Posts made in settembre, 2018

LET’S MOVIE 384 da NYC commenta THE SISTERS BROTHERS di Jacques Audiard

LET’S MOVIE 384 da NYC commenta THE SISTERS BROTHERS di Jacques Audiard

Mettete Moviers

un centinaio di donne in un club di Midtown, 55esima Strada tra la Settima e la Sesta, a due isolati dal MoMA.
Queste donne non sono donne qualsiasi.
Sono fémmene.
Italiane.
Di più.
Italiane con casa a NY.
Fanno tutte parte dell’NYIW, l’associazione che riunisce le New York Italian Women.
Tra loro figuro anch’io. 🙂

Ne avevo sentito parlare, dell’associazione, a inizio giugno, quando avevo corso l’Italy Run a Central Park, la corsa tutta italiana per festeggiare il Giorno della Repubblica.
Avevo visto questo gruppo di italiane tutte affiatate, con tanto di maglietta personalizzata e striscione, e mi ero detta, qui c’è odor di associazione, membership, e fee presumibilmente da capogiro.
E poi esclusività, elitismo, enclave.

Tutte le E dell’Ecco-anche-no.

Poi però, incuriosita, mi ero informata, e avevo scoperto che l’NYIW: “non è un movimento politico, né è una congregazione religiosa né tantomeno vuole promuovere la diffusione della cultura italiana all’estero”, e l’ultima specificazione mi era piaciuta persino più delle altre, che già mi piacevano assai.
In un estero in cui “promozione e diffusione della cultura italiana” è la cantilena che sentite ripetere da ogni bocca di ogni ente istituzionale a cui prestate orecchio, affermare chiaro e tondo che di promozione e diffusione della cultura, non ve ne frega niente, mi è sembrato un gran bel modo anti-establishment di cominciare.
“Scopo del gruppo è invece quello di favorire il networking, le collaborazioni lavorative e la nascita di nuove amicizie fra le partecipanti”.
E questo ci è piaciuto tantissimo, anche perché a New York incontrare le persone è facilissimo. Conoscerle, ben più difficile.
“Il gruppo è aperto ESCLUSIVAMENTE a donne italiane, di lingua italiana, già residenti a New York o in procinto di trasferirvisi nel breve termine”.
Dunque, italiana, lo sono. Di lingua italiana pure. Giù residente a New York, anche.
Non mi manca nulla! Ho tutti i requisiti, ho esultato, leggendo il “Chi siamo” del sito, rigorosamente in italiano.
Il gaudio è stato magno perché il possesso di tutti i requisiti mi sfugge sempre. Manca sempre qualcosa, di solito una cosa, e non puoi far parte di quel gruppo, non puoi far domanda per quel grant. I requisiti sono dei paletti che di solito si mettono sempre fra le ruote — non so le vostre, ma fra le mie sempre.

Nessun riferimento al lato economico: nessuna retta da pagare, o donazione da versare.
Ma seriously?, mi ripetevo, mentre gettavo il mio nominativo nella loro mailing-list.
Sì, seriously. E mi è arrivata, a giugno, la mail che augurava buona estate e “gli eventi riprenderanno a settembre, ciao care!”
Ecco toh, trovo un gruppo che m’ispira, e già vanno in vacanza, avevo borbottato, aggiudicandomi la fascia Miss Pazienza 2018.

Ebbene, sono state di parola, le NYIW. Due settimane fa ricevo un’invito al cocktail di avvio della stagione presso lo Showroom di Domenico Vacca.

Mi avevano parlato di Domenico Vacca appena arrivata. O meglio, mi avevano parlato dello Showroom Domenico Vacca. Una nuova idea di spazio commerciale, giacché unisce, sotto lo stesso tetto di una palazzina sulla 55esima, uno store di abbigliamento luxury uomo-donna, un caffè, una galleria d’arte, un barbiere, un salone di bellezza e un club con bar e terrazza.
“È unico nel suo genere”, mi avevano detto. E io avevo pensato, bah, una parrucchieria e una galleria d’arte insieme? Extension e art? Mm… Ero rimasta un po’ perplessa, ma altrettanto curiosa di visitarlo.
L’occasione è arrivata con le NYIW.

Mi presento, e capisco il posto. Estremamente posh. Abbigliamento sofisticato, stile tra Hermes e Vuitton, quel lusso lussuosissimo che non corrisponde al mio stile. Molto made-in-Italy sbattuto in faccia con tessuti di qualità, taglio italiano, e via al km zero.
Lo spazio in sé è obbiettivamente interessante. Soprattutto il cosiddetto club.
Domenico in persona mi spiega come funziona. “I membri pagano una fee, e partecipano agli eventi che organizziamo. Oppure affittiamo lo spazio a chiunque abbia bisogno di uno spazio”
Volpe d’un Vacca, penso fra me e me, ma evito per non scendere troppo nell’animalier.

Domenico è un tipo affabile, ma dietro l’affabilità c’è un impero. La palazzina che ospita lo showroom, ospita anche trenta appartamenti. Suoi. Trenta non sono proprio pochi, sulla 55esima.
Originario di Adria, Puglia, avvocato specializzato in diritto internazionale, trent’anni fa lascia l’Italia e si trasferisce a NY.
Sono gli anni d’oro, mi racconta, tutto diverso rispetto a oggi.

Vedo che è di fretta, e infatti salta tutta la parte sul punto da dove ha cominciato, su come abbia sviluppato il business, e atterra sul presente che vanta dieci flagship store sparsi in tutto il mondo, con una linea di moda disegnata da lui.

Domenico sparisce e compare Livia, la Presidente dell’NYIW, un folletto di donna che rimbalza da un lato all’altro del club in cui siamo ospitate.
“Non conosco nessuno”, confesso io, con il pensiero fisso al requisito che sicuramente non possiedo e che mi impedirà di rimanere.
“Allora sei nel posto giusto”, mi dice con un gran sorriso, e poi rimbalza via.

Scopro che la maggior parte delle donne non conoscono nessuno, il che è perfetto perché fa del club una barca su cui siamo tutte uguali.
Così ci si comincia a presentare a chiacchierare.
Di dove sei, cosa fai, con che visto sei qui, in che zona stai.

Ero convinta che avrei incontrato soprattutto italoamericane borghesi di mezz’età con un italiano stentato e dialettale, frutto dei ricordi di nonne italiane, e non di un’istruzione scolatica.
Assolutamente fuori strada. Come dicevano sul sito, le NYIW sono rigorosamente, anzi, ESCLUSIVAMENTE, italiane. Il poco inglese che sento sta nei miscugli che tutti gli expat fanno — facciamo.

La prima che incontro è Elena — o forse Eliana. Ricercatrice in fisica all’NYU. A New York da dieci anni. Accanto a lei, Rosa, arrivata un anno fa — dopo di me! Finalmente qualcuno dopo di me!
“Mio marito ha vinto la green card. Così ci siamo trasferiti”.
Rosa ci racconta che in Italia avevano un’attività — senza specificare in quale campo.
“Pagavamo il 70% di tasse. Strangolati… Allora siamo partiti”.
Usa questa parola. Strangolati.
Qui Rosa ha avviato la sua agenzia di organizzazione eventi, soprattutto wedding. Matrimoni qui e in Italia. “Perché chi è che non vorrebbe sposarsi in Italia? E chi è che non vorrebbe sposarsi a New York?”
Non fa una piega, in effetti.
Le chiedo come vanno gli affari.
“Bene bene”, mi risponde frettolosa, ma lo vedo che vorrebbe sconfinare nel superlativo: me lo confermano le due $$ che le brillano negli occhi.
“È che in Italia avrei impiegato sei o sette anni a fare quello che qui ho fatto in sei mesi”, dice con una frustrazione che mi è familiare.
Io racconto un po’ di me, e della mia storia.
“Meno male ragazze che mi ricordate quanto questo posto sia speciale”, interviene Elena o Eliana. “Da un po’ sento la nostalgia dell’Italia… Dieci anni qui sono tanti… Ma adesso mi ricordate quanto là sia impossibile… Per me, da ricercatrice, con l’intenzione di campare con la ricerca, era proprio impossibile…”
La sua non è frustrazione. È proprio tristezza.

Poi incontro Francesca. È la goccia d’acqua di un funzionario che lavora al Consolato. La mia gaffe ci fa conoscere.
Quanti anni avrà, Francesca? Dare un’età a queste donne è un’impresa, sono tutte piene di energia, di verve, di urbanità. Sembrano appena atterrate dalla galassia Cosmopolitan.
Facciamo che Francesca ha fra i 32 e i 37 anni. Gran bella ragazza. Lavora per una compagnia italiana affiliata — o afferente? — alla Nike.
“Come sei qui?”, mi chiede, che tradotto vuol dire che visto hai.
“Con l’O1”
“Quello dei geni?!”
Io scoppio in una risata fruneriana.
“Quello degli alieni straordinari”, la correggo io, continuando a ridere.
“Io con un J”.
“Quanto dura?” le chiedo.
“18 mesi”
“Quando scade?”
“Giugno 2019. Ma io devo rimanere qui, non esiste che torno in Italia. Sto cercando tutte le strade possibili. Faccio qualsiasi cosa, ma di qui non me ne vado”.
Conosco benissimo quei piedi puntati. L’anno scorso erano i miei.
Provo a chiederle se ha delle pubblicazioni, o qualcosa di “straordinario” per provare con un O1.
“Eh mi sa di no…”, mi risponde, con quegli occhi da cane al guinzaglio che anche conosco benissimo.

Poi non so come, ma finisco tra due sorelle. Una rossiccia e una bionda. Qui l’età aumenta, ma non troppo. Facciamo sulla 50ina. Antonella ha la presenza scenica di una Sharon Stone ma con le chiome fulve di Julianne Moore. Un donnone. La sorella è più piccola. Frangia bionda, capello lungo e liscio. Di Lugano. Ma con una solarità che di italo-elvetico non ha nulla.
Lei, Laura, mi fa un milione di domande e parla come un treno in corsa che nessuna interruzione potrebbe mai interrompere.
…Ma sei venuta qui da sola cioè ti sei trasferita qui tutta da sola? Ma ci vuole un fegato grande così! E scrivi pure poesia in inglese? E quando esce il libro? Ma dammi la tua mail che voglio assolutamente venire alla presentazione ché io sto qui ospite da mia sorella fino al Thanksgiving e comunque ci vediamo sicuramente io faccio la produttrice cinematografica con mio fratello, che adesso però abita in Cina, fa il produttore là si è sposato con una cinese e ha fatto una bellissima bambina aspetta che ti faccio vedere una foto, ma prima abbiamo vissuto a Los Angeles negli anni d’oro, gli ’80 e i ’90, quando si comprava e si vendeva di tutto e c’erano soldi e soldi e soldi, non c’erano altro che soldi a Hollywood, e poi all’inzio dei 2000 producevamo tutti i disaster movies, ci chiamavano i “disaster brothers” pensa te, perché se c’era un terremoto o un’alluvione, era roba nostra ah ah ah e comunque io non mi posso proprio lamentare della mia vita, potrei morire domani, ho avuto tantissimo, ma dimmi un verso o due delle tue poesie dai così me le ricordo, ma sai che tu sei la via di mezzo fra Juliette Lewis in “Natural Born Killers” e Cameron Diaz in quel film in cui aveva i capelli corti e mori come si chiamava quel film mannaggia non mi ricordo aspetta che cerco no cerco dopo intanto dimmi di queste scarpe sono bellissime di che marca sono e i calzini i calzini sono un amore dove li hai comprati posso farti una foto ai piedi calzini e scarpe stanno troppo bene insieme ma tu stai tutta bene hai uno stile tutto tuo ti si distingue fra tutte vero Antonella che l’abbiamo detto guarda quella ragazza…

Antonella la asseconda e io ho le vertigini perché non riesco a starle dietro, e a pensare al film in cui Cameron Diaz è mora, e a Juliette Lewis in “Natural Born Killers”, e a Juliette Lewis e me stessa in un paragone e con noi pure Cameron Tutti-pazzi-per Diaz, e poi non riesco a farmi venire in mente due versi di poesia e pensare a questi maledetti anni d’oro che noi della generazione Mille Euro ci siamo persi!

Antonella mi dice di quanto le piacesse Los Angeles, e anche Houston, dove ha abitato per vari anni, occupandosi di charities e fund-raising. Mentre ora è qui e ha una sua linea di gioielli — era una linea di gioielli?? — ma se non ci fosse il marito, che fa il medico in un ospedale dell’Upper East, dove abitano, mi lascia intendere che non riuscirebbe a mantenersi da sola. Vedo che la cosa la infastidisce. Non mi meraviglio: intuisco che il suo bisogno d’indipendenza è proporzionale alla sua stazza da Sharon Stone.

Ed ecco che arriva Lola, amica di Antonella.
In quell’istante capisco gli uomini e le loro mascelle cadenti quando vedono una Lola.
Rossa, ma non il rosso fastidioso degli irlandesi. Il bronzo quando incontra il rame e lo premia con una medaglia. Gli occhi verdi. Ma non il verde slavato dello sguardo Alessia Merz (!!). La giada, o la foresta Amazzonica. Quel verde lì.
Un fisico da modella, un accento inconfondibilmente russo.
Antonella mi spiega: “Lola è co-fondatrice di un brand che fa vitamin supplements…come si dice supplement in italiano?”.
“Integratori”
“Ecco sì, integratori vitaminici”
Il physique du role ce l’ha tutto.
“Sei anche una modella”, affermo io certissima, per via del physique fasciato in un abito nero, sobrio per lei ma da sbornia per il resto del mondo.
“Sì, ma di quelle intelligenti. Lola è corpo e cervello”.
È anche molta modestia, perché si imbarazza molto quando le dico della modella, e l’imbarazzo è splendidamente autentico, non da palcoscenico.

Poi da dietro sento un “Maciaosaraaaa”, ed è Simona, una PR che non vedo da qualche tempo.
Lavorava per la più rinomata agenzia eventi italo-americani in città, che è gestita —comandata, I should say— da una Anna Wintour, una Miranda Priestley de “Il diavolo veste Prada”.
“Ma che fine hai fatto, Simona??”
“Ho lasciato l’agenzia e ne ho aperta una tutta mia!”, mi dice tra l’incerto e il trionfale.

Simona mi ha organizzato tutte le interviste che ho raccolto per La Voce di New York a registi/attori italiani in trasferta newyorkese. Una di quelle ragazze organizzate, ma sempre straordinariamente gentili anche quando hai il diavolo vestito Prada ad alitarti sul collo.
Con Miranda Priestley ci stai un po’, poi strippi e te ne vai, concludiamo.
“Vai a sentire Saviano lunedì sera?”
Aggiunge Simona.
E io voglio piangere, perché il secondo evento della stagione NYIW è un talk di Roberto Saviano solo per le 1300 donne dall’NYIW — sì, siamo 1300.
Ma io domani, lunedì sera, mannaggia, insegno alla Columbus Citizens Foundation… E questa è un’altra storia che vi dovrò raccontare.

Prima di andarmene, ebbra, faccio un giro in terrazza.
Divani color crema, candele gialle, i palazzi di midtown tutt’intorno.
Guardo questo centinaio d’italiane riunite nel salone di Domenico Vacca.
Non sono semplicemente italiane… Sono italianissime. Le distingueresti in mezzo a milioni di donne. Hanno un senso estetico innato. Anche se certe mise possono non essere condivise, il portamento, il modo di muoversi, di piegare la testa verso l’interlocutore, oppure di metterti una mano sul braccio, oppure di portare un paio di decolleté come solo le italiane sanno, con discrezione, garbo e sangue. Tutto questo non lo puoi spiegare o insegnare.
È come tradurre “insomma” in inglese ai miei studenti.
Non si può.

Affiancate queste italianissime a New York, e be’… capite perché gli uomini non sono ammessi.
Non sopravviverebbero a tanto.
😉

Questa settimana sono andata all’Angelika Film Center per un evento speciale specialissimo.
La prima di “The Sisters Brothers”, di Jacques Audiard, il western che ha vinto il Leone d’Argento per la Miglior Regia all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, dove pubblico e critica l’hanno molto amato.
Quando vi dico che New York è avanti…
Nelle ultime due settimane mi sono sparata la bellezza di quattro film firmati Audiard grazie alla retrospettiva organizzata dal MoMA. Il MoMA organizza una retrospettiva e Audiard vince il Leone… Può essere una coincidenza, ma può anche essere onniscenza newyorkese. Vedete voi. 🙂

Per rinfrescarvi la memoria, Audiard ha diretto “Il Profeta (magnifico), “Dheepan” (Palma d’Oro a Cannes nel 2015), “Tutti i battiti del mio cuore” (splendido), “Un sapore di ruggine e ossa” (una mazzata), e “Regarde les hommes tomber” (bah).
Venerdì, all’Angelika, Audiard era presente, e con lui Jake Gyllenhaal. Ovvero Donnie Darko. Ovvero Jake, l’eccelso. Dal vivo ancora più eccelso che in pellicola.
Dopo averlo visto dalla quinta fila, posso affermare con assoluta certezza che Dio, 38 anni fa, era vivo e operativo.

Oregon, 1851, Charlie ed Eli Sisters sono due fratelli — chiamati “Sorelle”, e già questo accende un sorriso — che per vivere fanno i sicari del Commodoro, un riccone che richiede loro dei “lavoretti” per sbarazzarsi di chi intralcia il suo cammino.
L’ultimo “lavoretto” per i fratelli è quello di  far fuori il chimico e cercatore d’oro Hermann Kermit Warm, che pare abbia scoperto una formula chimica per trovare l’oro. Compito loro è quello di trovarlo, estorcergli la formula e poi spedirlo all’inferno. In questo sono aiutati da Morris, un detective interpretato da Jake Gyllenhaal, il cui compito è quello di trovare Warm, e poi lasciar fare il lavoro sporco ai fratelli. Ma le cose, ovviamente vanno in maniera tutta diversa. Morris si lascia rapire dalle idee libertarie e socialiste di Warm, che sogna di fondare un falansterio, una comune vagheggiata dai primi utopisti del mondo moderno, promuovendo una società equa e democratica.

In “The Sisters Brothers” ci sono tutti i tropi del western, un genere in cui Audiard si cimenta per la prima volta, e con successo. I fratelli Sisters sono la personificazione stessa della dualità del momento storico in cui vivono: da un lato la brutalità e la violenza cieca rappresentate da Charlie, il fratello minore, un torello sempre pronto alla rissa, e dall’altro la dolcezza, la malinconia del cowboy impersonato da Eli, il fratello maggiore, protettivo, buono, sensibile e aperto al cambiamento.
Questa coppia legata dal sangue trova il suo doppio nella coppia Warm-Morris che non è legata dalla consaguineità, bensì dall’ideale. Un buddy-movie al quadrato, insomma, in cui la prima coppia rappresenta il vecchio Far West, quello di sparatorie e animalità — soprattutto nella metà di Charlie — mentre la seconda rappresenta il nuovo Far West, quello che comincia a introdurre spazzolini da denti e dentifricio, acqua corrente, WC e principi egalitari.

Il film di Audiard non porta sullo schermo soltanto una storia, che peraltro siamo incuriositi a seguire, ma racconta anche un momento di svolta storica che la metà dell’‘800 si è trovata ad affrantare, con il progresso alle porte, in maniera repentina e destabilizzante, e i villaggi che diventano paesi e le città metropoli. Gli uomini si trovano colti nel dilemma tra rimanere belluini o valutare una nuova strada: quella della civiltà.
Il bello del film, per me, sta nei fratelli Sisters. Charlie —interpretato da un magistrale Joaquin Phoenix, al quale i ruoli da zotica testacalda riescono in maniera sublimente — è rozzo e spietato, un cacciatore di teste dal grilletto e dal bicchiere facile, un animale che deve ancora sviluppare una coscienza. Mentre il fratello Eli — interpretato da un bravissimo John C. Reiley — è il suo opposto, o forse, la sua evoluzione: quando l’animale incontra il civile, l’animale incivilisce. Ed Eli è davvero adorabile nei momenti in cui non deve ammazzare nemici o proteggere il fratello. Si porta appresso uno scialle, regalo di un amore di cui non sappiamo nulla, si lava i denti in un mondo western in cui il non lavarsi è la regola non l’eccezione, si prende cura del fratello e lo tira sempre fuori dai guai — la cura in realtà è reciproca e ben simboleggiata nel rito del taglio dei capelli. Il rapprto fraterno disvela una famiglia disfunzionale, con un padre violento che Charlie, il minore, ha fatto fuori, una colpa che Eli non si perdona, perché lui, lui è il maggiore, e lui avrebbe dovuto liberare la famiglia dal diavolo paterno.
La corsa all’oro, vera e metaforizzata, è ben rappresentata in tutta la sua crudele logica. Se Warm ha effettivamente trovato il sistema per portare alla luce — letteralmente — l’oro, dovrà assurmersene tutte le conseguenze — anche cui, letteralmente. E Morris con lui. Forse il loro progressismo, le loro vedute moderne sono troppo progressiste, troppo moderne, per una “società” che sprofonda ancora nella logica dell’impiccalo più in alto. C’è ancora tempo per quello, sembra dirci il finale. Un finale, tuttavia di speranza, di sollievo, in cui un raggio di luce che illumina un dormiente — non dico chi — nel proprio letto — finalmente il proprio letto, a casa da mammà, sembra dirci proprio questo: c’è tempo.

E questo ho chiesto al regista nel Q&A. Dopo aver visto gli altri suoi film, ho notato che il pattern è quello di finali che, se non proprio lietissimi, sono positivi, e aprono alla speranza. Lui mi ha risposto che sì, è così. “Non mi piace finire i film in maniera tragica. È molto più difficile alzarsi al mattino con entusiasmo che disperarsi”.
A l’eccelso Jake, che ha passato mezz’ora a dire di quanto abbia perseguitato Audiard nel corso degli anni per farsi dare una parte, e di quanto il suo cinema l’abbia conquistato da sempre, ho chiesto quale fosse il film del regista che l’avesse colpito maggiormente.
E ora io mi trovo nell’imbarazzante posizione di dovervi confessare che dei cinque minuti di cui ha parlato — sapientemente perché l’eccelso fa parte della categoria “bello con cervello”, come Lola — io non conservo alcuna memoria o annotazione scritta, impegnata com’ero a pensare che Jake Gyllenhaal, l’eccelso, era nella mia stessa stanza, respirava la mia stessa aria e stava rispondendo a una mia domanda, guardando nella mia direzione.
Non ricordo nemmeno il titolo del film che l’ha colpito maggiormente. Nulla di nulla.
Mi rendo conto di essere regredita a groupie in questo frangente, ma non capita tutti i giorni di essere a cinque file di posti dall’eccelso.
Ne riparliamo quando l’eccelso assumerà le sembianze di Ryan Gosling. 🙂

Per concludere sul film. Se siete deboli di stomaco, “The Sisters Brothers” vi metterà a dura prova. C’è tutto quello che c’era nel Far West, e forse anche di più. Vomitate post-sbornia, teste saltate, braccia segate, ragni ingoiati, lercio incrostato. Per me non è stato un film facilissimo da guardare, ma quando sono Board cerco sempre di esserlo davvero e lasciare a casa la viola mammola che sono.
Oltre a questo, c’è molta ironia, molta tenerezza e anche dello humor. Tuttavia il regista ha tenuto a precisare che l’ironia e il cinismo non gli interessano, che non vuole insegnare nulla con il suo cinema. “I just believe in cinema. It has to move me”, ha aggiunto Audiard, per bocca del suo interprete, e co-sceneggiatore.
Un’ultima nota per noi italiani: i costumi sono di Milena Canonero. E speriamo che la collaborazione le/ci porti a casa un Oscar, il prossimo febbraio 😉

E anche per oggi è tutto, Fellows. Sono stata molto lunga, come al solito. Ma ormai, vabbé, ci avete fatto pace, con me, vero?
Lo spero 🙂

Frunyc IV al posto di combattimento, ringraziamenti, tanti, e saluti, collocamente cinematografici.

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Florence Fellows,

ormai hanno esaurito tutti i nomi per gli uragani, quindi pescano nella toscanità.
Florence.
Gli americani non conoscono Dante, ma Firenze popola i loro sogni e adesso, nomina i loro incubi.
Io ho incolpato moltissimo Florence per gli otto giorni più meteorologicamente provanti da ché sono qui a New York. Persino più dell’inverno, persino più della primavera travestita da inverno, o dell’autunno travestito da estate ma che sotto sotto è inverno.
Otto giorni fa si boccheggeva alla grande con 35 gradi, umidità al 98% — una pacchia. I newyorkesi immusoniti a livello Voldemort; io due spanne sopra il suolo panificio che sfornava pagnotte umane cotte a fuoco lento — loro.
Poi è arrivato venerdì 7 settembre, e tutto è precipitato. In modo particolare venti, venti gradi centigradi capitolati, da 35 a 15. E la mia incapacità di celebrare funerali di venti caduti.
I giorni successivi hanno riconfermato pioggia fredda e cielo rovinoso, pur con una temperatura sensibilmente più mite.
Io arrivo da un mese spagnolo con una media intorno ai 34 gradi, clima secco e ventilato. New York mi si scaraventa addosso così, con una caparbietà, una virulenza da rimanerne quasi perversamente affascinati.
Cerco di farmene una ragione.
Ecche diamine, un po’ di UK a New York, che sarà mai? Non sopravvivono lì, a Londra? E nel Nottinghamshire? Quelli sì, son posti plumbei! Non fosse per il Trooping the Color e per il verde Robin Hood, passerebbero mesi e mesi senza vedere un colore.
Cerco di convincermi, ok, me la faccio passare. I can do it.

Ma la realtà è che no, non ce la faccio, I can’t do it!
Ho una faccia da funerale. E i newyorkesi — i maledetti! — si godono la loro vendetta, con dei sorrisoni da orecchio a orecchio. Perché adesso possono tornare a respire, a non avere l’affanno ogni quattro passi, a non sentire più una galletta italiana che tuba tutto il tempo con il dio sole.

Conversazione in ascensore con un inquilino del mio piano — che sa il mio nome, ma io non so il suo, quindi sono già in difetto.
Io, esterrefatta: “What’s happening to the weather??”
Lui: “Ah at last, it cooled off”, un’espressione da Beato Angelico.
Io: “But it’s soooo cold!”, un’espressione da compianto sul Cristo morto.
Lui: “You know what we say here, Sara? ‘Sweater weather is better weather’”.
Come ribatti a uno che ti dice “tempo da maglioni, tempo da campioni”?
Non c’è margine di dialogo.
Allora lo lascio andare, e mi getto, funerea, nella nebbia.

Poi, quando ho sentito dell’Uragano Florence, ho immediatamente incolpato lui, scagionando così New York: ma certo! È la perturbazione portata da lui che arriva quassù al nord!
Così, in questi giorni di allucinante insofferenza e di insegnamento selvaggio, comincio a vedere New York come affetta da un malanno: New York soffre di maltempo.
Ogni mattina per otto giorni ho guardato fuori dalla finestra e lei era lì, agonizzante come il giorno prima, e quello prima ancora. Nessun miglioramento. Nessuna cura somministrabile.
C’è qualche dottore a bordo che sa come si cura il mal tempo?
In otto giorni, nessuna mano alzata.

Sono stati otto giorni mai visti perché di solito, a New York, il sole non manca mai più di tre giorni consecutivi. La temperatura può precipitare a meno 15, e rimanere lì per giorni e notti, ma il cielo è terso, e il sole, per quanto dewattizzato, risplende. Otto giorni consecutivi senza un raggio, senza un po’ di giallo, mi hanno fatto pensare a tutti gli expat italiani expatriati in nord Europa.
New York senza sole è pur sempre New York.
Oslo è un palindromo mal riuscito.

La questione è migrata dal medico alla zona principio.
No perché siamo ancora tecnicamente in estate e questi abusi di potere da parte del sesso forte — l’inverno è il sesso forte — non si tollerano.
Dopo otto giorni di sorrisi gloriosi su volti newyorkesi in trionfo, dopo otto giorni di requiem nella colonna sonora della mia giornata, ecco che l’Indian Summer arriva, ieri, sabato, spalancando i cieli al ritorno del sole.
Di solito l’Indian Summer arriva a fine ottobre. Quest’anno, vista l’urgenza, ha anticipato il volo, ed è giunta in nostro soccorso.

E il lutto finisce.
Per celebrare il ritorno dagli inferi, vado Upstate, nella cittadina di Mountainville, a circa un’ora da Manhattan. Ci vado, a Mountainville, perché lì sorge lo Storm King Art Center, che si chiama così per via dello Storm King Mountain, un monte alto la bellezza di 400 metri — location da Olimpiadi invernali, eh…

Lo Storm King Art Center ospita quella che si ritiene essere la collezione di sculture in esterna più grande degli Stati Uniti. Una specie di Fattoria Celle, la villa che ospita, al chiuso e all’aperrto, la ricchissima Collezione Gori, vicino a Pistoia. Solo che a Storm King, tutto è all’aperto. E tutto è di grandezze e proporzioni e numeri americani. 500 acri e 150 sculture, di ogni misura, con particolare predilizione per il gigantico.
Ora vi elenco gli artisti. Vedete un po’ chi conoscete.
Alexander Calder, David Smith, Mark di Suvero, Henry Moore, Douglas Abdell, Isamu Noguchi (my love), Richard Serra (my super love), Louise Nevelson, Magdalena Abakanowicz, Alice Aycock, Andy Goldsworthy, Alexander Liberman, Ursula Von Rydingsvard (ricordarsi il nome è un casino, ma lei un dio con il legno, e per dio ci si può anche ricordare il casino di un nome), Sol LeWitt, Roy Lichtenstein.

Viste le dimensioni, il noleggio di una bici è caldamente consigliato. Così pedalate fra sculture pazzesche e impensabili. Parallelepipedi in ferro che da vicino sembrano imponenti e be’, ferrosi, e da distante acquisiscono la leggerezza e l’evenescenza del volatile. Strutture tubulari da Paese dei Balocchi, stecchati di specchio, tre gambe che schiacciano la testa di un Buddha gigantesco, lavori site-specific, costruiti in loco, come un muro in tutto e per tutto simile alla Muraglia Cinese, o forse a qualche Nessie lochnessiano e preistorico che scivola in acqua su un lato del fiume, per riemergere dall’altro lato e continuare il suo (per)corso.
Un parco giochi in cui i giochi sono arte.

Anche in Trentino c’è una struttura simile, Arte Sella. Ma quella è una rassegna, e in più le opere sono create con elementi naturali. A Storm King le opere sono statue che potremmo vedere in un museo, e accanto a loro, opere create appositamente in loco.
Un posto come Storm King potrebbe originare delle perplessità. Ma la arte, che è già di per se tanta roba, come può stare in un contesto dominato dalla natura, che anche di per sé è tanta roba? Non sarà uno scontro troppo fra titani, fra prime donne?
No. Le opere non si integrano nel paesaggio. Non c’è una ricerca di armonia, o di rispondenza fra arte e natura. Le opere interrogano costantemente il paesaggio, oltreche lo spettatore.
Se state ziti, le sentite, forti e chiare.
Non ho mai visto e sentito nulla del genere in vita mia.
Consultate il Frunic IV. 😉

Parco a parte, è il viaggio stesso a Mountainville che vale la pena fare. Entrate nell’americanità più quintessenziale. Le casottine di scandole color pastello, con il portico, il tetto a punta, doppia porta per riparare dal freddo, zanzariera l’estate. I bussolotti portalettere a forma di sfilatino che tanto ho invidiato nella mia vita perché il postino ti avvisa in silenzio quando c’è posta, alzando la bandierina. La bandierina strilla per lui. Ogni volta penso a quante corse gli abitanti di una casa hanno fatto, dalla cucina al vialetto, vedendo, in lontananza, la voce di una cassetta portalettere.

Davanti a tanta immacolatezza, davanti a tanto ordine, mi sono chiesta se quella è ancora l’America del milkman che ti consegna il latte sullo zerbino, oppure del newspaper-boy che ti lancia la copia del Gazette locale nel giardino. Mi chiedo se quella è ancora una realtà, oppure se questa architettura molto grantwoodiana, molto “American Pastoral”, fosse l’anacronostico risultato di una volontà radicata. La volontà di non volere altro all’infuori di me.
L’architettura è rimasta sempre la stessa, la disposizione delle cose, i colori. Tutto tale e quale a centocinquanta anni fa.

Mi viene da dire che questi hanno votato Donald anche nelle primarie democratiche fra Andrew Cuomo e Cynthia Nixon. C’è aria di “questa è casa mia e qui comando io”. E di fucili riposti in bella mostra nella vetrinetta in salotto. In un ambiente appena uscito su Elle Decor.
A proposito di Cynthia, ci dispiace per la sua sconfitta, ma questo le/ci dice che smantellare un’istituzione familiare come quella dei Cuomo non è impresa facile, nemmeno se hai l’appoggio dell’Intellighenzia progressista, della comunità LGBT e delle minoranze. Cynthia Nixon è stata la Bernie Sanders dello Stato di New York. Troppo leftista persino per New York City. E poi l’America ha la fascinazione per le famiglie al potere. Kennedy, Bush, Clinton. Le eccezioni ci sono, ma sono rare e forse capitano una volta ogni cent’anni, e noi, con Barack, ci siamo giocati il nostro giro.

Ho terminato il mio sabato Upstate cimentandomi in un otto buche di golf, non perché io abbia mai posizionato il mio corpo sopra un par, ma perché  sono dell’avviso che se capiti dentro l’occasione di provare le cose, tu provi le cose. Sono anche dell’avviso che se per tutta la vita hai coltivato il mito dell’outfit da golf, un giorno devi riuscire a toglierti lo sfizio di indossarlo. E fa niente se poi ogni tanto la mazza si trasforma in zappa, e tu sollevi talmente tante zolle che il green diventa un campo pronto per la semina…
Innanzitutto, per studiare l’anatomia del golf, bisogna spogliarlo dagli strati d’elite che lo rivestono.
È uno sport inafferrabile, e questo, come tutto ciò che sfugge alle definizioni e alle comprensioni, lo rende intrigante.
La sua intrinseca contradditorietà comincia già dalla definizione. È davvero uno sport? Non proprio. Non ci metti la fatica e i muscoli, e persino nel curling (!), altra disciplina discutibile, un po’ di fatica, di muscoli, ce li metti. Anche solo in versione olio di gomito.
Sembra facile, il golf, ma non lo è. Però non è nemmeno rocket science. La via di mezzo fra pratica, esperienza e coordinazione. Io non disponevo di nessuna delle tre, ma questo almeno ti permette di buttarti senza troppe aspettative.

E che ci sarà, nel golf, che attira tante persone a praticarlo? Cerchiamo sempre di toglierne i contorni Country Club e members-only. Il golf è una gara con te stesso. Sei tu che devi completare una buca in un tot numero di lanci. Il tuo avversario, sostanzialmente, sei tu: devi battere la tua incapacità. È come una maratona — devi arrivare alla fine — ma al contempo differisce dalla corsa, dove il tuo corpo è il tuo unico alleato, non il tuo nemico.
A livello intellettuale, è un po’ come gli scacchi, dove si può addirittura giocare da soli.
Devi avere la forza d’animo per crederci. Ridotto ai minimi termini, si tratta di buttare una pallina in una buca. È pari al calcio, al football, a qualsiasi sport. Le dimensioni della palla cambiano, ma la loro costituzionale insensatezza, è la stessa. Se s’intende praticarlo, quindi, bisogna superare il cinismo, e vederlo un po’ come un’alternativa alla vita quotidiana. Per due ore di tempo, chiudi via i pensieri e ti concentri a infilare una stupida pallina in una stupida buca — dopotutto il calcio non è forse infilare uno stupido pallone in una stupida rete? Lo sci non è infilare delle stupide assi ai piedi e scivolare in fondo a uno stupido monte? Potremmo andare avanti all’infinito con le costituzionali insensatezze del quotidiano sportivo ed esistenziale.
Per chi pensa troppo, il golf potrebbe essere terapeutico. Se tu possa permettertelo — e non parlo tanto finanziariamente quanto intimamente — è tutto da vedere.

Quanto allo Storm King Golf Course, è uno dei più “antichi” degli Stati Uniti. Quando me lo dicono, con quella punta di malcelato orgoglio “wanna-be Europe”, abbasso lo sguardo e soffoco un sorriso, pensando all’Old Course di St. Andrews, in Scozia, dove ero stata portata grazie a un ERASMUS — iniziativa che il capolavoro della Brexit forse riuscirà ad affossare nei prossimi anni…
Ecco, quello lì, soprannominato “the Cathedral of Golf” e nato nell’Anno del Signore 1552, quando l’America era ancora in fasce, è un campo da golf antico — il più antico del mondo, actually.
Vorrei dirlo, allo squinzio dietro il computer dello Storm King Golf Course. Ma poi desisto.
A che pro millantare così, gratuitamente?

Questa settimana sono stata all’Angelika Film Center a vedere “We, the Animals”, di Jeremiah Zagar. Presentato con successo all’ultimo Sundance, e visto un po’ come l’erede di “Moonlight” — ricorderete, due anni fa— il film racconta la storia di tre fratelli portoricani, Manny, Joel e Jonah che, lì per lì, a inizio film, ti sembrano vivere a Portorico, ma poi capisci che no, quella è Utica, Upstate New York — non troppo distante dalle Storm King Art Center, di fatto — una zona sciatta e depressa.

Una storia d’infanzia in cui la dolcezza dei pomeriggi passati a giocare, sonnecchiare sul tappeto del divano o a pancia all’aria in mezzo a un prato, si mescola all’amaro di liti furibonde fra i genitori, botte da orbi, momenti di tensione e abuso domestico, del marito manesco verso la moglie, vittima e al contempo complice, della moglie verso i figli, del martito verso i figli.
Per buona parte del film, i tre fratelli sono un sodalizio, un unicuum. Sempre insieme, sempre complici. Ma mentre Manny e Joel si avviano a seguire le tracce bulle del padre, Jonah è portato a seguire una sua via che lo distanzia inevitabilmente da quel machismo esibito. Jonah è il diverso, quello più legato alla madre, quello che vede cose che altri non vedono. E si rintana, Jonah, sotto il letto, per scrivere i suoi pensieri e aggiungerci dei disegni che prendono vita sullo schermo in sequenze animate molto suggestive e violente — solo come certi disegni dei bambini sanno essere — alternandole a un girato in pellicola da 16 mm. Quei video dell’infanzia, a grana grossa, non tutti puliti e perfetti come i video di oggi. Il film usa quella pellicola perché quella è la pellicola dei ricordi, del passato. E funziona benissimo perché le immagini sono calde, soffuse, così come le albe e i tramonti che per buona parte del film ti fanno pensare a qualche stato del Sud degli Stati Uniti, come la Virginia, o l’Alabama.
Il regista Zagar scende spesso in mezzo alla scena, fra i personaggi, con la telecamera in spalla, come se volesse suscitare la compartecipazione dello spettatore attraverso riprese fortemente ravvicinate. Questo anche per farci entrare nel ludico dei tre bambini che, simbiotici al pari di tre gemelli, affrontano tutto insieme e creano tutto insieme. Il più artistico di tutti è naturalmente Jonah, che si serve dell’arte come scappatoia: la realtà che subisce, insieme ai fratelli, è troppo. Cosa gli resta, se non nascondersi sotto il letto, armato di torcia e matite, e disegnare la sua versione del mondo?

I tre bambini sembrano tre selvaggi — nell’accezione positiva del termine. Non sono attori professionisti e ho letto che Zagar li ha lasciati molto liberi di improvvisare. Eppure “We, The Animals” è anche un film molto studiato, con una simbologia ben definita. La natura è molto presente, molto viva, si può quasi avvertirne il respiro caldo, nelle giornate di nulla estivo.
Ma è anche la natura dell’acqua torbida dello stagno in cui il padre sguazza come un bambino, e in cui Jonah e la madre hanno il terrore di metter piede. La scena in cui il padre “convince” Jonah e la madre a nuotare, è di una crudeltà e di una precisione rare. Il meccanismo del trauma è disvelato attraverso accadimenti come questo — il bagno forzato, oppure scene pornografiche guardate in tv, oppure scene troppo erotiche fra mamma e papà — che però finiscono per marchiare a fuoco la psiche di un bambino. Verso la fine del film pensi che Jonah sia spacciato, che non riuscirà a cancellare ciò che i suoi occhi hanno visto. E invece, nonostante tutto, Jonah ce la fa. Non soccombe a quella vita, sballata e bruta. Ne cerca una tutta sua, per la strada che intraprende per conto suo.

È un film parlato con gli sguardi e i corpi, pochissime sono le parole. E questo, anche, credo, sia il motivo della pellicola 16 mm. La grana grossa restituisce una corporeità molto spiccata e definita che si sposa con l’idea di film fisico che il regista sembra proporci con convizione.
Se “We, The Animals” raggiunge l’Italia, fatemi un piacere. Andate a vederlo.

E anche per oggi è tutto. Il Frunyc IV è farcitissimo oggi — oltre allo Storm King Arts Center e il golf (!), Liberty Park, di fronte a Manhattan, in New Jersey.

Ringraziamenti come se piovesse e saluti, anche quelli, pluvialmente cinematografici.

Let’s Movie
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LET’S MOVIE 382 da NYC – commenta “THE WIFE” di BJORN RUNDE

LET’S MOVIE 382 da NYC – commenta “THE WIFE” di BJORN RUNDE

Mercy Moviers,

Ve la chiedo sempre la misericordia, quella specie di polverina magica che Manzoni chiamava grazia e che faceva scendere sugli umuncoli che siamo, nello specifico, Fra Cristoforo che era. Qui la misericordia è planata su un College che sta a Dobbs Ferry, a una ventina di minuti di treno da Upper Manhattan.
Ve ne avevo già parlato lo scorso aprile, del Mercy College. Per via di quell’invito, ricordate?
“No, non abbiamo posizioni aperte al momento, ma visto il tuo profilo, ti va di venire a parlare ai nostri studenti di quello che fai a New York?”.
Come no, corro, avevo risposto io. Ed ero corsa al Mercy College, la cui immagine si sovrappone a — e combacia con — l’immagine cinematografica che noi europei abbiamo del college americano.
Il corpo dell’università frammentato in tante piccole particelle, che sono i singoli dipartimenti, e che se ne stanno rinchiusi dentro a casette di mattoni, o di legno tinto di bianco, tutte a una ragionevole distanza dalla Main Hall. E tutt’intorno, verde, verde, verdissimamente verde. E alberi, alberoni, alberissimi. E quel silenzio della campagna, interrotto solo dal ronzio amico — benché molesto — dei tosaerba, che cercano di domare tutto quel manto, tutta quella ricrescita.
E se arrivate una sera d’inizio setttembre con 35 gradi, sentite i grilli e il loro frinire, non le cicale — le cicale, la loro bolgia nascosta, l’abbiamo lasciata a Castellvì de la Marca. E se vi chiedete cos’è quell’altro strano rumorino di fondo che vi giunge all’orecchio, oltre ai tosaerba e ai grilli, quel rumorino che non sapreste definire — e non solo perché definire i rumori è impresa ardua tanto quanto tentare di riprodurli — quel rumorino di scrocchio attutito è il crescere costante delle menti giovani, avvolte nel doppio strato della loro inconsapevolezza.
Ed ero corsa a Dobbs Ferry, ero sprofondata in Arcadia dopo un anno di giungla meccanica newyorkese, in una mattina freddissima ma soleggiata di aprile. Mattina presto presto, nessuno in giro. Solo io e il campus. Il parcheggio vuoto, il campo da basket vuoto, il dipartimento di lingue straniere, Maher Hall, deserto. Io che entro, scatto foto a tradimento di divanetti bonton, caminetto, del davanzale sopra il caminetto e la cornice con dentro la suora a cui il College è dedicato — il Mercy College non è esattamente un luogo devoto a Maometto. E poi tengo la mia presentazione su chi sono e cosa faccio davanti a studentoni grandi e grossi, ma intimiditi, un paio di ragazze sul Goth andante, annoiate o solo stanche, probabilmente dal turno di lavoro della sera prima. Perché, scoprirò, tantissimi studenti del Mercy lavorano, quindi non sono proprio dei fiori di freschezza al mattino.

Ebbene, a fine anno, si apre una posizione per insegnare un corso. Il Chair mi chiede se mi va, e anche in quel caso rispondo, come no, corro. Ed eccomi a correre di nuovo, mercoledì scorso a Dobbs Ferry, verso la mia prima lezione al Mercy College. Un corso di beginners che più beginners non si può. E il mercoledì si preannuncia essere il mio giorno campale. FIT a Chelsea fino alle 3 pm. Poi, se immaginate di essere me, prendete la metro, e dalla 28esima e Broadway, risalite tutta Manhattan, e scendete alla 225esima, sulla terraferma, immediatamente di là dall’Harlem River — Manhattan è pur sempre un’isola, la terraferma va raggiunta prima o poi. Lì scendete dalla metro e prendete il trenino che vi porta Upstate. Un regionale sciattarello, color argento vivo con la scritta blu “Metro-North”, che tante volte vedete in tanti film. Venti minuti di paesini Upstate, tipo Riverdale e Glenwood e scendete nello shakespeariano Ardsley-on-Hudson — il Bardo, bazzicava Stradford-upon-Avon, le due località se la giocano tutta sul fluviale. Lì, vi lasciate l’Hudson alle spalle. E credetemi, non ha nulla da invidiare all’Avon. L’Hudson può essere un fiume-mare inquietante per la sua ampiezza, e le ventimila leghe che immagino definiscano la sua profondità, ma se arrivate in un giorno sereno, col sole che ci gioca sopra, e lo scorrere lento lento di certe barcone un po’ chiatte che lo solcano, be’, l’Hudson fa la sua figura.

Dopo aver percorso un ameno sentiero tra il folto degli alberi, sbucate nel campus, che è quella culla verde di cui ho parlato poc’anzi. Ovviamente siete in largo anticipo, perché questa è la prima volta, e volete accertarvi che tutto fili liscio, soprattutto, che troviate la vostra aula, che il computer funzioni, e anche il proiettore. Raggiungete il secondo piano della Main Hall, la vostra aula, dove, ad accogliervi, c’è un tecnico, pronto prontissimo a spiegarvi come loggarvi nel sistema, e come maneggiare la console dei comandi per gestire lo schermo.
Rimanete impressionati. All’FIT siete a New York, e a New York ci si arrangia. Anche se avete sempre il numero salvezza tatuato sulla scrivania — il numero salvezza lo chiamate se qualcosa di tecnico/logico non funziona, e possono essere le 9 am o le 9 pm, il tecnico compare dopo due minuti e vi salva dall’imbarazzo di un apparato tecnologico che non funziona.

Dopo aver capito come pilotare il proiettore, ecco che arrivano i miei studenti. New York sta in un’altra galassia, e con lei, il fenotipo degli studenti FIT: strambi, creativi, gayissimi pure gli etero, esubero di studentesse, maschi in via di estinzione.

Qui al Mercy la mia classe conta 16 iscritti, le ragazze sono tre, di cui una è Nita, un colosso di donna che studia legge, e che, quando ho chiesto “cosa fai nel tempo libero”, ci ha tenuto a far sapere “sollevamento pesi e calcio. In una squadra maschile”.
La popolazione maschile della classe del Mercy è variegata.
C’è X, il secchione in giacca e cravatta, che prende appunti come se “IT 115” fosse il corso più importante del suo piano di studi — so che farà lo stesso per ogni corso del suo piano di studi, e che “cum laude” coronerà la sua laurea, fra qualche anno. Poi c’è Garrone, perché lui è incontrovertibilmente Garrone di De Amicis. Grande, grosso, gli occhi verdi, le gote ciliegia, il sorriso timido. Una ragazzo che è un pandolce. Quando gli chiedo cosa fa nel tempo libero, mi dice che lavora in un’impresa edile. Poi c’è Pel di carota, secco, bianchissimo, un folletto che suona la chitarra. Abbiamo una Candy Candy di Long Island che per l’occasione si chiama X: lei nel tempo libero lavora in un ospizio. Ho un X da Buenos Aires e un X dall’Ecuador. X l’italoamericano che non parla l’italiano e X che mi sa di ragazzo che ha convertito le difficoltà famigliari in sensibilità.

All’inizio sono molto intimiditi dall’italiana che si ritrovano davanti. Lo vedo da come mi guardano di sotto in su, temendo che chieda loro qualcosa — sanno benissimo che lo farò da un istante all’altro.
Quel momento di disagio e paura deve avere vita breve nelle mie classi. Ricordo benissimo come mi sentivo nei loro panni. Ricordo benissimo un paio di professori all’università che cavalcavano quel sentire, invece che stroncarlo sul nascere. Ogni lezione era una piccola agonia per tutti.
Dico subito che una lingua s’impara sbagliando e cadendo, e che non devono avere paura di sbagliare e cadere. E una lingua s’impara parlando. Quindi, noi si salta e si parla.
Dopo due frasi, giusto due frasi, l’atmosfera cambia completamente, si scioglie. Vedo che hanno tutti il sorriso facilissimo.

Una lezione di lingua è una coltura in cui brulica il buffo. Io ci metto del mio, naturalmente, perché nonostante l’anticipo con cui arrivi, i tecnici pronti ad aiutarti, c’è sempre qualcosa che sfugge.
La cosa che è sfuggita la mia prima lezione al Mercy, è stato il libro. Se non ci sono i gessi, oppure il proiettore fa le bizze, il problema si risolve in fretta. Se invece entrate in una classe con la lezione preparata su un libro che gli studenti dovrebbero avere, ma che non hanno, be’, il problema necessita di un plan B in tempo zero.
L’istante in cui realizzate che l’unica copia di “Oggi in Italia” è la vostra, e tutt’intorno ci sono solo block-notes immacolati, somiglia all’istante in cui uscite di casa vestiti di nulla, sta per avvicinarsi un fronte freddo di proporzioni dolomitiche e voi lo vedete arrivare, e siete lì, nude-look. Finiti.

Loro mi guardano un po’ colpevoli, un po’ innocenti. Perché insomma, sì, il libro dovevamo comprarlo, è vero, ma aspettavamo la prima lezione per essere sicuri che servisse… Io guardo loro e loro non pensano che io sono stata loro un tempo, e che conosco in anticipo tutte le scuse che stanno per buttarmi lì. Innocenti perché il libro costa la bellezza di 204 dollari. E non chiedetemi perché i libri costino così tanto qui, ma costano così tanto. E questi sono quasi tutti studenti lavoratori, e 204 dollari per uno studente lavoratore sono un sacco di soldi — anche per un’insegnante lavoratrice eh.
Allora faccio buon viso a cattivo gioco.
No problem, we will find something, dico.
Avere un computer in classe vi salva. Ripesco e proietto un paio di power-points che usiamo all’FIT a livello beginners et voilà, la lezione è fatta.
La prossima volta però, il libro s’ha da portare, metto in chiaro.

Sono reattivi, sorridenti ed entusiasti, questi studenti del Mercy. Bonariamente campagnoli, basic. Anni luce dall’universo glamorous dell’FIT, in cui i pupils vi si presentano con degli outfit sofisticati e avveniristici.
Questo semestre insegno due corsi lì, all’FIT. Italian Conversation. E finalmente sono passata dalla “graveyard”, l’aula sprofondata nel cemento buio del notturno, a due aule diurne con due finistre cadauna.
Ci sono quelli che masticano un po’ d’italiano e che si credono l’Alighieri — parentesi: di questi millennials Americans nessuno conosce Dante Alighieri… cioè, cavolo, l’Alighieri!
Ho chiesto perdono al Sommo a nome loro perché non sanno quello che fanno.

Ci sono quelle da cui non caverò nemmeno una goccia di italiano corretto, X e X, la coppia di bionde che sembrano due cloni di Kelly appena uscite da Beverly Hills 90210 – Vent’anni dopo — top, unghie fluò gialle, capelli ultra sleek e inchiostro rosa nella penna, immagino. Poi c’è X, dal Perù, che è già grande, lo vedo dalla vita che ha già visto dentro i suoi occhi giovanissimi. E poi X, una bellezza del Bronx con gli occhi azzurri, il sorriso più puro che possiate immaginare, e la voglia di compiacermi a tutti i costi attraverso compiti perfetti e lezione studiata — riuscendoci, ovviamente. E poi l’allampanato, perso, sbadatissimo X, che non ne azzecca mai una, ma che per il “VIP Misterioso: descrivi un vip che ti piace ma senza rivelarne il nome” descrive Mariah Carey con “Esce sempre a Natale” — io mi piego in due dalle risate, e la classe, vedendo me, si piega a sua volta e finiamo tutti piegati. E c’è chi, nel VIP misterioso, presenta Chiara Ferragni, magari pensando di colpirmi, ma in realtà affondandomi. E poi c’è chi crede di fregarmi, nascondendosi nell’ultima fila, credendo che io non veda il cellulare con cui whatsappa mentre io spiego la differenza tra “simpatico” e “sympathetic” — il cellulare e i laptop sono verboten da regolamento. Purtroppo sul suo cammino X ha avuto la sfortuna di trovare i miei occhi, che hanno delle aquile dentro a cui difficilmente sfugge qualcosa. Quindi ho lasciato passare mercoledì scorso, ma certo non lascerò passare mercoledì prossimo. E poi c’è lei, la ragazza misteriosa con gli occhi bassi e il broncio da Belen Rodriguez: quando la interpelli, lei sorride timidissima. Sai immediatamente che avrà davanti una strada cosparsa da cuori infranti.
Insegnare non ti farà diventare ricco, ma ti apre uno spiraglio sul presente e sul futuro dell’umano.

E se non vi va di scrivermi a [email protected], ora potete farlo a [email protected], perché faccio ufficialmente parte dei Mavericks — i dissidenti — del Mercy.
Sempre meglio dei Bulls di Chicago, dico io.

Un po’ di mercy, di misericordia, ve la chiedo anche perché, da peccatrice, infiniti sono i modi in cui pecco. Per esempio sono stata vaga e indefinita — qui mi ruggisce il Leopardi con la sua poetica — nell’illustrare cosa si fa in una residenza per artisti. E alcuni di voi mi hanno chiesto, ma cosa si fa in una residenza per artisti, è come una vacanza?
No, una residenza per artisti non è una vacanza. Il rischio che possa diventarlo, andando in posti paradisiaci come La Gomera è alto, e dovete stare molto attenti. Di solito, comunque, gli artisti non aspettano altro che il momento in cui dedicarsi alla loro arte senza le scocciature del quotidiano.
Io ho bisogno delle residenze perché mi regalano tempo ininterrotto, e certo la possibilità di conoscere un posto nuovo e stringere nuove amicizie sono parte del fun, ma io ci vado per il tempo ininterrotto.
Ci vuole disciplina, in una residenza. E quella, in casa Board, come immaginate, non manca — teniamo Lez Muvi ogni domenica sera, da nove anni, Vostro Onore… 🙂
Io lavoravo praticamente sempre, tranne un tre/quattro ore giornaliere in cui facevo il Tom Sawyer della situazione, correvo, nuotavo o andavo in giro per l’isola, oppure per i campi catalani. Per gli insonni, poi, anche la notte, è campo di lavoro.
Questo rigore mi ha fatto portare a casa più di 130 poesie per la seconda raccolta in inglese. 130 fanno impressione, lo so. Ma vedete, come dico sempre, non si va in un posto per farsi ispirare dal posto. Lo sai prima ancora di partire ciò su cui lavorerai: ho passato un anno e mezzo a raccogliere materiale. Non ho fatto altro che portarlo con me, tirarlo fuori e lasciar andare le parole. L’ispirazione funziona con il frammento d’idea iniziale, ma poi la poesia è lavoro. Si riveda, quindi, il falso mito della poesia momento d’estasi. L’idea in nuce parte da lì, dal mistero, ma poi sono ore di lima, olio di gomito, ricerca, e be’, ore.
Quindi no, non me ne sono stata con la pancia all’aria nel mese spagnolo. E non lo dico per mettere i puntini sulle i, ma per amettere una mia incapacità. Non so starci, a pancia all’aria, senza far niente. Mi viene l’ansia. Sono inetta!

Questa settimana sono andata al Paris Theater, accanto al Plaza Hotel, per vedere “The Wife”, dello svedese Bjorn Runde.
Non so se fosse per la location posh, ai piedi di Central Park, due passi dal Plaza e quattro dall’Upper East Side, o se fosse per la seniority dei due protagonisti del film, ma ero circondata da anziani.
Anziani Upper East Side. Ovvero bianchi, colti, snob.
Gestibilmente insopportabili.

Scrittore di successo, Joseph Castelman è in procinto di ricevere il premio Nobel per la letteratura. È a letto con Joan, la moglie devota con cui è sposato da trent’anni. Ecco che arriva la telefonata. Siamo lieti di comunicarle che è stato insignito del Premio Nobel per la letteratura.
Joseph e Joan si mettono a saltare sul letto dalla felicità, malgrado l’età avanzata di entrambi.
Dopo anni e anni di lavoro e scrittura, finalmente il coronamento massimo.
Gli amici, i parenti, i giornali, tutti in visibilio. Eppure intravediamo del marcio, oltre le rose e i fiori.
La coppia parte per Stoccolma, accompagnata dal figlio, David, scrittore in erba che capiamo non avere vita facile con un padre premio Nobel.
Sul Concorde che li porta in Svezia, la coppia è avvicinata da un tale che vuole scrivere la biografia di Joseph, ma che Joseph liquida con un no, grazie.
Una volta a Stoccolma, Joan appare sempre più insofferente nei confronti del marito. E non è solo per sana invidia. Piano piano veniamo messi al corrente di quello che la coppia ha nascosto per anni. Una frode bella e buona. Sì perché, guess what, lo scrittore di casa non è Joseph. È Joan!
Lui era il suo professore all’università, uno scrittore con tante idee brillanti, ma incapace di metterle insieme. Lei, una studentessa dotata, capace di mettere insieme le idee brillanti sue e altrui. I due si innamorano, si sposano, e be’, decidono di compiere il passo che porta Joan dal fargli da editor a diventare il suo ghost-writer. Così tutti i successi finiti sullo scaffale sotto il nome di Joseph Castelman, in realtà dovrebbero portare il nome di Joan Castelman.

Ma perché Joan non ha perseguito una sua carriera come scrittrice, ci chiediamo?
Be’, perché negli anni 60-70, quando Joseph e Joan erano giovani, nessuno dava credibilità alle scrittrici. Quindi tra una non-carriera e una carriera da ghost-writer, Joan sceglie la seconda. Troppa era la voglia di scrivere.
Intanto, a Stoccolma, capiamo che Joseph non è mai stato uno stinco di santo — adultero e bambino, l’accoppiata che caratterizza la vita di tanti artisti.

Arriva la serata della premiazione, e succede che Joan non ce la fa più a tenere quel segreto. Si arriva alla resa dei conti. E il finale, be’, il finale è tutto da vedere… Diciamo che, a un certo punto, c’è una qualche giustizia divina che scende a regolare i conti… Ma non posso dire altro altrimenti vi rovino tutto.

“The Wife” è un film con una grandissima storia nel cuore e un corpo mingherlino a sostenerla. Stilisticamente troppo semplice, troppo lineare. Il regista, peraltro svedese, avrebbe fatto bene a ripassare un po’ di Bergman prima di affrontare la regia. Io tremo alla sola idea di ciò che un regista come Ingmar, oppure Stanley, avrebbe potuto fare con un conflitto intra-coniugale come questo. Kubrick alle prese con una coppia che nasconde un segreto così… Pensiamo alla monumentalità di “Eyes Wide Shut”… Oppure Ruben Ostlund, giusto per rimanere nel Nord Europa…

Rund si affida al flashback per raccontare gli anni in cui Joseph e Joan erano professore e allieva, e l’evoluzione del loro patto segreto. Ma i flashback risultano irritanti —risultano posticci— e superflui. Lo spettatore non ha necessariamente bisogno di vedere ciò che è stato in passato per capire il presente. Qualcuno dice che il flashback è per sua stessa natura non drammatico e spezza la tensione scenica. Il che è vero, e succede puntualmente in “The Wife”.

Con un po’ più di immaginazione, un po’ più di coraggio, il film sarebbe entrato di diritto nel memorabile, categoria in cui facciamo tuttavia rientrare la prestazione attoriale di Glenn Close, che interpreta Joan. Be’, Fellows, se volete vedere come si recita, recuperate “The Wife”. Spesso nominiamo la solita, ineccepibile Meryl Streep quando cerchiamo un talento femminile nella recitazione. E ci scordiamo un’attrice della grandezza di Glenn. Praticamente il film è lei. Guardarla muoversi nei panni di questa moglie servizievole con un immenso talento intrappolato nelle menzogna, guardarla nel suo divincolarsi dalla menzogna ed uscire fuori, finalmente, merita il biglietto.

C’è poi una scena particolarmente vera e toccante. Durante la resa dei conti fra moglie e marito, Joseph le chiede “Perché sei stata con me tutti questi anni allora, perché hai sopportato tutto questo?”.Joan lo guarda affranta e persa. “Non lo so”, risponde, come se in quel preciso momento capisse l’errore commesso. Quel “non lo so” contiene tutta l’irragionevolezza dell’amore, tutto quello che d’insano l’amore ci fa fare e che va contro il nostro stesso bene. Eppure lo facciamo, puntualmente, romantici masochisti che siamo.

Ed eccomi raggiungere il traguardo della fine anche stasera.
Inauguriamo ufficialmente il Frunyc IV, con le nuove foto da New York, tra cui spiccano i due scatti a Ethan Hawke, che per un attimo fuggente durato un’ora, ci ha deliziato in un talk al Lincoln Center 🙂

Grazie per avermi riaccolto così calorosi, e saluti, stasera, benevolmente cinematografici.

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LET’S MOVIE 381 da NYC commenta “BLACKKKLANSMAN” di Spike Lee

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Ferragnez Fellows,

tornando in Europa, il cellulare invaso da buzzfeed italiani, non ho fatto che assorbire, giorno dopo giorno, il fiume di dettagli circolanti sui due reali di casa nostra che si apprestavano al matrimonio. Non avevo idea, da New York, che tanta stampa ruotasse intorno alla coppia.
A quanto pare i piccioni impazzano sempre, di qua e di là dall’oceano. Dalla versione per teenager influencer&rapper, a quella per adulti, Amal&George Clooney, la moglie e il marito che in tanti, almeno qui in America, vorrebbero vedere, un giorno, alla Casa Bianca — l’incarnazione dell’edutainment che sbarca in politica. Entrambi impegnati, entrambi belli. Cosa volere di più?

Se me lo permettete, io eviterei di aggiungere commenti sui dettagli matrimoniali che con tanta dovizia il duo Ferragnez si è premurato di pubblicizzare.
Io faccio sempre l’errore di prendere tutto troppo sul serio e di interrogarmi sul futuro: penso, ad esempio, agli studenti posteri venturi che tra un centinaio d’anni studieranno la Storia Italiana dal 2000 al 2100 e dovranno scrivere tesine sulla maniacale compulsività alla spettacolarizzazione della generazione 2K, legandola al kitch: l’ondata storica di kitch che si abbatté sul secolo trasformandolo nel pitale d’oro per i bisogni dei giovani ricchi del millennio…
Allora facciamo che lascio povere barocche cittadine siciliane trasformate in set nuziali, e passo a dirvi un po’ del mese spagnolo. 🙂

Le residenze in cui sono stata erano due, la prima a Castellvì de la Marca, 40 km da Barcellona. Can Borni, per la precisione, un piccolo casolare nel middle of Mediterranean nowhere della campagna catalana, dove lo spettacolo naturale è da ricondursi principalmente al mare di vigneti che vi circondano e in cui navigar v’è dolce, ve lo garantisco.
Appena sono scesa dalla macchina, quando sono arrivata, odore di fichi e uva dolce. La mia petite madeleine, se Proust mi presta il suo sistema decimo sensoriale per elaborare il risveglio della memoria.
Da piccola trascorrevo i primi dieci giorni di settembre dai miei nonni materni. Gli adulti vendemmiavano e io, bambina, giravo fra viti, prugni, fichi, sperimentando le consistenze diverse delle cose —il nulla rosso dei papaveri, le bucce ostili delle prugne, i graffi sui miei ginocchi da maschiaccio. I giorni erano i giorni graziati dal tempo dilatato dell’infanzia, quando un pomeriggio sembrava eterno e la sera un antro misterioso.
Lì, all’Hannah Creative Center, ho ritrovato la stessa dimensione olfattiva e temporale.

Quanto agli artisti ospiti, eravamo un’italiana che abita a New York, due coreane trasferite a Parigi, un portoghese emigrato ad Amsterdam e una polacca in cerca del suo posto nel mondo. Detta così suona praticamente come una barzelletta, ma immaginate l’intreccio di lingue! L’inglese era la nostra salvezza, anche se ho capito che le coreane trasferite a Parigi fanno una gran fatica, ma davvero una gran fatica con qualsiasi lingua all’infuori del coreano. Molto spesso, ve lo confesso, desistevo dall’impresa di capire e spalancavo un sorriso sconfitto.

La vita, a Can Borni, scorreva lemme lemme, proprio come la immaginate. E c’era una cosa che mi dava particolarmente ai nervi. Il melodico iberico che mandano alla radio —io correvo molto, quindi molta radio, quindi molto melodico.
Il melodico iberico non si regge, è insostenibile. Tipo Bobby Solo, versione spagnola.
Solo che almeno lui, Bobby, era solo! Niente mariachi al seguito!
Il melodico iberico ti stende un manzo.

Ma una sera è stata ravvivata — be’, incendiata — dai correfoc. I correfoc sono un gruppo di pazzi che si travestono da diavoli, invadono le strade di qualche paese, ballando musiche tribali e dandosi fuocodartificio. Proprio così, hanno, attorno al loro corpo, dei candelotti di fuochi d’artificio versione stellefilanti, che fanno scoppiare mentre si scatenano come dei posseduti. Il tutto, nella via principale, che viene percorsa per tutto il paese, una processione pirotecnica seguita dagli oh-ah-oh-ah degli autoctononi e dall’incredulità dei turisti — pochissimi, a dire il vero… chi conosce la zona del Penedès, vi chiedo io?
In America, ma anche in Italia, uno spettacolo del genere sarebbe bandito per ovvi motivi di sicurezza. Immaginate una sfilata di correfoc, che si danno fuocodartificio, e si scatenano liberamente, con tanto di carretto di polvere da sparo al seguito, a meno di due metri dalla folla.
Io me ne sono rimasta a una certa distanza, il naso pieno di zolfo e la sensazione di trovarmi in qualche posto della mia immaginazione letto da qualche parte, ma certo non vissuto.
Ecco, questo rito pagano del correfoc — il cui nome, tuttavia mi ha stregato sin da quando l’ho sentito — credo sintetizzi al meglio cos’è la Spagna. La terra in bilico fra il tradizionale, il crudele, il mistico e il masochistico. Pensate alla corrida, ma pensate anche alla corsa dei tori a Pamplona. Pensate, ora, al correfoc.
Fuoco, sangue, terra.

Ora, non ne abbiano a male gli spagnoli o i filo-iberici.
Ricordate i temi d’italiano a scuola? Si faceva la brutta e poi la bella.
Ecco, io trovo la Spagna la brutta copia dell’Italia; l’Italia, la bella copia della Spagna. Nel senso che i contenuti, quelli mediterranei, sono gli stessi. Il mare tranquillo, da bambini. Le viti e i fichi. Il paesaggio a tratti toscano, a tratti sardo. C’è moltissima Italia in Spagna, ma a un livello primevo, rudimentale. Manca assolutamente la raffinatezza stilistica che si respira in Italia — e che, popolo di Moviers, non ha eguali al mondo, riconosciamolo — manca quella parte di ragionamento estetico che si fa sopra un ragionamento pratico: è lì, in quella fascia, che caglia lo stile. Insomma, è come se l’idea di fondo fosse la stessa, ma il modo in cui viene presentata — lo svolgimento — mancasse completamente, o fosse allo stato grezzo.

L’ambiente urbano fa un po’ eccezione — un po’. Barcellona, già conosciuta anni fa, è una città amabile e vivibile. Maneggiabile. Arte, tanta. Vita, anche. Uno splendido museo nuovo che è il Museu del Dessiny (che sta per Design), dalle forme architettoniche assai intriganti e mostre da acquilina in bocca — immaginate l’estasi del Board a una mostra intitolata “Dressing the Body. Silhouettes and fashion (1550-2015)”…
Ma certo, adesso che ho New York come riferimento metropolitano, anche Barcellona si inserisce nel piccolo. Non necessariamente provinciale. Ma piccolo.

Tutt’altra impressione ho avuto di Madrid. Ariosa, chiara, metropolitana. Lo si capisce in uno sguardo che è la capitale, appena scendete dal treno, nella stazione che se la gioca con la Gare de Lion, quanto a monumentalità. Non scorderò mai il giardino tropicale all’interno della Estacio Antochia, piante dai fusti altissimi, contenuti sotto un tetto di vetro Liberty. Avrei voluto avere le frange di un vestito anni ’20 a solleticarmi le gambe, al posto delle mie braghette corte millennial.
Ma non si può avere tutto, claro.

Madrid per me è stata solo una giornata: per permettermi il tanto agognato Museo Thyssen-Bornemisza e, ovviamente il Reina Sofia, per vedere “Guernica”. E lasciatemi dire. È grande “Guernica”. No, è giaigantica. 3,50 m x 7,87 m — ho appuntato le misure. In testa, la fantasia sfrenata e scema di averla appesa in corridoio nell’Upper West Side.
Malgrado il divieto tassativo di scattare fotografie, ne ho rubate due, con il flusso di folla davanti, che immagino scorrere perenne, come davanti alla Monnalisa.
Me ne sono rimasta piantata lì per un po’. A differenza della Monnalisa, però, la grandezza fa di “Guernica” una narrazione piena di dettagli, in parte anche solo abbozzati, e bisogna far attenzione per individuarli.
Per esempio, vi siete mai accorti che i pezzi degli animali si fondono con gli arti degli umani? Che una zampa equina diventa un braccio umano? E che c’è un fiore che sboccia su una spada? E che c’è una lama sopra un’oca che piange? Che il lampadario in alto sembra un occhio umano, più che un lampadario? Che nell’angolo in alto a destra c’è una finestra vuota, bianca?
Avete mai pensato che Picasso è riuscito a far parlare l’orrore, attraverso immagine fisiche di orrore — le donne piangenti, i corpi feriti — e, al contempo, attraverso immagini metafisiche — come, appunto, una dechirichianissima finestra vuota bianca?
La tappa al Reina Sofia è da farsi.

Tornando alla città, una scrittrice molto stimata in Spagna, Montserrat Cano, che avrei conosciuto di lì a pochi giorni su La Gomera, mi ha parlato di lei, di Madrid.
Ho abitato per tanti anni in Portogallo, dice Monserrat. Sei mesi fa mio marito è morto, e non potevo più stare nella nostra casa. Troppi ricordi. Così l’ho venduta. Ora vivo sei mesi a Madrid, e sei mesi su La Gomera. Madrid è la città aperta. Nessuno ti chiede da dove vieni per capire se sei catalano o spagnolo, come invece succede a Barcellona. A Madrid la gente è da tutto il mondo.
Come a New York?, chiedo io.
Sì, come a New York, dice lei, l’altra città in cui mi piacerebbe abitare.

Credo che Montserrat abbia ragione da vendere. Madrid e New York hanno quell’ampio respiro urbano che poche città riescono a restituire. Io ci sono stata una manciata di ore, ma quell’afflato l’ho avvertito immediatamente, e quando Montserrat me l’ha confermato, ho pensato che avrei dovuto illuminare questo legame sotterraneo fra le due città, anche solo in un pippone lezmuviano.

E poi, Moviers, è toccata La Gomera, quel tondino d’isola delle Canarie che è come la mosca bianca delle Canarie: con loro condivide solo la natura vulcanica, ma certo non quella turistico-baccana che ha snaturato le altre isole dell’arcipelago.
Perché diciamocelo, uno dice “Canarie” e immediatamente la cartolina sbiadita di spiagge superaffollate, discoteche moleste e natura violata plana nell’immaginario — almeno nel mio. La Gomera è un mondo a sé che, grazie alla mancanza assoluta di tratti balneabili per famiglie e tardo adolescenti in cerca di ebrezza, non risulta sulle mappe turistiche, dove invece pulsano, in tutta la loro artificiale fluorescenza, Tenerife, La Palma e Lanzarote.
Il turismo è quello degli hikers, grazie alla rete di sentieri che la mappano meglio di Google. Se siete appassionati di natura e camminate, l’isola vi farà andare via di testa — e ve lo dice un’urbana.

È un paesaggio del tutto peculiare, La Gomera. C’è forte l’odore della preistoria, o di quel ‘600 pre-Conquistadores che rende l’isola un luogo della memoria. E poi una vegetazione talmente variegata e schizofrenica davanti alla quale tutte le coronarie di tutti i geografi, scienziati, botanici — Von Humboldt compreso — dal ‘700 in avanti devono essersi fermate.
Lui, Alexander Von Humboldt, il papà della geografia moderna, vi arrivò nel 1799, proprio per studiarne la flora così unica.
Tratti aridi come l’Arizona si alternano a macchie rigogliose da foresta tropicale, con palme colossali e fiori technicolor. Poi, d’improvviso, aree alpine, con pini marittimi e mughi che ti scaraventano dritto dritto in Trentino.
“Me ne vado con le lacrime agli occhi. Vorrei trasferirmi qui”, si legge nei diari di Humboldt — ettecredo, Alexander.
So di lui non perché io abbia studiato storia della biologia, ma perché Donna, un’artist-in-residence a Casa Tagumerche, era una ricercatrice gallese che si occupava di “Romantic science”, ovvero la disciplina che si interessa al rapporto tra scienza e arte — soprattutto scienza e poesia — nell’‘800.

E poi naturalmente il mare. Il Mediterraneo è il bagnetto per bimbi, calmo e tiepido. L’Atlantico è la malìa degli adulti, muscolare e muscoloso. Ricco di pesci, di scale di colori dal cobalto all’acquamarina, ma parco di zone da ammollo.
È un animale irruento e divino, e ogni volta che m’immergevo, sapevo che lui mi stava accogliendo e che, francamente, poteva fare di me ciò che voleva. Strapazzarmi, trascinarmi al largo, risputarmi a terra. Lo approcciavo con umiltà fantozziana e attenzione svizzera.

Nonostante “paradisiaco” sia l’aggettivo più immediato con cui descrivere quell’Eden, c’è la componente vulcanica, che ti spinge in qualche girone dantesco. La sabbia è nera come la notte, e così sono certe macchie di roccia. L’infernale è senz’altro lì.

Casa Tagumerche si trova a 400 m sul livello del mare. Pertanto gode di una vista mozzafiato, ma paga il pegno di essere esposta. E il vento soffia ininterrotto —è lui, credo, il vero padrone dell’isola. La piccola depandance che mi avevano assegnato, un po’ staccata dalla residenza, era battuta da folate che solo in Tasmania avevo conosciuto, su Flinders Island. Tutto questo vento ha trasformato le mie notti in viaggi per mare, in cui la mia camera era una barchetta al largo, e io dentro, a chiedermi se sarei riuscita a tornare a riva.
Non so bene come, ma ogni mattina mi sono svegliata a riva… 🙂

C’è stato un periodo della mia vita, appena trasferita a Trento, in cui non volevo partire. Per il terrore di ritornarvi — il terrore del ritorno. Poi l’ho superato, e sono sempre partita. Ma ogni volta che dovevo rientrare, era una specie di piccolo lutto.
Ecco, da quando abito a New York, questo lutto non è più. Tornare a New York è come continuare il viaggio. Perché New York è la città che non finisce mai. Ricomincia, nuova, ogni giorno.
Quindi, per quanto sia stato triste lasciare il mio soldino d’isola, in cui ho fatto tutte le cose ragazzine che potete immaginare — corse, nuotate, esplorazioni in foreste salgariane con gambe mocciose e graffiatissime — atterrare al JFK è stato naturale e piacevole.
Persino il rapporto con la Dogana è cambiato.

“What are you doing here in New York?”
“I teach Italian at the Fashion Institute of Technology”
“I see”
“…And well, I am a poet too”
“Oh really? I should have studied you in the books at school, then! Welcome back!”

Welcome back.
Pensare al “follow me”, dieci anni fa, quando sbarcai al LAX, e l’agente di turno non voleva saperne di spalancarmi le porte di Los Angeles. Pensare all’ora di interrogatorio che seguì, dopo che lo seguii in un ufficio con un altro agente al suo fianco, perché le rogne non vengono mai sole.
Un visto O1 cambia tutto.

E questa settimana, dopo un mese di astinenza cinematografica al quale sono incredibilmente sopravvissuta, sono andata all’ACM Magic Johnson Harlem 9, la sala cinematografica di Harlem, su Fredrick Douglas Blvd e la 124esima, che mi mancava all’appello. Aspettavo il film giusto. Il film giusto è stato “BlacKkKlansman” di Sir Spike Lee.

Il film è l’adattamento cinematografico del libro Black Klansman scritto dall’ex poliziotto afroamericano Ron Stallworth, del distretto di Colorado Springs: Ron è stato il primo uomo ad essersi infiltrato nella divisione locale del Ku Klux Klan — stiamo parlando di una storia vera, quindi. E già avete capito che questo gesto è eroico e al contempo assurdo, esilarante — un nero infiltrato nel Ku Klux Klan!
Da un lato Ron deve tener monitorate un gruppo di Black Panther, militanti che vogliono diffondere gli ideali “Black Power” nella tranquilla Cold Spring. Dall’altro però Ron vuole fare qualcosa contro i movimenti di suprematisti bianchi che stanno prendendo piede nel paese.
Dopo aver letto un annuncio sul giornale, telefona al Ku Klux Klan, e dice, sono un vostro simpatizzante, voglio entrare nell’Organizzazione. La voce al telefono suona convincente, ma capirete che Ron ha bisogno di un corpo bianco che si spacci per lui: ed ecco quindi il collega, bianchissimo ed ebreo, Flip Zimmerman (il sempre bravo Adam Driver), che si infiltra fisicamente nel gruppo, previ accordi telefonici col capo presi da Ron, che se la ride e ci fa ridere, decantando il suo profondo razzismo contro i nigga.

Il film si apre su un monologo farneticante di Alec Baldwin che fa il verso a Donald Trump, e che ci fa capire immediatamente dove siamo: il territorio dell’ironia, dei riferimenti continui all’attualità, dialoghi paradossali, azioni con intenti brutali ma agite in maniera goffa, vòlte a ridicolizzare un gruppo che predica la superiorità a parole ma esercita l’idiozia nei fatti.
Il feeling fra i due attori principali si sente, così come la componente umoristica, ciononostante c’è qualcosa che appesantisce — il film è troppo lungo, e per quanto a tratti esilaranti, è troppo troppo lungo.
Ed è una storia naturalmente sul razzismo, ma troppo bianco-o-nero — e perdonerete il gioco di parole. C’è una rappresentazione scontata degli siocchi meschini incappucciati, e una rappresentazione scontata dei neri che si battono per i giusti ideali. In altri film Spike Lee aveva tentato di mostrare il complicato sfumato che si cela dietro alla quastione della razza, dal punto di vista sociale, personale, psichico e di coppia — l’avevamo trovato riuscito in “Jungle Fever”, “Bambozleed”, “Do the Right Thing”, “Clockers”, “He Got Game”, “Crooklyn”.
Qui forse Spike è rimasto incastrato nelle maglie della storia vera, e non ha potuto lavorare più di tanto d’immaginazione. Questa, l’immaginazione, manca al film. Se brilla in certi scambi linguistici, il film rimane incolore in fatto di trovate — anche visive, non solo narrative — che mi hanno lasciato a bocca asciutta.
La delusione maggiore è arrivata, tuttavia, nel finale. Spike Lee ha deciso di chiudere inserendo immagini di repertorio sugli scontri fra suprematisti bianchi e manifestanti a Charlottsville, lo scorso anno, dove morì una ragazza e si contarono venti feriti.
Ho trovato l’aggiunta, per quanto di effetto, un’appendice a se stante, che poteva essere inserita nel tessuto narrativo. Perché non far comparire Ron oggi, mentre osserva, magari in tv, gli accadimenti di Charlottesville?
In fondo, il presente è costantemente presente nel film, con i suprematisti che ripetono “Let’s make America great again” e “America first” — i ritornelli trumpiani che ci fanno ridere e inorridire.

Ma questa è un’opinione del tutto personale. Sono andata a vedere il film con Gretchen — ricordate l’artista che avevo conosciuto al 44esimo piano dell’appartamento vicino a Columbus Circle? A lei è piaciuta, invece, l’idea di inserire le immagini vere di Charlottesville.
“Perché dimentichiamo. E tutto quanto ci fa ricordare che Charlottesville è accaduto, è benvenuto e necessario”.
Ma l’arte, mi chiedo io? L’arte non è forse prendere la realtà, spremerla, e farne uscire un succo sconosciuto, mai assaggiato prima, che contiene quella realtà e altro?

Bah, forse ho una visione troppo alta delle cose, e mi dovrei accontentare del lavoro passabile di Spike Lee. E ringraziarlo perché almeno lui l’ha fatto.
Dovendolo comparare a “Sorry to Bother You” di Boot Riley, il film rivelazione di cui parlammo prima della mia partenza, “BlacKkKlansman” è meno innovativo, molto più prevedibile, sia nello sviluppo narrativo che stilistico. Certo gli obbiettvi dei due film sono diversi, ma entrambi si concentrano, per esempio, sull’uso della lingua dei due neri — entrambi i protagonisti si fingono bianchi al telefono. Quindi diversi sì, ma anche avvicinabili, per certi versi.
A ogni modo, il film di Spike, al momento, è alla Mostra del Cinema di Venezia — e Spike con lui. Immagino quindi che uscirà presto anche in Italia.
E naturalmente voi andrete a vederlo… 🙂

E siamo arrivati alla fine.
Ho creato un album con le foto della Spagna e de La Gomera — così vedete un po’, e mi vedete anche un po’, se volete.
Si chiama Fruspain. Ma ad avercene, di dolori così… 😉
Dalla settimana prossima, inaugureremo il Frunyc IV!

Ah, un’ultima cosa. It’s good to be back…

E ora ringraziamenti e saluti, socialmediaticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

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