LET’S MOVIE 372 da NYC commenta “BEAST” di Michael Pearce

LET’S MOVIE 372 da NYC commenta “BEAST” di Michael Pearce

Frick Fellows,

intendo la Collection, naturalmente.
Devo confessarvi di non esserci mai stata prima di giovedì. Sono sempre armata di buone intenzioni, sia nei suoi confronti che, più in generale, in quelli della contingenza. Ma con lei, l’istituzione museale forse più blasonata di NYC, si sono sempre frapposti quei 25 dollari di biglietto d’ingresso che candidamente ammetto di aver sempre voluto risparmiare, confidando nel mercoledì.
Il mercoledì, la Frick adotta la politica del “pay as you wish” — come il Guggenheim il sabato dopo le 5 pm e il Whitney il venerdì dopo le 6 pm. Ma per qualche ragione il mercoledì è magnetico, e attira su di sé cose che finiscono per ricoprirlo dalla mattina alla sera. E addio pay-as-you-wish Wednesday alla Frick.
E poi, in fondo in fondo, ho sempre confidato nell’occasione che prima o poi sarebbe spuntata, un modo di pensare, questo, che diffido tutti dall’adottare: uno aspetta e aspetta e aspetta e poi alla fine l’occasione preferisce altri lidi.
Stavolta, tuttavia, il lido era il mio e l’occasione si è presentata.

L’inaugurazione della mostra “Canova’s George Washington”. Per celebrare i duecento anni dall’idea di far scolpire ad Antonio Canova la statua di Washigton, la Frick ha dato fondo a tutta la sua diabolica professionalità, allestendo una mostra in cui la statua protagonista non c’è.
Come non c’è?, vi basite voi.
Eh, non c’è, mi ripeto io.

Questi diavoli della Frick, menti del male discese direttamente dalla nera astuzia di Darth Vader, si sono messi d’impegno e hanno tirato fuori dal vuoto storico lasciato dalla statua, il pieno d’ingressi che la mostra registrerà — e li registrerà, con tutto il battage pubblicitario che le stanno facendo e con la qualità dell’allestimento della stessa.

La statua non c’è perché la State House di Raleigh, North Carolina, in cui era esposta, fu distrutta, nel 1831, da un incendio.
Ora so a cosa state pensando: il Canova scolpiva il marmo, non intagliava il legno. Il marmo mica brucia! Il che è un pensiero più che legittimo, condiviso anche dalla qui presente. Il marmo non brucia, d’accordo, ma se un edificio ti crolla sulla testa, puoi anche essere di travertino, e fidati, finisci in mille pezzi. E questo purtroppo è accaduto alla statua di George Washington. Fortunatamente Canova era già morto quando successe, e non poté uscire dalla grazia di Dio e scagliarsi contro gli Stati Uniti e l’edilizia-for-dummies con cui costruivano le case, preferendo il legno alla muratura, e dando le loro costruzioni in pasto a fiamme e tornado. You see, a volte la morte ti salva.

Lui, il nostro Antonio, impiegò quattro anni per realizzare la statua, dal 1818 al 1821. E fu Thomas Jefferson in persona a volerlo come scultore: a suo dire, in America non c’era nessuno al suo livello — e quando questo è stato fatto notare, è salito un moto d’orgoglio collettivo che forse intimiderebbe anche Der Spiegel… E una volta ingaggiato, ci fu un grandissimo viavai di lettere fra i committenti e il nostro Antonio. Perché provatevi voi a fare una statua di qualcuno che non avete mai visto nemmeno in fotografia — la fotografia nemmeno esisteva!
Dall’America spedirono in Italia la maschera funebre di Washington, un busto in argilla, e un ritratto del Presidente che tutti qui in America portiamo nel portafogli essendo proprio quello stampato sul biglietto da un dollaro.
Ora, questi tre modelli, che i diavoli della Frick hanno disposto vicini vicini, sono diversissimi fra loro. Pensate al nostro Antonio quando se lì è visti arrivare! Pensate la porzione di firmamento che avrà tirato giù con la sola imposizione delle (male)parole… A ogni modo, Antonio non era il primo Antonio che passava, era Canova. E dopo tanti studi, bozzetti, schizzi e plastici, finalmente ecco che l’artista dà alla luce il modello finale in gesso, sulla base del quale realizzerà la statua vera e propria in marmo.
Ecco, la mostra vi racconta questa storia, facendovi vedere tutti i bozzetti, schizzi e plastici, nonché quei tre modelli — maschera funebre, ritratto e busto — che “servirono” allo scultore per scolpire Washington.
Dulcis in fundo, è esposto anche un pezzo di quei mille in cui la statua finì dopo il crollo della State House.

In mezzo alla sala si erge il protagonista della mostra: il modello finale in gesso, fatto arrivare dal museo di Possagno, dove poi la mostra itinerà a settembre.
Dopo un leggero tentennamento iniziale — ma come niente statua?? Ma che fregatura è questa?? Ma io vengo apposta per celebrare i duecento anni dalla nascita dell’idea della statua del Canova, e mi ritrovo il modello della statua?? — dopo aver riflettuto sul concetto, e dopo aver imparato così tante cose con così pochi pezzi, mi sono convinta che ci sia della gran genialità dietro all’operazione. Primo perché si commemora un’opera che non c’è. E questo, oltre a ricordarci Peter Pan e la sua Isola, ci fa anche omaggiare con il pensiero tutte le opere che nel corso del tempo sono andate distrutte o perdute — una specie di me(monu)mento mori per le opere disperse. E poi perché offre un nuovo modo di concepire un percorso museografico spostando il focus dall’oggetto al concetto, e alla storia dietro l’oggetto.

Questa operazione, per noi italiani, risulta forse più difficile da digerire, abituati come siamo ad avere un parco opere in presentia, che l’ipotesi “in absentia” non ci passa nemmeno per la testa.
In realtà il Chief Curator della Frick Collection — e di questa mostra — è italianissimo. Si chiama Xavier Solomon, e malgrado il nome dal sapor franco-orientale, è, appunto, italianissimo. E vi dirò di più, è appena stato eletto Cavalliere della Repubblica — 45 anni, curriculum da brividi, storia di un expat di successo.

L’evento in sé, poi, è stato un esempio di mondanità italo-americana da Upper East Side. Tanta Max Mara per lei, tanta Prada ai piedi, qualche Manolo Blahnick — che avrei riconosciuto anche solo dal rumore — tanta sartorialità su misura per lui, frotte di gemelli ai polsini, scarpe da bottega italiana, direi veneta. E poi i violini nel giardino interno, a bordo fontana. E il ricevimento by Cipriani. E poi il Console e il suo discorso. Alitalia come sponsor che, per l’occasione, ha estratto a sorte due biglietti aerei per andare a visitare il Museo di Possagno. Sì, una riffa da sagra alla Frick — par bleu! — e no, non mi lamento per non essere stata estratta: io ho vinto la lotteria “New York City” e posso anche vivere tranquillamente tutta la vita senza vincere nemmeno più una briscola. 🙂

Leggendo, questi ultimi tre giorni, di quanto l’Italia sia bersagliata da Europa, Francia, UK e soprattutto Germania, la serata di giovedì mi è sembrata lontana anni luce. Stento a credere che una testata come il citato Der Spiegel definisca gli italiani “scrocconi aggressivi”. S’è mai sentito un giornale italiano definire i tedeschi “accentratori maniaci compulsivi” per via della loro tendenza a dettar banco in sede UE e della loro stereotipata natura da mister precisetti?
Come si diceva la settimana scorsa, certi cliché sono così radicati, che estirparli rimarrà il compito anche per le generazioni future. E’ tuttavia indubbio che da NYC sia più facile amare l’Italia: il malessere che serpeggia nel paese non supera l’oceano. La creatività, il genio e la fantasia invece, quelli arrivano in massa.

Tornando alla serata di giovedì… Questa fa ridere…
Il nostro Console ha la tendenza a concludere i discorsi che tiene negli eventi pubblici con “Viva l’Italia, Viva…” e il nome dell’istituzione che ospita l’evento.
Giovedì sera, la conclusione è stata “Viva l’Italia, viva la Frick!”.

Viva la Frick
Mmm…
Secondo voi, sarò stata l’unica ad aver pensato al giardino dell’Eden che spunta in mezzo alle gambe delle donne?
Mi consolo con l’assoluta certezza che voi, malizie Moviers, l’avreste pensato. Senza ombra di dubbio.
🙂

Ieri sono tornata all’Angelika a vedere “Beast”, di Michael Pearce. Presentato allo scorso Torino Film Festival, è l’opera d’esordio del regista britannico, e se il ragazzo mi comincia così, prevedo sicuri successi in futuro.

L’ambientazione è quantomai singolare. Siamo a Jersey, quello autentico, non la copia con il “New” davanti che si stende sconfinato di là dall’Hudson. Jersey è un’isoletta nel Canale della Manica, tra Francia e Inghilterra — a quanto leggo, dipendente da sua Maestà Queen Elizabeth, ma dotata di governo autonomo. E’ una di quelle isole bellissime per passarci un weekend lungo, ma pensare di viverci, per carità.
Moll è una ragazza di 27 anni che vive ancora in famiglia, controllata da una madre molto nazi. Fa la guida turistica e si occupa del padre malato. Il suo passato è macchiato, e la macchia naturalmente è rossa… Bullizzata a scuola, Moll si è difesa — o vendicata? — con un paio di forbici, che hanno incrociato la guancia della bulla. All’espulsione da scuola è seguita l’istruzione domestica a casa, con la madre nazi come istruttrice.
Incontriamo Moll al suo compleanno, quelle feste a casa molto borghesi di cui a Moll non interessa nulla. Arrivata al limite della sopportazione davanti al teatrino della middle-class jerseyana, Moll fugge via e incontra Pascal, un giovane artigiano con il quale la scintilla scatta subito. Lui è l’opposto di quel mondo ingessato: selvaggio, ribelle, sanguigno. Un po’ come Moll. Anzi, molto come Moll, impareremo presto…
Mentre Moll e Pascal cominciano la loro storia, suscitando le ire della famiglia di lei — un plebeo! — l’isola è minacciata da un serial killer che uccide ragazze e ragazzine e che la polizia si danna l’anima per incastrare.

La prima parte del film ci fa conoscere e capire Moll, il passato ferito, reso ancora più traumatico da un presente rinserrato in convenzioni e ostile verso qualsiasi forma di diversità. L’arrivo di Pascal nella vita di Moll è aria pura. Le scene di loro due fra scogliere mozzafiato, mare in tempesta e campi verdissimi, sono una gioia per gli occhi, ma anche per la mente dello spettatore, che finalmente vede un po’ di libertà sull’orizzonte chiuso della vita della ragazza.
Tuttavia il senso di colpa per quello che è stato sono duri a morire e tornano la notte, sottoforma di incubi terrificanti, mescolati a ricordi dolorosi, e svelano il lato profondamente nero del film.
E questo nero sembra espandersi attorno a lei a macchia d’olio e portare un nuovo atroce dubbio dentro la sua nuova vita apparentemente luminosa. Veniamo a sapere che Pascal non ha una fedina penale linda linda, anzi, ha un passato segnato dalla violenza.
Il fratello di Moll, che, caso vuole, è a capo delle indagini sul serial killer, ha motivo di credere che sia proprio Pascal, il serial killer. Sulle prime Moll non vuol credere che quel ragazzo che la capisce così bene, che la ama con tanto amore, sia un assassino. Poi però si rende conto di quanto lei e lui siano simili. E lei sa bene cosa l’aveva spinta, alle medie, ad aggredire la compagna. Non l’istinto di difendersi, bensì, l’impulso di vendicarsi.

La bestia del titolo è, pertanto, quell forza bruta e cieca che sia Moll che Pascal portano dentro, due anime marchiate irrimediabilmente da un passato violento — Pascal perde i genitori giovanissimo e Moll, be’ Moll, oltre a una classe che la bullizzava, ha avuto una nazi per madre. Questa spinta nera che i personaggi sentono sembrerebbe condannarli entrambi, e invece no. Per Moll è diverso. E’ pentita per quello che ha fatto, e durante il film vediamo come cerchi di esprimerlo. Questo la distingue da Pascal — che non è affatto pentito — e le permetterà di liberarsi completamente, in un finale che ti fa saltare sulla poltrona.

E’ proprio la compenente morale che salva il film dall’anonimato dell’ennesimo thriller. E anche certa raffinatezza stilistica che mi ha fatto ricordare, per molti versi “Lady Macbeth”, il piccolo gioiello di William Oldroyd che vedemmo la scorsa estate nell’esilio trentino. Se in quel caso ci era rimasto impresso il viso d’angelo della protagonista, costretta anche lei dentro la gabbia domestica, di Moll ricorderemo i capelli ricci, rossi incadescenti, che così poco ci azzeccano con il bonton biondo della madre e della sorella I-am-a-Barbie-girl.
Sicuramente un film da vedere, con l’incertezza di giudizio su Pascal coltivata meticolosamente per buona parte dello sviluppo narrativo e una suspance che tiene fino alla fine.

Fellows, è tutto anche per oggi. L’altroieri ho scoperto che domani sarà il Memorial Day — sono ancora alle prime armi con queste festività americane, mi si scuserà spero. Il mio programma, weather permitting, è quello di sentirmi il Memorial Day Concert nel Green Wood Cemetery, a Brooklyn. Questo perché è un cimitero cinematografico, molte scene di film sono state girate lì. Fra cui “The Departed” 😉
E Lez Muvi dopotutto, è pur sempre un luogo di cinema — per quanto ultimamente abbia preso la deriva “Cronache dalla Città”.

Frunyc III aggiornato — proibitissime le foto nella Frick, ma qualcuna l’abbiamo spuntata 😉 — e saluti, mondanamente cinematografici,

Let’s Movie
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