LET’S MOVIE 373 da NYC commenta “AMERICAN ANIMALS” di Bart Layton

LET’S MOVIE 373 da NYC commenta “AMERICAN ANIMALS” di Bart Layton

Manhattanhenge Moviers,

Sembra una delle mie solite idiozie linguistiche, vero?
E invece no. E’ un’idiozia linguistica 100% made by New York City. 🙂
Descrive un fenomeno, la cui esistenza è stata l’ennesima riprova di quanto questa città sia, nell’ordine:

1. Avanti mille miglia, sempre con gli occhi a rovistare il futuro
2. Creativa. Semplicemente creativa. Suonerà banale o scontato, ma l’inventiva di questi newyorkesi ha il potere di spiazzarmi ogni volta
3. Burlona. Quando capirete di che si tratta, non potrete che concordare su questo suo lato totò-dariofo che ho scoperto solo vivendoci. Siamo tutti abituati all’entertainement per turisti — molto spesso di dubbio gusto — che offre in ogni forma e dimensione. Ma non mi sto riferendo a quelle carabattole. Il Manhattanhenge è un evento architettato dai newyorkesi per i newyorkesi. Può capitare che i turisti vi s’imbattano per caso, ma sono rari. La maggioranza dei presenti all’evento sono autoctoni — “metroctoni”, direi.

Il Manhattanhenge origina da una domanda. Cosa penseranno le civiltà del futuro quando approderanno/atterreranno sull’Isola di Manhattan e, scavando nel sottosuolo, troveranno la famosa griglia composta da Street e Avenue? Sicuramente le imputeranno dei significati astronomici reconditi, proprio come facciamo noi con le strutture monolitiche nel Vecchio Mondo, prima fra tutte Stonhenge.
Per lui, il cerchio di pietre verticali che spunta nella pianura inglese vicino a Salisbury, il giorno magico è il solstizio d’estate: il 21 giugno, il sole sorge e si allinea perfettamente con alcune delle pietre perennemente sull’attenti. Millenni e secoli si sono spremuti le meningi per capire cosa si nasconda dietro a Stonhenge. Alcuni pensano addirittura che sia un sito alieno, una specie di punto di sbarco di creature extraterrestri in visita sul nostro pianeta — un parcheggio, insomma. 🙂
Se la piana di Salisbury ha Stonhenge, Manhattan ha Manhattanhenge.
E il momento speciale, cade tre volte all’anno, ovvero quando il sole sta per tramontare e si allinea perfettamente alla griglia di strade manhattiane, dando luogo a una luminescenza aranciolimone da Incontri ravvicinati del terzo tipo — altroché parcheggio! Fate conto che il sole sia come una fetta d’anguria capovolta sul piatto dell’orizzonte.
I giorni fortunati cadono intorno al Memorial Day (che quest’anno è stato lunedì 28 maggio), il mercoledì successivo, e il Baseball’s All Star Game — una partita, a quanto mi si dice, di gran rilievo, tipo finale di Champion’s League— che si tiene a metà luglio.
Gli antropologi del futuro — dicono i newyorkesi convinti — potrebbero giungere alla conclusione che il popolo degli Americani venerava la guerra e il baseball…

Per godere al massimo del Manhattanhenge, il consiglio è quello di posizionarsi nella parte più a est possibile della 14esima, 23esima, 34esima, 42esima e 57esima, preferendo la 34esima e la 42esima. Queste street sono l’ideale perché, in caso di cielo terso, il vostro occhio taglierà tutta Manhattan e arriverà fino all’Hudson.
Ovviamente non potevo farmi sfuggire quest’occasione aliena a Gotham City — la concentrazione fantasy era semplicemente troppo ghiotta per fare come se niente fosse.
Scelgo la 42esima. Errore madornale, se siete Robert Capa e aspirate a raccogliere materiale per la vostra prossima mostra. Io non sono Robert Capa, ma certo non disdegno qualche bello scatto. Tuttavia, quando sono arrivata, ho capito che l’evento andava vissuto come momento di mistica congregazione, e non di portfolio fotografico.
Scendo dalla metro a Grand Central Station, e l’idea è quella di proseguire sulla 42esima, e camminare giù giù fino alle Nazioni Unite, in modo da vedermi lo spettacolo e includervi anche il Chrysler Building, l’edificio che, ormai lo sapete, fa di New York Gotham City. Ovviamente faccio l’errore che faccio sempre. Ogni volta che scopro qualcosa di folle, o anomalo, o strambo — tipo Manhattanhenge — mi convinco, in maniera automatica e idiotica, di essere fra i pochi che ne sono a conoscenza. “Massì, chi vuoi che lo sappia, chi vuoi che ci vada…”, qualunqueggio io, e, con quello spirito avventato e sconsideratamente ingenuo, vado incontro al mio destino, che è tutto l’opposto.
Emersa dalla metro, capisco infatti che l’idea originaria va a farsi benedire. Vengo accolta da decine e decine e decine di persone lungo la stradea, rivolte a ovest, con il braccio sollevato e armato di cellulare, per immortalare la luminescenza. In corrispondenza del semaforo, i pedoni aspettano il verde non già per attraversare, ma per piazzarsi in mezzo alla strada e beneficiare di una visuale quattro terzi. E questo è nulla. Mi avvicino al ponte sopra Pershing Square, e vedo che è preso d’assalto. Letteralmente invaso di persone che attendono i sei minuti, dalle 8:12 alle 8:18 pm, in cui la sfera del sole che galleggia sull’Hudson, sarà perfettamente incastrata fra i grattacieli.
Mando all’aria l’idea delle Nazioni Unite e mi dirigo nella zona d’assalto. Sia per il solito masochismo che mi abita, sia perché tutti un po’ sognamo di essere degli inviati speciali in zone di massima tensione (!), sia perché quello sopra Pershing Square, non è un ponte pedonale. Ci transitano anche le macchine. Ma come fanno a transitare se il ponte è invaso di gente??
Siccome la curiosià è Board, vado a vedere.
Le persone hanno invaso una corsia, trasformando il ponte in un senso unico alternato, che non è stato visto proprio bene da taxi e Uber. Un concerto di clacson e una mandria di guidatori imbufaliti da una parte, e una schiera di devoti al dio sole imbambolati dall’altro — inclusa la qui presente, che ha seriamente rischiato l’asportazione del fianco sinistro da parte di un taxista un po’ contrariato dalla mia posizione.

Un cinico mi chiederebbe. Ma a che pro? Ma cosa c’è di speciale?
Nulla e tutto, risponderei io.
Nulla perché in fondo, qualsiasi città che frigge l’estate su una griglia di strade, assiste a questo fenomeno — in America ce ne sono tante, giacché quella è la planimetria urbana fatta con lo stampino e riprodotta in ogni centro abitato. Ma il barbecue da solo non basta. Serve anche una visuale sgombra dell’orizzonte, e Manhattan ce l’ha, e Manhattan, laggiù, ha pure una gran vista sull’Hudson, e laggiù laggiù, dopo il fiume, pure sul New Jersey. In più, i grattacieli, incastonano il sole in un gioiello che solo Golia potrebbe indossare, ma che noi tutti possiamo ammirare, anche nel nostro essere piccoli di Davide. Quindi Manhattan non è qualsiasi città.

Una volta scesa dal ponte, mi sposto sulla 41esima. E lì non c’è nessuno. Ma il colpo d’occhio è altrettanto suggestivo. Il fumo dai tombini, i coni arancioni dei lavori in corso, i taxi gialli che sfrecciano, e il sole allineato.
Sempre per rispondere al cinico… Di speciale c’è una nuova tradizione. “Nuova tradizione” suona come una contraddizione in termini, ma può essere, e scrive una ritualità altra. Più personale, non imposta da usi e costumi e da religioni, oppure dalla società. Ma creata dalla strada, dalla voglia, anche, di riconoscere alla propria città la magia che ha da offrire.

Questa settimana sono andata al LOEWS sulla 68esima e Broadway, a vedere un film per cui gli americani andranno matti. Ne ho avuto conferma all’uscita dalla sala. Non facevo altro che sentire “Freakin’ awesome!”, “Hysterical!”. Caso rappresentativo di entertainment di qualità.
Il LOEWS è un multisala ma di quelli ibridi: propone blockbuster e film d’essai e a volte ti stupisce con dei Q&A che non pubblicizza, non capisco bene il perché. Ieri è stato uno di quei treat random, e dopo la proiezione ci siamo ritrovati con due dei protagonisti del film.
Parliamo di “American Animals” di Bart Layton.
Presentato all’ultimo Sundance, il film comincia con “This is based on a true story”. Non fai nemmeno in tempo a finire di leggere che “based on” viene cancellato e rimane “Questa è una storia vera”.
E sì, è proprio la storia vera di Warren, Spencer, Chas, ed Eric, quattro ragazzi della Transylviana University, Kentucky, che decidono di mettere in atto una rapina ai danni della biblioteca universitaria, dove sono conservati testi preziosissimi come “The Birds of America” di James Aubedon e “L’Origine della Specie” di Charles Darwin, insieme ad altri classici di inestimabile valore — navighiamo intorno a una decina di milioni di dollari, pagina più, pagina meno.
L’idea, in realtà, viene a Spencer, studente dotato di talento artistico, irrequieto e solitario. L’amico Warren è messo anche peggio. E’ all’università grazie a una borsa di studio per meriti sportivi, ma non si presenta mai in palestra. Vorrebbe essere speciale in qualcosa, o fare (succedere) qualcosa di speciale, ma non sa bene cosa. Spencer getta il seme dell’ipotesi “e se rapinassimo la biblioteca?” nella mente delirante di Warren, e ne spunta fuori un fiasco colosale che conta molti illustri predecessori — la marea di Ocean 11, tutti gli episodi di Lupin, “Scuola di ladri 1 e 2” (!), “Le iene”, “The Italian Job” e naturalmente l’inarrivabile “I soliti ignoti”, capolavoro indiscusso del colpaccio finito in beffa.
Spencer e Warren cominciano a studiare nel dettaglio la biblioteca, i movimenti del personale, le telecamere e a buttare giù un piano di massima del colpo. Si rendono presto conto di avere bisogno di altri due soci, altrimenti non hanno possibilità di riuscita. Assoldano quindi Chas, palestrato col pallino del business ed Eric, nerd che più nerd non si può.
I quattro studiano il piano nei minimi dettagli — o così credono — finché arriva il giorno della rapina. E i quattro si rendono conto di aver sottovalutato il fattore S — Strizza, Sfiga, Sanguefreddo (mancanza di). Per passare più inosservati, i quattro si truccano e travestono da vecchi — assumendo un’aria assai ridicola. Ma il primo tentativo fa cilecca.
Il giorno dopo ci riprovano, e questa volta riescono ad andare fino in fondo. Tuttavia faranno la fine dei ladri inetti Gassman, Mastroianni & Co. che tanto ci avevano fatto riderepiangere nel film di Monicelli.

La particolarità di “American Animals” è quella di alternare alla ricostruzione cinematografica della vicenda attraverso un cast di attori, i quattro ragazzi — ora uomini — che realmente hanno organizzato la rapina e sono finiti in galera, nel 2004. Non è una novità, quella di affiancare immagini di repertorio alla fiction, oppure protagonisti veri di una storia e attori che li interpretano. Pensiamo al recente — splendido — “I, Tonya”. Ma in “American Animals” ci sono istanti in cui il personaggio vero e l’attore condividono la scena, o si parlano. L’effetto lascia interdetti e diverte.
E’ proprio attorno a questo doppio registro che il film si sviluppa. Nella prima parte domina il fun e il lato “bravata”, e lo spettatore, per quanto sempre consapevole che i ragazzi stiano prendendo tutto sottogamba e siano sul punto di commettere la più grande cavolata della loro vita, si diverte. In sala ridevamo come matti. Nella seconda parte, invece, s’insinua nei ragazzi la coscienza, e la mole di esitazioni che si porta appresso. Se Warren rimane il trascinatore delirante fino a poco prima del colpo, Spencer si fa prendere dal senso di colpa e, in qualche modo si defila, richiedendo un compito meno oneroso in termini di coinvolgimento emotivo — finirà per fare il palo.

La sequenza della rapina è godibilissima, girata con un ritmo serrato che traduce il panico di questa armata brancaleone universitaria che cerca di fregare il sistema ma rimane inevitabilemente fregata. Ovviamente i ragazzi non sono all’altezza, e ovviamente ci saranno delle conseguenze che tutti potete facilmente immaginare.
A parte il lato molto molto fun di cui si è detto — la prova generale della rapina è accompagnata da “A Little Less Conversation” di Elvis che accompagnava anche un Ocean 11 — il film racconta di una tragedia americana. Un gruppo di studenti bianchi, senza trascorsi drammatici, senza genitori particolarmente pessimi o altri tipi di traumi alle spalle, decidono di mettere a repentaglio tutto. Il perché di questa decisione, non è molto sviscerato. Voglia di evasione dalla realtà kentuckyiana — e come biasimarli? — desiderio di svoltare, l’assoluta certezza del “we can do it”, fomentato dal senso di onnipotenza della gioventà sconsiderata, o semplicemente, la fame di soldi? Forse di tutto questo un po’. Il film si rivolge a tutti — non solo ai lestofanti con un sogno di rapina nel cuore — perché parla del prendere decisioni.
La domanda è, sappiamo rinunciare a una tentazione che potrebbe sfociare nel criminale e ledere l’innocente (la bibliotecaria)? La risposta dei protagonisti è no, non rinunciamo, ma l’epilogo dimostra il loro errore, quindi il film ha un retrogusto esemplare, nel senso di “exemplum”: mostrando il danno, educa. Ecco perché un commento dal pubblico lodava il film e sottolienava la necessità di farlo vedere agli adolescenti.
I due protagonisti presenti alla fine della proiezione erano Evan Peters, l’attore che interpretava il delirante Warren, e Warren Lipka, il delirante vero, in carne e ossa — quello che si è fatto la galera. Lipka ha scontato quello che doveva scontare e adesso studia cinema all’università. Definisce tutta la storia “una tragedia americana”, e io credo proprio che lo sia. Nonostante il racconto a tratti molto comico, Lipka ha tenuto a precisare che all’epoca, la realtà della situazione era terribile. E non ho stentato a crederlo.

Spero che “American Animals” esca presto in Italia. Un theft-docu-thriller ben fatto è quello che ci vuole per arredare una serata estiva.

Prima di lasciarvi al vostro lunedì, vi dico che questi giorni sono ricchi, cinematograficamente parlando. Al Lincoln Center si sta svolgendo “Open Roads 2018”, una retrospettiva che porta in USA i film italiani più meritevoli dell’ultimo anno. Non so se vi sia capitato di vedere “La terra dell’abbastanza”, “The Place” oppure “Cuori puri”. Il regista di quest’ultimo, Roberto De Paolis, è finito tra le nostre cine-grinfie 🙂 Qui trovate intervista e recensione al film. Magari lo trovate in qualche arena estiva.
Abbiamo avuto qui un po’ tutti, Ozpeteck, Marco Tullio Giordana, Paolo Genovese, Vincenzo Marra… Bello vederli in una terra in cui non sono le primedonne, ma uomini qualsiasi.

Riapro il Maelstrom giù di sotto proprio per parlarvi brevemente di un film di Open Roads che ho visto stasera e che spero, in qualche modo, riusciate a trovare sulla vostra strada.
E anche per stasera, Fellows, siamo arrivati alla fine. Frunyc III aggiornato, con le foto del Manhattanhenge, del Memorial Day al cine-cimitero di Greenwood, Brooklyn, e della Italy Run, corsa di 5 miglia che abbiamo corso questa mattina — sperando di portare un po’ di fortuna all’Italia che, politicamente, ne ha davvero bisogno.

Ora ringraziamenti e saluti, neoliticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Mi fa piacere segnalarvi un film che non so se avrete modo di recuperare. Ma anche solo sapere che “Beautiful Things” di Giorgio Ferrero esiste là fuori, e che è stato plasmato da mano italiana, mi fa stare bene.
“Beautiful Things” è filosofia, letteratura, musica, tutto insieme e visto attraverso la lente dell’arte. Soprattutto, non è un film che ha la presunzione di insegnare nulla. Vuole far pensare, come il regista ha affermato nel Q&A — non avessi avuto un contegno da mantenere, mi sarei alzata in piedi e avrei esultato sulle poltrone come Benigni agli Oscar 1999.
Non c’è una trama, in “Beautiful Things” — o meglio c’è, ma è latente, non patente. Il film è costruito come un’opera musicale, seguendo una scansione per atti — il regista è un compositore, e si sente. Par di stare davanti a una sinfonia in cui gli strumenti musicali sono le immagini.
Il film segue le vite di quattro lavoratori che operano nel mondo industriale: un manutentore di pozzi petroliferi, un capo macchina su una nave cargo, uno scienziato e un responsabile di una discarica sotterranea. E tutto ruota attorno al processo di nascita, trasformazione e morte degli oggetti: dalla prima scena, all’interno di una casa piena di cose — come tutte le nostre case — all’ultimissima, in cui si intravede un robottino giocattolo fra le macerie, che avevamo visto nella prima scena. Ma la trasformazione non contiene quella nota di positiv(istic)o ottimismo incisa nella legge di Lavoisier. La trasformazione è come un’anitcamera che porta all’ennesimo sfruttamento. La domanda, che ci scotta in bocca, è una, “ma come ci siamo ridotti?”.
Il bello di questo film è che non c’è la morale ambientalista dietro agli intenti del regista. C’è solo il tentativo di riflettere sull’(in)utilità del tutto. E il film si traduce quindi in un white paper, in cui si raggranellano frammenti di risposte possibili, attraverso certe sequenze visive, certe piogge di note acide che ti rovinano addosso e ti costringono a chiederti “perché tutto questo?”.
In mezzo a tanto meraviglioso dubbio, una scena finale struggentemente vitale che nasconde molte allegorie. Una danza sfrenata in un centro commerciale vuoto, di notte. Perché come ha detto il regista “la vita va avanti” e “serve catarsi” — io avrei una mia teoria più oscura, ma do fiducia al regista.
Servono film così.
“Beautiful Things”. Ricordatelo.

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