Posts made in maggio 7th, 2018

LET’S MOVIE 369 da NYC commenta “TULLY” di Jason Reitman

LET’S MOVIE 369 da NYC commenta “TULLY” di Jason Reitman

Mesi e mesi Moviers

che non nomino l’innominabile.
Voi avete tutto il diritto di lamentarvi. In fondo io sono come la vostra inviata sul campo. Vi parlo di boutique concerts, mostre fichissime, opere al Met — questa settimana è toccata la “Lucia di Lammermoor”, di Gaetano Donizzetti, al cui strazio Sturm-und-Drung il mio essere si è piegato con indescrivibile, estatico, rovinoso gaudio.
Sono la vostra Botteri, senza RAI TRE alle spalle, ma con gli stessi crauti sulla testa. 🙂

L’innominabile non è come il suo omonimo declinato al participio passato ne “I promessi sposi”. L’Innominato aveva fascino da vendere. Chi sta nell’ombra vince sempre. Pensate a Batman, che cito ogni volta. Pensate a Dio. Più all’ombra di così…
L’innominabile, a cui tolgo la vetta della maiuscola, è banalmente colui che fa arrossire di ira o vergogna il 99,9% della popolazione newyorkese — il rimanente 0,1% lavora per lui in tutti i palazzi che possiede sparsi per la città: la busta paga a fine mese attenua le spinte luddiste, si sa.

L’innominabile è lui. La nemesi del progresso del pensiero politico. Il colpo di coda del passato, che non vuole perdere la presa sul presente e minaccia il futuro.
Di lui non parlo per tanti motivi. Primo perché ho talmente tanto altro da condividere — sempre con il rammarico di non condividere tutto perché altrimenti farei Let’s Movie di lavoro — che lui finisce sempre a rischiare i bassifondi della mia lista, posto in cui relegarlo mi regala un piacere quasi fisico. Poi perché non so nemmeno da dove partire. Stormy Daniels? La donna con il nome d’arte che sembra scritto apposta per un fumetto soft-porn degli anni ’70? Le strategie sue, dell’innominabile, e del suo neo-avvocato, un tale Rudolph Giuliani, che quando ho appreso essere diventato il suo consulente legale, ha perso quel briciolo di gratitudine che potevo riconoscergli per aver contribuito a ridurre la criminalità a NYC negli anni ‘90?
Oppure dovrei partire dall’incontro con Macron e la consorte, nella sua visita qui la settimana scorsa e la cui unica cosa da ricordare è forse il cappello bianco Michael Kors di Melania Trump, un atto di coraggio a tesa larga?
No perché di quell’incontro ci sono la versione per i mangiatori di gossip e quelli che studiano il comportamento dell’innominabile nei confronti di Macron da un punto di vista antropologico. Accogliendo Macron nello Studio Ovale, l’innominabile ha spazzolato il bavero della giacca del presidente francese per togliere della forfora, perché “we have to make him perfect”, come ha aggiunto.
Gli antropologi, qui, hanno parlato di “primate grooming” e “playful dominance”, l’atteggiamento del primate dominante che sistema il primate pischello come a dire, io sono il gorilla alpha, il capobranco, e ti metto a posto io, davanti a tutto il branco. E dovrei aprire una parentesi lunga un chilometro su Melania e il suo ruolo, i suoi look perfetti per nascondere la vita più imperfetta che possa esistere: cosa c’è di peggio di essere vittima, e al contempo complice, della farsa della finzione?

Oggi ve ne parlo, di lui, per via del suo intervento all’NRA, la National Rifles Association, dove ha tenuto a sottolineare la necessità di addestrare e armare gli insegnanti. “Crediamo fermamente nel consentire a insegnanti altamente addestrati di portare armi nascoste”. Da insegnante, capirete, mi sento chiamata in causa. Per me una donna con una pistola è Monica Vitti nel film di Monicelli. Pensare a me con un’arma in borsa mi fa ridere e piangere.

Ovviamente questo approccio primatesco al problema delle stragi nelle scuole e della facile accessibilità alle armi da fuoco è quasi comico nella sua miopia: va ad agire sul sintomo, non sulla causa. Come sperare di curare un cancro prescrivendo Cesare Ragazzi per la ricrescita dei capelli dopo la chemio. Ma del resto cosa dobbiamo aspettarci da uno la cui logica lo porta a paragoni del genere: “Se mettessimo fuori legge le armi come alcuni vorrebbero, dovremmo mettere fuori legge tutti i camion, tutti i furgoni, che sono le nuove armi dei terroristi”?
Forse qualcuno dovrebbere spiegare all’innominabile che andare all’Eurobrico — che qui si chiama Walmart — e poter comprare una mitraglietta è un invito a nozze per gli psicopatici che popolano questo paese. En passant, spezziamo una lancia a Walmart: ha deciso che non venderà più armi e munizioni agli under 21. Qui è passato come un successo epocale.

Oggi l’innominabile ha anche espresso la propria opinione in merito alla sicurezza nel Regno Unito, mettendo il becco sui numerosi accoltellamenti degli ultimi due mesi nel paese extra-europeo — si dice così adesso l’UK, post-Brexit?
Ha persino avuto da commentare sulla strage del Bataclan. E mi domando se Macron, a oggi, si lascerebbe spazzolare via la forfora dal bavero, oppure farebbe partire un destro alla volta del suo zigomo sinistro, tracciando una diagonale di pitagorica precisione, e spendendo il gorilla alpha al tappeto in zona omega.

Forse dovrei parlarvi di tutto questo. Ma preferisco attendere che il paese in cui vivo attui il piano per far capitolare l’innominabile, e nel frattempo dirvi di Jane Jacobs. Perché se siete un newyorkese, e amate New York, Jane Jacobs per voi è un monumento nazionale.

Jane era un’antropologa e attivista che si è battuta per tutta la vita (1916-2006) a favore di nuclei urbani a misura d’uomo, ponendo l’accento sul ruolo ricoperto dalla strada, dal quartiere, dell’eterogeneità degli edifici. Jane Jacobs è passata alla storia per essersi opposta a Robert Moses, progettista urbano newyorkese che aveva una visione diametralmente opposta alla sua: edifici o complessi urbani mono-funzionali, vita “indoor” e strade deserte, sviluppo selvaggio della rete autostradale.
Nel 1968 Moses è stato a un passo dall’ottenere il permesso per realizzare la Lower Manhattan Expressway, un’autostrada sopraelevata che avrebbe dovuto tagliare il cuore di Manhattan, collegando il lato ovest dell’Hudson, con il lato est dell’isola, proseguendo nel Queens.
Jane ha mobilitato le comunità, i cittadini, ha raccolto firme e ha bloccato il progetto.
Riuscite a immaginare cosa sarebbero, oggi, Chelsea, SoHo, il Greenwich Village e l’East Village trapassati da un’autostrada?
Da allora Jane Jacobs è considerata una paladina della città. Lo scorso anno la sua figura e la sua storia sono state raccontate in uno splendido documentario di Matt Tyrnauer, “Citizen Jane: Battle for the City”.

Ogni anno New York City e altre città del mondo e dell’Italia, fra cui — cito da Wikipedia — Cagliari, Catania, Milano, Napoli, Olbia, Perugia, Roma, San Benedetto Po, Trieste, Venaria Reale (Torino) e Viterbo, (ma dov’è l’innovativa Trentoville?!?) — le rendono omaggio il 4, il 5 e il 6 maggio, organizzando le Jane’s Walks, passeggiate libere, gratuite, organizzate localmente, durante le quali le persone si riuniscono per esplorare, parlare e celebrare i loro quartieri. Qui a NYC, attraverso la Municipal Arts Association, i tour si sviluppano in tutti i boroughs della città. Voi vi iscrivete e vi presentate. E la guida vi porta alla scoperta di quel determinato quartiere, dal punto di vista architettonico, storico, culturale, sociale. Ci sono più di 40 tour al giorno, è impossibile seguirli tutti. Ogni anno i newyorkesi recuperano quelli perduti l’anno precedente, così da farli tutti.
La cosa bella è che la 20-3ina di partecipanti sono tutti newyorkesi puri. Non un ombra di turista, scarpe comode e felpa allacciata in vita. E i partecipanti integrano le spiegazioni della guida con le loro conoscenze. E oh boy, se ne sanno i newyorkesi, sulla loro città! Per questo i tour riscuotono tanto successo.
Ieri mi sono dedicata al mio quartiere, l’Upper West Side, con due tour. Zona Columbia e zona più a sud, intorno alla 70esima. Oggi è toccato all’East VIllage.
Le cose imparate sono tante e ve le snocciolerò poco per volta. Per ora ve ne servo alcune relative al cine.

Sicuramente avrete sentito parlare tutti delle San Remo, le due torri che sorvegliano Central Park dall’alto della loro altitudine. Ebbene, l’appartamento in cima in cima, indovinate un po’ di chi era?
Di Demi Moore e Bruce Willis, e poi di Demi Moore quando Bruce Willis ha fatto le valigie. Demi a quel punto voleva vendere l’appartamento, perché cosa se ne faceva di tutte quelle stanze, tutto quel Central Park davanti agli occhi ogni giorno? Per un anno Demi è rimasta fissa su 75 milioni di dollari — va bene volersi sbarazzare di tutte quelle stanze e di tutto quel Centrla Park, ma rimetterci anche no.
Poi ha capito che i tempi non erano più quelli di un a volta. E ha abbassato la posta a 45. Venduto.
Un appartamento è di Bono — vuoi non avere un pied-à-terre nelle tappe newyorkesi?
Inquilini sono stati anche Steven Spielberg e Dustin Hoffman — che ha s-venduto il suo appartamento per 21 milioni di dollari.
Lì accanto, in un edifio rosa e bianco che sembra una bomboniera ma bella, non kitsch, sorge il Kenilworth. E lì ci abitano Meryll Streep, e la coppia scoppiata e riaccoppiata Katherine Z. Jones e Michael Douglas.
Ovviamente tutti questi nomi hanno anche casa a Los Angeles. New York è perché se hai tanti soldi, sei qualcuno e vuoi rimanere qualcuno, in qualsiasi campo tu operi, devi per forza avere anche casa a New York.

Del Dakota Building, l’edificio super lusso su Central Park West, saprete tutti che ha fatto da tragico sfondo all’uccisione di John Lennon. Ma forse non sapete che Madonna moriva dalla voglia di comprare un appartamento nel palazzo. Ebbene, il palazzo è una “co-op”, ovvero un immobile di proprietà di una “corporation”: se compri un’appartamento in una co-op, non compri l’appartamento, ma delle quote della coorporation, che ti consentono il sospirato “lease”, il contratto d’affitto. Cercate di capirmi bene perché Il 75% degli immobili a NYC sono co-op — compreso quello in cui sto, il Rockfall. Caratteristica delle co-op è il Board — per una volta io non c’entro — ovvero il comitato di palazzo, che stabilisce le regole del palazzo e soprattutto, vaglia le candidature dei possibili locatari. I Board sono molto selettivi e non permettono l’ingresso alla qualunque.
Il Dakota Building, che lo crediate o meno, è una co-op. E non c’è stato verso di far ammettere Madonna come inquilina. E nemmeno Cher, Melanie Griffith e Antonio Banderas, se è per quello. Pollice giù per loro.
Per Judy Garland, Lauren Bacall, e Leonard Bernstein, invece, il pollice ha guardato su.
Yoko Ono abita ancora lì. L’ultimo piano è tutto suo. Però ne affitta la metà.
Chissà se si appoggia ad Airbnb.

Questa settimana non stavo letteralmente più nella pelle. Dovevo assolutamente andare a vedere un film che attendo sin da quando è stato presentato al Sundance Film Festival. “Tully” di Jason Reitman — quello di “Juno”.
Cominciamo dal basso, anzi, dal grasso. Quello che la splendida gazzella sudafricana Charlize Theron ha dovuto metter su per interpretare il personaggio di Marlo. L’attrice ha preso 20 kg e ha raccontato di come puntava la sveglia alle 2 di notte, si svegliava, mangiava macaroni&cheese e tornava a letto. Poi ha impiegato un anno tondo a tornare come prima.
Io ve lo devo dire. Ci vuole del fegato — in senso fisico e figurato. Gli attori campano letterlamente sulla propria immagine. La ragazza mi ha corso un grossissimo rischio. E se non fosse riuscita a perdere i 20 kg? E se fosse rimasta addicted a macaroni&cheese? Ma Charlize ha raccolto la sfida. Un po’ come quando girò “Monster”, nel 2003, imbruttendosi e prendendo, anche lì, 20 kg.
Certo allora aveva 25 anni. Ora ne ha 44. Il metabolismo non è prorio lo stesso.
Aspetto fisico a parte, Charlize risulta sempre perfettamente in parte. Non una sbavatura, non un sopra-le-righe.
Il suo ruolo è quello di Marlo, moglie e madre di due, in imminente attesa del tre. Capiamo già dalle prime immagini che la vita domestica della famiglia è già sufficientemente incasinata: Jona, il secondo, è un bambino che la direttrice della sua scuola definisce “corky”, “esuberante”, che certo non vuol dire ritardato o handicappato o diverso, vuol dire solamente, trovategli un’altra scuola.
A una cena con la famiglia perfetta del fratello di Marlo, lui, il fratello le dice, guarda Marlo, capisco le vostre difficoltà, e con il terzo figlio in arrivo sarà ancora più complesso, voglio farvi un regalo. Vi pago una night nanny.
Ecche d’è, una night nanny, ci chiediamo noi del pubblico, insieme a Marlo?
Una night nanny è una tata che si materializza la sera, rimane di notte, si prende cura del neonato permettendovi di dormire, e la mattina se ne va.
Mary Poppins in notturna.
Marlo lì per lì risponde no way, è scettica.
Poi il terzo figlio arriva, e Marlo capisce che, con due figli di cui uno “esuberante”, una casa da mandare avanti, un marito sempre in viaggio di lavoro e quando a casa davanti alla playstation, forse un aiuto potrebbe accettarlo.
Ed ecco Tully… Venticinquenne, magra, spensierata, sognatrice, ottimista, con un sacco di voglia di vivere. “Sono qui per prendermi cura di te”, le dice, sulla porta.
Marlo non è molto abituata ad avere qualcuno che si prende cura di lei. E la sua vita cambia radicalmente. Tully, di notte, pulisce, riordina, cucina i cupcakes per i bambini, così Marlo, di giorno, è più serena, distesa, tranquilla. Hanno perfino un’idea per come distrarre il marito dalla Playstation — ma non ve lo racconto…
Stessi gusti, stesso sense of humour, stessa dimestichezza con i bambini, tra le due nasce una bella amicizia.

Insomma, tutto sembra filare per il verso giusto, fin quando, di punto in bianco, Tully le dice che deve andarsene.
Le due stanno trascorrendo una serata sole-donne in un bar di Brooklyn, e Tully le dice così. Marlo rimane pietrificata.
No, ma perché, no, non puoi andartene proprio adesso, non puoi lasciarmi così.
Tully è risoluta. Devo andarmene, non posso più rimanere.
Le due si rimettono in macchina per tornare a casa, Marlo alla guida. Ma è stanca, così stanca. Ha sonno, così sonno…

E alla fine arriva “Tully”, mi viene da dire. Finalmente arriva “Tully”. Un film che si assume la responsabilità di parlare di una famiglia vera, mettendo in questione l’idea stessa di maternità. Marlo passa tutto il film a mentire, a nascondere, a far vedere ciò che non è. L’immagine della madre perfetta, che si occupa di tutto, che riesce in tutto. Il tutto di madre che la società pretende che tu sia: cupcake, figli accuditi, casa immacolata, marito appagato — e tu vuota/morta dentro e fuori. Una società che non è pronta ad accogliere bambini che non rientrano nei parametri e che non è disposta ad accettare — accettare veramente — depressioni post-parto, come quella sofferta evidentemente da Marlo. Una società, anche, per la quale la maternità è sempre e comunque un dono del cielo, la massima benedizione a cui una donna possa aspirare. “Tully” ha il coraggio di dire che la maternità — durante la gravidanza e post — può anche essere un incubo. E che il desiderio di evasione di un soggetto sottoposto a uno stress simile può portare anche alla materializzazione di fantasie che possano allontanarla da una realtà troppo carica di aspettative. Tully è letteralmente questo. Alla fine scopriremo che è anche molto di più. E’ Marlo stessa, la Marlo venticinquenne, magra, spensierata, sognatrice, ottimista, con un sacco di voglia di vivere. E diventare madre significa anche, a un certo punto, lasciare andare il proprio sé venticinquenne, magro, spensierato, sognatore, ottimista, con un sacco di voglia di vivere.
Significa smettere di essere Tully e diventare Marlo. Ed essere in grado di dire la verità sui propri sentimenti, per quanto mostruosi possano essere.
La pressione a cui le madri sono sottoposte oggi non ha eguali nella storia. Una donna, oggi, deve essere tutto. Eccellere in tutto. Non si capisce come mai di questo, dell’ansia del fallimento materno, nessuno parli mai. Persino le donne stesse, faticano a tirare fuori le parole.
Serve più voce, meno timore.
Servono più “Tully”. Anzi, più Marlo.

In Italia il film arriverà a giugno. Spero che molti mariti, papà, morosi, uomini in generale vadano a vederlo.

E anche per stasera è tutto, my beloved Fellows. Frunyc III aggiornato di rigore. E per saperne di più su Ruggero Savinio al CIMA… 😉
Ringraziamenti sempre tanti e saluti, stasera, mensilmente cinematografici.

Let’s Movie
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