Posts made in giugno, 2018

LET’S MOVIE 376 da NYC commenta “THE KING” di Eugene Jerecki

LET’S MOVIE 376 da NYC commenta “THE KING” di Eugene Jerecki

Fatico Fellows

a impedire che l’immaginazione corra nel modo in cui corre dentro tutti i turisti bisonti che sccorrazzano allo stato brado in questa città. O anche solo dentro tutti quelli che coltivano il mito di questa città.
Quando ti trasferisci a NYC, immagini — o speri — che ti capiteranno degli eventi fortunati, o anche solo fortunosi. Questo fatto alimenta da sempre le chiacchiere, le aspettative e i cliché intorno alla città. E questo trasforma un po’ tutti in bisonti — Board compreso, s’intende.
“Everything is possible in NYC” non è solo un detto, è una credenza dalle dimensioni nazionalpopolari come “Paris ville de l’amour”. E noi esseri umani, bambini e bisonti, se ci innamoriamo a Parigi, strizziamo l’occhio alla nazionalpopolarità e diciamo, toh, ecco, visto?!
Analogamente, se qualcosa di straordinario ci capita a New York, diciamo, toh, everything is possible in NYC, ecco, visto?!
Forse questo vale per tutte le metropoli, e dipende semplicemente dalle misure. Aumentando il numero di abitanti, aumenta la possibilità di intrecciare più cammini, d’incappare in più occasioni.

Queste parole sono il mio piccolo tentativo di razionalizzare New York, di riportarla all’interno di un meccanicismo da Schleiermacher (!) ed evitarmi di iper-romanticizzarla, di vederla come una specie di Narnia — cosa che invece tendo a fare, sistematicamente.
Siedo, pertanto, su questa altalena che oscilla tra raziocinante e vaneggiante.
Oggi mi trovate dal lato mi(s)tico, quello che venera il potere taumaturgico di Gotham City e delle porte che ti apre lungo le sue street e avenues.

La street, nel caso di venerdì, era la 70esima. West. Sull’angolo con la Broadway. Pieno Upper West Side. La casa, un casa signorile. Il piano, il numero 10.
Uscita dall’ascensore, noto che la porta dell’appartamento è aperta. Avvicinandomi, vedo che incornicia il padrone di casa.
Si chiama Norman. Ha 82 anni. E’ immigrato come me. Lui dalla Romania, nel 1988. E’ fuggito al regime di Causescu, e a cinque anni ha subito la deportazione in un campo di concentramento ebraico quando le leve dello stato rumeno erano mosse da un generale fascista di nome Antonescu. Dal Vecchio Mondo, Norman ha portato in quello nuovo un grosso fardello. Due regimi non sono mai meglio di uno.
Norman è il candidato rumeno al Nobel per la Letteratura. E per quanto il ciclone che ha investito il Premio qualche mese fa abbia un po’ stinto la sua aurea celeste, rimane pur sempre il premio che ti colloca nel paradiso degli achievements, in questo caso letterari.
Il celesete potrà anche sbiadire, ma non si cancella.

Ho conosciuto Norman nell’aprile 2017. Aveva fatto da moderatore al lancio di Blameless, traduzione in inglese del romanzo “Non luogo a procedere” di Claudio Magris, il nostro candidato al Premio Nobel.
Quando ti ritrovi con due giganti così in una stanza, qualsiasi dubbio sul tuo trasferimento a New York, nel caso improbabile di averne qualcuno, fugano — cioè si danno alla fuga.

Norman è un junior nel corpo di un senior. Ha gli occhi velocissimi della gioventù. Un’ironia e un senso dell’umorismo che non gli permetteranno di invecchiare mai, nemmeno quando taglierà la soglia dei cento. Come tutti gli scrittori, è un curioso cronico. Affascinato dai nomi.
In uno dei primi scambi via mail, mi chiede il significato del mio cognome, e l’origine.
Mi coglie impreparata, naturalmente. Io so solo che il popolo dei Fruner — popolo, si crede, di minatori — scese dalla Bavaria nel 17esimo secolo, e si piazzò inizialmente in Val dei Mocheni per poi sparpagliarsi nel basso Trentino, e poi in giro per il mondo. Per me questo, lo stop-over nella Valle dei Mocheni, luogo che nel mio immaginario ha i contorni terrificanti di Kamauz, e gli odori ancor più terrificanti reperibili tra l’alpeggio e il taleggio, per me, urbana fino al midollo, cementifera per partito, rappresenta il massimo contrappasso esistenziale. L’assurdo, e il suo colpo di coda, che mi scaraventano altrove, perché , dove dovrei essere, non è proprio il mio posto. L’assurdo, con la sua innegabile comicità, anche.
Insomma per Norman, e grazie a lui, faccio una ricerchina su “Fruner”, e guardate cosa vi scopro. Il cognome arriverebbe da “Fraunthof”, ovvero “paese posto davanti al sole, “dal lato soleggiato”. All’inzio gli abitanti si chiamavano Frontner, Fruntner o Frudner. Dai lì si è passati al più comodo Fruner (comodissimo…).
Scuserete per questo trip nella toponomastica trentina, ma la storia dei minatori che dal cuore del carbone finiscono dritti davanti al sole, mi pareva degna di due righe, o almeno di un sorriso. 🙂

Norman e la moglie Cella mi invitano a casa loro. Per fare quattro chiacchiere. Io non riesco naturalmente a contenere tutto l’entusiasmo che un corpo può accumulare dentro il suo perimetro, ma fortunatamente la conferma è via mail, quindi conservo un briciolo di dignità.
Norman mi dà il benvenuto sulla porta, e nel salotto mi aspetta Cella. Sono persone affettuose e calorose, di quelle che ti accolgono con baci e abbracci come se la nostra amicizia avesse già superato le intemperie degli anni, e adesso tirasse il fiato, al riparo, in un appartamento dell’Upper West Side, e si godesse la tranquillità del navigato.
Parliamo di tutto. Ridiamo di tutto. Curioso, Norman, sì. Vuole sapere tutto. Del mio viaggio qui, della mia famiglia, di come sono stata accolta a New York.
Io parlo e parlo e parlo.
Capisce subito di me che sono “very emotional and very rational”.
Io gli confermo che sì, quello è l’essere entropico che sono, e che no, non è facile essere me, credo. Lui scoppia a ridere. Guarda la moglie, gli dice qualcosa in rumeno il cui significato non avrò mai il privilegio di conoscere, e anche lei ride.
Io rido con loro, ovviamente.

E poi parliamo, insieme, di cinema, di libri. Di grappa! Che riceve ogni anno dall’Italia, lui, vincitore del Premio Nonino. E ancora ride quando gli dico che io sono una schiappa con l’alcol, che potrei sbronzarmi anche solo sentendo l’odore di quella schnapps, figurarsi poi se è quella autentica, quella con cui puoi disinfettare le cadute dalla bicicletta così come le ferite di guerra.

Parlo, parlo, parlo. In punta a quella poltrona, mi sento a casa, in famiglia. Non ho timore di dire che mi sento strana nei confronti dell’Italia. Che la mia carne appartiene a quel posto, ma che non so viverci, che ci sto scomoda. Che sono stata molto infelice. E che qui, in mezzo alla bolgia newyorkese, sento come la vita nel suo farsi, tutti i giorni.
Allora parliamo di esilio.
Lui è considerato lo scrittore europeo dell’esilio. Sia perché l’ha vissuto in prima persona, sia perché ci ha scritto sopra per tutta una vita.
“Do you know Cioran?”, mi chiede.
Conosco Emil, il filosofo di nichilismo e pessimismo, da brevi letture troppo giovanili e febbrili — quando salti da Schopenhauer a Sartre, cercando conferme al tuo estremismo cosmico — e certo non posso vantare nessuna conoscenza approfondita.
“Well, yes, but I wouldn’t say I am an expert”, rispondo.
“You don’t need to be an expert of Cioran. The only thing you need to be an expert of is love.”
Io lo guardo dritto in quei suoi occhi briganti e gli dico, in forma di domanda, “You know that I will never forget that line, don’t you?
“I bet you won’t” — “Te lo credo”. Mi risponde, negli occhi un lampo da colpita-e-affondata.
“Cioran used to say that exile is an honor”.
Io sento le rotelle del mio cervello che ruotano velocissime.

La questione dell’esilio è parte della mia vita quotidiana. Quando si dice esilio, si pensa immediatamente a Napoleone, alla politica. All’esilio subìto. Norman è un esiliato volontario, anche se nella Romania comunista non avevi molta scelta, se, come lui, eri uno scrittore dalla penna affilatissima.
Anch’io sono un’esiliata volontaria. Io ancora più volontaria di lui. Self-induced, dico io — il ceppo è lo stesso di quello di Norman. Nessun regime mi ha impedito la libertà, o ha fatto passare i miei scritti attraverso le feritoie della censura. Eppure ho scelto un altro paese.
E da lì, da Cioran, finiamo a parlare di come il dolore sia fonte di creatività, di come lo sia sempre stato.
Gli chiedo se, arrivati ai trent’anni (!) — e lui mi corregge, pronto alla gag come il miglior comico del Saturday Night Live, “thirty-one, Sara, don’t flatter me” — se, arrivati ai trent’un anni (!!) abbiamo pietà verso noi stessi e la nostra storia. Insomma, se diventiamo più “merciful”.
Lui mi dice. “Up to a certain point”.
Si accorge che voglio di più.
Mi cita un poeta rumeno, che purtroppo non conosco. Norman racconta. Quel poeta, alla domanda di come avesse fatto ad arrivare alla vecchiaia, ha risposto con una parola.
“Bitterness”.
Norman mi guarda.
Io lo guardo, in qualche modo appagata.
Ci siamo capiti.
Parliamo anche della lingua. Lui scrive in rumeno. E’ arrivato in America a 50 anni senza aver mai studiato inglese. L’ha imparato sul posto, come tutti gli immigrati di questo mondo. “La mia lingua letteraria è il rumento. Per il resto uso l’inglese come strumento”.
Mi chiede di me, della mia lingua.
Io dico che l’inglese è una scelta e un piacere. Che mi piace sentirlo in bocca, come una caramella che non mi stufo mai di succhiare. L’italiano è comunque una parte fondamentale del mio essere qui: lo insegno. Esporto la parte migliore della nostra cultura — la lingua.
Lui si gira e dice a Cella, stavolta in inglese, “This is the poet in her”, come se non ci fossi. Ma ci sono.
Fortunatamente, ci sono.

Norman mi fa dono di due testi che gli ho chiesto. La sua bibliografia include più di venticinque opere. Ho scelto “Il rifugio magico” e “Conversazioni dall’Est”. Editi da Il Saggiatore.
Norman fa Manea di cognome.
Ho fatto una ricerchina. “Manea” deriva dal turko “mâni”. Canto popolare.

Chissà se Norman lo sa.
Glielo dirò.

Così vedete, Moviers. Io non so se si tratti di New York City, oppure del caso, oppure degli eventi che s’incastrano, oppure di San Benedetto Giuseppe Labre, patrono dei vagabondi. Ma questa cosa, io a casa di Norman, è successa a New York City, venerdì 22 giugno, Anno Domini 2018.

Quello stesso giorno, la sera, è stato coronato dalla visione di The King, il documentario imperdibile di Eugene Jarecki su lui, il Re, Elvis the Pelvis.
Non sapevo nulla del documentario, e pochissimo di Elvis. Per questo ho optato per il film. E anche perché sapevo che sarebbe passato dall’IFC Center, quindi ho detto, ok aggiudicato, e sono andata.

Presentato al Festival di Cannes nel 2017, al Sundance Film Festival e all’ultima Festa del Cinema di Roma, “The King” nasce da una domanda, semplice e originale insieme. Perché non fare un road movie che attraversa tutta l’America, from coast to coast, New York City to Los Angeles, come nel più classico dei miti americani, a bordo della Rolls Royce appartenuta a Elvis, e raccontare il Re, raccontando l’America? Perché non mettere il regista alla guida e farlo incontrare con personaggi vicini al Elvis, oppure suoi ammiratori comuni, oppure suoi ammiratori famosi, tra cui Alec Baldwin, Ashton Kutcher, Ethan Hawke, Mike Myers? Perché, lungo il percorso, non caricare a bordo della Rolls Royce gente normale, che il Re, l’hanno visto magari in tv, o ascoltato alla radio, o conociuto “solo” attraverso la sua musica?
Nessuno se n’è uscito con risposte negative a tutti quei perché, quindi il documentario è stato girato. Per fortuna, aggiungo, perché “The King” non è il classico biopic che riporcorre peddissequamente la vita del padre del rock&roll, ma è la metafora di un’America che scopre il fallimento del sogno americano. La parabola di una star che per tanti anni ha rappresentato il mito supremo del sovvertitore che entra nella stanza della musica e cambia le regole, convincendo praticamente tutto il mondo che l’ordine nuovo, quello del rock, è quello giusto, quella parabola di vita, disseminata di tantissime ombre, sfruttamenti, e tante balle, coincide fatalmente con la caduta del sogno di una nazione.
Gli Stati Uniti hanno plasmato per decenni — well, secoli — il modello di paese che volevano essere. Il paese della libertà e della ricerca della felicità individuale. Ci hanno creduto sin dal primo momento, tanto da infilare quei due punti d’oro — libertà e ricerca della felicità individuale — nella Costituzione. La convinzione per cui se lavori sodo, in questo paese, puoi diventare tutto ciò che vuoi, è la spina dorsale su cui questa nazione s’è retta in piedi dal Far West(ern) avanti. Per tanti anni, questa convinzione ha trovato un riscontro nella pratica. Milioni di immigrati da ogni dove hanno ascoltato questo ritornello, vi hanno intravisto una possibilità, e sono saliti sulla prima nave con destinazione USA. Ma una volta arrivati in questo paese hanno capito che no, le monete non crescono, gigantesche, sugli alberi — come Emanuele Crialese ci ha mostrato, magistralmente, nel suo meraviglioso “Nuovomondo”. L’America è sempre stata landy of plenty, terra dell’abbondanza, fino a un certo punto. Per tutte le occasioni che ti mette sul piatto, in qualche modo, ti presenta il conto. Questo succede in ogni stato, beninteso. Diciamo che in America, per molti anni, le occasioni sono sembrate molto vantaggiose in proporzione al conto. Questo grazie allo straordinario lavoro narrativo che l’America ha fatto di sé — draghi del marketing che sono sempre stati. La boccia scintillante di questo sogno, se guardata bene da vicino, presenta tutta una serie di incrinature così profonde da spingere a una revisione radicale del fenomeno. Elvis ne è l’esempio.
Nato nella poverissima Tupelo, Mississippi, e trasferito con i genitori a Launderdale Courts, quartiere popolare, e nero di Memphis, Elvis cresce con il blues tutt’intorno, che poi sarà la fonte principale della sua msica.
Questo è un punto molto dibattuto intorno alla figura di Presley. C’è chi sostiene che Elvis fece tutto da solo, che inventò il rock, e che se proprio proprio vogliamo andare a cercare il pelo nell’uovo e far polemica, l’arte funziona così da che post-modernismo è post-modernismo: si ruba, si cambia, si personalizza.
Di tutt’altro avviso buona parte della comunità — e dell’intellighenzia — nera, che giudica invece indebita l’appropriazione di Elvis della musica black. Se per esempio chiedete al rapper Chuck D dei Public Enemy, lui vi dirà, come dice fuori dai denti nel documentario, che Elvis si è approfittato della musica nera senza mai sprecarsi in un “grazie”, né schierarsi in momenti in cui lo schieramento politico di una star del suo calibro avrebbe potuto fare un’enorme differenza: Elvis non ha mai preso parte a manifestazioni di alcuna sorta, preferendo trincerarsi invece dietro al paravento dell’“io faccio l’artista, non mi occupo di politica”.
Elvis è il cantante che, all’età di 20 anni, quando cominciava a mietere successi a destra e a manca, riceve la chiamata dello zio Sam, si addestra, e parte convintissimo per la Germania. Il ribelle che ha portato il rock sui palchi, nei juke-box e soprattutto nei corpi e nelle menti di una generazione, quel ragazzo diventa il “good soldier boy” che parte per difendere il suo paese. Una volta rientrato in patria, Elvis non è più quello di prima: dicono di lui che, “He left as James Dean. He came back from the war as John Wayne”.
E per dieci anni, Elvis si mette a girare commediole romantiche di poco conto a Hollywood, perché Hollywood gli piace da morire e vuole far parte di quel mondo. Il suo indubbio sex appeal, accompagnato alla sua musica nuova e alla presenza prezzemolina sul grande schermo gli regalono una celebrità forse mai conosciuta prima da nessuno. Intanto l’America diventa l’America delle cose: Caddillac lustre come caramelle dentro drive-in pieni di film made-in-Hollywood, villette a due piani con la moglie e il suo grembiule, il marito in ufficio a lavorare sodo per comprare lavatrici e vacanze, e i figli con le dita nel burro di noccioline e un piede al college. L’America della mercificazione, che non risparmia i suoi miti, anzi, ne fa il loro primo strumento. Elvis diventa un prodotto. Un ciuffo, una tuta di pelle bianca. L’immagine si scolla dalla realtà e la persona finisce nel baratro in mezzo.
Le scene di Elvis alla sua ultima apparizione pubblica, gonfio, sudato, farfugliante, pochi giorni prima della morte, a 42 anni — 42 anni! Sono rimasta sotto shock per mezz’ora: pensavo fosse sull’orlo dei 60 — quei fotogrammi, ci suggerisce il regista, sono il parallelo di quello che è capitato all’America. Un sogno che fiorisce su una terra d’incubo —piagata dalle ingiustizie sociali, per non parlare di quelle razziali — e che finisce per infrangersi, guess where?, contro un certo Donald Trump. Il documentario si conclude proprio su di lui: alla fine di questo viaggio attraverso l’America del capitalismo spinto ai massimi livelli, rodei frequentatissimi e diner fermi al 1960, l’America di eroi tragici che vedono la propria persona soccombere al propio personaggio, come Elvis, non ci meravigliamo di trovare, come presidente, un Donald Trump. It makes sense, a hell of a lot.
Un americano che guarda “The King”, esce dalla sala abbattuto. L’ho visto nel pubblico — e i newyorkesi hanno il pelo sullo stomaco, oltreché una gran consapevolezza della loro storia. Anche un’immigrata esce dalla sala abbattuta — checché estasiata dalla qualità del film. Per quanto il sogno americano sia ormai un oggetto da museo, vederlo rottamare così, lucidamente ma anche poeticamente — ci sono delle riprese molto toccanti nella loro semplicità — assesta l’ennesimo colpo nel corpo del mondo malandato che siamo.

Ho chiesto al regista se il film sarà distribuito in Italia. E sì, ha confermato che sarà distribuito, quindi non perdetelo per nessun motivo nessuno.

E anche per stasera sono stata lunghissima. Ma ho finito. 🙂
Ho aggiornato il Frunyc III. Troverete moltissime opere di Alberto Giacometti. Si è inaugurata al Guggenheim una personale talmente personale da piantarci le tende e non schiodarsi più dal percorso spiralitoso del museo.
Troverete anche degli scatti “naviganti”… Domenica in barca, con minuto di silenzio accanto a Ellis Island, saluto alla Statua della Libertà, puntata a Freshkills Park, e circumnavigazione di Staten Island.
Un weekend così generoso ne porterà uno sciagurato per riportare gli equilibri in zona commedia-tragedia?
Speriamo di no … 🙂

Ora i ringraziamenti, e i saluti, stentatamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

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LET’S MOVIE 375 da NYC commenta “EATING ANIMALS” di Christopher Quinn

LET’S MOVIE 375 da NYC commenta “EATING ANIMALS” di Christopher Quinn

Forthamilton Fellows

è una base militare che sta a Brooklyn, accanto al Verrazzano Bridge, il ponte che nessun americano pronuncerà mai correttamente. Mai.
Fino al 5 giugno, nessuno ha mai sentito parlare di quella base, tranne i militari che ci stazionano, militando ignoti. Ma il 5 giugno succede che alla truppa viene voglia di pizza. Non è una novità: succede molto spesso, tanto che la base ha una pizzeria di fiducia, nel Queens, il Nonna Delia’s — manifesta discendenza Soprano’s, sì. Per chiarezza geografica, Brooklyn e Queens sono limitrofi e ancora non è dato sapere dove finisca l’uno e dove cominci l’altro.
Il fattorino che si occupa della consegna è
Pablo. Pablo Villavicenci. Per certe persone — mi includo — i cognomi hanno il potere di spalancare mondi e letterature. Villavicenci a me fa venire in mente Gabriel Garçia Marquez con le sue storie d’amore e altri demoni nei suoi cent’anni di solitudine. Ma all’ufficiale di turno, il 5 giugno, Villavicenci, fa solo venire in mente “immigrato” — aggiungeteci lineamenti latini e la scritta “immigrato” prende a pulsare.
Allora l’ufficiale gli chiede i documenti. Pablo porge la NYC ID card, la carta d’identità che tutti gli immigrati — presenti incluse — richiedono appena mettono piede a New York. Non tanto perché faccia status — che comunque fa — quanto per avere uno straccio di documento che sia made-in-USA a portata di mano. I documenti rilasciati in tutto il resto del mondo — carte d’identità, patenti, codici fiscali — vanno bene solo per i buttafuori davanti ai locali, che se gli butta bene, ti buttan dentro. E non è che te ne vai in giro con il passaporto in borsa. Il terrore di perderlo è la summa concentrata di tutti i terrori della terra: domandate a qualsiasi expat quale sia la paura più grande che ha, e in risposta avrete, “perdere il passaporto”, accompagnato da un trasalimento color profondorosso.
A questo ufficiale la NYC ID Card non va bene.
Chiede la patente.
Pablo non ha la patente.
Chiede il Social Security Number (l’essenen, SSN).
Pablo non ha il Social Security Number.
Pablo ha già capito che ore sono e dove l’ufficiale vuole andare a parare: se sei immigrato e non hai un Social Security Number, la domanda — retorica — che segue è “perché?”. Retorica perché l’SSN ti viene rilasciato solo se hai un visto valido, la cittadinanza americana, o la green card.
Pablo non possiede nessuno di questi.
L’ufficiale innesca la macchina del cosidetto “background check”. Come quando la stradale in Italia ti ferma e ti controlla i documenti e tu speri che non trovino nulla sul tuo conto anche se hai la fedina penale immacolata come la concezione. Il potere della suggestione è più forte di qualsiasi contingenza.
Ma guardi ufficiale, io consegno qui le pizze un giorno sì e un giorno sì, non ci sono mai stati problemi…
I don’t care, gli risponde l’ufficiale, per nulla gentiluomo.
In un attimo si scopre che Pablo è nel paese senza visto, senza cittadinanza e senza green card.
Ma ufficiale, sono sposato da cinque anni con una cittadina naturalizzata americana, in febbraio ho fatto domanda per la green card, e sto attendendo risposta.
L’ufficiale non sente ragioni, anche perché lo informano che l’ICE, l’Immigration and Customs Enforcement, ha emesso un avviso di rimpatrio in Ecuador nel 2010, che Pablo ha ignorato.
Sì ma nel frattempo mi sono sposato, ho fatto due bambine, lavoro e mi guadagno il pane con la pizza, e sto aspettando il responso della green card.
Niente. Dall’ICE al DHS — Department of Homeland Security — il passo è brevissimo. E ancora di più quello dell’arresto di Pablo in un carcere del New Jersey.
Da dieci giorni il caso sta rimbalzando per tutta New York. Giornali, radio, internet. L’establishment democratico, dal Governatore Cuomo al Sindaco de Blasio a Cynthia Nixon — candidata a Governatore — a tutte le associazioni a difesa degli immigrati si sono schierati dalla parte di Pablo.
E’ vero, il ragazzo è entrato negli USA illegalmente, ma ha trovato lavoro, non ha mai fatto del male a nessuno, si è costruito una famiglia e ha avviato il processo di regolarizzazione.
L’accusa, e con lei tutto lo schieramento repubblicano trumpista con la bocca piena di “tolleranza zero” e “America First”, non ci sta, e pretende la deportazione di Pablo.

So che lui, Pablo, non ci sta leggendo in questo momento (!), quindi posso dirvi che si trova in una pessima posizione. Nella logica da kindergarten di Donald Duck, Pablo rappresenta tutti gli illegali criminali che minacciano la pura America e rubano il lavoro agli americani puri di cuore, lavoro, per altro, che nessun americano è disposto più a fare nemmeno sotto tortura. Quindi ho il timore, e con me ce l’hanno tutti, che la famiglia Villavicenci sarà ben presto smembrata, Pablo deportato in Ecuador, la moglie Sonia con le bambine a campare di chissà cosa qui in America. Giusto per far capire chi comanda, e tolleranza zero.

La squadra di avvocati che difende Pablo, dicevamo, è forte del supporto di Cuomo, che ha scritto una lettera al Dipartimento di Homeland Security, mettendo in copia Trump: “I am writing to request that your office launch an investigation into the conduct of ICE agents to ensure they are abiding by the rule of law (agiscano a norma di legge). His arrest and detention appears to be a result of ethnic profiling and does nothing to make our communities safer.
In sostanza, la linea che si vuol seguire è quella della discriminazione. Perché l’ufficiale ha richiesto i documenti a Pablo? Glieli avrebbe chiesti se non fosse stato latino?
Forse questo potrà salvare Pablo, chissà.
Sta di fatto che l’opinione è spaccata. C’è chi lo difende e prova pietà per lui, l’immigrato che non ha mai fatto male a una mosca e che vuole solo provvedere alla sua famiglia e vivere una vita dignitosa. Ma c’è anche chi lo attacca, soprattutto gli immigrati regolari. Ma come, si dicono gli immigrati regolari, noi ci siamo fatti un mazzo così per venire in questo paese, siamo passati per le forche caudine dell’Ufficio Immigrazione, abbiamo pagato e aspettato, e adesso il primo Pablo che passa, vive qui nella clandestinità, riceve il foglio di via e lo ignora, questo primo Pablo la fa franca?

Se ci pensate, questo caso richiama quello dell’Aquarius, e, più in generale, delle ondate — in senso letterale e figurato — di immigrati provenienti dall’Africa.
Ma come, si dicono tutti gli italiani filo-leghisti, simpatizzanti leghisti, grillini e anche ex-pieddini, o semplicemente frustrati dallo stato delle cose. Non abbiamo fatto che accogliere navi da tutto il terzo mondo per tutti questi anni, l’Europa se n’è sempre fregata alla grande, Macron ha accettato 619 immigrati in un anno (619 in un anno!) e adesso fa il San Francesco d’Assisi, e per una volta che noi diciamo “no” a uno sbarco, passiamo per i cinici senza pietà?

All’apparenza questo ragionamento sembra filare. Ma quanto è elementare, bovinamente elementare! Questa posizione prescinde dal passato e soprattutto, dal futuro. La decisione di chiudere i porti italiani alle navi straniere viene fatta passare come la soluzione all’immigrazione incontrollata, al ritorno de “L’Italia agli italiani”, ma di fatto è il cerotto sul ginocchio graffiato quando la gamba in cancrena. L’immigrazione che stiamo affrontando oggi è un fenomeno globale e non si risolve rimbalzando navi di migranti da una sponda all’altra dei singoli stati. Non si gioca a flipper con le vite delle persone. Si risolve con la firma di un protocollo chiaro e comune in base al quale l’Europa si impegna ad affrontare il fenomeno collegialmente. 800 immigrati? Un tot per ogni stato membro. Ci dovrebbe essere un ente europeo — non statale — che si occupa della ripartizione — ciò che la Frontex, L’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, dovrebbe fare. Ma certo ognuno alla fine bada al proprio orticello, e non ha nessuna voglia di sollevare lo sguardo oltre la staccionata. E nemmeno di guardare bene al di qua della staccionata.
Prendiamo l’orticello Italia, per esempio.

Il paese si sta spopolando. Siamo ai minimi storici quanto a natalità, ai massimi di gerontocratizzazione, e l’emigrazione dei cervelli è una delle piaghe che sta tagliando le gambe al paese.
Al momento sono alle prese con la traduzione di un saggio sull’argomento, quindi ho dei dati reali alla mano, non le solite boardate. 🙂
Tra il 1876 e i 1988, 27 milioni di persone hanno lasciato l’Italia, e nel 1996 la popolazione di origini italiane all’estero equivaleva a quella dell’intera popolazione presente sul suolo italiano — chissà a che punto siamo, nel 2018. L’ondata migratoria dall’Italia è stata definita come la più grande emigrazione partita da un paese nella storia moderna.
“L’Italia agli italiani”. Ma a quali italiani?, mi viene da chiedere. Prima si è detto che gli americani non vogliono più fare i camerieri, i fattorini, gli inservienti, i raccogli-frutta. E gli italiani sì? Vogliono farli, quei lavori?
L’Italia agli italiani. Again, ma a quali italiani?

Questo è un argomento che mi sta particolarmente a cuore perché lo vivo sulla mia pelle. Ma io sono una immigrata privilegiata. Nel cassetto del mio scrittoio dei primi del 900 brilla un passaporto con un visto d’oro — che ho sudato i sette mari (!) per avere, intendiamoci. Io non sono Pablo. Ma non sono nemmeno una yankee. Quando sento “American first”, penso. A parità di impegno e preparazione, tra un docente americano che insegna italiano, e un docente italiano che insegna italiano, quale dei due potrà offrire un servizio migliore? Questo esempio può essere applicato a infiniti ambiti. Tra un fisico particellare laureato a Oxford con esperienza al CERN, e un fisico particellare senza esperienza al CERN ma con una laurea a Stanford, qual è meglio scegliere?
Certo poi non posso scordare i quasi 80 anni che hanno impiegato gli immigrati italiani storici a liberarsi dagli insulti, dalla diffidenza e dalle discriminazioni subiti. “Neri che non sanno parlare inglese”. White niggers. Mozzarellaniggers. “Piccoli, sporchi, scuri di pelle, ignoranti e inaffidabili”. Così ci definiva la Relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione al Congresso Americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, nel 1912.
Quegli italiani erano immigrati economici, termine con cui si descrivono, con sprezzo, i passeggeri dell’Aquarius.
Io sono un’immigrata economica.

Chi strilla l’Italia agli italiani e l’America agli americani scorda il merito, la reale necessità di una nazione e basa la propria valutazione sulla geografia. Oltre ad avere del discriminatorio, questa posizione cozza contro tutto quello con cui siamo cresciuti negli ultimi 20 anni. Il www ci ha insegnato a essere mobili, liquidi, veloci. A poterci spostare con la rapidità di un click. Cosa facciamo adesso, torniamo a trincerarci dietro i confini? Ripeschiamo i “qualcosa da dichiarare” alle frontiere? E’ un atteggiamento nostalgico, attaccato a un passato che non esiste più e che si vuole a tutti i costi riportare in vita, come un amore che non si scorda, ma che non è più quell’amore. La nostalgia è un sentimento che magari può aver prodotto qualche opera d’arte — anche se non ne sono troppo sicura — ma se eletto ad atteggiamento nazionale, può gettare un paese nell’immobilità e nel baratro dell’isolazionismo.
La vita va avanti per tutti, anche per la storia.

E certo io devo andare Avanti, Moviers!
Il film che sono andata a vedere, in un assolatissimo pomeriggio newyorkese, è “Eating Animals” di Christopher Quinn, e narrato da Natalie Portman, che è anche co-produttrice della pellicola, un progetto in cui ha creduto molto dopo che l’omonimo saggio di Jonathan Safran Froer, l’ha convinta, dieci anni fa, a diventare vegana.
Sì perché il documentario è la trasposizione del testo di Froer, che era un’indagine sul consumo di carne in America, frutto di una ricerca durata tre anni in cui l’autore viene a conoscenza dell’intricato universo degli allevamenti intensivi negli USA.
Il libro ebbe un enorme successo, e fu seguito da accesissimi dibatti e polemiche.

Il documentario di Quinn è la resa cinematografica di quella ricerca e ci porta nel mondo degli orrori dei cosidetti allevamenti intensivi, stabilimenti presenti a centinaia e centinaia e centinaia nel Midwest americano — soprattutto Iowa — che non permettono l’accesso a nessun esterno, figurarsi se documentarista. Guess why…
Le uniche immagini trapelate sono state carpite in segreto da dipendenti che si sono fatti un esame di coscienza e che hanno detto enough is enough, hanno lasciato gli orrori a quel mondo, e hanno deciso di far arrivare queste immagini ai giornali. In gergo, chi rivela qualcosa che non si dovrebbe rivelare, mantenendo l’anonimato, si chiama “whistleblower”.
Le immagini fuoriuscite da quegli stabilimenti blindati ci arrivano da loro, e sono arrivate soprattutto sul tavolo del New York Times, che qualche anno fa le pubblicò, facendo scoppiare il caso delle condizioni inumane a cui venivano sottoposti polli, maiali, mucche, tacchini, agnelli.

Tutto comincia da un fiume, ricco di pesce e acque limpide. A partire dagli anni ’80, le acque cominciano a intorpidirsi, e i pesci ad ammalare e morire. Un pescatore ambientalista del posto si prende la briga di sorvolare la zona e si ritrova con uno spettacolo inquietante sotto i suoi occhi: quelle centinaia e centinaia di stabilimenti, hanno tutti un “lago” rosa accanto. Rosa mutanda si diceva un tempo. Investiga che t’investiga, si scopre che quelle “acque” nere sono i liquami e i resti di quegli animali ingrassati ad antibiotici. Quelle sostanze chimiche s’infiltrano nel terreno e inquinano il fiume.
Il racconto del pescatore s’intreccia a quello di Keen, un veterinario whistleblower che non ne poteva più di vedere le sostanze che iniettavano a bestiame e pollame, nonché i modi barbari con cui venivano trattati — pratiche come quella del taglio della coda ai maiali o del becco alle galline per evitare che gli animali si feriscano tra di loro — e ha chiamato il NY Times.
A causa della sua gola profonda, Keen ha perso il lavoro, e la moglie, ma ci ha guadagnato in coscienza. Lo stesso ha fatto un operaio di uno di questi stabilimenti. Non ne poteva più di vedere polli grassi come tacchini, incapaci di camminare, oppure con quattro zampe, oppure con zampe talmente gommose da piagerarsi senza spezzarsi, per non parlare dei maltrattamenti, degli animali ammassati, delle condizioni innaturali e ai limiti della tortura. E ha deciso di passare dalla parte degli allevamenti “etici” — i cosiddetti Ethical Independent Farmers che trattano gli animali con rispetto. Come quello di Frank, l’allevatore che da trent’anni si batte per tenere in piedi il suo allevamento di tacchini “vecchia scuola” — niente ormoni, niente maltrattamenti, dignità.

Il documentario mostra, dati alla mano, il legame tra consumo di carne e cambiamento climatico, per via del metano emesso dal bestiame e dalle foreste rase al suolo. Mostra, anche, il legame fra disturbi cardiovascolari e il consumo di carne. Ma “Eating Animals” riesce a dare forma e corpo a questi dati, attraverso le esperienze dirette degli intervistati di cui s’è detto sopra. E se da un lato abbiamo certamente già visto immagini raccapriccianti di mattatoi o pollifici agghiaccianti, è anche vero che difficilmente abbiamo sentito parlare di polli a quattro zampe, o con pance talmente grosse da impedire loro ogni movimento, persino alzarsi.

Ma non è tutto e solo un macello (!). Gli ethical indipendent farmers stanno aumentando. In laboratorio si stanno mettendo a punto nuove tecniche di estrazione delle proteine dalle piante. L’obbiettivo è quello di ricreare la carne in vitro. Al momento i risultati ci sono, a sentire il documentario. Il problema sono i costi. E’ ovvio che tra un hamburgher di carne che costa due dollari e un hamburgher alle proteine vegetali che ne costa dieci, l’operaio o la commessa comprano il primo. La tesi del regista — e di Safran Froer — è che, abbattendo i prezzi e sensibilizzando il consumatore, lui, il consumatore, finirà per comprare l’hamburgher di proteine vegetali.

Sì, le vedo le vostre facce scettiche… La chianina riproducibile in vitro?! Il ragù in beuta?! E poi in Europa i controlli sono più severi che negli USA… In Europa gli animali non si pompano a suon di ormoni…
Ma vedete Fellows, che si tratti di America o Europa, poco importa. Il film parla al singolo. E’ una scelta che spetta a ognuno.
Io personalmente non tocco carne da 20 anni. Anche se molti di voi hanno dei gran dubbi sulla mia alimentazione, sono qui viva e vegeta(le) che vi parlo e vi scrivo.
E ve lo confesso, sono molto contenta di non far parte della catena carnivora. E penso che il consumo di carne dipenda più da una dipendenza che da una necessità biologica del corpo. Ma lungi da me fare i pipponi etici — bastano quelli cinematorgrafici, no? 🙂
Solo vi pregherei, quando il film esce in Italia — perché uscirà in Italia — di andare a vederlo. Così, giusto per farvi un’idea del livello di arretratezza in cui l’America versa in questo settore. Ma anche per riflettere un po’ su come ci comportiamo come esseri umani a prescindere dalla nostra nazionalità. E’ questo che siamo? E’ questo che vogliamo essere? Ognuno risponda come meglio crede. Ma senza scordare una frase che ho sentito nel film.
“You vote at least three times a day with your fork”.
Anche mangiare è un atto politico, nel 2018.

Ho aggiornato il Frunyc III, con alcune foto di Coney Island: spiagge aperte, primo bagno della stagione — e no, nelle foto non c’è il primo bagno, ma c’è la Wonder Wheel 😉

Mi fa piacere anche segnalarvi la recensione che il vostro Board ha scritto su “Blameless” (“Non luogo a procedere”) romanzo intricatissimo di Claudio Magris. E’ stata pubblicata su Brick, una rivista letteraria canadese che pratica un peer-reviewing nazista… Ciononostante, siamo sopravvissuti. 🙂

E anche per stasera è tutto. Avevo promesso di contenermi questa domenica… Ma voi ancora mi credete?? 🙂
Ringraziamenti a pacchi e saluti, militarmente cinematografici.

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LET’S MOVIE 374 da NYC commenta “WESTWOOD. PUNK, ICON, ACTIVIST” di Lorna Tucker

LET’S MOVIE 374 da NYC commenta “WESTWOOD. PUNK, ICON, ACTIVIST” di Lorna Tucker

Mindfulness Moviers,

Lavorare all’FIT (Fashion Institute of Technology, per chi si fosse scordato), è divertente per varie ragioni. Gli studenti sono la fauna più variegata e non classificabile che possa capitare a tiro. Esseri androgini con borse uscite dall’‘800, o a metà fra Puck (di Shakespeare) e Punk (dei Sex Pistols), oppure giapponesine miniscule dentro a scarpe maiuscole. Studentesse che fanno le modelle, o modelle che fanno le studentesse, non ho ancora capito. Ragazzi filiformi con maglie tagliate molto sopra l’ombelico ma che per qualche ragione non fanno “Drive In”: fanno terzo millennio.
Il colore di capelli più gettonato è il “baby white”, che io chiamerei “albino”, ma non state ad ascoltare me. Da quello che vedo, questi ragazzi amano accostare quello che parrebbe essere inaccostabile. Schifano i brand e sperimentano sul proprio corpo. Non hanno nessun timore di sentirsi fuori luogo, o di suscitare sguardi perplessi. Sono perfettamente a loro agio con un paio di occhialoni alla Saint-Exupéry intorno al collo a mo’ di gioello, e una pelliccia sintetica turchese buttata sulle spalle.
Li guardo sempre con ammirata complicità.
Ora i corsi sono finiti, niente fauna colorata tutt’intorno. Il campus è deserto. Mi piace andarci. C’è quella strana quiete pregna del loro ritorno, a luglio e agosto, per i corsi e stivi, e poi a settembre, per il nuovo semestre. Anche se gli studenti al momento sono tutti impegnati fra internship e tirocinii da Theory e Tony Burch, l’FIT continua a lavorare, e organizza incontri, seminari, workshop per formare, o anche solo informare, lo staff dei docenti.

Due settimane fa è toccato a una gioranta dedicata a come impiegare la VR (Virtual Reality, naturalmente) nell’insegnamento — cose che per noi umani italiani rasentano il sogno di una notte di mezz’estate. Ma ci sono incontro di ogni tipo. “Living with Osteoarthritis”, oppure “Neurodiversity in your Classroom”. Giovedì è toccata a “Manage Stress through Mindfulness”.
Io cerco di andare al maggior numero di incontri possibile. Qualcosa imparo ogni volta — il che è cosa buona. E ogni volta ci sono cose che non capisco. Da questi incontri esco con la sensazione di avere delle anfetamine in circolo. Come se per un’ora o due avessi guardato nella pancia del Buddha, avessi sfiorato con lo sguardo la Verità, e me ne fossi andata un istante prima di afferrarla. Tantissime domande, che pongo ai professori che tengono il corso o il seminario. Ma certo non posso chiedere tutto tutto tutto. Ho pur sempre della pietà per loro.
“Manage Stress through Mindfulness”. Ho detto sì a questo incontro perché avevo sentito il termine “mindfulness” ancora in Italia, un paio di anni fa. Ma non avevo approfondito. Qui negli Stati Uniti è diventato ormai un atteggiamento mainstream, quindi suppongo che anche in Italia, con le tempistiche italiane, lo diventerà.
Per quanto abbia avuto l’ascensore a mio favore, arrivo alla Seminar Room 9, nel seminterrato, tutta trafelata — la metro era stata a sfavore: difficilissimo far combaciare ascensore e metro. Mi accoglie un ferro di cavallo di banchi, con tutti i partecipanti seduti pronti per l’attenti via. Firmo il foglio presenze e guadagno il mio posto, sentendomi assai osservata. La conferenziera, Bette Jean Rosenhagen, dell’NYU Langone Health Department, mi sorride, mi dice di non preoccuparmi, non abbiamo ancora iniziato. E appoggia tre grani di uvetta passa su un tovagliolo, davanti a me. Io non mi scompongo. All’FIT le stramberie sono all’ordine del giorno, quindi no, non mi scompongo, e faccio come se fosse la cosa più normale del mondo, sedermi con tre grani di uva passa che galleggiano davanti a me su uno strap di Scottex.
Betty Jean parte spiegandoci che esistono il good stress e il bad stress. Al che io sono già lì con dei dubbi. Come “good stress”? A chi vuole raccontarla? Lo stress è bad, very bad, end of the story. E invece, no, testa bacata di Board, zitta e ascolta. “Lo stess può essere anche positivo. Pensate allo stress nella preparazione delle vacanze, o di un matrimonio, o di una festa di laurea. Sono tutte fonti di stress, ma uno stress per qualcosa di bello”.
Ricevuto. Se quello che fai, lo fai per qualcosa che ti farà piacere, allora non è bad stress. E’ good stress.
Mi hai convinto Betty Jean, procedi pure.
E Betty Jean si addentra nel concetto di “mindfulness”. Ovvero, “paying attention on what you are doing when you are doing it.” Badare a ciò che fai mentre lo fai, in quello specifico momento, senza pensare a passato e futuro, e senza essere critici.
Eh ma cara Betty Jean, più facile a dirsi…
E Betty Jean ci fa fare l’esperimento del grano d’uva passa — e non è una stramberia da FIT, è un esperimento scientifico documentato.
Prendete il grano d’uvetta e rigiratelo fra le dita per qualche istante. Portatelo vicino agli occhi e guardatelo attentamente per un po’. Annusatelo, di più, respirateci accanto. Appoggiatelo alle labbra e sentitene la consistenza. Mettetelo in bocca, senza morderlo. E rigiratelo da una parte all’altra. Poi mordetelo in due o tre morsi, e assaporatene il gusto. Poi ingoiatelo, e cercate di percepirlo dentro nel vostro stomaco, e di percepire come si sente il vostro corpo con il grano dentro.
Mentre tutti stanno cercando di percepire come si sentono i loro corpi con l’acino dentro, io sono ferma con il grano di uvetta piantato davanti agli occhi.
Ma voi avete mai guardato un grano di uvetta da vicino? Ma proprio da incontro ravvicinato del primo tipo, quello da microscopio ottico, Galileo, lente di Sherlock Holmes?
Per me era la prima volta.
Ho evitato di mettere il grano in bocca perché ho l’avversione per l’uvetta. Sono una di quelle che da piccola tirava fuori ogni singolo granino dalle focacce, dai Panettoni, da tutto quello che aveva quella strana malattia orientale che tutti chiamavano uva sultanina e che per me era vaiolo. Quindi l’esperimento per me si è fermato all’odore. Potente, dolciastro. Un misto fra il mosto e il miele, con un vago ricordo di dattero, che suppongo essere una specie di cugino egiziano alla lontana.
Ma per me la cosa più impressionante è stata guardarlo da vicino.
Reazioni? Chiede Betty Jean.
Tutti dicono la loro.
Chi è in estasi per la dolcezza, chi si sovviene l’infanzia, chi ne mangia un altro perché ha fame, è pur sempre l’1 pm.
Sembra un rubino grezzo, dico io. Perché, man, ma l’avete mai guardato un granino d’uvetta da vicino?? (E dàlli…) E’ raggrinzito, ma non ottuagenario come le prugne secche. Ha delle piegoline che vi fanno pensare più a una scorza protettiva. Come se al suo interno contenesse dell’altro, tipo un tesoro rosso. E se ci fate caso, oltre le piegoline, c’è una polpa trasparente come il vetro, color rame scuro. Ti viene voglia di prendere un qualche micro strumento, e scavare in quella miniera, e vedere se davvero, c’è un gioiello nascosto.
It’s very creative, commenta Betty Jean, e tutti gli altri mi avranno sicuramente guardato con lo sguardo, un’altra stramba nel gruppo, welcome onboard.

Lo scopo dell’esperimento è quello di farci concentrare sul micro della nostra vita, e goderne, in una società in cui siamo solitamente presi dal macro.
Fra me e me dico che questa è la lezione della poesia, che parte sempre dall’infinitesimalmente piccolo. Una delle raccolte più belle di Wyslawa Szymborska s’intitola, non a caso, “Vista con granello di sabbia”. Però se qui si chiama “mindfulness”, va bene uguale, nulla da dire.
Betty Jean ce la fa breve. La mindfulness riguarda l’accorgersi delle cose, l’essere “svegli” nella nostra vita.
E ci fa fare un cinque minuti di meditazione.
Ora, io sono l’essere più loser in fatto di meditazione che viva su questa terra. Totalmente incapace di non pensare a niente. Totalmente inetta.
Ma partecipo all’esercizio, non posso fare altrimenti.
Chiudete gli occhi, io farò suonare questo piccolo strumento — via cellulare, ovviamente, e il suono è quello prodotto da quelle ciotoline di metallo che evocano il mondo tibetano. Chiudete gli occhi e rilassatevi. Cercate di sgombrare la mente.
Mi metto d’impegno. E cerco davvero di sgombrare la mente e non pensare a nulla. Ma vorrei far notare a Betty Jean che non pensare a nulla, tecnicamente è un pensiero, e se continuo a ripeterlo nella mia mente, continuo a pensare… Poi però ripenso a come Betty Jean mi ha fregato con l’esperimento dell’uvetta e non dico nulla.
Però i pensieri mi attaccano da ogni lato — io Napoleone, e Waterloo tutt’intorno. Ne respingo uno e ne arrivano due. Poi mi prende il panico perché sto disattendendo all’esercizio e cerco di ripetermi “non pensare a niente non pensare a niente non pensare a niente”, e nel frattempo penso al rumore che sento in corridoio, al fruscio leggerissimo del proiettore acceso, e penso, mannaggia sto continuando a pensare…
Debacle.
Betty Jean fa scoccare il gong, e chiede di nuovo “Reazioni?”
Io le dico che ho lottato tutto il tempo, che respingere i pensieri è una gran fatica, e che è un pensiero pure quello.
Betty Jean mi guarda magnanima, una Madonna dalle mèches spiadite e la giacca di pelle nera.
“Alle persone che hanno a che fare con il dolore, io non dico di combatterlo. Vincerebbe sempre lui. Io dico di sederglici accanto. Di guardarlo. E di non fare nient’altro”.
Cavolo, Betty Jean, Michael Jackson avrebbe dovuto cantare te, altroché Billie!
Credo che il trucco sia proprio lì. L’approccio bellico non sortisce nulla — anzi ti manda assai ai matti. Se un pensiero è visto come un’entità che ti sta accanto, ma all’interno della quale tu decidi di non entrare, allora forse riesci a ignorarlo. Ha ragione Betty Jean,
Per concludere ci insegna a respirare con il metodo “focussed breathing” 4x4x8. Inspirare contando fino a 4, trattenere il respiro contando ancora fino a 4 ed espirare a lungo contando fino a 8 — per me l’8 è un po’ eccessivo, ma provate e sappiatemi dire.
Prima di andarsene ci ricorda:
“Be gentle with yourself”
“Accept what you can’t control”

Mi sono sentita molto chiamata in causa: sono sempre stata un disastro in queste due pratiche, come con l’esercizio del non pensare. Da bocciatura a vita. Simply hopeless.
Ma New York mi sta facendo del bene anche su quei due versanti.
Non puoi controllare un animale con in groppa 8 milioni e 400mila persone.
Non puoi essere sempre Shylock con te stesso.

Mi verrebbe da dirlo, questo, a Kate Spade e Anthony Bourdain.
Di Kate vi parlai nel febbraio 2017, raccontandovi della sua splendida boutique di SoHo, e del successo planetario che hanno avuto i suoi vestiti. Di Anthony non ho molto da dire: non ho mai visto i suoi programmi o letto i suoi libri. Lo trovavo semplicemente fascinoso, ma a quanto leggo era un professionista con la P maiuscola, appassionato e instancabile. Qui ha lasciato un vuoto grandissimo: gli americani lo amavano molto. Dalla CNN a Obama, un po’ tutti.
La loro scomparsa sta facendo scrivere articoli sopra articoli, tra il basito e l’amareggiato. Soprattutto ha fatto (ri)aprire il discorso sul suicidio, con dati scottanti alla mano. Dal 1998 i tassi di suicidi in America sono aumentati del 20%. Non è proprio poco.
Ogni articolo, dal New York Times a Vogue, dal New York Post a USA Today si conclude così: “If you are having thoughts of suicide, call the National Suicide Prevention Lifeline at 1-800-273-8255 (TALK) or go to
SpeakingOfSuicide.com/resources for a list of additional resources. Here’s what you can do when a loved one is severely depressed.

Non dirò “questa non è la sede adatta per parlare dell’argomento”. Ogni sede è adatta. Ma ho già pipponato mezz’ora sulla mindfulness quindi temo di perdervi.
A Kate Spade e Anthony Bourdain aggiungo i lutti della musica di questi ultimi mesi, Dolores O’Riordan, amatissima cantante dei Cranberries, Chester Bennington dei Linkin Park e Chris Cornell dei Soundgarten.
Quando leggo o sento “ma non hanno pensato a chi rimane? Ai figli? Ai compagni?”, questa domanda fa già capire che non si capisce. Perché quando sei in quello stato, il pensiero non è biunivoco, non prende in considerazione l’altra corsia — è unico. Per questo si parla sempre di tunnel, di buco nero…di tombino. Perché non si vede la luce accanto o dell’altra parte.
Non si giudicano i suicidi, non si dovrebbe. Il dolore a volte è più forte del masochismo che ti tiene in vita. Quindi per come la vedo io, c’è da ringraziare che queste anime dolenti siano riuscite a farcela per tutti i giorni di tutta la vita che hanno saputo combattere quella bestia, apprezzarne lo sforzo, l’immane fatica. Poi un giorno saranno stati stanchi. A volte si è troppo stanchi.
E l’abisso che separa il glamour pubblico e il tormento privato testimonia l’ulteriore fatica di questi personaggi di condurre due vite parallele, una in paradiso, l’altra all’inferno.
Perché non si sono mostrati nell’inferno in cui stavano?
E c’è da chiederlo?
Tutti tendiamo a nascondere le fiamme e a mostrare i fiori. Per preservarci dal giudizio, per preservare gli altri. Per illuderci, forse, che un paradiso costruito possa bastare, in fin dei conti.
Posso dirvi da qui, che la morte di Kate e Anthony, due esempi di talento, successfulness e risultati, ha scosso questo paese nel profondo, fino a mettere in discussione il vero valore del modello americano del farsi da soli.
Che se ne parli, almeno.

E ora passo a parlarvi di “Westwood. Punk, Icon, Activist”, documentario firmato da Lorna Tucker, presentato allo scorso Sundance.
Questa settimana ho scelto questo film per saperne di più sulla donna che, a tutti gli effetti, è la regina della contro-convenzionalità, dell’anarchia, dell’audacia del Vecchio Mondo. I vestiti di Vivienne Westwood, le sue scarpe, i suoi accessori sono creature estetiche e politiche che scrivono la necessità e la volontà di azione addosso alle persone che li indossano.
Ho scelto questo film anche perché noto in me, ultimamente, un’attrazione che mi spinge verso il documentario, un genere che sfama molto, riempiendo il senso di vuoto che i giornali possono lasciare, o certi film di fiction.
Inoltre mi piaceva inserire “Westwood” nella sezione della cineteca lezmuviana che si occupa di grandi personaggi donne che hanno avuto il fegato, la spregiudicatezza e l’intelligenza di fare quello che hanno fatto, come Jane Jacobs e RBG.

Westwood viene fuori da una famiglia della working-class di un piccolo villaggio del Derbyshire. Pochi soldi, pochissimi. Ciononostante, studia arte, e si trasferisce a Londra. Lì apre il primo negozio, Let It Rock, e quello che mi colpisce è che quel negozio ha cambiato un’inifinità di nomi durante la carriera di Vivienne, riflettendo tutte le fasi creative ha attraversato. Ed è ancora lì, e ancora aperto, il World’s End, al 430 di King’s Road. E non si può proprio mancarlo: sulla facciata è appeso un grosso orologio con le lancette che corrono all’indietro, bell’esempio di come la stilista abbia cercato di sovvertire anche le leggi del tempo, oltreché del gusto.
E’ lei, possiamo dire, che ha conferito legittimità stilistica al punk, proponendo magliette dal taglio camice di forza, accostando immagini come il crocefisso e la svastica. E’ lei che ha esplorato tutte le epoche storico-artistiche, tuffandosi soprattutto fra ‘700 e ‘800, e ripescando corsetti, colli con le ruches, giacche alla Robespierre e faux-cul — così si chiama il sedere posticcio sotto le gonne delle mademoiselles. E’ lei che si appassiona all’arte cinese, la studia per un anno, e se ne esce con una collezione da provetta sinologa.
Ed è ancora lei che nel 2005 decide di aderire al movimento per la difesa dei diritti civili Liberty, di dare il suo appoggio alle cause ambientaliste per la salvaguardia dell’ambiente, o per il disarmo nucleare e l’energia pulita, scendendo letteralmente in piazza — o salendo su un carroarmato.
Negli ultimi vent’anni Westwood ha cercato di affiancare al suo inarrivabile estro estetico, il suo fare etico, spesso sacrificando il primo per il secondo.
E’ un miracolo che Vivienne sia diventata Vivienne Westwood. La stilista ha raggiunto fama e riconoscimento a 60 anni, dovendo scontare, nei 40 precedenti, pregiudizi, sarcasmi, ironie: la reazione di grettezza, chiusura e diffidenza davanti a una forza che apre, spalanca, scardina — quanta miopia.
Nel documentario c’è una clip di una trasmissione televisiva britannica che aveva invitato Vivienne nel proprio salotto. Mentre alcune delle sue creazioni sfilavano, il pubblico rideva, e la presentatrice faceva commenti di un’ironia piccola e meschina. Nessuno si sarebbe certo immaginato che nel 2006 la Regina Elisabetta avrebbe insignito Vivienne con l’OBE, l’Order of the British Empire, una specie di croce al valore che ha fatto di lei una “Dame” — così come aveva fatto dei Beatles dei “Lords”.
Vivienne si è presentata dalla Regina con un completo anni ’40 molto morigerato, grigio fumo, giacca accollatissima, gonna ben al di sotto del ginocchio, cappellino in testa, come Queen Elizabeth richiede. Per mostrare la bella gonna svasata, la stilista ha fatto qualche piroetta su se stessa, e cosa vanno a fotografare i fotografi? La mancanza di underwear! Vivienne si è presentata a ricevere la più alta onorificenza del Regno Unito, senza mutande. E se questo non è essere rock…

Colpisce anche, della carriera di Westwood, che il successo è diventato talmente travolgente da spingere la sua casa di moda a ingrandirsi e a conquistare il mondo, con l’apertura di tantissimi store dall’Italia, alla Cina, agli USA. Embè, cosa c’è di male? Eh di male c’è che Vivienne ha perso il controllo su quello che la casa di produzione produce. Lei è una da “quality over quantity” ma si sa che la legge del mercato va nella direzione opposta. Nel documentario la si sente dire che l’espansione della azienda deve arrestarsi, per non compromettere irreparabilmente la qualità dei suoi prodotti. Di solito si sente dire esattamente l’opposto. Ma lei è Vivienne.
E’ impossibile non subire il suo fascino. La ragazza ha 78 anni, ma è ancora dotata di un sex-appeal e di una sensualità rare. Non smette gli abiti che è sempre stata abituata a mettere. Continua a giocare con le sovrapposizioni, i tessuti, non rinuncia a tacchi vertiginosi, accostamenti al limite della passabilità. Vivienne è sempre sul filo dell’eccesso e dell’eccessivo, ma non ci cade mai dentro, così come non cade nel volgare, nel rozzo, nel kitsch. C’è sempre una ricerca storico-estetica in ogni suo lavoro. E anche una componente narrativa ed emozionale. “Ogni volta che disegno un modello, c’è una storia che voglio raccontare, e c’è anche una specie di nostalgia, dalla quale le persone possono attingere e condividere”. Come amo sempre dire, un abito non è mai solo un abito.
Il documentario in sé, non è un gran documentario, fatemelo dire. E’ sproporzionato. Il sottotitolo, “Punk, Icon, Activist”, promette ciò che però non mantiene, oppure lo mantiene ma solo in parte. Se il ruolo di “Icon” è in qualche modo restituito, le componenti “punk” e “attivista”, sono sacrificate, trattate superficialmente.
La regista, Lorna Tucker, che ha seguito la stilista per 2 anni, era presente per il Q&A post-proiezione all’IFC Center. Ha detto, innocentemente, che lo scopo del documentario era quello di far conoscere Vivienne alle nuove generazioni. La missione, purtroppo, le è riuscita solo in parte, avendo ridotto la parte sull’attivismo — che ultimamente impegna la Westwood molto più che la moda — a una specie di attività collaterale. Questo non corrisponde al vero, e rischia anche di dare una visione distorta della figura composita della stilista.
La stessa Westwood ha preso le distanze dal documentario, dichiarandosi completamente insoddisfatta. A difesa della malcapitata regista, va detto, che non deve essere stato facile, trattare con una geniale cavalla matta come Vivienne, che considera “utterly boring” il parlare della sua vita, e sbuffa sin dal primo minuto di girato.
Curiosità tutta tricolore. Peppe Lorefice, Carlo D’Amario e Christopher Di Pietro, sono nell’ordine, assistente personale di Vivienne, CEO e Direttore Marketing dell’impero Westwood.
Gli italiani sono dappertutto — con il loro inglese sciancato e siagurato, ovviamente. Così come “Made in Italy” è stampato su ogni etichetta di ogni capo by Vivienne Westwood. 😉

Se volete saperne di più, invece, di Marco Ferreri, il regista, per capirci, de “La grande abbuffata” — regista pressoché dimenticato in Italia — leggete un po’ qui… 😉

E anche stasera sono alla fine.
E sono stata lunghissima oggi…Magari la prossima settimana sarò più breve… magari… 😉

Frunyc III aggiornato al solito posto, ringraziamenti di rito, e saluti meditativamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 373 da NYC commenta “AMERICAN ANIMALS” di Bart Layton

LET’S MOVIE 373 da NYC commenta “AMERICAN ANIMALS” di Bart Layton

Manhattanhenge Moviers,

Sembra una delle mie solite idiozie linguistiche, vero?
E invece no. E’ un’idiozia linguistica 100% made by New York City. 🙂
Descrive un fenomeno, la cui esistenza è stata l’ennesima riprova di quanto questa città sia, nell’ordine:

1. Avanti mille miglia, sempre con gli occhi a rovistare il futuro
2. Creativa. Semplicemente creativa. Suonerà banale o scontato, ma l’inventiva di questi newyorkesi ha il potere di spiazzarmi ogni volta
3. Burlona. Quando capirete di che si tratta, non potrete che concordare su questo suo lato totò-dariofo che ho scoperto solo vivendoci. Siamo tutti abituati all’entertainement per turisti — molto spesso di dubbio gusto — che offre in ogni forma e dimensione. Ma non mi sto riferendo a quelle carabattole. Il Manhattanhenge è un evento architettato dai newyorkesi per i newyorkesi. Può capitare che i turisti vi s’imbattano per caso, ma sono rari. La maggioranza dei presenti all’evento sono autoctoni — “metroctoni”, direi.

Il Manhattanhenge origina da una domanda. Cosa penseranno le civiltà del futuro quando approderanno/atterreranno sull’Isola di Manhattan e, scavando nel sottosuolo, troveranno la famosa griglia composta da Street e Avenue? Sicuramente le imputeranno dei significati astronomici reconditi, proprio come facciamo noi con le strutture monolitiche nel Vecchio Mondo, prima fra tutte Stonhenge.
Per lui, il cerchio di pietre verticali che spunta nella pianura inglese vicino a Salisbury, il giorno magico è il solstizio d’estate: il 21 giugno, il sole sorge e si allinea perfettamente con alcune delle pietre perennemente sull’attenti. Millenni e secoli si sono spremuti le meningi per capire cosa si nasconda dietro a Stonhenge. Alcuni pensano addirittura che sia un sito alieno, una specie di punto di sbarco di creature extraterrestri in visita sul nostro pianeta — un parcheggio, insomma. 🙂
Se la piana di Salisbury ha Stonhenge, Manhattan ha Manhattanhenge.
E il momento speciale, cade tre volte all’anno, ovvero quando il sole sta per tramontare e si allinea perfettamente alla griglia di strade manhattiane, dando luogo a una luminescenza aranciolimone da Incontri ravvicinati del terzo tipo — altroché parcheggio! Fate conto che il sole sia come una fetta d’anguria capovolta sul piatto dell’orizzonte.
I giorni fortunati cadono intorno al Memorial Day (che quest’anno è stato lunedì 28 maggio), il mercoledì successivo, e il Baseball’s All Star Game — una partita, a quanto mi si dice, di gran rilievo, tipo finale di Champion’s League— che si tiene a metà luglio.
Gli antropologi del futuro — dicono i newyorkesi convinti — potrebbero giungere alla conclusione che il popolo degli Americani venerava la guerra e il baseball…

Per godere al massimo del Manhattanhenge, il consiglio è quello di posizionarsi nella parte più a est possibile della 14esima, 23esima, 34esima, 42esima e 57esima, preferendo la 34esima e la 42esima. Queste street sono l’ideale perché, in caso di cielo terso, il vostro occhio taglierà tutta Manhattan e arriverà fino all’Hudson.
Ovviamente non potevo farmi sfuggire quest’occasione aliena a Gotham City — la concentrazione fantasy era semplicemente troppo ghiotta per fare come se niente fosse.
Scelgo la 42esima. Errore madornale, se siete Robert Capa e aspirate a raccogliere materiale per la vostra prossima mostra. Io non sono Robert Capa, ma certo non disdegno qualche bello scatto. Tuttavia, quando sono arrivata, ho capito che l’evento andava vissuto come momento di mistica congregazione, e non di portfolio fotografico.
Scendo dalla metro a Grand Central Station, e l’idea è quella di proseguire sulla 42esima, e camminare giù giù fino alle Nazioni Unite, in modo da vedermi lo spettacolo e includervi anche il Chrysler Building, l’edificio che, ormai lo sapete, fa di New York Gotham City. Ovviamente faccio l’errore che faccio sempre. Ogni volta che scopro qualcosa di folle, o anomalo, o strambo — tipo Manhattanhenge — mi convinco, in maniera automatica e idiotica, di essere fra i pochi che ne sono a conoscenza. “Massì, chi vuoi che lo sappia, chi vuoi che ci vada…”, qualunqueggio io, e, con quello spirito avventato e sconsideratamente ingenuo, vado incontro al mio destino, che è tutto l’opposto.
Emersa dalla metro, capisco infatti che l’idea originaria va a farsi benedire. Vengo accolta da decine e decine e decine di persone lungo la stradea, rivolte a ovest, con il braccio sollevato e armato di cellulare, per immortalare la luminescenza. In corrispondenza del semaforo, i pedoni aspettano il verde non già per attraversare, ma per piazzarsi in mezzo alla strada e beneficiare di una visuale quattro terzi. E questo è nulla. Mi avvicino al ponte sopra Pershing Square, e vedo che è preso d’assalto. Letteralmente invaso di persone che attendono i sei minuti, dalle 8:12 alle 8:18 pm, in cui la sfera del sole che galleggia sull’Hudson, sarà perfettamente incastrata fra i grattacieli.
Mando all’aria l’idea delle Nazioni Unite e mi dirigo nella zona d’assalto. Sia per il solito masochismo che mi abita, sia perché tutti un po’ sognamo di essere degli inviati speciali in zone di massima tensione (!), sia perché quello sopra Pershing Square, non è un ponte pedonale. Ci transitano anche le macchine. Ma come fanno a transitare se il ponte è invaso di gente??
Siccome la curiosià è Board, vado a vedere.
Le persone hanno invaso una corsia, trasformando il ponte in un senso unico alternato, che non è stato visto proprio bene da taxi e Uber. Un concerto di clacson e una mandria di guidatori imbufaliti da una parte, e una schiera di devoti al dio sole imbambolati dall’altro — inclusa la qui presente, che ha seriamente rischiato l’asportazione del fianco sinistro da parte di un taxista un po’ contrariato dalla mia posizione.

Un cinico mi chiederebbe. Ma a che pro? Ma cosa c’è di speciale?
Nulla e tutto, risponderei io.
Nulla perché in fondo, qualsiasi città che frigge l’estate su una griglia di strade, assiste a questo fenomeno — in America ce ne sono tante, giacché quella è la planimetria urbana fatta con lo stampino e riprodotta in ogni centro abitato. Ma il barbecue da solo non basta. Serve anche una visuale sgombra dell’orizzonte, e Manhattan ce l’ha, e Manhattan, laggiù, ha pure una gran vista sull’Hudson, e laggiù laggiù, dopo il fiume, pure sul New Jersey. In più, i grattacieli, incastonano il sole in un gioiello che solo Golia potrebbe indossare, ma che noi tutti possiamo ammirare, anche nel nostro essere piccoli di Davide. Quindi Manhattan non è qualsiasi città.

Una volta scesa dal ponte, mi sposto sulla 41esima. E lì non c’è nessuno. Ma il colpo d’occhio è altrettanto suggestivo. Il fumo dai tombini, i coni arancioni dei lavori in corso, i taxi gialli che sfrecciano, e il sole allineato.
Sempre per rispondere al cinico… Di speciale c’è una nuova tradizione. “Nuova tradizione” suona come una contraddizione in termini, ma può essere, e scrive una ritualità altra. Più personale, non imposta da usi e costumi e da religioni, oppure dalla società. Ma creata dalla strada, dalla voglia, anche, di riconoscere alla propria città la magia che ha da offrire.

Questa settimana sono andata al LOEWS sulla 68esima e Broadway, a vedere un film per cui gli americani andranno matti. Ne ho avuto conferma all’uscita dalla sala. Non facevo altro che sentire “Freakin’ awesome!”, “Hysterical!”. Caso rappresentativo di entertainment di qualità.
Il LOEWS è un multisala ma di quelli ibridi: propone blockbuster e film d’essai e a volte ti stupisce con dei Q&A che non pubblicizza, non capisco bene il perché. Ieri è stato uno di quei treat random, e dopo la proiezione ci siamo ritrovati con due dei protagonisti del film.
Parliamo di “American Animals” di Bart Layton.
Presentato all’ultimo Sundance, il film comincia con “This is based on a true story”. Non fai nemmeno in tempo a finire di leggere che “based on” viene cancellato e rimane “Questa è una storia vera”.
E sì, è proprio la storia vera di Warren, Spencer, Chas, ed Eric, quattro ragazzi della Transylviana University, Kentucky, che decidono di mettere in atto una rapina ai danni della biblioteca universitaria, dove sono conservati testi preziosissimi come “The Birds of America” di James Aubedon e “L’Origine della Specie” di Charles Darwin, insieme ad altri classici di inestimabile valore — navighiamo intorno a una decina di milioni di dollari, pagina più, pagina meno.
L’idea, in realtà, viene a Spencer, studente dotato di talento artistico, irrequieto e solitario. L’amico Warren è messo anche peggio. E’ all’università grazie a una borsa di studio per meriti sportivi, ma non si presenta mai in palestra. Vorrebbe essere speciale in qualcosa, o fare (succedere) qualcosa di speciale, ma non sa bene cosa. Spencer getta il seme dell’ipotesi “e se rapinassimo la biblioteca?” nella mente delirante di Warren, e ne spunta fuori un fiasco colosale che conta molti illustri predecessori — la marea di Ocean 11, tutti gli episodi di Lupin, “Scuola di ladri 1 e 2” (!), “Le iene”, “The Italian Job” e naturalmente l’inarrivabile “I soliti ignoti”, capolavoro indiscusso del colpaccio finito in beffa.
Spencer e Warren cominciano a studiare nel dettaglio la biblioteca, i movimenti del personale, le telecamere e a buttare giù un piano di massima del colpo. Si rendono presto conto di avere bisogno di altri due soci, altrimenti non hanno possibilità di riuscita. Assoldano quindi Chas, palestrato col pallino del business ed Eric, nerd che più nerd non si può.
I quattro studiano il piano nei minimi dettagli — o così credono — finché arriva il giorno della rapina. E i quattro si rendono conto di aver sottovalutato il fattore S — Strizza, Sfiga, Sanguefreddo (mancanza di). Per passare più inosservati, i quattro si truccano e travestono da vecchi — assumendo un’aria assai ridicola. Ma il primo tentativo fa cilecca.
Il giorno dopo ci riprovano, e questa volta riescono ad andare fino in fondo. Tuttavia faranno la fine dei ladri inetti Gassman, Mastroianni & Co. che tanto ci avevano fatto riderepiangere nel film di Monicelli.

La particolarità di “American Animals” è quella di alternare alla ricostruzione cinematografica della vicenda attraverso un cast di attori, i quattro ragazzi — ora uomini — che realmente hanno organizzato la rapina e sono finiti in galera, nel 2004. Non è una novità, quella di affiancare immagini di repertorio alla fiction, oppure protagonisti veri di una storia e attori che li interpretano. Pensiamo al recente — splendido — “I, Tonya”. Ma in “American Animals” ci sono istanti in cui il personaggio vero e l’attore condividono la scena, o si parlano. L’effetto lascia interdetti e diverte.
E’ proprio attorno a questo doppio registro che il film si sviluppa. Nella prima parte domina il fun e il lato “bravata”, e lo spettatore, per quanto sempre consapevole che i ragazzi stiano prendendo tutto sottogamba e siano sul punto di commettere la più grande cavolata della loro vita, si diverte. In sala ridevamo come matti. Nella seconda parte, invece, s’insinua nei ragazzi la coscienza, e la mole di esitazioni che si porta appresso. Se Warren rimane il trascinatore delirante fino a poco prima del colpo, Spencer si fa prendere dal senso di colpa e, in qualche modo si defila, richiedendo un compito meno oneroso in termini di coinvolgimento emotivo — finirà per fare il palo.

La sequenza della rapina è godibilissima, girata con un ritmo serrato che traduce il panico di questa armata brancaleone universitaria che cerca di fregare il sistema ma rimane inevitabilemente fregata. Ovviamente i ragazzi non sono all’altezza, e ovviamente ci saranno delle conseguenze che tutti potete facilmente immaginare.
A parte il lato molto molto fun di cui si è detto — la prova generale della rapina è accompagnata da “A Little Less Conversation” di Elvis che accompagnava anche un Ocean 11 — il film racconta di una tragedia americana. Un gruppo di studenti bianchi, senza trascorsi drammatici, senza genitori particolarmente pessimi o altri tipi di traumi alle spalle, decidono di mettere a repentaglio tutto. Il perché di questa decisione, non è molto sviscerato. Voglia di evasione dalla realtà kentuckyiana — e come biasimarli? — desiderio di svoltare, l’assoluta certezza del “we can do it”, fomentato dal senso di onnipotenza della gioventà sconsiderata, o semplicemente, la fame di soldi? Forse di tutto questo un po’. Il film si rivolge a tutti — non solo ai lestofanti con un sogno di rapina nel cuore — perché parla del prendere decisioni.
La domanda è, sappiamo rinunciare a una tentazione che potrebbe sfociare nel criminale e ledere l’innocente (la bibliotecaria)? La risposta dei protagonisti è no, non rinunciamo, ma l’epilogo dimostra il loro errore, quindi il film ha un retrogusto esemplare, nel senso di “exemplum”: mostrando il danno, educa. Ecco perché un commento dal pubblico lodava il film e sottolienava la necessità di farlo vedere agli adolescenti.
I due protagonisti presenti alla fine della proiezione erano Evan Peters, l’attore che interpretava il delirante Warren, e Warren Lipka, il delirante vero, in carne e ossa — quello che si è fatto la galera. Lipka ha scontato quello che doveva scontare e adesso studia cinema all’università. Definisce tutta la storia “una tragedia americana”, e io credo proprio che lo sia. Nonostante il racconto a tratti molto comico, Lipka ha tenuto a precisare che all’epoca, la realtà della situazione era terribile. E non ho stentato a crederlo.

Spero che “American Animals” esca presto in Italia. Un theft-docu-thriller ben fatto è quello che ci vuole per arredare una serata estiva.

Prima di lasciarvi al vostro lunedì, vi dico che questi giorni sono ricchi, cinematograficamente parlando. Al Lincoln Center si sta svolgendo “Open Roads 2018”, una retrospettiva che porta in USA i film italiani più meritevoli dell’ultimo anno. Non so se vi sia capitato di vedere “La terra dell’abbastanza”, “The Place” oppure “Cuori puri”. Il regista di quest’ultimo, Roberto De Paolis, è finito tra le nostre cine-grinfie 🙂 Qui trovate intervista e recensione al film. Magari lo trovate in qualche arena estiva.
Abbiamo avuto qui un po’ tutti, Ozpeteck, Marco Tullio Giordana, Paolo Genovese, Vincenzo Marra… Bello vederli in una terra in cui non sono le primedonne, ma uomini qualsiasi.

Riapro il Maelstrom giù di sotto proprio per parlarvi brevemente di un film di Open Roads che ho visto stasera e che spero, in qualche modo, riusciate a trovare sulla vostra strada.
E anche per stasera, Fellows, siamo arrivati alla fine. Frunyc III aggiornato, con le foto del Manhattanhenge, del Memorial Day al cine-cimitero di Greenwood, Brooklyn, e della Italy Run, corsa di 5 miglia che abbiamo corso questa mattina — sperando di portare un po’ di fortuna all’Italia che, politicamente, ne ha davvero bisogno.

Ora ringraziamenti e saluti, neoliticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Mi fa piacere segnalarvi un film che non so se avrete modo di recuperare. Ma anche solo sapere che “Beautiful Things” di Giorgio Ferrero esiste là fuori, e che è stato plasmato da mano italiana, mi fa stare bene.
“Beautiful Things” è filosofia, letteratura, musica, tutto insieme e visto attraverso la lente dell’arte. Soprattutto, non è un film che ha la presunzione di insegnare nulla. Vuole far pensare, come il regista ha affermato nel Q&A — non avessi avuto un contegno da mantenere, mi sarei alzata in piedi e avrei esultato sulle poltrone come Benigni agli Oscar 1999.
Non c’è una trama, in “Beautiful Things” — o meglio c’è, ma è latente, non patente. Il film è costruito come un’opera musicale, seguendo una scansione per atti — il regista è un compositore, e si sente. Par di stare davanti a una sinfonia in cui gli strumenti musicali sono le immagini.
Il film segue le vite di quattro lavoratori che operano nel mondo industriale: un manutentore di pozzi petroliferi, un capo macchina su una nave cargo, uno scienziato e un responsabile di una discarica sotterranea. E tutto ruota attorno al processo di nascita, trasformazione e morte degli oggetti: dalla prima scena, all’interno di una casa piena di cose — come tutte le nostre case — all’ultimissima, in cui si intravede un robottino giocattolo fra le macerie, che avevamo visto nella prima scena. Ma la trasformazione non contiene quella nota di positiv(istic)o ottimismo incisa nella legge di Lavoisier. La trasformazione è come un’anitcamera che porta all’ennesimo sfruttamento. La domanda, che ci scotta in bocca, è una, “ma come ci siamo ridotti?”.
Il bello di questo film è che non c’è la morale ambientalista dietro agli intenti del regista. C’è solo il tentativo di riflettere sull’(in)utilità del tutto. E il film si traduce quindi in un white paper, in cui si raggranellano frammenti di risposte possibili, attraverso certe sequenze visive, certe piogge di note acide che ti rovinano addosso e ti costringono a chiederti “perché tutto questo?”.
In mezzo a tanto meraviglioso dubbio, una scena finale struggentemente vitale che nasconde molte allegorie. Una danza sfrenata in un centro commerciale vuoto, di notte. Perché come ha detto il regista “la vita va avanti” e “serve catarsi” — io avrei una mia teoria più oscura, ma do fiducia al regista.
Servono film così.
“Beautiful Things”. Ricordatelo.

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