LET’S MOVIE 380 da NYC commenta “GENERATION WEALTH” di Lauren Greenfield e augura HAPPY SUMMER!

LET’S MOVIE 380 da NYC commenta “GENERATION WEALTH” di Lauren Greenfield e augura HAPPY SUMMER!

Forty-four Fellows,

appartamento N, al 124 della 60esima Strada, West Side. Questo è l’indirizzo.
Arrivando all’edificio, mi chiedevo se, essendo quarantaquattro, vigesse la regola dei gatti in fila per sei. Poi mi sono fatta distrarre dalla categoria “oro zecchino” del palazzo, e lo Zecchino d’Oro è slittato in secondo piano.
Se dico 60esima Strada West Side, ora che siete un po’ pratichi della città, sapete dove collocarlo. Columbus Circle, Warner Center — quel palazzo di vetro che dà sulla tanto problematica statua di Cristoforo Colombo — e naturalmente l’ingresso a sud di Central Park, la zona più battuta dai turisti che affliggono, ehm affollano, la città. I calessi partono da lì, così come i pedicab — quei risciò a pedali importati direttamente da Saigon, ma orfani di Mekong — e le bici a nolo partono da lì. Mano a mano che vi spostate al centro e al nord di Central Park, il parco diventa sempre più local, sempre meno global. Meno selfie, meno stick. Praticamente un ritorno graduale all’analogico dopo isolati digitali.

Mi s’invita per interposta persona, che non può presenziare all’evento. Questo significa che non conosco nessuno, e non so assolutamente cosa aspettarmi. A dirlo con il senno di poi, fa sempre molto Miami Vice, ma con il senno del durante, fa sempre molto, chissà dove capito adesso.
Le perplessità, tuttavia, sfumano appena infilo la testa nella fessura della porta lasciata socchiusa dell’interno N. Innanzitutto nessun cartello “please remove your shoes” — una rarità che potrebbe finire in qualche rubrica del New Yorker.
Con i tacchi ben ancorati ai piedi, entro nell’appartamento.
Mi accoglie Gretchen, un’artista di video istallazioni che comincia subito a parlarmi della sua arte, con termini tipo “intersection of aloneness and togetherness”, puntualizzando che recentemente si sta occupando di “narrative multisfaccettate che rimandano a vicende umane e di violenza, insistendo sulle lotte di potere attorno ai concetti di razza, classe genere e sessualità” — o qualcosa del genere.
Il talento degli americani di farti un pitch tutto d’un fiato in sessanta secondi mi sbalordisce ogni volta. Capisco da subito che è un cervello con del corpo intorno.
Mi piace da subito.
Se questo è l’inizio, cosa avrà in serbo il proseguio?, mi chiedo, mentre prendo le misure dello spazio in cui mi trovo.

Lo spazio in cui mi trovo non è un loft da mille metri quadrati. E’ un loft con uno zero, in meno, 100 metri quadrati, o qualcosa in più, ma organizzati talmente bene, talmente intelligenti, che qui si vede la mano di un esperto.
La parete a ovest è tutta di vetro. Il che significa che soltanto quella parete di vetro vi separa dalla Columbus Avenue, dalla Broadway, da Columbus Circle.
Mentre Gretchen parla, noto, sulla destra, una porta finestra. No kidding…, mi dico. E da quel momento non faccio altro che pensare al balcone di fuori, e ai 43 piani di dislivello sotto, e alla voglia carnale che ho di sperimentare il trovarmi sospesa nel vuoto urbano, con una misera ringhiera come riparo.

Ricerco sempre l’ebrezza dell’altezza metropolitana — non essendo interessata a quella montana, ho trovato la sostituta cittadina. Tante città hanno la loro brava torre o il loro bravo marchingegno verticale, su cui poter testare la (forza di) gravità delle vertigini. Torino ha la sua Mole, Venezia ha San Marcocon la sua Torre, Vienna la Donau Turm, Parigi l’Eiffel, Londra il Millennium Wheel, Amsterdan l’A’DAM Lookout, Boston ha la colonna del Bunker Hill Monument, Chicago la Willis Tower, Toronto la CN Tower, Auckland la Sky Tower. A New York non avete che l’imbarazzo della scelta, ma la lotta è un po’ fra il passato e il presente, fra l’Empire State Building e la Freedom Tower.
Quelle altezze mi hanno attirato tutte tutte. La più spaventosa — e la più fun — è la Willis di Chicago, che ha degli inserti di vetro nel pavimento che ti permettono di sostare sostanzialmente nel vuoto. Anche la Sky Tower di Auckland non se la cava male: le vetrate a sbalzo sul nulla sono inclinate, quindi i turisti che non soffrono di vertigini posso semisdraiarsi sui vetri e immaginare di riposare lì, sul nulla.
Ma in tutti i casi di cui sopra, c’è sempre un vetro o una grata a proteggervi dal sottostante.
Non mi è mai capitato un appartamento al 44esimo piano con un balcone.

Prima di uscir fuori però, conosco il padrone di casa, Carlos. Dato che è stata Gretchen a darmi il benvenuto, deduco sia lei, la first lady. E invece prendo un granchio grande e grosso quanto quelli del Maine.
La first lady è Jeff!
Avrei dovuto capirlo immediatamente: un allestimento impeccabile come quello che mi si para davanti può essere solo frutto di menti e mani gay.
Ho raggiunto questa conclusione. Qui a New York, il massimo di raffinazza si ha solo da menti e mani gay. Gli etero newyorkesi potranno sforzarsi per tutte le generazioni a venire, ma commetteranno sempre quell’errorino, quell’imperfezione, che li farà retrocedere di uno scalino rispetto alla vetta raggiunta dai gay. Se questo vi sembra discriminatorio, va be’, mi si consideri una discriminatrice.

Innanzitutto l’arredamento non ha nulla di immediatamente riconoscibile e per questo replicabile ad infinitum dall’IKEA. Niente Mies Van Der Rohe, niente lampade Floss. Niente dèjà-vu, per quanto di classe. Lo stile è moderno, ma ha qualcosa di caldo. Certe forme smussate, certi legni dolci, che il minimal di massa che siamo abituati a vedere non osa. Il divano non è bianco: i padroni di casa sanno che il bianco è il peggior colore per l’ospitalità: se vuoi invitare gli amici, il bianco ti schiavizza. Meglio un tabacco che si sposa con delle sedie in legno dalle linea contemporanee, but again, morbide, anni luce da Rietveld.

Il cibo è disposto con cura certosina. Di quella che solo in certi ristorante in Italia. La coppia si è appoggiata certamente a un catering perché non c’è odore di cibo, eppure il tavolo ospita gamberoni alla griglia, bocconcini vari e finger food che certo non sono usciti dalla cucina di Jeff e Carlos.
Le fragole sono disposte a ottaedro — grazie Momath! — su un alzata di vetro, in religiosa attesa della vostra bocca.
Noto le porcellane. Mi viene da dire tedesche. Un filo d’oro percorre le circonferenze dei piatti e sfocia in due lettere: C e J. Plastica e carta banditissime: in casa di Carlos e Jeff si mangia sulla porcellana e si beve nel vetro — prendiamo tutti lezione.
Jeff si dà un gran daffare ad assicurarsi che gli ospiti abbiano il bicchiere pieno di quello che preferiscono. Rosso, bianco o rosé. Ma lo fa con discrezione, senza insistere. Quando mi si avvicina e fa per riempirmi il bicchiere, io chiedo perdono, come sempre faccio — l’avversione per il vino è una colpa urbi et orbi con cui convivrò per sempre — e gli chiedo dell’acqua. Lui mi rassicura e fa spuntare una caraffa d’argento con dell’acqua leggermente frizzante al suo interno.
L’acqua minerale nella caraffa d’argento.
Jeff, ti amo.

Una signora sulla -ina — sessantina? Settantina? Difficile dirlo — mi racconta di lui, Jeff. E’ un real estate broker che le ha trovato casa, nel Garment District, quartiere in cui non abiterei mai, se me lo chiedete, troppo vicino a Hell’s Kitchen, troppo vicino a Times Square, ma certo la signora sembra felicissima dell’acquisto. “Ho visto cinque agenti prima di lui. Niente da fare. A lui ho parlato dieci minuti, ha capito cosa io e mio marito cercavamo, e ci ha proposto tre case, fra cui, la nostra. Da allora ci frequentiamo sempre. E’ una persona magnifica”. E ho come l’impressione che lo sia davvero.
Con Carlos, fanno una coppia da rivista. E non per via dell’estetica — Jeff ha quella costituzione ovaleggiante di Humpty Dumpty prima della caduta dal muro e Carlos, qualcosa, ma non so cosa, di Robin Williams nei panni di Mrs Doubtfire. Ma la rivista sarebbe per immortalare la loro sintonia. Entrambi con camicia di lino, bordeaux per Carlos, verde oliva per Jeff. A loro agio tra la folla eterogenea che popola casa loro.
Carlos direttore di un programma di sostegno per artisti. Jeff il real estate broker. Un incastro perfetto.

Dopo una chiacchierata con un artista di Amsterdam — un Ronald qualcosa — in visita in città con la moglie, finalmente esco sul balcone. Ronald mi dice di no, che lui non se la sente. Anche gli altri, chi seduto sul divano, chi in piedi, non si avventurano fuori.
In effetti l’impatto è…impattante. Se tenete lo sguardo in orrizzontale, non ci sono problemi. Anzi, è una passeggiata dello sguardo en plein air. Davanti a voi, sulla sinistra, si stende Central Park, alla vostra destra spunta, vicinissimissimo, l’Empire — del resto da lì lo separano solo una ventina di isolati. Dritta avanti a voi, la Trump Tower, di cui tutti faremmo a meno. Se poi portate lo sguardo su, verso sinistra, incontrate il Lincoln Center e il MET. Se lo portate ancora più su, ecco l’Upper West Side, e poi il profilo di Harlem. Laggiù, davanti, l’East Side. E a destra intravedete la selva di grattacieli di Midtown.
So far so good, si dice così.
Il problema nasce se abbassate lo sguardo. Quarantaquattro piani senza una protezione davanti non sono come l’immaginavo. Immaginavo tanta altezza, ma non così tanta. Le macchine risultano grandi come il vostro dito mignolo — del piede. Il globo di Colombus Circle come una biglia.
La sensazione è quella dell’“e se”.
E se adesso la ringhiera crollasse e io la seguissi? E se mi sporgessi troppo e mi cappottassi? E se il cellulare mi sfuggisse di mano mentre scatto questa foto, povero cellulare, morto sul lavoro?
Sono tutte domande che tutti si fanno quando accostati al nulla, nothing special in them.
Ma io mi chiedo se non ci siano mani invisibili che ti reclamano da sotto e che ti trascinano giù, come in certi disegni medievali che raffigurano i cimiteri.
Il panorama è mozzafiato e la vista indicibile. Ma riuscirei a vivere con tutte quelle mani da sotto, tutti i giorni? Il rooftop di casa mia è solo al decimo piano, e ha dei muri di cinta che mi arrivano più o meno alle spalle: non c’è modo di sporgersi. Lo ringrazio per questo.

Rientro in casa e fingo di avere bisogno del bagno. I am curious as a cat, after all.
Fossi un pittore, avrei bisogno di quattro colori. Il bianco delle piastrelle, il grigio perla degli asciugamani, un viola magenta della dea orchidea che spunta sul trono massimo del WC, e il giallo “Acqua di Parma” — se in soggiorno avevamo l’acqua frizzante in caraffa d’argento, in bagno abbiamo ovviamente Acqua di Parma.
Uscendo, sbircio nella stanza di fronte, e no, non è una stanza per gli ospiti. E’ la stanza tv, con la tv, un divanetto e una chaise long davanti alla vista di cui sopra.

Torno da Gretchen, dall’artista olandese e parliamo di politica. Proprio quel giorno, lunedì, si è tenuto l’incontro fra Trump e Putin. Corsa volle, che io l’abbia ascoltato tutto, sentendo WNYC, su nel Bronx. E mentre correvo e ascoltavo, pensavo, be’, se Trump di qualcosa è maestro, è l’arte di leccare il cu*o ai russi.
Ridiamo del nuovo soprannome che a New York, in quelle poche ore, ha preso piede. Un soprannome che mai fu più azzeccato per Donald.
Putin’s bitch.
L’artista di Amsterdam continua a farmi notare che noi in Italia sappiamo cosa vuol dire.
Wuah ah ah.
“You have had twenty years of Berlusconi!”

Wuah ah ah.
Ogni volta che mi viene rivolto questo commento — e capita spessissimo — io mi trovo nella scomoda posizione, mai lontanamente immaginata prima, di togliere Berlusconi dalle peste del paragone, e puntualizzare che almeno lui, Berlusconi, di un qualche perverso talento e di un certo dubbio carisma è dotato. Con Trump navighiamo nel nulla cosmico. Non siamo nemmeno nella galassia del mono-neurone. Non c’è nessuna galassia in cui navigare.
Chi l’avrebbe mai immaginato che un giorno avrei dovuto “prendere le parti” di Berlusconi? E questo certo non lo faccio per salvare la faccia al Cavalliere. Lo faccio per salvare l’Italia. Gli italiani.
Tra le tante sfumature che tingono il mio rapporto con il balpease, c’è anche quella. Una sorta di protettività. Che capirete, fa a botte con certa selvaggia frustrazione che provo nei suoi confronti. Se doveste immaginare la posizione mia verso l’Italia in termini olimpici, utilizzate pure un campo di lotta libera.

L’artista di Amsterdam continua a ridere whuah ah ah di Berlusconi e a ripetere “How did you do, for twenty years? How did you cope?”.
Wuah ah ah. Wuah ah ah.
“We have coped with 2000 years of history, and a dictator in the 20th century. We have some experience on our side, you know…Wuah ah ah.
Wuah ah ah”. Rido-rispondo io, e non faccio nessun riferimento al colonialismo olandese in Africa e a come abbiano fatto loro, a sopportarlo. Non lo faccio perché sono una signora.
Gretchen, lì accanto, ha capito tutto, e viene in mio soccorso. “No one is in any way comparable to Trump”.
E questo per spiegarvi che la tenerezza per un paese esce fuori anche al 44esimo piano di un loft sulla Columbus.

Prima di passare al film della settimana, vi devo aggiornare su Lez Muvi. La settimana prossima il vostro Board vola alla volta del Vecchio Mondo, dopo un anno di Brand-New World. Come sarà, non è dato dire al momento.
Devo ringraziare due residenze per scrittori. Passerò la prima metà di agosto all’Hannah Creative Center di Castellvì de la Marca, nella crema di campagna catalana a 60 km da Barcellona. E la seconda parte di agosto salperò alla volta di La Gomera, che ho ribattezzato il soldino d’isola che è la più piccola delle Canarie.
Un movier a cui tengo molto, un po’ di tempo fa mi ha detto, farai Corto Maltese.
Sì, farò Corto Maltese! 🙂
Quindi, come ogni estate da nove anni a questa parte — nove!— Lez Muvi si prende una pausa e ritornerà a settembre, più forte e tonico che mai.
Non vi nascondo di avere una certa preoccupazione nel lasciare New York per quasi un mese. Non temo tanto il ritorno alla natura, quanto l’astinenza da metropoli. Quando hai ricevuto il morso della vita di New York, chi ti guarisce più?
Comunque, voi Moviers, nel frattempo, continuate a coltivare il cinema, e l’arte. E anche, soprattutto, l’umorismo. Siamo salvi anche grazie a loro.
Naturalmente spero di mancarvi fortissimamente. Così a settembre sarà ancora più bello ritrovarsi 🙂

Questa settimana sono stata al Lincoln Center a vedere un documentario che aspetto da febbraio — febbraio! “Generation Wealth” della celebre fotografa Lauren Greenfield. Quando aspetti da così tanti mesi, le aspettative schizzano alle stelle. E ci vuole un nulla a precipitare nel basement delle stalle. Non è questo il caso, ma ci sono dei ma.

Il documentario è un lavoro mastodontico che Lauren ha fatto riprendendo in mano qualcosa come mezzo milione di scatti realizzati nel corso di una vita professionale e personale. Greenfield ha sempre investigato, con sguardo antropologico, il ruolo della ricchezza nella società degli ultimi trent’anni, fotografando gli adolescenti di Beverly Hills (quelli proprio di 90210), oppure coppie di tycoon russi o cinesi immortalati dentro le loro magioni d’oro — che fanno passare Trump per un frugale. O ancora bambine di tre anni che ne dimostrano trenta, ai concorsi di bellezza in cui le madri sarebbero da denunciare. Anoressiche guarite, pornostar pentite, camioniste con la fissa della chirurgia plastica, businesswoman newyorkesi che hanno dedicato la vita ad accumulare soldi a palate e che, arrivate ai quaranta, fanno di tutto pur di avere un figlio.
Greenfield ha realizzato ottimi lavori fotografici nel corso degli anni su tutti questi soggetti, e ha deciso di tracciare un filo tra tutti e cercarvi un senso, partendo dal denominatore comune: la ricchezza. Dove ricchezza non è soltanto l’accumulo di denaro e possedimenti, ma anche un sistema per valorizzarci, darci valore. E il passo a vedere il corpo — e i corpi umani, ovvero le persone — come una merce, è brevissimo.
L’avete già capito: la carne al fuoco è tantissima. Giaigantico l’intento di Greenfield — una delle fotografe più stimate dell’ultimo ventennio, con mostre nei musei più importanti al mondo.
Le storie che vediamo sullo schermo e le domande che ci poniamo sono troppe, e non c’è il tempo di somatizzarle e digerirle in un’ipotesi di risposta perché subito siamo impegnati con il nuovo caso umano, il nuovo dilemma esistenziale.
Greenfield ha la foga di voler dire tutto, di voler far vedere tutto, e questo s’invera in una disorganicità che tuttavia comprendiamo. Scegliere cosa inserire e cosa scartare della propria carriera, progetti che l’hanno appassionata nel corso degli anni, dev’essere stata un’operazione molto faticosa. Come se non bastasse Greenfield ci mette del suo, nel senso che, parallelamente al discorso sulla ricchezza come fenomeno globale, inserisce la propria esperienza personale. Quella di una donna fotografa che, in nome della propria carriera ha sacrificato l’infanzia dei propri figli, affidandoli all’amato marito, e viaggiando per il mondo. Una fotografa figlia a sua volta di una fotografa altrettanto ambiziosa che aveva fatto la stessa cosa con lei, lasciandola al padre mentre inseguiva la sua carriera all’estero.
“Generation Wealth”, quindi diventa anche una specie di viaggio personale in cui la regista intervista la madre, il padre e i due figli adolescenti, per tirare un po’ le somme e capire come stanno le cose. Sua madre ha fatto danni con lei? Lei ha perpetrato questi danni con i suoi figli? L’ambizione è una trappola in cui entrambe sono cadute e che le mette sullo stesso piano dei ricchi che non riescono a uscire dalla spirale “I want more”?
Se da un lato la componente biografica della regista ci fa capire le rinuncie fatte e le perdite subite, dall’altro ci distrae dalla riflessione sul fenomeno wealth. E associare la dipendenza da lavoro alla dipendenza da denaro non fa che allargare ancora di più il girovita del corpo argomenti proposto. Per altro l’ultima mezz’ora risulta troppo smaccatamente nostalgica per i miei gusti: la nostalgia e il personale minano la lucidità con cui un documentarista dovrebbe guardare all’oggetto che sta trattando. E questo purtroppo succede anche a Greenfield che, in più, fatica a trovare dei legami fra le singole storie. E fatica anche a trovare una tesi che non sia la banale “i soldi non fanno la felicità”.

Forse una struttura a capitoli avrebbe conferito alla regista un contenitore in cui ordinare gli argomenti e le riflessioni. Invece così, siamo un po’ dei natanti trascinati nelle varie storie, senza una vera e propria direzione.
Malgrado tutti questi punti a sfavore, “Generation Wealth” è una grande radiografia che rivela quanto sia malato il mondo, e di quante malattie. Di tante dipendenze, soprattutto. Dal denaro, dallo status da mantenere, dal corpo — il rifacimento del corpo come versione del nuovo sogno americano è un punto molto interessante sollevato dal documentario — dal valore attribuito al voler rimanere eternamente giovani, ricorrendo alla schiavitù (inutile) della chirurgia plastica, dal sesso — sesso come estensione del commerciale e commerciabile in un contesto di cultura della pornografizzazione a cui siamo sottoposti — dalla dipendenza dalla tv e, oggi, dal web, che un esperto nel documentario definisce “forme di violenza per via del senso di inadeguatezza che si prova nei confronti dei modelli proposti.

Quindi quando arriverà in Italia, dateci uno sguardo. C’è sempre del piacere a vedere la decadenza nel suo farsi. E a proposito di decadenza, nel documentario uno studioso sostiene che le più grandi civiltà, dai romani agli egizi, hanno creato le loro più monumentali opere un momento prima di crollare. Questo ci fa guardare al livello di ricchezza a cui stiamo arrivando, con un occhio molto più preoccupato di quello occupato a valutarne la correttezza e il senso.

Qui trovate l’articolo su “Sorry to Bother You”, il film della settimana scorsa. Martedì il regista Boots Riley ha tenuto un talk al Lincoln Center. Non so per quale fortunoso meccanismo, ma sono riuscita a spuntare un biglietto tra la miriade di persone accorse. Che personaggio, Boots!

Ed eccoci arrivati alla fine. Tranquilli, un mese passerà in fretta e non vi accorgerete nemmeno che manco… O no? 😉

Frunyc III aggiornato al solito posto e saluti, stasera, vertiginosamente cinematografici.

Let’s Movie
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