LET’S MOVIE 379 da NYC commenta “SORRY TO BOTHER YOU” di Boots Riley

LET’S MOVIE 379 da NYC commenta “SORRY TO BOTHER YOU” di Boots Riley

Momath Moviers,

Sì, oltre il MoMA, il Momath. Che sta per National Museum of Mathematics. Cugini di primo grado, direi.
La matematica mi è sempre stata avversa, e le cose non sono cambiate con il mio trasferimento a New York. Certe cose non cambiano, anche se lo vorremmo. Cioè, davvero avrei sempre voluto appassionarmi a Eulero, ai logaritmi e alle equazioni esponenziali. Ma proprio non c’è mai stato verso. Dev’esserci un dente mancante nell’ingranaggio che regola l’apprendimento matematico nel mio cervello. Ci ho sempre litigato molto, con questa evidenza.
Ma andare al Momath qui, non è stato il mio modo per far pace con il mondo di seno e coseno. Sono stata attirata da un incontro.
“Calculated Movements: the Surprising Connections Between Maths and Dance”.

Anche la location ha fatto la sua parte. Il Momath sta sulla 26esima strada, in quel quartiere che si chiama NoMad — nome che, malgrado la negazione, è pazzesco. NoMad sta per North of Madison (Square Park). Tra la Quinta e la Madison. Detto così magari vi risulta anonimo. Ma se io vi dico Flatiron Building, magari nella vostra immaginazione spunta l’edificio triangolare a forma di ferro da stiro parcheggiato fra la Quinta e la Broadway. Da qualche anno la zona ospita anche una delle due sedi newyorkesi di Eataly — caso mai interessasse, a me non interessa, ma non voglio fare la censora. A parte il parco in sé, piccolo e raccolto, sempre arredato con pezzi di arte contemporanea intelleggibili ai pochi, la zona mi piace molto. C’è un triangolo di tavolini e sedie di fronte al Flatiron, come se l’edificio vi si rispecchiasse e il riflesso, per qualche strano effetto dell’ottica metropolitana, abbandonasse le sembianze edili, assumesse quelle cortili (!), e si trasformasse in un giardino in cui tutti sono liberi di sedersi. Li accanto spunta anche un orologio, dono di Tiffany&Co alla città, con il quadrante tondo, i numeri romani: vi fa pensare alla New York del passato, quella da cilindro e guanti di mussola, e degli amori sbocciati al tavolino di un caffè.
E poi a pochi passi c’è la Rizzoli Bookstore, dove trovate l’Italia in libreria. Così se vi viene voglia di un libro in italiano, basta che varchiate la soglia, e vi par di stare a Milano, con tutto quel legno scuro, quelle lettere dorate.
Un altro punto a favore del Momath? Sta a due isolati dall’FIT. Niente metro, giusto una passeggiatina.

Per quanto sia sempre stata attratta dalla danza, e per quanto sia stata spinta dai motivi di cui sopra, ci sono andata soprattutto per questioni antropologiche. Per vedere chi frequenta questi eventi nerdoidi nel seminterrato di un museo, in piena estate, quando New York, là fuori, è tutt’un tripudio di film e concerti all’aperto.
Naturalmente sono l’ultima ad arrivare — e stavolta non posso nemmeno incolpare la metro. La sala nel basement è gremita. Trovo un posto libero a circa metà della sala. L’età del pubblico copre tutte le generazioni dal pre-World War II in poi — pre-babyboomers, babyboomers, generazione x, millennials, post-millennials. La quantità di Birkenstock ai piedi di uomini, donne e bambini ti fa riconsiderare l’eleganza delle Espadrillas. Nella mia fila c’è una donna, sulla sessantina. Ha un viso che non ricorderò. Ma di certo ricorderò l’orologio al polso: sotto il quadrante c’è un pallottoliere d’oro.
Se voi ora mi chiedete di cosa ha parlato il conferenziere, io non ve lo saprei dire in modo esaustivo. Ho preso degli appunti, come tanti dei presenti. Ma mentre io lo facevo per Lez Muvi, loro lo facevano per chissà quali nobili matematiche ragioni.
Vi riassumo il tutto così. Il conferenziere Karl Schaffer, un matematico che fa anche il coreografo (!), ha cercato di far luce sui modi in cui matematica e danza si ispirano reciprocamente. Per farlo, è partito da “Rhythm and Dance Mathematics”, un saggio del 1964 di un tale Joseph Chia, che giaceva dimenticato in qualche biblioteca e che Karl ha riportato alla luce — quanto pattern americano anche solo qui!
Le intersezioni fra danza e matematica riguardano diversi settori. Forma e geometria, spazio e tempo, simmetria, struttura e ricorrenza, e ricerca di soluzioni eleganti, coerenti, in qualche modo logiche.
Fra le cose interessanti che ho sentito, dopo una fila di ovvietà molto ovvie, è che sia le arti che le scienze sono modi per comprendere il mondo, e che matematica e danza esplorano, e giocano con questo, con la metafora del mondo.
Ciò che più mi ha impressionato dell’evento, è stato l’approccio “let’s do it together” di Karl. Siamo partiti dimostrando delle tassellazioni ritmiche — la tassellazione è un concetto assai affascinante che indica la piastrellattura dello spazio atteaverso un insieme di poliedri adiacenti che lo ricoprono tutto senza lasciare buchi vuoti. Una specie di tappeto, con i poliedri al posto dei motivi cashemere. Attraverso la tassellazione ritmica, noi del pubblico alzavamo e muovevamo le braccia all’unisono a seconda delle istruzioni di Karl. Visti dall’esterno, dobbiamo essere sembrati una squadra molto affollata di nuoto sincronizzato in assenza di nuoto.
Poi siamo passati a riprodurre delle simmettrie in linea, e il concetto era più o meno lo stesso, ma qui, ripetevamo le figure suggerite da Karl attraverso riflessione, rotazione e scivolamento (reflection, rotation, glide — segnateveli) a noi del pubblico s’ingarbugliavano molto le braccia. Soprattutto alla sottoscritta — la mancanza del dente di cui sopra si fa sentire in momenti come questo.
E poi, non so bene come, siamo finiti a costruire un fingers octahedron, un ottaedro di dita, con il compagno di posto. Il mio compagno di posto era una specie di Mastro Lindo molto nerd e molto signore, che sull’assoluta mancanza di coordinazione digitale del vostro Board non ha proferito parola, arrivando persino a mentire. “There you go”, ha commentato, mentre le nostre dita non solo non formavano un ottaedro, ma nemmeno un misero cubo —che pure i ragazzini presenti all’incontro, e sicuramente iscritti alle Olimpiadi della Matematica, erano stati in grado di formare.

Vi racconto tutto questo più che altro per dirvi dell’entusiasmo e della partecipazione con cui il pubblico ha risposto a Karl. Una selva di mani alzate in corrispondenza dei due momenti di “cercasi volontario”. Persino io, avversa alla materia, mi sono fatta coinvolgere, e ho preso parte a queste strane danze matematiche da seduti, senza distinguere bene la luce alla fine del tunnel, ma riponendo fiducia in quelli accanto a me che evidentemente la vedevano eccome, la luce.

Questo vi spiega un po’ come sono i newyorkesi. Dei partecipatori attivi. Noi italiani siamo più passivi. Forse le cose stanno un po’ cambiando anche in Italia: i musei di ultima generazione ce la stanno mettendo tutta per cavare del coinvolgimento dalle persone. Il modello di Ted e TedX — modello americano, of course — ha dato una mano in questo senso. Ma diciamo che una conferenza, in Italia, è più o meno sempre ex cathedra. Il conferenziere lassù, noi quaggiù.

Però c’è un però. Se da un lato ai newyorkesi piace molto “il gruppo”, condividere con gli altri, fare squadra, possono essere anche estremamente critici e insofferenti verso gli altri.

Qualche giorno fa m’incontro con un amico, newyorkese da una vita. Talmente newyorkese da abitare all’Ansonia, quello splendidissimo palazzo sulla 74esima e Broadway che, nei decenni, ha ospitato Caruso, Toscanini, Rachmaninoff, Mahler, Stravinsky, fino ad arrivare ad Angelina Jolie e Natalie Portman.
Finiamo sull’argomento “metropolitana”.
The worst part of my day is the commute, dice.
Calcolate che il suo tragitto pendola tra l’Ansonia e il Chrsyler Building — vivere all’Ansonia e lavorare nel Chrysler Building: a volte la vita è davvero sciagurata, eh…
Intuisco dove vuole andare a parare, e lo incalzo, per vedere fin dove arriva. Soprattutto per vedere quanto regge la political correctness che perseguita ‘sti americani.

Regge molto poco.
Why so?, gli chiedo io.
People are crazy. I try to avoid eye contact as much as possible, keep my eyes down. You’ll never know how they are going to react.
..
E via su questo tono.

Forse avrete capito che per me, la metropolitana, è un luogo seminale della mia esperienza qui. Non dico bello, piacevole, pulito ed efficiente. La metropolitana newyorkese è tutto l’opposto. Ma è una finestra sugli infiniti mondi delle persone che abitano la città. Il mio libro di poesie si può dire sia nato lì. E tantissime foto che trovate nel Frunyc III — be’, in tutti e tre i Frunyc — sono istanti rubati ai passeggeri, al trantran — traintrain — quotidiano. Gurdate un po’ questa, intitolata “Covers”.

Cerco di spiegargli il mio punto di vista. Io non voglio vedere il mondo così. Pensare sempre il peggio, intuire solo il marcio. Quel tipo di atteggiamento è attivo e imitativo, cioè ricrea la situazione che tu temi. Se temi i brutti incontri, sarai portato a fare brutti incontri.
Credo molto nel potere catastrofico della paura, nel domino di disastri che provoca. E’ per quello che le faccio lo sgambetto, e assumo sempre un atteggiamento di stupore. Nella mia vita, questo atteggiamento mi ha sempre ripagato.
Tutto questo avviene mentre decidiamo cosa fare. Il film che dovevamo vedere è soldout e quindi urge un piano B. Propongo un paio di film all’aperto. Uno di questi è al Marcus Garvey Park, ad Harlem. Un altro al Transmitter Park di Greenpoint, Brooklyn.
“Never been to neither of them”, il suo comment, che vuol dire, manco morto ci metto piede.

Questa cosa mi capita abbastanza spesso. E non smette mai di sconvolgermi.
Cioè, mi dico. Abiti da anni e anni a New York, e non sei mai stato al Marcus Garvey, o a Greenpoint?
Per farvi capire. Il Marcus Garvey Park è all’altezza della 125esima. Stiamo parlando dell’Harlem storica, tranquilla, tranquillissima, gentrificata, non l’Harlem alta — quella in cui, per dirvi, ho abitato un anno (!), senza essermi mai sentita minacciata un solo secondo di quell’anno di vita…
Lo stesso dicasi per il Transmitter Park, un parco nuovo nuovo affacciato sulla skyline di Manhattan, davanti all’East River, che sorge accanto all’East River Park, dove ho visto i fuochi il 4 luglio. E’ una zona di Brooklyn rimessa a nuovo ormai da anni, abitata da famiglie e giovani professionisti, non da gang di pusher e discendenti dei Corleone.
Perché non ci sei mai stato?, chiedo, intuendo la risposta.
Non m’interessano, preferisco altre parti della città in cui c’è meno probabilità di fare brutti incontri…
“I know it sounds bad”, aggiunge, vergognandosi. La political correctness deve pur uscir fuori da qualche parte.

A me non interessa proprio se “par brutto da dire”. Me ne infischio proprio. Voglio solo capire cosa si muove dietro a questa paura.
Provo a spiegare che la New York post-Giuliani è una città sicura, in cui il tasso di criminalità è ai minimi storici. Provo anche a chiedergli se non sia curioso di esplorare quartieri che non conosce e che potrebbero soprenderlo.
Mmm, not really. I like where I live. I feel safe there.
Safe.
Al sicuro. Certo, in pieno Upper West Side il massimo che può capitarti è essere aggredito da un dodicenne che cerca di venderti i cookies per beneficenza.
Cerco di mantenere un contegno, ma sento dentro le solite fiamme della discordia. Cerco di spiegargli la mia teoria della paura che crea danni e della quantità di meraviglie che, così facendo, si nega.
Lui concorda, ma solo per gentilezza, e per non alimentare l’incendio che forse ha percepito montare dentro di me.

So che ci sono moltissimi newyorkesi che la pensano così. Anche vicini a me. Bob, il mio house-mate, in 60 anni di New York, non ha mai messo piede a Brighton Beach. Steven, il mio pupil con decenni di residenza a Chelsea, è stato a Coney Island un’unicaa volta, l’estate scorsa, e solo per arrivarci in bici.
Forse sono io quella troppo easy, quella che non si fa mai problemi di sorta a spingersi in zone che l’amico dell’Ansonia, o Bob o Stephen, considererebbero poco raccomandabili. Poi, guardacaso, è sempre in quei posti lì che trovo i sorrisi che ti sciolgono e ti accolgono, oppure gli occhi che contengono l’intera storia di un popolo.

Il film è saltato, il piano B naufragato, e rimaniamo a parlare del più e del meno, nella zona 100% safety del Lincoln Center.
Non vedo l’ora di andarmene a casa. La paura è contagiosa. E non voglio prendermi quella malattia. Non voglio vivere una vita menomata.

Il film di questa settimana sta facendo ridere e ammattire New York — e me. “Sorry to Bother You” di Boots Riley.
All’uscita della sala, questò è stato il commento di uno spettatore che camminava davanti a me
“What the f*ck did I just watch?!” E credo che possa riassumere bene l’esperienza. 🙂

“Sorry to Bother You” è una bestia che si muove fra la commedia surreale, il demenziale, così come la critica allo status quo sociale, razziale, economico.
All’inizio del film, l’afroamericano Cassius “Cash” Green è uno squattrinato millenial alla ricerca di lavoro. Pur di lavorare, farebbe carte false — premi falsi, nel suo caso, nel senso che falsifica trofei e targhe “Impiegato dell’anno” — e “fortuna” vuole che lo assumano in una società di telemarketing. All’inizio Cassius davvero non si vede nel ruolo, e arranca. Ma un collega gli insegna a fare “la voce da bianco” e gli assicura che con quella, riuscirà a vendere molto di più che con quella da nero remissivo. E questa è la svolta. Cassius, con la voce da bianco, riesce a vendere e vendere fino ad aggiudicarsi la promozione, diventare un “Power Caller” e ascendere ai piani alti della società.
Dal garage sgangherato dello zio, Cassius finisce a vivere in un super loft, Maserati sotto il sedere e guardaroba firmato. Ma non tutto è oro quello che lucicca. Cassius scopre che questa società di telemarketing per cui sta lavorando altri non è che la WorryFree, una compagnia che vende manovalanza di schiavi, facendosi passare per una specie di colonia alternativa gestita dal CEO Steve Lift, un cocainomane esilarante interpretato da Armie Hammer. La WorryFree rappresenta tutto ciò contro cui Cassius, la sua compagna artista Detroit e i loro compagni del sindacato si sono sempre scagliati.
Non vi dico come va a finire, ma vi dico cosa Cassius scopre — scoperta che svolta il film in un modo assolutamente imprevedibile. La WorryFree ha trovato una sostanza da pippare che tramuta gli uomini in esseri fra l’umano e l’equino: i lavori pesanti vengono fatti svolgere a questi cavalli umanoidi che hanno una forza quattro volte superiore a quella dell’uomo, e che vengono tenuti in cattività.
Ora tutto questo potrebbe sembrarvi molto molto marx-fantasy. E un po’ lo è, ma aggiungeteci un golosissimo “horror” davanti e inseritelo all’interno di un contenitore comico-demenziale alla Big Lebowski.
Il regista — che scopro essere un musicista alla sua opera prima con un passato di militanza anticapitalista — riesce a mantenere un equilibrio fra il non prendere tutto troppo sul serio — e non farlo prendere a noi — e il restituire, attraverso il comico-distopico, una visione del mondo tremendamente realistica, esprimendo al contempo la preoccupazione verso le derive assurde raggiunte dal capitalismo spinto del terzo millennio.
Il risultato è un film inventivo, sbarellato, politicamente meraviglisamente scorretto, infarcito di battute demenziali da manuale e delle scene a dir poco esilaranti — un party di bianchi che incitano Cassius a rappare anche se lui non ne è minimamente capace, e Cassius che, per togliersi dall’impasse, se ne esce con un “Nigga shit, nigga shit, nigga nigga shit!” sollevando l’entusiasmo generale dell’idiozia bianca.
Tutto questo però non è fine a se stesso, e la critica che Riley scaglia contro il sistema si allinea a quella dei maestri del cinema engagé. Solo che lui non usa la boria o la scuola — o la noia — per farlo. Si costruisce un suo personalissimo linguaggio sopra le righe in cui l’eccesso è il lessico, il grottesco è la sintassi e il dissenso la semantica.

Ci sono cosucce che magari non funzionano, come la lunghezza — troppo lungo — e magari il finale, che avrebbe potuto essere ancora più sensazionale, forse. Ma l’impianto, nella sua imprevedibilità e nella sua assurdità, tiene benissimo. Come la proposta che il CEO cocainomane fa a Cassius (e che gli aprirà gli occhi): in cambio di 100 milioni di dollari (!), essere il futuro Martin Luther King equino per la popolazione dei cavalli-manovali. In questo modo, i cavalli-manovali avrebbero un leader spirituale, che però sarerebbe controllato dall’establishment…
Non ci vuole un genio a capire che Riley sta criticando aspramente — attraverso la satira — il mondo degli americani di oggi (di sempre?), che si lasciano comprare, brutalizzare e sfruttare da un sistema sociale, razziale, economico dentro il quale sono imprigionati e asserviti.
Quello che il regista è riuscito a fare è ricreare un mondo fittizio, grottesco e surreale che tuttavia risulta riconoscibilissimo dallo spettatore, e che scopre i punti nevralgici della società americana — capitalismo insano e razzismo. Un po’ quello che aveva fatto George Orwell con “Animal Farm”.
La domanda retorica dello spettatore — “What the f*ck did I just watch?!” — racchiude bene il senso di spaesamento/sbornia/overdose con cui uscite alla fine del film. Ci vuole un po’ di tempo per unire tutti i puntini e digerire quello che si è visto. Ma che gioia, trovare una voce nuova che non ha paura di far vedere quello che si vede quotidianamente e che non si vuole vedere!
Ridley ci fa ridere prendendoci a calci nei denti.
Questo fa la vera satira. Bene e male, insieme.
Non perdetelo per nessun motivo nessuno!

E anche per oggi siamo arrivati in fondo.
Frunyc III aggiornato, ringraziamenti sentiti e saluti, matematicamente cinematografici.

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