LET’S MOVIE 374 da NYC commenta “WESTWOOD. PUNK, ICON, ACTIVIST” di Lorna Tucker

LET’S MOVIE 374 da NYC commenta “WESTWOOD. PUNK, ICON, ACTIVIST” di Lorna Tucker

Mindfulness Moviers,

Lavorare all’FIT (Fashion Institute of Technology, per chi si fosse scordato), è divertente per varie ragioni. Gli studenti sono la fauna più variegata e non classificabile che possa capitare a tiro. Esseri androgini con borse uscite dall’‘800, o a metà fra Puck (di Shakespeare) e Punk (dei Sex Pistols), oppure giapponesine miniscule dentro a scarpe maiuscole. Studentesse che fanno le modelle, o modelle che fanno le studentesse, non ho ancora capito. Ragazzi filiformi con maglie tagliate molto sopra l’ombelico ma che per qualche ragione non fanno “Drive In”: fanno terzo millennio.
Il colore di capelli più gettonato è il “baby white”, che io chiamerei “albino”, ma non state ad ascoltare me. Da quello che vedo, questi ragazzi amano accostare quello che parrebbe essere inaccostabile. Schifano i brand e sperimentano sul proprio corpo. Non hanno nessun timore di sentirsi fuori luogo, o di suscitare sguardi perplessi. Sono perfettamente a loro agio con un paio di occhialoni alla Saint-Exupéry intorno al collo a mo’ di gioello, e una pelliccia sintetica turchese buttata sulle spalle.
Li guardo sempre con ammirata complicità.
Ora i corsi sono finiti, niente fauna colorata tutt’intorno. Il campus è deserto. Mi piace andarci. C’è quella strana quiete pregna del loro ritorno, a luglio e agosto, per i corsi e stivi, e poi a settembre, per il nuovo semestre. Anche se gli studenti al momento sono tutti impegnati fra internship e tirocinii da Theory e Tony Burch, l’FIT continua a lavorare, e organizza incontri, seminari, workshop per formare, o anche solo informare, lo staff dei docenti.

Due settimane fa è toccato a una gioranta dedicata a come impiegare la VR (Virtual Reality, naturalmente) nell’insegnamento — cose che per noi umani italiani rasentano il sogno di una notte di mezz’estate. Ma ci sono incontro di ogni tipo. “Living with Osteoarthritis”, oppure “Neurodiversity in your Classroom”. Giovedì è toccata a “Manage Stress through Mindfulness”.
Io cerco di andare al maggior numero di incontri possibile. Qualcosa imparo ogni volta — il che è cosa buona. E ogni volta ci sono cose che non capisco. Da questi incontri esco con la sensazione di avere delle anfetamine in circolo. Come se per un’ora o due avessi guardato nella pancia del Buddha, avessi sfiorato con lo sguardo la Verità, e me ne fossi andata un istante prima di afferrarla. Tantissime domande, che pongo ai professori che tengono il corso o il seminario. Ma certo non posso chiedere tutto tutto tutto. Ho pur sempre della pietà per loro.
“Manage Stress through Mindfulness”. Ho detto sì a questo incontro perché avevo sentito il termine “mindfulness” ancora in Italia, un paio di anni fa. Ma non avevo approfondito. Qui negli Stati Uniti è diventato ormai un atteggiamento mainstream, quindi suppongo che anche in Italia, con le tempistiche italiane, lo diventerà.
Per quanto abbia avuto l’ascensore a mio favore, arrivo alla Seminar Room 9, nel seminterrato, tutta trafelata — la metro era stata a sfavore: difficilissimo far combaciare ascensore e metro. Mi accoglie un ferro di cavallo di banchi, con tutti i partecipanti seduti pronti per l’attenti via. Firmo il foglio presenze e guadagno il mio posto, sentendomi assai osservata. La conferenziera, Bette Jean Rosenhagen, dell’NYU Langone Health Department, mi sorride, mi dice di non preoccuparmi, non abbiamo ancora iniziato. E appoggia tre grani di uvetta passa su un tovagliolo, davanti a me. Io non mi scompongo. All’FIT le stramberie sono all’ordine del giorno, quindi no, non mi scompongo, e faccio come se fosse la cosa più normale del mondo, sedermi con tre grani di uva passa che galleggiano davanti a me su uno strap di Scottex.
Betty Jean parte spiegandoci che esistono il good stress e il bad stress. Al che io sono già lì con dei dubbi. Come “good stress”? A chi vuole raccontarla? Lo stress è bad, very bad, end of the story. E invece, no, testa bacata di Board, zitta e ascolta. “Lo stess può essere anche positivo. Pensate allo stress nella preparazione delle vacanze, o di un matrimonio, o di una festa di laurea. Sono tutte fonti di stress, ma uno stress per qualcosa di bello”.
Ricevuto. Se quello che fai, lo fai per qualcosa che ti farà piacere, allora non è bad stress. E’ good stress.
Mi hai convinto Betty Jean, procedi pure.
E Betty Jean si addentra nel concetto di “mindfulness”. Ovvero, “paying attention on what you are doing when you are doing it.” Badare a ciò che fai mentre lo fai, in quello specifico momento, senza pensare a passato e futuro, e senza essere critici.
Eh ma cara Betty Jean, più facile a dirsi…
E Betty Jean ci fa fare l’esperimento del grano d’uva passa — e non è una stramberia da FIT, è un esperimento scientifico documentato.
Prendete il grano d’uvetta e rigiratelo fra le dita per qualche istante. Portatelo vicino agli occhi e guardatelo attentamente per un po’. Annusatelo, di più, respirateci accanto. Appoggiatelo alle labbra e sentitene la consistenza. Mettetelo in bocca, senza morderlo. E rigiratelo da una parte all’altra. Poi mordetelo in due o tre morsi, e assaporatene il gusto. Poi ingoiatelo, e cercate di percepirlo dentro nel vostro stomaco, e di percepire come si sente il vostro corpo con il grano dentro.
Mentre tutti stanno cercando di percepire come si sentono i loro corpi con l’acino dentro, io sono ferma con il grano di uvetta piantato davanti agli occhi.
Ma voi avete mai guardato un grano di uvetta da vicino? Ma proprio da incontro ravvicinato del primo tipo, quello da microscopio ottico, Galileo, lente di Sherlock Holmes?
Per me era la prima volta.
Ho evitato di mettere il grano in bocca perché ho l’avversione per l’uvetta. Sono una di quelle che da piccola tirava fuori ogni singolo granino dalle focacce, dai Panettoni, da tutto quello che aveva quella strana malattia orientale che tutti chiamavano uva sultanina e che per me era vaiolo. Quindi l’esperimento per me si è fermato all’odore. Potente, dolciastro. Un misto fra il mosto e il miele, con un vago ricordo di dattero, che suppongo essere una specie di cugino egiziano alla lontana.
Ma per me la cosa più impressionante è stata guardarlo da vicino.
Reazioni? Chiede Betty Jean.
Tutti dicono la loro.
Chi è in estasi per la dolcezza, chi si sovviene l’infanzia, chi ne mangia un altro perché ha fame, è pur sempre l’1 pm.
Sembra un rubino grezzo, dico io. Perché, man, ma l’avete mai guardato un granino d’uvetta da vicino?? (E dàlli…) E’ raggrinzito, ma non ottuagenario come le prugne secche. Ha delle piegoline che vi fanno pensare più a una scorza protettiva. Come se al suo interno contenesse dell’altro, tipo un tesoro rosso. E se ci fate caso, oltre le piegoline, c’è una polpa trasparente come il vetro, color rame scuro. Ti viene voglia di prendere un qualche micro strumento, e scavare in quella miniera, e vedere se davvero, c’è un gioiello nascosto.
It’s very creative, commenta Betty Jean, e tutti gli altri mi avranno sicuramente guardato con lo sguardo, un’altra stramba nel gruppo, welcome onboard.

Lo scopo dell’esperimento è quello di farci concentrare sul micro della nostra vita, e goderne, in una società in cui siamo solitamente presi dal macro.
Fra me e me dico che questa è la lezione della poesia, che parte sempre dall’infinitesimalmente piccolo. Una delle raccolte più belle di Wyslawa Szymborska s’intitola, non a caso, “Vista con granello di sabbia”. Però se qui si chiama “mindfulness”, va bene uguale, nulla da dire.
Betty Jean ce la fa breve. La mindfulness riguarda l’accorgersi delle cose, l’essere “svegli” nella nostra vita.
E ci fa fare un cinque minuti di meditazione.
Ora, io sono l’essere più loser in fatto di meditazione che viva su questa terra. Totalmente incapace di non pensare a niente. Totalmente inetta.
Ma partecipo all’esercizio, non posso fare altrimenti.
Chiudete gli occhi, io farò suonare questo piccolo strumento — via cellulare, ovviamente, e il suono è quello prodotto da quelle ciotoline di metallo che evocano il mondo tibetano. Chiudete gli occhi e rilassatevi. Cercate di sgombrare la mente.
Mi metto d’impegno. E cerco davvero di sgombrare la mente e non pensare a nulla. Ma vorrei far notare a Betty Jean che non pensare a nulla, tecnicamente è un pensiero, e se continuo a ripeterlo nella mia mente, continuo a pensare… Poi però ripenso a come Betty Jean mi ha fregato con l’esperimento dell’uvetta e non dico nulla.
Però i pensieri mi attaccano da ogni lato — io Napoleone, e Waterloo tutt’intorno. Ne respingo uno e ne arrivano due. Poi mi prende il panico perché sto disattendendo all’esercizio e cerco di ripetermi “non pensare a niente non pensare a niente non pensare a niente”, e nel frattempo penso al rumore che sento in corridoio, al fruscio leggerissimo del proiettore acceso, e penso, mannaggia sto continuando a pensare…
Debacle.
Betty Jean fa scoccare il gong, e chiede di nuovo “Reazioni?”
Io le dico che ho lottato tutto il tempo, che respingere i pensieri è una gran fatica, e che è un pensiero pure quello.
Betty Jean mi guarda magnanima, una Madonna dalle mèches spiadite e la giacca di pelle nera.
“Alle persone che hanno a che fare con il dolore, io non dico di combatterlo. Vincerebbe sempre lui. Io dico di sederglici accanto. Di guardarlo. E di non fare nient’altro”.
Cavolo, Betty Jean, Michael Jackson avrebbe dovuto cantare te, altroché Billie!
Credo che il trucco sia proprio lì. L’approccio bellico non sortisce nulla — anzi ti manda assai ai matti. Se un pensiero è visto come un’entità che ti sta accanto, ma all’interno della quale tu decidi di non entrare, allora forse riesci a ignorarlo. Ha ragione Betty Jean,
Per concludere ci insegna a respirare con il metodo “focussed breathing” 4x4x8. Inspirare contando fino a 4, trattenere il respiro contando ancora fino a 4 ed espirare a lungo contando fino a 8 — per me l’8 è un po’ eccessivo, ma provate e sappiatemi dire.
Prima di andarsene ci ricorda:
“Be gentle with yourself”
“Accept what you can’t control”

Mi sono sentita molto chiamata in causa: sono sempre stata un disastro in queste due pratiche, come con l’esercizio del non pensare. Da bocciatura a vita. Simply hopeless.
Ma New York mi sta facendo del bene anche su quei due versanti.
Non puoi controllare un animale con in groppa 8 milioni e 400mila persone.
Non puoi essere sempre Shylock con te stesso.

Mi verrebbe da dirlo, questo, a Kate Spade e Anthony Bourdain.
Di Kate vi parlai nel febbraio 2017, raccontandovi della sua splendida boutique di SoHo, e del successo planetario che hanno avuto i suoi vestiti. Di Anthony non ho molto da dire: non ho mai visto i suoi programmi o letto i suoi libri. Lo trovavo semplicemente fascinoso, ma a quanto leggo era un professionista con la P maiuscola, appassionato e instancabile. Qui ha lasciato un vuoto grandissimo: gli americani lo amavano molto. Dalla CNN a Obama, un po’ tutti.
La loro scomparsa sta facendo scrivere articoli sopra articoli, tra il basito e l’amareggiato. Soprattutto ha fatto (ri)aprire il discorso sul suicidio, con dati scottanti alla mano. Dal 1998 i tassi di suicidi in America sono aumentati del 20%. Non è proprio poco.
Ogni articolo, dal New York Times a Vogue, dal New York Post a USA Today si conclude così: “If you are having thoughts of suicide, call the National Suicide Prevention Lifeline at 1-800-273-8255 (TALK) or go to
SpeakingOfSuicide.com/resources for a list of additional resources. Here’s what you can do when a loved one is severely depressed.

Non dirò “questa non è la sede adatta per parlare dell’argomento”. Ogni sede è adatta. Ma ho già pipponato mezz’ora sulla mindfulness quindi temo di perdervi.
A Kate Spade e Anthony Bourdain aggiungo i lutti della musica di questi ultimi mesi, Dolores O’Riordan, amatissima cantante dei Cranberries, Chester Bennington dei Linkin Park e Chris Cornell dei Soundgarten.
Quando leggo o sento “ma non hanno pensato a chi rimane? Ai figli? Ai compagni?”, questa domanda fa già capire che non si capisce. Perché quando sei in quello stato, il pensiero non è biunivoco, non prende in considerazione l’altra corsia — è unico. Per questo si parla sempre di tunnel, di buco nero…di tombino. Perché non si vede la luce accanto o dell’altra parte.
Non si giudicano i suicidi, non si dovrebbe. Il dolore a volte è più forte del masochismo che ti tiene in vita. Quindi per come la vedo io, c’è da ringraziare che queste anime dolenti siano riuscite a farcela per tutti i giorni di tutta la vita che hanno saputo combattere quella bestia, apprezzarne lo sforzo, l’immane fatica. Poi un giorno saranno stati stanchi. A volte si è troppo stanchi.
E l’abisso che separa il glamour pubblico e il tormento privato testimonia l’ulteriore fatica di questi personaggi di condurre due vite parallele, una in paradiso, l’altra all’inferno.
Perché non si sono mostrati nell’inferno in cui stavano?
E c’è da chiederlo?
Tutti tendiamo a nascondere le fiamme e a mostrare i fiori. Per preservarci dal giudizio, per preservare gli altri. Per illuderci, forse, che un paradiso costruito possa bastare, in fin dei conti.
Posso dirvi da qui, che la morte di Kate e Anthony, due esempi di talento, successfulness e risultati, ha scosso questo paese nel profondo, fino a mettere in discussione il vero valore del modello americano del farsi da soli.
Che se ne parli, almeno.

E ora passo a parlarvi di “Westwood. Punk, Icon, Activist”, documentario firmato da Lorna Tucker, presentato allo scorso Sundance.
Questa settimana ho scelto questo film per saperne di più sulla donna che, a tutti gli effetti, è la regina della contro-convenzionalità, dell’anarchia, dell’audacia del Vecchio Mondo. I vestiti di Vivienne Westwood, le sue scarpe, i suoi accessori sono creature estetiche e politiche che scrivono la necessità e la volontà di azione addosso alle persone che li indossano.
Ho scelto questo film anche perché noto in me, ultimamente, un’attrazione che mi spinge verso il documentario, un genere che sfama molto, riempiendo il senso di vuoto che i giornali possono lasciare, o certi film di fiction.
Inoltre mi piaceva inserire “Westwood” nella sezione della cineteca lezmuviana che si occupa di grandi personaggi donne che hanno avuto il fegato, la spregiudicatezza e l’intelligenza di fare quello che hanno fatto, come Jane Jacobs e RBG.

Westwood viene fuori da una famiglia della working-class di un piccolo villaggio del Derbyshire. Pochi soldi, pochissimi. Ciononostante, studia arte, e si trasferisce a Londra. Lì apre il primo negozio, Let It Rock, e quello che mi colpisce è che quel negozio ha cambiato un’inifinità di nomi durante la carriera di Vivienne, riflettendo tutte le fasi creative ha attraversato. Ed è ancora lì, e ancora aperto, il World’s End, al 430 di King’s Road. E non si può proprio mancarlo: sulla facciata è appeso un grosso orologio con le lancette che corrono all’indietro, bell’esempio di come la stilista abbia cercato di sovvertire anche le leggi del tempo, oltreché del gusto.
E’ lei, possiamo dire, che ha conferito legittimità stilistica al punk, proponendo magliette dal taglio camice di forza, accostando immagini come il crocefisso e la svastica. E’ lei che ha esplorato tutte le epoche storico-artistiche, tuffandosi soprattutto fra ‘700 e ‘800, e ripescando corsetti, colli con le ruches, giacche alla Robespierre e faux-cul — così si chiama il sedere posticcio sotto le gonne delle mademoiselles. E’ lei che si appassiona all’arte cinese, la studia per un anno, e se ne esce con una collezione da provetta sinologa.
Ed è ancora lei che nel 2005 decide di aderire al movimento per la difesa dei diritti civili Liberty, di dare il suo appoggio alle cause ambientaliste per la salvaguardia dell’ambiente, o per il disarmo nucleare e l’energia pulita, scendendo letteralmente in piazza — o salendo su un carroarmato.
Negli ultimi vent’anni Westwood ha cercato di affiancare al suo inarrivabile estro estetico, il suo fare etico, spesso sacrificando il primo per il secondo.
E’ un miracolo che Vivienne sia diventata Vivienne Westwood. La stilista ha raggiunto fama e riconoscimento a 60 anni, dovendo scontare, nei 40 precedenti, pregiudizi, sarcasmi, ironie: la reazione di grettezza, chiusura e diffidenza davanti a una forza che apre, spalanca, scardina — quanta miopia.
Nel documentario c’è una clip di una trasmissione televisiva britannica che aveva invitato Vivienne nel proprio salotto. Mentre alcune delle sue creazioni sfilavano, il pubblico rideva, e la presentatrice faceva commenti di un’ironia piccola e meschina. Nessuno si sarebbe certo immaginato che nel 2006 la Regina Elisabetta avrebbe insignito Vivienne con l’OBE, l’Order of the British Empire, una specie di croce al valore che ha fatto di lei una “Dame” — così come aveva fatto dei Beatles dei “Lords”.
Vivienne si è presentata dalla Regina con un completo anni ’40 molto morigerato, grigio fumo, giacca accollatissima, gonna ben al di sotto del ginocchio, cappellino in testa, come Queen Elizabeth richiede. Per mostrare la bella gonna svasata, la stilista ha fatto qualche piroetta su se stessa, e cosa vanno a fotografare i fotografi? La mancanza di underwear! Vivienne si è presentata a ricevere la più alta onorificenza del Regno Unito, senza mutande. E se questo non è essere rock…

Colpisce anche, della carriera di Westwood, che il successo è diventato talmente travolgente da spingere la sua casa di moda a ingrandirsi e a conquistare il mondo, con l’apertura di tantissimi store dall’Italia, alla Cina, agli USA. Embè, cosa c’è di male? Eh di male c’è che Vivienne ha perso il controllo su quello che la casa di produzione produce. Lei è una da “quality over quantity” ma si sa che la legge del mercato va nella direzione opposta. Nel documentario la si sente dire che l’espansione della azienda deve arrestarsi, per non compromettere irreparabilmente la qualità dei suoi prodotti. Di solito si sente dire esattamente l’opposto. Ma lei è Vivienne.
E’ impossibile non subire il suo fascino. La ragazza ha 78 anni, ma è ancora dotata di un sex-appeal e di una sensualità rare. Non smette gli abiti che è sempre stata abituata a mettere. Continua a giocare con le sovrapposizioni, i tessuti, non rinuncia a tacchi vertiginosi, accostamenti al limite della passabilità. Vivienne è sempre sul filo dell’eccesso e dell’eccessivo, ma non ci cade mai dentro, così come non cade nel volgare, nel rozzo, nel kitsch. C’è sempre una ricerca storico-estetica in ogni suo lavoro. E anche una componente narrativa ed emozionale. “Ogni volta che disegno un modello, c’è una storia che voglio raccontare, e c’è anche una specie di nostalgia, dalla quale le persone possono attingere e condividere”. Come amo sempre dire, un abito non è mai solo un abito.
Il documentario in sé, non è un gran documentario, fatemelo dire. E’ sproporzionato. Il sottotitolo, “Punk, Icon, Activist”, promette ciò che però non mantiene, oppure lo mantiene ma solo in parte. Se il ruolo di “Icon” è in qualche modo restituito, le componenti “punk” e “attivista”, sono sacrificate, trattate superficialmente.
La regista, Lorna Tucker, che ha seguito la stilista per 2 anni, era presente per il Q&A post-proiezione all’IFC Center. Ha detto, innocentemente, che lo scopo del documentario era quello di far conoscere Vivienne alle nuove generazioni. La missione, purtroppo, le è riuscita solo in parte, avendo ridotto la parte sull’attivismo — che ultimamente impegna la Westwood molto più che la moda — a una specie di attività collaterale. Questo non corrisponde al vero, e rischia anche di dare una visione distorta della figura composita della stilista.
La stessa Westwood ha preso le distanze dal documentario, dichiarandosi completamente insoddisfatta. A difesa della malcapitata regista, va detto, che non deve essere stato facile, trattare con una geniale cavalla matta come Vivienne, che considera “utterly boring” il parlare della sua vita, e sbuffa sin dal primo minuto di girato.
Curiosità tutta tricolore. Peppe Lorefice, Carlo D’Amario e Christopher Di Pietro, sono nell’ordine, assistente personale di Vivienne, CEO e Direttore Marketing dell’impero Westwood.
Gli italiani sono dappertutto — con il loro inglese sciancato e siagurato, ovviamente. Così come “Made in Italy” è stampato su ogni etichetta di ogni capo by Vivienne Westwood. 😉

Se volete saperne di più, invece, di Marco Ferreri, il regista, per capirci, de “La grande abbuffata” — regista pressoché dimenticato in Italia — leggete un po’ qui… 😉

E anche stasera sono alla fine.
E sono stata lunghissima oggi…Magari la prossima settimana sarò più breve… magari… 😉

Frunyc III aggiornato al solito posto, ringraziamenti di rito, e saluti meditativamente cinematografici.

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