LET’S MOVIE 371 da NYC commenta “FIRST REFORMED” di Paul Shrader

LET’S MOVIE 371 da NYC commenta “FIRST REFORMED” di Paul Shrader

Meghan Markle, Moviers,

tocca parlare di lei — il mondo intero l’ha già fatto, ora lo facciamo anche noi. Si è scomodato persino Noam Chomsky, lui, l’ultimo dei luminari del ‘900, il linguista e pensatore di sinistra osannato negli USA come un dio.
“Meghan Markle potrebbe scuotere la monarchia britannica”, disse Noam, lo scorso dicembre. Lo disse non perché all’epoca Miss Markle fosse al centro dei suoi pensieri, ma perché gli venne fatto notare che Meghan aveva letto il suo libro “
Who Rules the World” commentandolo su Instagram con “great read” e “highly recommended”.
Noam ha risposto, grato che il testo le fosse piaciuto, e aggiungendo la frase sulla scossa alla monarchia.
Insomma, un balletto di carinerie. Si noti che Miss Markle ha scritto quattro parole di commento al libro, non una tesi di dottorato. Se con quattro parole — quattro di numero — si scomoda una delle figure intellettuali più influenti della contemporaneità, be’, allora dobbiamo preoccuparci un po’ del livello di narcisismo di certi luminari, e della eco che quattro parole possono riscuotere.

Ed è questo che mi è parso il royal wedding, alla fin fine. La danza del fair play. Sarà che sto coi piedi immersi nella political correctness newyorkese 24×7, ma il matrimonio mi è sembrato proprio quello. La Cattedrale di St George un parlamento, e al posto delle quote rosa, le quote nere. Peccato che la parte black sia stata relegata al solito coro gospel e al solito predicatore, il Vescovo Evangelista Michael Curry — un filo invasato, come tradizione comanda — e a pochi altri invitati, tra cui, Oprah Winfrey, Serena Williams e Idris Elba. Non i cugini e gli zii di parte materna, i comuni mortali che vivranno nei sobborghi di Culver City, Los Angeles. Ma i “cool” black, quelli di talento, quelli ispirati, quelli di potere e che ce l’hanno fatta. La ciliegina sulla torta è stata, ovviamente, l’esibizione del violoncellista diciannovenne, l’afroamericano enfant prodige Sheku Kanneh-Mason.

Se avete visto la cerimonia, forse avrete notato gli sguardi perplessi, i sorrisini soffocati o le espressioni condiscendenti del monarchiame bianco, mentre il Vescovo Curry predicava. Nessun giornale ne ha parlato, presi come sono stati a narrare la favola della principessa e del principe convolati a nozze multirazziali — imbottendo il lettorato medio con informazioni di interesse planetario, come il numero di limoni amalfitani usati nella torta nuziale (!).
Ma io proprio non posso togliermi dalla testa quei sorrisini lì. E quanta strada ci sia ancora da fare prima di demolire tutti gli stereotipi che accompagnano certe categorie, etnie — o come volete chiamarle — nella società.
Gli afroamericani cantano, pregano e suonano. Fanno colore, insomma.
Poi ovviamente si vuole far passare l’immagine della coppia che rivoluziona Buckingham Palace, della nuova “principessa del popolo”, ambientalista, equa, solidale e soprattutto femminista — se hai un padre un po’ sciagurato e cammini la navata di St George da sola, acquisisci lo status di “femminista”, segnamocelo. E certo, il beneficio del dubbio non si nega a nessuno. Eppure, se proprio proprio la Duchess to-be avesse voluto fare un gesto nobile, avrebbe potuto rivolgersi a uno stilista nero per almeno uno dei due abiti sfoggiati, assicurandogli la visibilità di cui certo Givenchy e Stella MacCartney non hanno bisogno. La butto lì, eh, Meghan, senza offesa…
Ovviamente per le cose veramente importanti, tipo gli outfit del giorno del tuo matrimonio, si va sulla tradizione. Givenchy e Stella MacCartney in. E tutti i Lawrence Steele e Virgil Abloh out.

E non ci addentriamo poi nella questione Commonwealth, questione tutt’altro che archiviata. Il velo di Meghan ricamato con 52 fiori che simboleggiano i 52 stati che ne fanno parte. Una volta dalle colonie si spedivano ornamenti esotici, pietre preziose, pelli e pellicce come doni alla regina. Oggi quegli stati assumono i contorni dei fiori su un velo — l’oggetto cambia, ma il legame resta, a doppio filo, direi.
Ah ma certo io sono troppo critica, perché in fondo c’è pur sempre il Vescovo Curry a citare il Dr King e la schiavitù, e a riequilibrare le disparità fra black & white, colonizer & colonized…

Tutto questo mi puzza troppo di artificio perché io possa farmi piacere quello che obbiettivamente è stato un matrimonio meno tradizionale del solito, ma non certo più uguale.
E in definitiva è quello che c’è scritto nel vestito della sposa — un vestito, specie a questi livelli, non è mai solo un vestito: è uno statement. Nel vestito di Givenchy c’è scritto, “Tranquilli Windsor, mi attengo alle regole, niente di nuovo sul fronte cerimoniale”. E nel vestito di Stella MacCartney c’è scritto, “Osare di più? Macché siete matti?, questi sono i Windsor, già tanto che vi siate goduti un gospel live”.

E mentre guardavo questo set cinematografico a cielo aperto, in cui tutto pareva impeccabilmente perfetto — meteo inverosimilmente compreso — e scorrevo questi 100.000 inglesi accorsi da tutto il regno a celebrare la monarchia, e le piccole e grandi Union Jacks nelle mani di piccini e grandi, e tutti pronti-armati-via con il cellulare a immortalare la carrozza al passaggio dei duchi novelli sposi. Mentre tutto questo avveniva, un’unica domanda.
Are you kiddin’ me??
No perché qui, Fellows, siamo a puro panem et circenses! Con l’aggravante che nella Roma antica il Colosseo era l’unico spazio per l’entertainment collettivo. Oggi abbiamo altri modi. Anche gli inglesi li avranno, anche post-Brexit, ne sono certa!
Forse il matrimonio tra reali è il match di calcio in cui tutti vincono, e lo si vede volentieri per quello. Oppure lo si vede per criticare i look dei presenti — sport molto diffuso.
Oppure solo per sognare. E questa, la questione del sogno, mi risulta ancora più imperscrutabile.
Sognamo ancora il principe, il castello, la tiara e la carrozza? E’ questo ciò che sognano le donne oggi? Ci identifichiamo con questa idea di futuro?
Non sto questionando la scelta di una singola donna — Meghan Merkle, per altro, lo ricordiamo, descritta come femminista — ma dei desideri delle donne, materializzatesi in migliaia a Windsor, e in milioni in mondovisione.
Quelli, mi interessano, i desideri — di Meghan, francamente…
Dire addio a tutto? Ad avere un lavoro? Essere economicamente indipendenti, vedere il proprio talento realizzarsi? Non poter più mettere il naso fuori casa senza rendere conto a qualcuno 24 ore su 24? E’ questa prospettiva, che le donne sognano ancora nel 2018? Retrocediamo di 200 anni in un colpo solo? Back to 1818? Dopo la fine che hanno fatto Lady Diana e Grace Kelly, le principesse prigioniere? Masako la principessa triste?

Quando ho condiviso queste mie perplessità con Bob, il mio housemate, che ogni volta mi stende con la sua ironia da newyorkese navigato, questa è stata la sua reazione: “Sure, such a hard life, you know, hopping from one yacht to another… From this ball to that charity gala… Oh Lord, it would kill you…”.
Naturalmente non ho potuto che ridere.
Ma altrettanto naturalmente non ho potuto risparmiarmi il “That’s not the point”.

Ora voi, romanticoni Moviers, mi direte, ma per l’ammmmore si rinuncia a tutto! L’amore prospera sul sacrificio.
Sì? E’ così? L’amore comincia là dove la propria libertà individuale finisce? Non intendo la libertà di coppia, ma la libertà iscritta nel codice umano di ciascun individuo quando viene messo al mondo in una società democratica.
E’ questo che le donne sognano?
Se la risposta è sì, well, ladies, abbiamo urgente bisogno di scrivere nuovi sogni per le nuove generazioni di donne.

Su questa ipotesi da incubo, passo a dirvi che venerdì sono andata all’Angelika a vedere un film che qualcuno di voi cinefili ha già visto alla Mostra del Cine di Venezia, lo scorso settembre. “First Reformed”, di Paul Shrader era in concorso, e ricordo che lasciò tutti più o meno a bocca aperta. Sia per la storia in sé, che per l’interpretazione da applausi di Ethan Hawke.
Appena ho saputo che Paul Shrader in persona avrebbe partecipato al Q&A post-proiezione, mi sono precipitata a prendere il biglietto.
Lasciatemi dire, vivere circondata da newyorkesi, cinematograficamente parlando, non è impresa facile. E’ come avere un esercito di Board che si precipita in ogni sala che offra un talk, un Q&A, un qualsiasi qualcosa alla presenza di un qualcuno… Tocca combattere ogni volta. Ma ovviamente di Board ce n’è uno, e ne resterà sempre solo uno — Highlander, ciccia. 🙂

Sì, dite bene, Paul Shrader è il regista di “American Gigolò”, il film che l’ha reso famoso. Ma più che per le passate regie, è il caso di ricordarlo per le passate sceneggiature: “Taxi Driver”, “Toro scatenato” e “L’ultima tentazione di Cristo” le ha firmate lui — il sodalizio con Martin Scorsese, dite ancora bene, è chiaro e limpido.

La storia del film gira attorno al reverendo Toller, custode di First Reformed, una piccola chiesa fondata nel 1767 dai coloni olandesi e prossima a festeggiare il 250esimo anniversario. Middle of nowhere dello Stato di New York, per darvi delle coordinate geografiche.
Ci confessa lui stesso di essere stato un ex cappellano militare, ritiratosi dall’esercito dopo la scomparsa del figlio in Iraq.
Ci confessa tutto lui perché il film è come una specie di atto unico in forma di monologo interiore di Toller. Siamo praticamente dentro la sua testa — e questo naturalmente ci ricorda la stessa posizione che assumevamo con il tassista matto Travis in “Taxi Driver” — ma siamo anche sopra le sue spalle. Sì perché Toller decide di tenere un diario per un anno. Una specie di esercizio spirituale più che di strumento terapeutico alla Zeno Cosini. E questo naturalmente ci porta al “Diario di un curato di campagna”, se bazzicate il cinema di un certo blow-in-your-belly Bergman Ingmar. Quindi quando Toller scrive seduto alla sua scrivania, noi siamo come appesi alla macchina da presa, lo osserviamo dall’alto, sentendone contemporaneamente i pensieri. Posizione lì per lì privilegiata, ma alla fine, non poi così tanto…

Toller diventa confidente di una giovane coppia: lui, Michael, ambientalista affetto da depressione e lei, Mary, bionda, mariana e incinta — e qui, va be’, la sovrapposizione cristiana trionfa suprema. Michael, lo capiamo subito, è messo male: vorrebbe che la moglie abortisse per non mettere una creatura innocente in questo mondo condannato. E’ allo stadio “tombino” della depressione. Quando sei allo stadio “tombino”, o trovi una spinta psico-fisica che ti rispedisce in superficie, oppure continui a precipitare. Michael continua a precipitare, e la fine che fa, la intuite da soli.

Il fatto è che Taller, già tormentato dalla propria incapacità di pregare, sembra essere rimasto contagiato dal morbo di Michael. Quello che uccide la speranza e fa trionfare la disperazione. Il cruccio di Micheal — perché mettere al mondo un figlio se quel mondo lo stiamo distruggendo, e Dio, in tutto questo, non fa nulla? — si incista nella testa del reverendo, che comincia una lenta, inesorabile esplorazione nel buio dentro cui Michael è caduto. E noi spettatori assistiamo a questa caduta agli inferi e non sappiamo bene come porci.

Shrader è stato illuminante nella spiegazione del suo intento assai meschino — e riuscitissimo. “I am showing a binocular view: everything is seen through Taller’s perspective. So you start identifying with him. But then he starts veering (andar fuori carreggiata). And you have invested more than a hour in siding with this guy! And now you don’t know how to feel… you start feeling lost. So, yeah, I guess I did my job”.
Capito la vecchia volpe! Prima siamo con Taller al 100% — oltre al figlio perduto, a un matrimonio naufragato, il reverendo sta anche poco bene di salute, e quando stai poco bene di salute in un film, difficilmente hai solo un raffreddore…
Insomma, siamo tutti con lui e lo compatiamo, ma poi il reverendo sceglie la strada — già accennata dentro di lui — dell’estremismo. Ed è stato molto furbo, Shrader, a mostrarci quanto facile possa essere scivolare lungo la china dello sconforto e della sconfitta, e quanto questa sia così facilmente giustificabile.
Ma nulla è sempre bianco o nero — come i novelli duchi di Sussex c’insegnano… Il reverendo Toller fa parte di una congregazione che dipende dalle donazioni di una lobby di conservatori che con la destra inquinano l’ambiente con le loro fabbriche finto-green, e con la sinistra foraggiano la parrocchia: il lavacro istituzionalizzato delle coscienze. Questa scoperta dà il colpo di grazia a Toller, che si sente ulteriormente legittimato a compiere un gesto estremo. Tale gesto vedrebbe per protagonisti un giubbotto imbottito di esplosivo attorno al suo torace e una chiesa piena di fedeli… Ma il finale non è così scontato. E il regista, proprio sul finale ambiguo, che ha lasciato tutti noi del pubblico con un “Whaddaffa..??” soffocato in bocca, ha detto. “I don’t quite know how the film ends. You’ll tell me”. Un bello scaricabarile, che tuttavia apprezzo. Il pubblico si dovrà sbattere un po’, dico io.

La mia interpretazione è che solo l’amore, solo l’amore, può salvare. Banale magari, ma vera. La conclusione trova una sua anticipazione a metà film, una scena tra onirico, poetico e new-ageish verso la quale ho provato un sentimento molto contrastante. Una parte di me è letteralmente inorridita — “no ti prego, no ti prego, non prendermi la deriva spicchiamo-il-volo-verso-i-cieli-dell’ammmore…”. Una parte di me, capiva il senso di quel volo aereo uomo-donna attraverso i paradisi del mondo, fin giù agli inferi della terra, in cui l’edenico non è più, e non è più possibile, solo morte e distruzione lo sono. “Tarkovskiana”, ha definita quella scena Shrader.
Visto il finale, ho ricollegato le due scene. E sono come due grossi ganci visivo-narrativi che sorreggono il film, impedendogli di cadere nel noir totale. Conservo, tuttavia, dei dubbi sulla chiusura. La leggo come un colpo di coda troppo frettoloso, un modo semplicistico — o troppo spiccatamente all’americana — di “risolvere” ciò che non può essere risolto. Di trovare una spiegazione a tutti i costi, anche se il film ha tramato un’ora e mezza per convincerci dell’opposto.

Interrogato su Taller, Shrader ha ammesso che è un tormentato, fallato, danneggiato dalla vita. “I’ve written about him before…”, ha aggiunto, riferendosi naturalmente alla galleria di tormentati, fallati, danneggiati che popolano il suo immaginario cinematografico. Tuttavia, ha tenuto a precisare. “He is my guy. But he is not me” — e ce ne siamo rallegrati tutti.
Dal punto di vista visivo, il regista ha spogliato di ogni orpello gli ambienti che circondano le vicende. Campi brulli e cotti dal freddo, interni glaciali, mobilio ridotto all’osso. Lo stesso dicasi per la colonna sonora, che praticamente non esiste. Esiste un “paesaggio sonoro”, fatto appunto di suoni, non di musica. “I wanted no music. Music always tells you how to feel. I preferred a soundscape instead”.
Pensandoci, un po’ di ragione, Shrader ce l’ha. La musica è come l’acqua per la bacchetta del rabdomante, e la bacchetta siamo noi. La nostra pancia tende sempre a tremare quando sente viole e violini. Troppo facile così, dice Shrader.

Per farvela breve, fossi in voi, io, “First Reformed”, andrei a vederlo quando esce in Italia — vallo a sapere quando. Anche perché ci sono dei momenti in cui è macabramente divertente. E personalmente trovo il dark fun un fun dal gusto decisamente allettante.

E anche stasera devo salutarvi con delle scuse per essere andata lunghissima e aver sforato così barbaramente il tetto di sopportazione che mi concedete. Ma ormai avete capito come sono — una barbara della comunicazione. 🙂

Il Frunyc III è aggiornato, e i saluti, stasera, sono realmente cinematografici.

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