LET’S MOVIE 381 da NYC commenta “BLACKKKLANSMAN” di Spike Lee

LET’S MOVIE 381 da NYC commenta “BLACKKKLANSMAN” di Spike Lee

Ferragnez Fellows,

tornando in Europa, il cellulare invaso da buzzfeed italiani, non ho fatto che assorbire, giorno dopo giorno, il fiume di dettagli circolanti sui due reali di casa nostra che si apprestavano al matrimonio. Non avevo idea, da New York, che tanta stampa ruotasse intorno alla coppia.
A quanto pare i piccioni impazzano sempre, di qua e di là dall’oceano. Dalla versione per teenager influencer&rapper, a quella per adulti, Amal&George Clooney, la moglie e il marito che in tanti, almeno qui in America, vorrebbero vedere, un giorno, alla Casa Bianca — l’incarnazione dell’edutainment che sbarca in politica. Entrambi impegnati, entrambi belli. Cosa volere di più?

Se me lo permettete, io eviterei di aggiungere commenti sui dettagli matrimoniali che con tanta dovizia il duo Ferragnez si è premurato di pubblicizzare.
Io faccio sempre l’errore di prendere tutto troppo sul serio e di interrogarmi sul futuro: penso, ad esempio, agli studenti posteri venturi che tra un centinaio d’anni studieranno la Storia Italiana dal 2000 al 2100 e dovranno scrivere tesine sulla maniacale compulsività alla spettacolarizzazione della generazione 2K, legandola al kitch: l’ondata storica di kitch che si abbatté sul secolo trasformandolo nel pitale d’oro per i bisogni dei giovani ricchi del millennio…
Allora facciamo che lascio povere barocche cittadine siciliane trasformate in set nuziali, e passo a dirvi un po’ del mese spagnolo. 🙂

Le residenze in cui sono stata erano due, la prima a Castellvì de la Marca, 40 km da Barcellona. Can Borni, per la precisione, un piccolo casolare nel middle of Mediterranean nowhere della campagna catalana, dove lo spettacolo naturale è da ricondursi principalmente al mare di vigneti che vi circondano e in cui navigar v’è dolce, ve lo garantisco.
Appena sono scesa dalla macchina, quando sono arrivata, odore di fichi e uva dolce. La mia petite madeleine, se Proust mi presta il suo sistema decimo sensoriale per elaborare il risveglio della memoria.
Da piccola trascorrevo i primi dieci giorni di settembre dai miei nonni materni. Gli adulti vendemmiavano e io, bambina, giravo fra viti, prugni, fichi, sperimentando le consistenze diverse delle cose —il nulla rosso dei papaveri, le bucce ostili delle prugne, i graffi sui miei ginocchi da maschiaccio. I giorni erano i giorni graziati dal tempo dilatato dell’infanzia, quando un pomeriggio sembrava eterno e la sera un antro misterioso.
Lì, all’Hannah Creative Center, ho ritrovato la stessa dimensione olfattiva e temporale.

Quanto agli artisti ospiti, eravamo un’italiana che abita a New York, due coreane trasferite a Parigi, un portoghese emigrato ad Amsterdam e una polacca in cerca del suo posto nel mondo. Detta così suona praticamente come una barzelletta, ma immaginate l’intreccio di lingue! L’inglese era la nostra salvezza, anche se ho capito che le coreane trasferite a Parigi fanno una gran fatica, ma davvero una gran fatica con qualsiasi lingua all’infuori del coreano. Molto spesso, ve lo confesso, desistevo dall’impresa di capire e spalancavo un sorriso sconfitto.

La vita, a Can Borni, scorreva lemme lemme, proprio come la immaginate. E c’era una cosa che mi dava particolarmente ai nervi. Il melodico iberico che mandano alla radio —io correvo molto, quindi molta radio, quindi molto melodico.
Il melodico iberico non si regge, è insostenibile. Tipo Bobby Solo, versione spagnola.
Solo che almeno lui, Bobby, era solo! Niente mariachi al seguito!
Il melodico iberico ti stende un manzo.

Ma una sera è stata ravvivata — be’, incendiata — dai correfoc. I correfoc sono un gruppo di pazzi che si travestono da diavoli, invadono le strade di qualche paese, ballando musiche tribali e dandosi fuocodartificio. Proprio così, hanno, attorno al loro corpo, dei candelotti di fuochi d’artificio versione stellefilanti, che fanno scoppiare mentre si scatenano come dei posseduti. Il tutto, nella via principale, che viene percorsa per tutto il paese, una processione pirotecnica seguita dagli oh-ah-oh-ah degli autoctononi e dall’incredulità dei turisti — pochissimi, a dire il vero… chi conosce la zona del Penedès, vi chiedo io?
In America, ma anche in Italia, uno spettacolo del genere sarebbe bandito per ovvi motivi di sicurezza. Immaginate una sfilata di correfoc, che si danno fuocodartificio, e si scatenano liberamente, con tanto di carretto di polvere da sparo al seguito, a meno di due metri dalla folla.
Io me ne sono rimasta a una certa distanza, il naso pieno di zolfo e la sensazione di trovarmi in qualche posto della mia immaginazione letto da qualche parte, ma certo non vissuto.
Ecco, questo rito pagano del correfoc — il cui nome, tuttavia mi ha stregato sin da quando l’ho sentito — credo sintetizzi al meglio cos’è la Spagna. La terra in bilico fra il tradizionale, il crudele, il mistico e il masochistico. Pensate alla corrida, ma pensate anche alla corsa dei tori a Pamplona. Pensate, ora, al correfoc.
Fuoco, sangue, terra.

Ora, non ne abbiano a male gli spagnoli o i filo-iberici.
Ricordate i temi d’italiano a scuola? Si faceva la brutta e poi la bella.
Ecco, io trovo la Spagna la brutta copia dell’Italia; l’Italia, la bella copia della Spagna. Nel senso che i contenuti, quelli mediterranei, sono gli stessi. Il mare tranquillo, da bambini. Le viti e i fichi. Il paesaggio a tratti toscano, a tratti sardo. C’è moltissima Italia in Spagna, ma a un livello primevo, rudimentale. Manca assolutamente la raffinatezza stilistica che si respira in Italia — e che, popolo di Moviers, non ha eguali al mondo, riconosciamolo — manca quella parte di ragionamento estetico che si fa sopra un ragionamento pratico: è lì, in quella fascia, che caglia lo stile. Insomma, è come se l’idea di fondo fosse la stessa, ma il modo in cui viene presentata — lo svolgimento — mancasse completamente, o fosse allo stato grezzo.

L’ambiente urbano fa un po’ eccezione — un po’. Barcellona, già conosciuta anni fa, è una città amabile e vivibile. Maneggiabile. Arte, tanta. Vita, anche. Uno splendido museo nuovo che è il Museu del Dessiny (che sta per Design), dalle forme architettoniche assai intriganti e mostre da acquilina in bocca — immaginate l’estasi del Board a una mostra intitolata “Dressing the Body. Silhouettes and fashion (1550-2015)”…
Ma certo, adesso che ho New York come riferimento metropolitano, anche Barcellona si inserisce nel piccolo. Non necessariamente provinciale. Ma piccolo.

Tutt’altra impressione ho avuto di Madrid. Ariosa, chiara, metropolitana. Lo si capisce in uno sguardo che è la capitale, appena scendete dal treno, nella stazione che se la gioca con la Gare de Lion, quanto a monumentalità. Non scorderò mai il giardino tropicale all’interno della Estacio Antochia, piante dai fusti altissimi, contenuti sotto un tetto di vetro Liberty. Avrei voluto avere le frange di un vestito anni ’20 a solleticarmi le gambe, al posto delle mie braghette corte millennial.
Ma non si può avere tutto, claro.

Madrid per me è stata solo una giornata: per permettermi il tanto agognato Museo Thyssen-Bornemisza e, ovviamente il Reina Sofia, per vedere “Guernica”. E lasciatemi dire. È grande “Guernica”. No, è giaigantica. 3,50 m x 7,87 m — ho appuntato le misure. In testa, la fantasia sfrenata e scema di averla appesa in corridoio nell’Upper West Side.
Malgrado il divieto tassativo di scattare fotografie, ne ho rubate due, con il flusso di folla davanti, che immagino scorrere perenne, come davanti alla Monnalisa.
Me ne sono rimasta piantata lì per un po’. A differenza della Monnalisa, però, la grandezza fa di “Guernica” una narrazione piena di dettagli, in parte anche solo abbozzati, e bisogna far attenzione per individuarli.
Per esempio, vi siete mai accorti che i pezzi degli animali si fondono con gli arti degli umani? Che una zampa equina diventa un braccio umano? E che c’è un fiore che sboccia su una spada? E che c’è una lama sopra un’oca che piange? Che il lampadario in alto sembra un occhio umano, più che un lampadario? Che nell’angolo in alto a destra c’è una finestra vuota, bianca?
Avete mai pensato che Picasso è riuscito a far parlare l’orrore, attraverso immagine fisiche di orrore — le donne piangenti, i corpi feriti — e, al contempo, attraverso immagini metafisiche — come, appunto, una dechirichianissima finestra vuota bianca?
La tappa al Reina Sofia è da farsi.

Tornando alla città, una scrittrice molto stimata in Spagna, Montserrat Cano, che avrei conosciuto di lì a pochi giorni su La Gomera, mi ha parlato di lei, di Madrid.
Ho abitato per tanti anni in Portogallo, dice Monserrat. Sei mesi fa mio marito è morto, e non potevo più stare nella nostra casa. Troppi ricordi. Così l’ho venduta. Ora vivo sei mesi a Madrid, e sei mesi su La Gomera. Madrid è la città aperta. Nessuno ti chiede da dove vieni per capire se sei catalano o spagnolo, come invece succede a Barcellona. A Madrid la gente è da tutto il mondo.
Come a New York?, chiedo io.
Sì, come a New York, dice lei, l’altra città in cui mi piacerebbe abitare.

Credo che Montserrat abbia ragione da vendere. Madrid e New York hanno quell’ampio respiro urbano che poche città riescono a restituire. Io ci sono stata una manciata di ore, ma quell’afflato l’ho avvertito immediatamente, e quando Montserrat me l’ha confermato, ho pensato che avrei dovuto illuminare questo legame sotterraneo fra le due città, anche solo in un pippone lezmuviano.

E poi, Moviers, è toccata La Gomera, quel tondino d’isola delle Canarie che è come la mosca bianca delle Canarie: con loro condivide solo la natura vulcanica, ma certo non quella turistico-baccana che ha snaturato le altre isole dell’arcipelago.
Perché diciamocelo, uno dice “Canarie” e immediatamente la cartolina sbiadita di spiagge superaffollate, discoteche moleste e natura violata plana nell’immaginario — almeno nel mio. La Gomera è un mondo a sé che, grazie alla mancanza assoluta di tratti balneabili per famiglie e tardo adolescenti in cerca di ebrezza, non risulta sulle mappe turistiche, dove invece pulsano, in tutta la loro artificiale fluorescenza, Tenerife, La Palma e Lanzarote.
Il turismo è quello degli hikers, grazie alla rete di sentieri che la mappano meglio di Google. Se siete appassionati di natura e camminate, l’isola vi farà andare via di testa — e ve lo dice un’urbana.

È un paesaggio del tutto peculiare, La Gomera. C’è forte l’odore della preistoria, o di quel ‘600 pre-Conquistadores che rende l’isola un luogo della memoria. E poi una vegetazione talmente variegata e schizofrenica davanti alla quale tutte le coronarie di tutti i geografi, scienziati, botanici — Von Humboldt compreso — dal ‘700 in avanti devono essersi fermate.
Lui, Alexander Von Humboldt, il papà della geografia moderna, vi arrivò nel 1799, proprio per studiarne la flora così unica.
Tratti aridi come l’Arizona si alternano a macchie rigogliose da foresta tropicale, con palme colossali e fiori technicolor. Poi, d’improvviso, aree alpine, con pini marittimi e mughi che ti scaraventano dritto dritto in Trentino.
“Me ne vado con le lacrime agli occhi. Vorrei trasferirmi qui”, si legge nei diari di Humboldt — ettecredo, Alexander.
So di lui non perché io abbia studiato storia della biologia, ma perché Donna, un’artist-in-residence a Casa Tagumerche, era una ricercatrice gallese che si occupava di “Romantic science”, ovvero la disciplina che si interessa al rapporto tra scienza e arte — soprattutto scienza e poesia — nell’‘800.

E poi naturalmente il mare. Il Mediterraneo è il bagnetto per bimbi, calmo e tiepido. L’Atlantico è la malìa degli adulti, muscolare e muscoloso. Ricco di pesci, di scale di colori dal cobalto all’acquamarina, ma parco di zone da ammollo.
È un animale irruento e divino, e ogni volta che m’immergevo, sapevo che lui mi stava accogliendo e che, francamente, poteva fare di me ciò che voleva. Strapazzarmi, trascinarmi al largo, risputarmi a terra. Lo approcciavo con umiltà fantozziana e attenzione svizzera.

Nonostante “paradisiaco” sia l’aggettivo più immediato con cui descrivere quell’Eden, c’è la componente vulcanica, che ti spinge in qualche girone dantesco. La sabbia è nera come la notte, e così sono certe macchie di roccia. L’infernale è senz’altro lì.

Casa Tagumerche si trova a 400 m sul livello del mare. Pertanto gode di una vista mozzafiato, ma paga il pegno di essere esposta. E il vento soffia ininterrotto —è lui, credo, il vero padrone dell’isola. La piccola depandance che mi avevano assegnato, un po’ staccata dalla residenza, era battuta da folate che solo in Tasmania avevo conosciuto, su Flinders Island. Tutto questo vento ha trasformato le mie notti in viaggi per mare, in cui la mia camera era una barchetta al largo, e io dentro, a chiedermi se sarei riuscita a tornare a riva.
Non so bene come, ma ogni mattina mi sono svegliata a riva… 🙂

C’è stato un periodo della mia vita, appena trasferita a Trento, in cui non volevo partire. Per il terrore di ritornarvi — il terrore del ritorno. Poi l’ho superato, e sono sempre partita. Ma ogni volta che dovevo rientrare, era una specie di piccolo lutto.
Ecco, da quando abito a New York, questo lutto non è più. Tornare a New York è come continuare il viaggio. Perché New York è la città che non finisce mai. Ricomincia, nuova, ogni giorno.
Quindi, per quanto sia stato triste lasciare il mio soldino d’isola, in cui ho fatto tutte le cose ragazzine che potete immaginare — corse, nuotate, esplorazioni in foreste salgariane con gambe mocciose e graffiatissime — atterrare al JFK è stato naturale e piacevole.
Persino il rapporto con la Dogana è cambiato.

“What are you doing here in New York?”
“I teach Italian at the Fashion Institute of Technology”
“I see”
“…And well, I am a poet too”
“Oh really? I should have studied you in the books at school, then! Welcome back!”

Welcome back.
Pensare al “follow me”, dieci anni fa, quando sbarcai al LAX, e l’agente di turno non voleva saperne di spalancarmi le porte di Los Angeles. Pensare all’ora di interrogatorio che seguì, dopo che lo seguii in un ufficio con un altro agente al suo fianco, perché le rogne non vengono mai sole.
Un visto O1 cambia tutto.

E questa settimana, dopo un mese di astinenza cinematografica al quale sono incredibilmente sopravvissuta, sono andata all’ACM Magic Johnson Harlem 9, la sala cinematografica di Harlem, su Fredrick Douglas Blvd e la 124esima, che mi mancava all’appello. Aspettavo il film giusto. Il film giusto è stato “BlacKkKlansman” di Sir Spike Lee.

Il film è l’adattamento cinematografico del libro Black Klansman scritto dall’ex poliziotto afroamericano Ron Stallworth, del distretto di Colorado Springs: Ron è stato il primo uomo ad essersi infiltrato nella divisione locale del Ku Klux Klan — stiamo parlando di una storia vera, quindi. E già avete capito che questo gesto è eroico e al contempo assurdo, esilarante — un nero infiltrato nel Ku Klux Klan!
Da un lato Ron deve tener monitorate un gruppo di Black Panther, militanti che vogliono diffondere gli ideali “Black Power” nella tranquilla Cold Spring. Dall’altro però Ron vuole fare qualcosa contro i movimenti di suprematisti bianchi che stanno prendendo piede nel paese.
Dopo aver letto un annuncio sul giornale, telefona al Ku Klux Klan, e dice, sono un vostro simpatizzante, voglio entrare nell’Organizzazione. La voce al telefono suona convincente, ma capirete che Ron ha bisogno di un corpo bianco che si spacci per lui: ed ecco quindi il collega, bianchissimo ed ebreo, Flip Zimmerman (il sempre bravo Adam Driver), che si infiltra fisicamente nel gruppo, previ accordi telefonici col capo presi da Ron, che se la ride e ci fa ridere, decantando il suo profondo razzismo contro i nigga.

Il film si apre su un monologo farneticante di Alec Baldwin che fa il verso a Donald Trump, e che ci fa capire immediatamente dove siamo: il territorio dell’ironia, dei riferimenti continui all’attualità, dialoghi paradossali, azioni con intenti brutali ma agite in maniera goffa, vòlte a ridicolizzare un gruppo che predica la superiorità a parole ma esercita l’idiozia nei fatti.
Il feeling fra i due attori principali si sente, così come la componente umoristica, ciononostante c’è qualcosa che appesantisce — il film è troppo lungo, e per quanto a tratti esilaranti, è troppo troppo lungo.
Ed è una storia naturalmente sul razzismo, ma troppo bianco-o-nero — e perdonerete il gioco di parole. C’è una rappresentazione scontata degli siocchi meschini incappucciati, e una rappresentazione scontata dei neri che si battono per i giusti ideali. In altri film Spike Lee aveva tentato di mostrare il complicato sfumato che si cela dietro alla quastione della razza, dal punto di vista sociale, personale, psichico e di coppia — l’avevamo trovato riuscito in “Jungle Fever”, “Bambozleed”, “Do the Right Thing”, “Clockers”, “He Got Game”, “Crooklyn”.
Qui forse Spike è rimasto incastrato nelle maglie della storia vera, e non ha potuto lavorare più di tanto d’immaginazione. Questa, l’immaginazione, manca al film. Se brilla in certi scambi linguistici, il film rimane incolore in fatto di trovate — anche visive, non solo narrative — che mi hanno lasciato a bocca asciutta.
La delusione maggiore è arrivata, tuttavia, nel finale. Spike Lee ha deciso di chiudere inserendo immagini di repertorio sugli scontri fra suprematisti bianchi e manifestanti a Charlottsville, lo scorso anno, dove morì una ragazza e si contarono venti feriti.
Ho trovato l’aggiunta, per quanto di effetto, un’appendice a se stante, che poteva essere inserita nel tessuto narrativo. Perché non far comparire Ron oggi, mentre osserva, magari in tv, gli accadimenti di Charlottesville?
In fondo, il presente è costantemente presente nel film, con i suprematisti che ripetono “Let’s make America great again” e “America first” — i ritornelli trumpiani che ci fanno ridere e inorridire.

Ma questa è un’opinione del tutto personale. Sono andata a vedere il film con Gretchen — ricordate l’artista che avevo conosciuto al 44esimo piano dell’appartamento vicino a Columbus Circle? A lei è piaciuta, invece, l’idea di inserire le immagini vere di Charlottesville.
“Perché dimentichiamo. E tutto quanto ci fa ricordare che Charlottesville è accaduto, è benvenuto e necessario”.
Ma l’arte, mi chiedo io? L’arte non è forse prendere la realtà, spremerla, e farne uscire un succo sconosciuto, mai assaggiato prima, che contiene quella realtà e altro?

Bah, forse ho una visione troppo alta delle cose, e mi dovrei accontentare del lavoro passabile di Spike Lee. E ringraziarlo perché almeno lui l’ha fatto.
Dovendolo comparare a “Sorry to Bother You” di Boot Riley, il film rivelazione di cui parlammo prima della mia partenza, “BlacKkKlansman” è meno innovativo, molto più prevedibile, sia nello sviluppo narrativo che stilistico. Certo gli obbiettvi dei due film sono diversi, ma entrambi si concentrano, per esempio, sull’uso della lingua dei due neri — entrambi i protagonisti si fingono bianchi al telefono. Quindi diversi sì, ma anche avvicinabili, per certi versi.
A ogni modo, il film di Spike, al momento, è alla Mostra del Cinema di Venezia — e Spike con lui. Immagino quindi che uscirà presto anche in Italia.
E naturalmente voi andrete a vederlo… 🙂

E siamo arrivati alla fine.
Ho creato un album con le foto della Spagna e de La Gomera — così vedete un po’, e mi vedete anche un po’, se volete.
Si chiama Fruspain. Ma ad avercene, di dolori così… 😉
Dalla settimana prossima, inaugureremo il Frunyc IV!

Ah, un’ultima cosa. It’s good to be back…

E ora ringraziamenti e saluti, socialmediaticamente cinematografici.

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