(asmagorique), per la riuscita della kermesse. Quest’anno il paese ospitato è il Giappone.
Fate i bravi Satomi e seguitelo con grande Ajuara… 🙂

Anche oggi siamo arrivati alla fine. Frunyc III aggiornato sempre lì, ringraziamenti a pioggia e saluti, ontologicamente cinematografici.

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