LET’S MOVIE 376 da NYC commenta “THE KING” di Eugene Jerecki

LET’S MOVIE 376 da NYC commenta “THE KING” di Eugene Jerecki

Fatico Fellows

a impedire che l’immaginazione corra nel modo in cui corre dentro tutti i turisti bisonti che sccorrazzano allo stato brado in questa città. O anche solo dentro tutti quelli che coltivano il mito di questa città.
Quando ti trasferisci a NYC, immagini — o speri — che ti capiteranno degli eventi fortunati, o anche solo fortunosi. Questo fatto alimenta da sempre le chiacchiere, le aspettative e i cliché intorno alla città. E questo trasforma un po’ tutti in bisonti — Board compreso, s’intende.
“Everything is possible in NYC” non è solo un detto, è una credenza dalle dimensioni nazionalpopolari come “Paris ville de l’amour”. E noi esseri umani, bambini e bisonti, se ci innamoriamo a Parigi, strizziamo l’occhio alla nazionalpopolarità e diciamo, toh, ecco, visto?!
Analogamente, se qualcosa di straordinario ci capita a New York, diciamo, toh, everything is possible in NYC, ecco, visto?!
Forse questo vale per tutte le metropoli, e dipende semplicemente dalle misure. Aumentando il numero di abitanti, aumenta la possibilità di intrecciare più cammini, d’incappare in più occasioni.

Queste parole sono il mio piccolo tentativo di razionalizzare New York, di riportarla all’interno di un meccanicismo da Schleiermacher (!) ed evitarmi di iper-romanticizzarla, di vederla come una specie di Narnia — cosa che invece tendo a fare, sistematicamente.
Siedo, pertanto, su questa altalena che oscilla tra raziocinante e vaneggiante.
Oggi mi trovate dal lato mi(s)tico, quello che venera il potere taumaturgico di Gotham City e delle porte che ti apre lungo le sue street e avenues.

La street, nel caso di venerdì, era la 70esima. West. Sull’angolo con la Broadway. Pieno Upper West Side. La casa, un casa signorile. Il piano, il numero 10.
Uscita dall’ascensore, noto che la porta dell’appartamento è aperta. Avvicinandomi, vedo che incornicia il padrone di casa.
Si chiama Norman. Ha 82 anni. E’ immigrato come me. Lui dalla Romania, nel 1988. E’ fuggito al regime di Causescu, e a cinque anni ha subito la deportazione in un campo di concentramento ebraico quando le leve dello stato rumeno erano mosse da un generale fascista di nome Antonescu. Dal Vecchio Mondo, Norman ha portato in quello nuovo un grosso fardello. Due regimi non sono mai meglio di uno.
Norman è il candidato rumeno al Nobel per la Letteratura. E per quanto il ciclone che ha investito il Premio qualche mese fa abbia un po’ stinto la sua aurea celeste, rimane pur sempre il premio che ti colloca nel paradiso degli achievements, in questo caso letterari.
Il celesete potrà anche sbiadire, ma non si cancella.

Ho conosciuto Norman nell’aprile 2017. Aveva fatto da moderatore al lancio di Blameless, traduzione in inglese del romanzo “Non luogo a procedere” di Claudio Magris, il nostro candidato al Premio Nobel.
Quando ti ritrovi con due giganti così in una stanza, qualsiasi dubbio sul tuo trasferimento a New York, nel caso improbabile di averne qualcuno, fugano — cioè si danno alla fuga.

Norman è un junior nel corpo di un senior. Ha gli occhi velocissimi della gioventù. Un’ironia e un senso dell’umorismo che non gli permetteranno di invecchiare mai, nemmeno quando taglierà la soglia dei cento. Come tutti gli scrittori, è un curioso cronico. Affascinato dai nomi.
In uno dei primi scambi via mail, mi chiede il significato del mio cognome, e l’origine.
Mi coglie impreparata, naturalmente. Io so solo che il popolo dei Fruner — popolo, si crede, di minatori — scese dalla Bavaria nel 17esimo secolo, e si piazzò inizialmente in Val dei Mocheni per poi sparpagliarsi nel basso Trentino, e poi in giro per il mondo. Per me questo, lo stop-over nella Valle dei Mocheni, luogo che nel mio immaginario ha i contorni terrificanti di Kamauz, e gli odori ancor più terrificanti reperibili tra l’alpeggio e il taleggio, per me, urbana fino al midollo, cementifera per partito, rappresenta il massimo contrappasso esistenziale. L’assurdo, e il suo colpo di coda, che mi scaraventano altrove, perché , dove dovrei essere, non è proprio il mio posto. L’assurdo, con la sua innegabile comicità, anche.
Insomma per Norman, e grazie a lui, faccio una ricerchina su “Fruner”, e guardate cosa vi scopro. Il cognome arriverebbe da “Fraunthof”, ovvero “paese posto davanti al sole, “dal lato soleggiato”. All’inzio gli abitanti si chiamavano Frontner, Fruntner o Frudner. Dai lì si è passati al più comodo Fruner (comodissimo…).
Scuserete per questo trip nella toponomastica trentina, ma la storia dei minatori che dal cuore del carbone finiscono dritti davanti al sole, mi pareva degna di due righe, o almeno di un sorriso. 🙂

Norman e la moglie Cella mi invitano a casa loro. Per fare quattro chiacchiere. Io non riesco naturalmente a contenere tutto l’entusiasmo che un corpo può accumulare dentro il suo perimetro, ma fortunatamente la conferma è via mail, quindi conservo un briciolo di dignità.
Norman mi dà il benvenuto sulla porta, e nel salotto mi aspetta Cella. Sono persone affettuose e calorose, di quelle che ti accolgono con baci e abbracci come se la nostra amicizia avesse già superato le intemperie degli anni, e adesso tirasse il fiato, al riparo, in un appartamento dell’Upper West Side, e si godesse la tranquillità del navigato.
Parliamo di tutto. Ridiamo di tutto. Curioso, Norman, sì. Vuole sapere tutto. Del mio viaggio qui, della mia famiglia, di come sono stata accolta a New York.
Io parlo e parlo e parlo.
Capisce subito di me che sono “very emotional and very rational”.
Io gli confermo che sì, quello è l’essere entropico che sono, e che no, non è facile essere me, credo. Lui scoppia a ridere. Guarda la moglie, gli dice qualcosa in rumeno il cui significato non avrò mai il privilegio di conoscere, e anche lei ride.
Io rido con loro, ovviamente.

E poi parliamo, insieme, di cinema, di libri. Di grappa! Che riceve ogni anno dall’Italia, lui, vincitore del Premio Nonino. E ancora ride quando gli dico che io sono una schiappa con l’alcol, che potrei sbronzarmi anche solo sentendo l’odore di quella schnapps, figurarsi poi se è quella autentica, quella con cui puoi disinfettare le cadute dalla bicicletta così come le ferite di guerra.

Parlo, parlo, parlo. In punta a quella poltrona, mi sento a casa, in famiglia. Non ho timore di dire che mi sento strana nei confronti dell’Italia. Che la mia carne appartiene a quel posto, ma che non so viverci, che ci sto scomoda. Che sono stata molto infelice. E che qui, in mezzo alla bolgia newyorkese, sento come la vita nel suo farsi, tutti i giorni.
Allora parliamo di esilio.
Lui è considerato lo scrittore europeo dell’esilio. Sia perché l’ha vissuto in prima persona, sia perché ci ha scritto sopra per tutta una vita.
“Do you know Cioran?”, mi chiede.
Conosco Emil, il filosofo di nichilismo e pessimismo, da brevi letture troppo giovanili e febbrili — quando salti da Schopenhauer a Sartre, cercando conferme al tuo estremismo cosmico — e certo non posso vantare nessuna conoscenza approfondita.
“Well, yes, but I wouldn’t say I am an expert”, rispondo.
“You don’t need to be an expert of Cioran. The only thing you need to be an expert of is love.”
Io lo guardo dritto in quei suoi occhi briganti e gli dico, in forma di domanda, “You know that I will never forget that line, don’t you?
“I bet you won’t” — “Te lo credo”. Mi risponde, negli occhi un lampo da colpita-e-affondata.
“Cioran used to say that exile is an honor”.
Io sento le rotelle del mio cervello che ruotano velocissime.

La questione dell’esilio è parte della mia vita quotidiana. Quando si dice esilio, si pensa immediatamente a Napoleone, alla politica. All’esilio subìto. Norman è un esiliato volontario, anche se nella Romania comunista non avevi molta scelta, se, come lui, eri uno scrittore dalla penna affilatissima.
Anch’io sono un’esiliata volontaria. Io ancora più volontaria di lui. Self-induced, dico io — il ceppo è lo stesso di quello di Norman. Nessun regime mi ha impedito la libertà, o ha fatto passare i miei scritti attraverso le feritoie della censura. Eppure ho scelto un altro paese.
E da lì, da Cioran, finiamo a parlare di come il dolore sia fonte di creatività, di come lo sia sempre stato.
Gli chiedo se, arrivati ai trent’anni (!) — e lui mi corregge, pronto alla gag come il miglior comico del Saturday Night Live, “thirty-one, Sara, don’t flatter me” — se, arrivati ai trent’un anni (!!) abbiamo pietà verso noi stessi e la nostra storia. Insomma, se diventiamo più “merciful”.
Lui mi dice. “Up to a certain point”.
Si accorge che voglio di più.
Mi cita un poeta rumeno, che purtroppo non conosco. Norman racconta. Quel poeta, alla domanda di come avesse fatto ad arrivare alla vecchiaia, ha risposto con una parola.
“Bitterness”.
Norman mi guarda.
Io lo guardo, in qualche modo appagata.
Ci siamo capiti.
Parliamo anche della lingua. Lui scrive in rumeno. E’ arrivato in America a 50 anni senza aver mai studiato inglese. L’ha imparato sul posto, come tutti gli immigrati di questo mondo. “La mia lingua letteraria è il rumento. Per il resto uso l’inglese come strumento”.
Mi chiede di me, della mia lingua.
Io dico che l’inglese è una scelta e un piacere. Che mi piace sentirlo in bocca, come una caramella che non mi stufo mai di succhiare. L’italiano è comunque una parte fondamentale del mio essere qui: lo insegno. Esporto la parte migliore della nostra cultura — la lingua.
Lui si gira e dice a Cella, stavolta in inglese, “This is the poet in her”, come se non ci fossi. Ma ci sono.
Fortunatamente, ci sono.

Norman mi fa dono di due testi che gli ho chiesto. La sua bibliografia include più di venticinque opere. Ho scelto “Il rifugio magico” e “Conversazioni dall’Est”. Editi da Il Saggiatore.
Norman fa Manea di cognome.
Ho fatto una ricerchina. “Manea” deriva dal turko “mâni”. Canto popolare.

Chissà se Norman lo sa.
Glielo dirò.

Così vedete, Moviers. Io non so se si tratti di New York City, oppure del caso, oppure degli eventi che s’incastrano, oppure di San Benedetto Giuseppe Labre, patrono dei vagabondi. Ma questa cosa, io a casa di Norman, è successa a New York City, venerdì 22 giugno, Anno Domini 2018.

Quello stesso giorno, la sera, è stato coronato dalla visione di The King, il documentario imperdibile di Eugene Jarecki su lui, il Re, Elvis the Pelvis.
Non sapevo nulla del documentario, e pochissimo di Elvis. Per questo ho optato per il film. E anche perché sapevo che sarebbe passato dall’IFC Center, quindi ho detto, ok aggiudicato, e sono andata.

Presentato al Festival di Cannes nel 2017, al Sundance Film Festival e all’ultima Festa del Cinema di Roma, “The King” nasce da una domanda, semplice e originale insieme. Perché non fare un road movie che attraversa tutta l’America, from coast to coast, New York City to Los Angeles, come nel più classico dei miti americani, a bordo della Rolls Royce appartenuta a Elvis, e raccontare il Re, raccontando l’America? Perché non mettere il regista alla guida e farlo incontrare con personaggi vicini al Elvis, oppure suoi ammiratori comuni, oppure suoi ammiratori famosi, tra cui Alec Baldwin, Ashton Kutcher, Ethan Hawke, Mike Myers? Perché, lungo il percorso, non caricare a bordo della Rolls Royce gente normale, che il Re, l’hanno visto magari in tv, o ascoltato alla radio, o conociuto “solo” attraverso la sua musica?
Nessuno se n’è uscito con risposte negative a tutti quei perché, quindi il documentario è stato girato. Per fortuna, aggiungo, perché “The King” non è il classico biopic che riporcorre peddissequamente la vita del padre del rock&roll, ma è la metafora di un’America che scopre il fallimento del sogno americano. La parabola di una star che per tanti anni ha rappresentato il mito supremo del sovvertitore che entra nella stanza della musica e cambia le regole, convincendo praticamente tutto il mondo che l’ordine nuovo, quello del rock, è quello giusto, quella parabola di vita, disseminata di tantissime ombre, sfruttamenti, e tante balle, coincide fatalmente con la caduta del sogno di una nazione.
Gli Stati Uniti hanno plasmato per decenni — well, secoli — il modello di paese che volevano essere. Il paese della libertà e della ricerca della felicità individuale. Ci hanno creduto sin dal primo momento, tanto da infilare quei due punti d’oro — libertà e ricerca della felicità individuale — nella Costituzione. La convinzione per cui se lavori sodo, in questo paese, puoi diventare tutto ciò che vuoi, è la spina dorsale su cui questa nazione s’è retta in piedi dal Far West(ern) avanti. Per tanti anni, questa convinzione ha trovato un riscontro nella pratica. Milioni di immigrati da ogni dove hanno ascoltato questo ritornello, vi hanno intravisto una possibilità, e sono saliti sulla prima nave con destinazione USA. Ma una volta arrivati in questo paese hanno capito che no, le monete non crescono, gigantesche, sugli alberi — come Emanuele Crialese ci ha mostrato, magistralmente, nel suo meraviglioso “Nuovomondo”. L’America è sempre stata landy of plenty, terra dell’abbondanza, fino a un certo punto. Per tutte le occasioni che ti mette sul piatto, in qualche modo, ti presenta il conto. Questo succede in ogni stato, beninteso. Diciamo che in America, per molti anni, le occasioni sono sembrate molto vantaggiose in proporzione al conto. Questo grazie allo straordinario lavoro narrativo che l’America ha fatto di sé — draghi del marketing che sono sempre stati. La boccia scintillante di questo sogno, se guardata bene da vicino, presenta tutta una serie di incrinature così profonde da spingere a una revisione radicale del fenomeno. Elvis ne è l’esempio.
Nato nella poverissima Tupelo, Mississippi, e trasferito con i genitori a Launderdale Courts, quartiere popolare, e nero di Memphis, Elvis cresce con il blues tutt’intorno, che poi sarà la fonte principale della sua msica.
Questo è un punto molto dibattuto intorno alla figura di Presley. C’è chi sostiene che Elvis fece tutto da solo, che inventò il rock, e che se proprio proprio vogliamo andare a cercare il pelo nell’uovo e far polemica, l’arte funziona così da che post-modernismo è post-modernismo: si ruba, si cambia, si personalizza.
Di tutt’altro avviso buona parte della comunità — e dell’intellighenzia — nera, che giudica invece indebita l’appropriazione di Elvis della musica black. Se per esempio chiedete al rapper Chuck D dei Public Enemy, lui vi dirà, come dice fuori dai denti nel documentario, che Elvis si è approfittato della musica nera senza mai sprecarsi in un “grazie”, né schierarsi in momenti in cui lo schieramento politico di una star del suo calibro avrebbe potuto fare un’enorme differenza: Elvis non ha mai preso parte a manifestazioni di alcuna sorta, preferendo trincerarsi invece dietro al paravento dell’“io faccio l’artista, non mi occupo di politica”.
Elvis è il cantante che, all’età di 20 anni, quando cominciava a mietere successi a destra e a manca, riceve la chiamata dello zio Sam, si addestra, e parte convintissimo per la Germania. Il ribelle che ha portato il rock sui palchi, nei juke-box e soprattutto nei corpi e nelle menti di una generazione, quel ragazzo diventa il “good soldier boy” che parte per difendere il suo paese. Una volta rientrato in patria, Elvis non è più quello di prima: dicono di lui che, “He left as James Dean. He came back from the war as John Wayne”.
E per dieci anni, Elvis si mette a girare commediole romantiche di poco conto a Hollywood, perché Hollywood gli piace da morire e vuole far parte di quel mondo. Il suo indubbio sex appeal, accompagnato alla sua musica nuova e alla presenza prezzemolina sul grande schermo gli regalono una celebrità forse mai conosciuta prima da nessuno. Intanto l’America diventa l’America delle cose: Caddillac lustre come caramelle dentro drive-in pieni di film made-in-Hollywood, villette a due piani con la moglie e il suo grembiule, il marito in ufficio a lavorare sodo per comprare lavatrici e vacanze, e i figli con le dita nel burro di noccioline e un piede al college. L’America della mercificazione, che non risparmia i suoi miti, anzi, ne fa il loro primo strumento. Elvis diventa un prodotto. Un ciuffo, una tuta di pelle bianca. L’immagine si scolla dalla realtà e la persona finisce nel baratro in mezzo.
Le scene di Elvis alla sua ultima apparizione pubblica, gonfio, sudato, farfugliante, pochi giorni prima della morte, a 42 anni — 42 anni! Sono rimasta sotto shock per mezz’ora: pensavo fosse sull’orlo dei 60 — quei fotogrammi, ci suggerisce il regista, sono il parallelo di quello che è capitato all’America. Un sogno che fiorisce su una terra d’incubo —piagata dalle ingiustizie sociali, per non parlare di quelle razziali — e che finisce per infrangersi, guess where?, contro un certo Donald Trump. Il documentario si conclude proprio su di lui: alla fine di questo viaggio attraverso l’America del capitalismo spinto ai massimi livelli, rodei frequentatissimi e diner fermi al 1960, l’America di eroi tragici che vedono la propria persona soccombere al propio personaggio, come Elvis, non ci meravigliamo di trovare, come presidente, un Donald Trump. It makes sense, a hell of a lot.
Un americano che guarda “The King”, esce dalla sala abbattuto. L’ho visto nel pubblico — e i newyorkesi hanno il pelo sullo stomaco, oltreché una gran consapevolezza della loro storia. Anche un’immigrata esce dalla sala abbattuta — checché estasiata dalla qualità del film. Per quanto il sogno americano sia ormai un oggetto da museo, vederlo rottamare così, lucidamente ma anche poeticamente — ci sono delle riprese molto toccanti nella loro semplicità — assesta l’ennesimo colpo nel corpo del mondo malandato che siamo.

Ho chiesto al regista se il film sarà distribuito in Italia. E sì, ha confermato che sarà distribuito, quindi non perdetelo per nessun motivo nessuno.

E anche per stasera sono stata lunghissima. Ma ho finito. 🙂
Ho aggiornato il Frunyc III. Troverete moltissime opere di Alberto Giacometti. Si è inaugurata al Guggenheim una personale talmente personale da piantarci le tende e non schiodarsi più dal percorso spiralitoso del museo.
Troverete anche degli scatti “naviganti”… Domenica in barca, con minuto di silenzio accanto a Ellis Island, saluto alla Statua della Libertà, puntata a Freshkills Park, e circumnavigazione di Staten Island.
Un weekend così generoso ne porterà uno sciagurato per riportare gli equilibri in zona commedia-tragedia?
Speriamo di no … 🙂

Ora i ringraziamenti, e i saluti, stentatamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...

Leave a Reply