LET’S MOVIE 375 da NYC commenta “EATING ANIMALS” di Christopher Quinn

LET’S MOVIE 375 da NYC commenta “EATING ANIMALS” di Christopher Quinn

Forthamilton Fellows

è una base militare che sta a Brooklyn, accanto al Verrazzano Bridge, il ponte che nessun americano pronuncerà mai correttamente. Mai.
Fino al 5 giugno, nessuno ha mai sentito parlare di quella base, tranne i militari che ci stazionano, militando ignoti. Ma il 5 giugno succede che alla truppa viene voglia di pizza. Non è una novità: succede molto spesso, tanto che la base ha una pizzeria di fiducia, nel Queens, il Nonna Delia’s — manifesta discendenza Soprano’s, sì. Per chiarezza geografica, Brooklyn e Queens sono limitrofi e ancora non è dato sapere dove finisca l’uno e dove cominci l’altro.
Il fattorino che si occupa della consegna è
Pablo. Pablo Villavicenci. Per certe persone — mi includo — i cognomi hanno il potere di spalancare mondi e letterature. Villavicenci a me fa venire in mente Gabriel Garçia Marquez con le sue storie d’amore e altri demoni nei suoi cent’anni di solitudine. Ma all’ufficiale di turno, il 5 giugno, Villavicenci, fa solo venire in mente “immigrato” — aggiungeteci lineamenti latini e la scritta “immigrato” prende a pulsare.
Allora l’ufficiale gli chiede i documenti. Pablo porge la NYC ID card, la carta d’identità che tutti gli immigrati — presenti incluse — richiedono appena mettono piede a New York. Non tanto perché faccia status — che comunque fa — quanto per avere uno straccio di documento che sia made-in-USA a portata di mano. I documenti rilasciati in tutto il resto del mondo — carte d’identità, patenti, codici fiscali — vanno bene solo per i buttafuori davanti ai locali, che se gli butta bene, ti buttan dentro. E non è che te ne vai in giro con il passaporto in borsa. Il terrore di perderlo è la summa concentrata di tutti i terrori della terra: domandate a qualsiasi expat quale sia la paura più grande che ha, e in risposta avrete, “perdere il passaporto”, accompagnato da un trasalimento color profondorosso.
A questo ufficiale la NYC ID Card non va bene.
Chiede la patente.
Pablo non ha la patente.
Chiede il Social Security Number (l’essenen, SSN).
Pablo non ha il Social Security Number.
Pablo ha già capito che ore sono e dove l’ufficiale vuole andare a parare: se sei immigrato e non hai un Social Security Number, la domanda — retorica — che segue è “perché?”. Retorica perché l’SSN ti viene rilasciato solo se hai un visto valido, la cittadinanza americana, o la green card.
Pablo non possiede nessuno di questi.
L’ufficiale innesca la macchina del cosidetto “background check”. Come quando la stradale in Italia ti ferma e ti controlla i documenti e tu speri che non trovino nulla sul tuo conto anche se hai la fedina penale immacolata come la concezione. Il potere della suggestione è più forte di qualsiasi contingenza.
Ma guardi ufficiale, io consegno qui le pizze un giorno sì e un giorno sì, non ci sono mai stati problemi…
I don’t care, gli risponde l’ufficiale, per nulla gentiluomo.
In un attimo si scopre che Pablo è nel paese senza visto, senza cittadinanza e senza green card.
Ma ufficiale, sono sposato da cinque anni con una cittadina naturalizzata americana, in febbraio ho fatto domanda per la green card, e sto attendendo risposta.
L’ufficiale non sente ragioni, anche perché lo informano che l’ICE, l’Immigration and Customs Enforcement, ha emesso un avviso di rimpatrio in Ecuador nel 2010, che Pablo ha ignorato.
Sì ma nel frattempo mi sono sposato, ho fatto due bambine, lavoro e mi guadagno il pane con la pizza, e sto aspettando il responso della green card.
Niente. Dall’ICE al DHS — Department of Homeland Security — il passo è brevissimo. E ancora di più quello dell’arresto di Pablo in un carcere del New Jersey.
Da dieci giorni il caso sta rimbalzando per tutta New York. Giornali, radio, internet. L’establishment democratico, dal Governatore Cuomo al Sindaco de Blasio a Cynthia Nixon — candidata a Governatore — a tutte le associazioni a difesa degli immigrati si sono schierati dalla parte di Pablo.
E’ vero, il ragazzo è entrato negli USA illegalmente, ma ha trovato lavoro, non ha mai fatto del male a nessuno, si è costruito una famiglia e ha avviato il processo di regolarizzazione.
L’accusa, e con lei tutto lo schieramento repubblicano trumpista con la bocca piena di “tolleranza zero” e “America First”, non ci sta, e pretende la deportazione di Pablo.

So che lui, Pablo, non ci sta leggendo in questo momento (!), quindi posso dirvi che si trova in una pessima posizione. Nella logica da kindergarten di Donald Duck, Pablo rappresenta tutti gli illegali criminali che minacciano la pura America e rubano il lavoro agli americani puri di cuore, lavoro, per altro, che nessun americano è disposto più a fare nemmeno sotto tortura. Quindi ho il timore, e con me ce l’hanno tutti, che la famiglia Villavicenci sarà ben presto smembrata, Pablo deportato in Ecuador, la moglie Sonia con le bambine a campare di chissà cosa qui in America. Giusto per far capire chi comanda, e tolleranza zero.

La squadra di avvocati che difende Pablo, dicevamo, è forte del supporto di Cuomo, che ha scritto una lettera al Dipartimento di Homeland Security, mettendo in copia Trump: “I am writing to request that your office launch an investigation into the conduct of ICE agents to ensure they are abiding by the rule of law (agiscano a norma di legge). His arrest and detention appears to be a result of ethnic profiling and does nothing to make our communities safer.
In sostanza, la linea che si vuol seguire è quella della discriminazione. Perché l’ufficiale ha richiesto i documenti a Pablo? Glieli avrebbe chiesti se non fosse stato latino?
Forse questo potrà salvare Pablo, chissà.
Sta di fatto che l’opinione è spaccata. C’è chi lo difende e prova pietà per lui, l’immigrato che non ha mai fatto male a una mosca e che vuole solo provvedere alla sua famiglia e vivere una vita dignitosa. Ma c’è anche chi lo attacca, soprattutto gli immigrati regolari. Ma come, si dicono gli immigrati regolari, noi ci siamo fatti un mazzo così per venire in questo paese, siamo passati per le forche caudine dell’Ufficio Immigrazione, abbiamo pagato e aspettato, e adesso il primo Pablo che passa, vive qui nella clandestinità, riceve il foglio di via e lo ignora, questo primo Pablo la fa franca?

Se ci pensate, questo caso richiama quello dell’Aquarius, e, più in generale, delle ondate — in senso letterale e figurato — di immigrati provenienti dall’Africa.
Ma come, si dicono tutti gli italiani filo-leghisti, simpatizzanti leghisti, grillini e anche ex-pieddini, o semplicemente frustrati dallo stato delle cose. Non abbiamo fatto che accogliere navi da tutto il terzo mondo per tutti questi anni, l’Europa se n’è sempre fregata alla grande, Macron ha accettato 619 immigrati in un anno (619 in un anno!) e adesso fa il San Francesco d’Assisi, e per una volta che noi diciamo “no” a uno sbarco, passiamo per i cinici senza pietà?

All’apparenza questo ragionamento sembra filare. Ma quanto è elementare, bovinamente elementare! Questa posizione prescinde dal passato e soprattutto, dal futuro. La decisione di chiudere i porti italiani alle navi straniere viene fatta passare come la soluzione all’immigrazione incontrollata, al ritorno de “L’Italia agli italiani”, ma di fatto è il cerotto sul ginocchio graffiato quando la gamba in cancrena. L’immigrazione che stiamo affrontando oggi è un fenomeno globale e non si risolve rimbalzando navi di migranti da una sponda all’altra dei singoli stati. Non si gioca a flipper con le vite delle persone. Si risolve con la firma di un protocollo chiaro e comune in base al quale l’Europa si impegna ad affrontare il fenomeno collegialmente. 800 immigrati? Un tot per ogni stato membro. Ci dovrebbe essere un ente europeo — non statale — che si occupa della ripartizione — ciò che la Frontex, L’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, dovrebbe fare. Ma certo ognuno alla fine bada al proprio orticello, e non ha nessuna voglia di sollevare lo sguardo oltre la staccionata. E nemmeno di guardare bene al di qua della staccionata.
Prendiamo l’orticello Italia, per esempio.

Il paese si sta spopolando. Siamo ai minimi storici quanto a natalità, ai massimi di gerontocratizzazione, e l’emigrazione dei cervelli è una delle piaghe che sta tagliando le gambe al paese.
Al momento sono alle prese con la traduzione di un saggio sull’argomento, quindi ho dei dati reali alla mano, non le solite boardate. 🙂
Tra il 1876 e i 1988, 27 milioni di persone hanno lasciato l’Italia, e nel 1996 la popolazione di origini italiane all’estero equivaleva a quella dell’intera popolazione presente sul suolo italiano — chissà a che punto siamo, nel 2018. L’ondata migratoria dall’Italia è stata definita come la più grande emigrazione partita da un paese nella storia moderna.
“L’Italia agli italiani”. Ma a quali italiani?, mi viene da chiedere. Prima si è detto che gli americani non vogliono più fare i camerieri, i fattorini, gli inservienti, i raccogli-frutta. E gli italiani sì? Vogliono farli, quei lavori?
L’Italia agli italiani. Again, ma a quali italiani?

Questo è un argomento che mi sta particolarmente a cuore perché lo vivo sulla mia pelle. Ma io sono una immigrata privilegiata. Nel cassetto del mio scrittoio dei primi del 900 brilla un passaporto con un visto d’oro — che ho sudato i sette mari (!) per avere, intendiamoci. Io non sono Pablo. Ma non sono nemmeno una yankee. Quando sento “American first”, penso. A parità di impegno e preparazione, tra un docente americano che insegna italiano, e un docente italiano che insegna italiano, quale dei due potrà offrire un servizio migliore? Questo esempio può essere applicato a infiniti ambiti. Tra un fisico particellare laureato a Oxford con esperienza al CERN, e un fisico particellare senza esperienza al CERN ma con una laurea a Stanford, qual è meglio scegliere?
Certo poi non posso scordare i quasi 80 anni che hanno impiegato gli immigrati italiani storici a liberarsi dagli insulti, dalla diffidenza e dalle discriminazioni subiti. “Neri che non sanno parlare inglese”. White niggers. Mozzarellaniggers. “Piccoli, sporchi, scuri di pelle, ignoranti e inaffidabili”. Così ci definiva la Relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione al Congresso Americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, nel 1912.
Quegli italiani erano immigrati economici, termine con cui si descrivono, con sprezzo, i passeggeri dell’Aquarius.
Io sono un’immigrata economica.

Chi strilla l’Italia agli italiani e l’America agli americani scorda il merito, la reale necessità di una nazione e basa la propria valutazione sulla geografia. Oltre ad avere del discriminatorio, questa posizione cozza contro tutto quello con cui siamo cresciuti negli ultimi 20 anni. Il www ci ha insegnato a essere mobili, liquidi, veloci. A poterci spostare con la rapidità di un click. Cosa facciamo adesso, torniamo a trincerarci dietro i confini? Ripeschiamo i “qualcosa da dichiarare” alle frontiere? E’ un atteggiamento nostalgico, attaccato a un passato che non esiste più e che si vuole a tutti i costi riportare in vita, come un amore che non si scorda, ma che non è più quell’amore. La nostalgia è un sentimento che magari può aver prodotto qualche opera d’arte — anche se non ne sono troppo sicura — ma se eletto ad atteggiamento nazionale, può gettare un paese nell’immobilità e nel baratro dell’isolazionismo.
La vita va avanti per tutti, anche per la storia.

E certo io devo andare Avanti, Moviers!
Il film che sono andata a vedere, in un assolatissimo pomeriggio newyorkese, è “Eating Animals” di Christopher Quinn, e narrato da Natalie Portman, che è anche co-produttrice della pellicola, un progetto in cui ha creduto molto dopo che l’omonimo saggio di Jonathan Safran Froer, l’ha convinta, dieci anni fa, a diventare vegana.
Sì perché il documentario è la trasposizione del testo di Froer, che era un’indagine sul consumo di carne in America, frutto di una ricerca durata tre anni in cui l’autore viene a conoscenza dell’intricato universo degli allevamenti intensivi negli USA.
Il libro ebbe un enorme successo, e fu seguito da accesissimi dibatti e polemiche.

Il documentario di Quinn è la resa cinematografica di quella ricerca e ci porta nel mondo degli orrori dei cosidetti allevamenti intensivi, stabilimenti presenti a centinaia e centinaia e centinaia nel Midwest americano — soprattutto Iowa — che non permettono l’accesso a nessun esterno, figurarsi se documentarista. Guess why…
Le uniche immagini trapelate sono state carpite in segreto da dipendenti che si sono fatti un esame di coscienza e che hanno detto enough is enough, hanno lasciato gli orrori a quel mondo, e hanno deciso di far arrivare queste immagini ai giornali. In gergo, chi rivela qualcosa che non si dovrebbe rivelare, mantenendo l’anonimato, si chiama “whistleblower”.
Le immagini fuoriuscite da quegli stabilimenti blindati ci arrivano da loro, e sono arrivate soprattutto sul tavolo del New York Times, che qualche anno fa le pubblicò, facendo scoppiare il caso delle condizioni inumane a cui venivano sottoposti polli, maiali, mucche, tacchini, agnelli.

Tutto comincia da un fiume, ricco di pesce e acque limpide. A partire dagli anni ’80, le acque cominciano a intorpidirsi, e i pesci ad ammalare e morire. Un pescatore ambientalista del posto si prende la briga di sorvolare la zona e si ritrova con uno spettacolo inquietante sotto i suoi occhi: quelle centinaia e centinaia di stabilimenti, hanno tutti un “lago” rosa accanto. Rosa mutanda si diceva un tempo. Investiga che t’investiga, si scopre che quelle “acque” nere sono i liquami e i resti di quegli animali ingrassati ad antibiotici. Quelle sostanze chimiche s’infiltrano nel terreno e inquinano il fiume.
Il racconto del pescatore s’intreccia a quello di Keen, un veterinario whistleblower che non ne poteva più di vedere le sostanze che iniettavano a bestiame e pollame, nonché i modi barbari con cui venivano trattati — pratiche come quella del taglio della coda ai maiali o del becco alle galline per evitare che gli animali si feriscano tra di loro — e ha chiamato il NY Times.
A causa della sua gola profonda, Keen ha perso il lavoro, e la moglie, ma ci ha guadagnato in coscienza. Lo stesso ha fatto un operaio di uno di questi stabilimenti. Non ne poteva più di vedere polli grassi come tacchini, incapaci di camminare, oppure con quattro zampe, oppure con zampe talmente gommose da piagerarsi senza spezzarsi, per non parlare dei maltrattamenti, degli animali ammassati, delle condizioni innaturali e ai limiti della tortura. E ha deciso di passare dalla parte degli allevamenti “etici” — i cosiddetti Ethical Independent Farmers che trattano gli animali con rispetto. Come quello di Frank, l’allevatore che da trent’anni si batte per tenere in piedi il suo allevamento di tacchini “vecchia scuola” — niente ormoni, niente maltrattamenti, dignità.

Il documentario mostra, dati alla mano, il legame tra consumo di carne e cambiamento climatico, per via del metano emesso dal bestiame e dalle foreste rase al suolo. Mostra, anche, il legame fra disturbi cardiovascolari e il consumo di carne. Ma “Eating Animals” riesce a dare forma e corpo a questi dati, attraverso le esperienze dirette degli intervistati di cui s’è detto sopra. E se da un lato abbiamo certamente già visto immagini raccapriccianti di mattatoi o pollifici agghiaccianti, è anche vero che difficilmente abbiamo sentito parlare di polli a quattro zampe, o con pance talmente grosse da impedire loro ogni movimento, persino alzarsi.

Ma non è tutto e solo un macello (!). Gli ethical indipendent farmers stanno aumentando. In laboratorio si stanno mettendo a punto nuove tecniche di estrazione delle proteine dalle piante. L’obbiettivo è quello di ricreare la carne in vitro. Al momento i risultati ci sono, a sentire il documentario. Il problema sono i costi. E’ ovvio che tra un hamburgher di carne che costa due dollari e un hamburgher alle proteine vegetali che ne costa dieci, l’operaio o la commessa comprano il primo. La tesi del regista — e di Safran Froer — è che, abbattendo i prezzi e sensibilizzando il consumatore, lui, il consumatore, finirà per comprare l’hamburgher di proteine vegetali.

Sì, le vedo le vostre facce scettiche… La chianina riproducibile in vitro?! Il ragù in beuta?! E poi in Europa i controlli sono più severi che negli USA… In Europa gli animali non si pompano a suon di ormoni…
Ma vedete Fellows, che si tratti di America o Europa, poco importa. Il film parla al singolo. E’ una scelta che spetta a ognuno.
Io personalmente non tocco carne da 20 anni. Anche se molti di voi hanno dei gran dubbi sulla mia alimentazione, sono qui viva e vegeta(le) che vi parlo e vi scrivo.
E ve lo confesso, sono molto contenta di non far parte della catena carnivora. E penso che il consumo di carne dipenda più da una dipendenza che da una necessità biologica del corpo. Ma lungi da me fare i pipponi etici — bastano quelli cinematorgrafici, no? 🙂
Solo vi pregherei, quando il film esce in Italia — perché uscirà in Italia — di andare a vederlo. Così, giusto per farvi un’idea del livello di arretratezza in cui l’America versa in questo settore. Ma anche per riflettere un po’ su come ci comportiamo come esseri umani a prescindere dalla nostra nazionalità. E’ questo che siamo? E’ questo che vogliamo essere? Ognuno risponda come meglio crede. Ma senza scordare una frase che ho sentito nel film.
“You vote at least three times a day with your fork”.
Anche mangiare è un atto politico, nel 2018.

Ho aggiornato il Frunyc III, con alcune foto di Coney Island: spiagge aperte, primo bagno della stagione — e no, nelle foto non c’è il primo bagno, ma c’è la Wonder Wheel 😉

Mi fa piacere anche segnalarvi la recensione che il vostro Board ha scritto su “Blameless” (“Non luogo a procedere”) romanzo intricatissimo di Claudio Magris. E’ stata pubblicata su Brick, una rivista letteraria canadese che pratica un peer-reviewing nazista… Ciononostante, siamo sopravvissuti. 🙂

E anche per stasera è tutto. Avevo promesso di contenermi questa domenica… Ma voi ancora mi credete?? 🙂
Ringraziamenti a pacchi e saluti, militarmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...

Leave a Reply