LET’S MOVIE 382 da NYC – commenta “THE WIFE” di BJORN RUNDE

LET’S MOVIE 382 da NYC – commenta “THE WIFE” di BJORN RUNDE

Mercy Moviers,

Ve la chiedo sempre la misericordia, quella specie di polverina magica che Manzoni chiamava grazia e che faceva scendere sugli umuncoli che siamo, nello specifico, Fra Cristoforo che era. Qui la misericordia è planata su un College che sta a Dobbs Ferry, a una ventina di minuti di treno da Upper Manhattan.
Ve ne avevo già parlato lo scorso aprile, del Mercy College. Per via di quell’invito, ricordate?
“No, non abbiamo posizioni aperte al momento, ma visto il tuo profilo, ti va di venire a parlare ai nostri studenti di quello che fai a New York?”.
Come no, corro, avevo risposto io. Ed ero corsa al Mercy College, la cui immagine si sovrappone a — e combacia con — l’immagine cinematografica che noi europei abbiamo del college americano.
Il corpo dell’università frammentato in tante piccole particelle, che sono i singoli dipartimenti, e che se ne stanno rinchiusi dentro a casette di mattoni, o di legno tinto di bianco, tutte a una ragionevole distanza dalla Main Hall. E tutt’intorno, verde, verde, verdissimamente verde. E alberi, alberoni, alberissimi. E quel silenzio della campagna, interrotto solo dal ronzio amico — benché molesto — dei tosaerba, che cercano di domare tutto quel manto, tutta quella ricrescita.
E se arrivate una sera d’inizio setttembre con 35 gradi, sentite i grilli e il loro frinire, non le cicale — le cicale, la loro bolgia nascosta, l’abbiamo lasciata a Castellvì de la Marca. E se vi chiedete cos’è quell’altro strano rumorino di fondo che vi giunge all’orecchio, oltre ai tosaerba e ai grilli, quel rumorino che non sapreste definire — e non solo perché definire i rumori è impresa ardua tanto quanto tentare di riprodurli — quel rumorino di scrocchio attutito è il crescere costante delle menti giovani, avvolte nel doppio strato della loro inconsapevolezza.
Ed ero corsa a Dobbs Ferry, ero sprofondata in Arcadia dopo un anno di giungla meccanica newyorkese, in una mattina freddissima ma soleggiata di aprile. Mattina presto presto, nessuno in giro. Solo io e il campus. Il parcheggio vuoto, il campo da basket vuoto, il dipartimento di lingue straniere, Maher Hall, deserto. Io che entro, scatto foto a tradimento di divanetti bonton, caminetto, del davanzale sopra il caminetto e la cornice con dentro la suora a cui il College è dedicato — il Mercy College non è esattamente un luogo devoto a Maometto. E poi tengo la mia presentazione su chi sono e cosa faccio davanti a studentoni grandi e grossi, ma intimiditi, un paio di ragazze sul Goth andante, annoiate o solo stanche, probabilmente dal turno di lavoro della sera prima. Perché, scoprirò, tantissimi studenti del Mercy lavorano, quindi non sono proprio dei fiori di freschezza al mattino.

Ebbene, a fine anno, si apre una posizione per insegnare un corso. Il Chair mi chiede se mi va, e anche in quel caso rispondo, come no, corro. Ed eccomi a correre di nuovo, mercoledì scorso a Dobbs Ferry, verso la mia prima lezione al Mercy College. Un corso di beginners che più beginners non si può. E il mercoledì si preannuncia essere il mio giorno campale. FIT a Chelsea fino alle 3 pm. Poi, se immaginate di essere me, prendete la metro, e dalla 28esima e Broadway, risalite tutta Manhattan, e scendete alla 225esima, sulla terraferma, immediatamente di là dall’Harlem River — Manhattan è pur sempre un’isola, la terraferma va raggiunta prima o poi. Lì scendete dalla metro e prendete il trenino che vi porta Upstate. Un regionale sciattarello, color argento vivo con la scritta blu “Metro-North”, che tante volte vedete in tanti film. Venti minuti di paesini Upstate, tipo Riverdale e Glenwood e scendete nello shakespeariano Ardsley-on-Hudson — il Bardo, bazzicava Stradford-upon-Avon, le due località se la giocano tutta sul fluviale. Lì, vi lasciate l’Hudson alle spalle. E credetemi, non ha nulla da invidiare all’Avon. L’Hudson può essere un fiume-mare inquietante per la sua ampiezza, e le ventimila leghe che immagino definiscano la sua profondità, ma se arrivate in un giorno sereno, col sole che ci gioca sopra, e lo scorrere lento lento di certe barcone un po’ chiatte che lo solcano, be’, l’Hudson fa la sua figura.

Dopo aver percorso un ameno sentiero tra il folto degli alberi, sbucate nel campus, che è quella culla verde di cui ho parlato poc’anzi. Ovviamente siete in largo anticipo, perché questa è la prima volta, e volete accertarvi che tutto fili liscio, soprattutto, che troviate la vostra aula, che il computer funzioni, e anche il proiettore. Raggiungete il secondo piano della Main Hall, la vostra aula, dove, ad accogliervi, c’è un tecnico, pronto prontissimo a spiegarvi come loggarvi nel sistema, e come maneggiare la console dei comandi per gestire lo schermo.
Rimanete impressionati. All’FIT siete a New York, e a New York ci si arrangia. Anche se avete sempre il numero salvezza tatuato sulla scrivania — il numero salvezza lo chiamate se qualcosa di tecnico/logico non funziona, e possono essere le 9 am o le 9 pm, il tecnico compare dopo due minuti e vi salva dall’imbarazzo di un apparato tecnologico che non funziona.

Dopo aver capito come pilotare il proiettore, ecco che arrivano i miei studenti. New York sta in un’altra galassia, e con lei, il fenotipo degli studenti FIT: strambi, creativi, gayissimi pure gli etero, esubero di studentesse, maschi in via di estinzione.

Qui al Mercy la mia classe conta 16 iscritti, le ragazze sono tre, di cui una è Nita, un colosso di donna che studia legge, e che, quando ho chiesto “cosa fai nel tempo libero”, ci ha tenuto a far sapere “sollevamento pesi e calcio. In una squadra maschile”.
La popolazione maschile della classe del Mercy è variegata.
C’è X, il secchione in giacca e cravatta, che prende appunti come se “IT 115” fosse il corso più importante del suo piano di studi — so che farà lo stesso per ogni corso del suo piano di studi, e che “cum laude” coronerà la sua laurea, fra qualche anno. Poi c’è Garrone, perché lui è incontrovertibilmente Garrone di De Amicis. Grande, grosso, gli occhi verdi, le gote ciliegia, il sorriso timido. Una ragazzo che è un pandolce. Quando gli chiedo cosa fa nel tempo libero, mi dice che lavora in un’impresa edile. Poi c’è Pel di carota, secco, bianchissimo, un folletto che suona la chitarra. Abbiamo una Candy Candy di Long Island che per l’occasione si chiama X: lei nel tempo libero lavora in un ospizio. Ho un X da Buenos Aires e un X dall’Ecuador. X l’italoamericano che non parla l’italiano e X che mi sa di ragazzo che ha convertito le difficoltà famigliari in sensibilità.

All’inizio sono molto intimiditi dall’italiana che si ritrovano davanti. Lo vedo da come mi guardano di sotto in su, temendo che chieda loro qualcosa — sanno benissimo che lo farò da un istante all’altro.
Quel momento di disagio e paura deve avere vita breve nelle mie classi. Ricordo benissimo come mi sentivo nei loro panni. Ricordo benissimo un paio di professori all’università che cavalcavano quel sentire, invece che stroncarlo sul nascere. Ogni lezione era una piccola agonia per tutti.
Dico subito che una lingua s’impara sbagliando e cadendo, e che non devono avere paura di sbagliare e cadere. E una lingua s’impara parlando. Quindi, noi si salta e si parla.
Dopo due frasi, giusto due frasi, l’atmosfera cambia completamente, si scioglie. Vedo che hanno tutti il sorriso facilissimo.

Una lezione di lingua è una coltura in cui brulica il buffo. Io ci metto del mio, naturalmente, perché nonostante l’anticipo con cui arrivi, i tecnici pronti ad aiutarti, c’è sempre qualcosa che sfugge.
La cosa che è sfuggita la mia prima lezione al Mercy, è stato il libro. Se non ci sono i gessi, oppure il proiettore fa le bizze, il problema si risolve in fretta. Se invece entrate in una classe con la lezione preparata su un libro che gli studenti dovrebbero avere, ma che non hanno, be’, il problema necessita di un plan B in tempo zero.
L’istante in cui realizzate che l’unica copia di “Oggi in Italia” è la vostra, e tutt’intorno ci sono solo block-notes immacolati, somiglia all’istante in cui uscite di casa vestiti di nulla, sta per avvicinarsi un fronte freddo di proporzioni dolomitiche e voi lo vedete arrivare, e siete lì, nude-look. Finiti.

Loro mi guardano un po’ colpevoli, un po’ innocenti. Perché insomma, sì, il libro dovevamo comprarlo, è vero, ma aspettavamo la prima lezione per essere sicuri che servisse… Io guardo loro e loro non pensano che io sono stata loro un tempo, e che conosco in anticipo tutte le scuse che stanno per buttarmi lì. Innocenti perché il libro costa la bellezza di 204 dollari. E non chiedetemi perché i libri costino così tanto qui, ma costano così tanto. E questi sono quasi tutti studenti lavoratori, e 204 dollari per uno studente lavoratore sono un sacco di soldi — anche per un’insegnante lavoratrice eh.
Allora faccio buon viso a cattivo gioco.
No problem, we will find something, dico.
Avere un computer in classe vi salva. Ripesco e proietto un paio di power-points che usiamo all’FIT a livello beginners et voilà, la lezione è fatta.
La prossima volta però, il libro s’ha da portare, metto in chiaro.

Sono reattivi, sorridenti ed entusiasti, questi studenti del Mercy. Bonariamente campagnoli, basic. Anni luce dall’universo glamorous dell’FIT, in cui i pupils vi si presentano con degli outfit sofisticati e avveniristici.
Questo semestre insegno due corsi lì, all’FIT. Italian Conversation. E finalmente sono passata dalla “graveyard”, l’aula sprofondata nel cemento buio del notturno, a due aule diurne con due finistre cadauna.
Ci sono quelli che masticano un po’ d’italiano e che si credono l’Alighieri — parentesi: di questi millennials Americans nessuno conosce Dante Alighieri… cioè, cavolo, l’Alighieri!
Ho chiesto perdono al Sommo a nome loro perché non sanno quello che fanno.

Ci sono quelle da cui non caverò nemmeno una goccia di italiano corretto, X e X, la coppia di bionde che sembrano due cloni di Kelly appena uscite da Beverly Hills 90210 – Vent’anni dopo — top, unghie fluò gialle, capelli ultra sleek e inchiostro rosa nella penna, immagino. Poi c’è X, dal Perù, che è già grande, lo vedo dalla vita che ha già visto dentro i suoi occhi giovanissimi. E poi X, una bellezza del Bronx con gli occhi azzurri, il sorriso più puro che possiate immaginare, e la voglia di compiacermi a tutti i costi attraverso compiti perfetti e lezione studiata — riuscendoci, ovviamente. E poi l’allampanato, perso, sbadatissimo X, che non ne azzecca mai una, ma che per il “VIP Misterioso: descrivi un vip che ti piace ma senza rivelarne il nome” descrive Mariah Carey con “Esce sempre a Natale” — io mi piego in due dalle risate, e la classe, vedendo me, si piega a sua volta e finiamo tutti piegati. E c’è chi, nel VIP misterioso, presenta Chiara Ferragni, magari pensando di colpirmi, ma in realtà affondandomi. E poi c’è chi crede di fregarmi, nascondendosi nell’ultima fila, credendo che io non veda il cellulare con cui whatsappa mentre io spiego la differenza tra “simpatico” e “sympathetic” — il cellulare e i laptop sono verboten da regolamento. Purtroppo sul suo cammino X ha avuto la sfortuna di trovare i miei occhi, che hanno delle aquile dentro a cui difficilmente sfugge qualcosa. Quindi ho lasciato passare mercoledì scorso, ma certo non lascerò passare mercoledì prossimo. E poi c’è lei, la ragazza misteriosa con gli occhi bassi e il broncio da Belen Rodriguez: quando la interpelli, lei sorride timidissima. Sai immediatamente che avrà davanti una strada cosparsa da cuori infranti.
Insegnare non ti farà diventare ricco, ma ti apre uno spiraglio sul presente e sul futuro dell’umano.

E se non vi va di scrivermi a [email protected], ora potete farlo a [email protected], perché faccio ufficialmente parte dei Mavericks — i dissidenti — del Mercy.
Sempre meglio dei Bulls di Chicago, dico io.

Un po’ di mercy, di misericordia, ve la chiedo anche perché, da peccatrice, infiniti sono i modi in cui pecco. Per esempio sono stata vaga e indefinita — qui mi ruggisce il Leopardi con la sua poetica — nell’illustrare cosa si fa in una residenza per artisti. E alcuni di voi mi hanno chiesto, ma cosa si fa in una residenza per artisti, è come una vacanza?
No, una residenza per artisti non è una vacanza. Il rischio che possa diventarlo, andando in posti paradisiaci come La Gomera è alto, e dovete stare molto attenti. Di solito, comunque, gli artisti non aspettano altro che il momento in cui dedicarsi alla loro arte senza le scocciature del quotidiano.
Io ho bisogno delle residenze perché mi regalano tempo ininterrotto, e certo la possibilità di conoscere un posto nuovo e stringere nuove amicizie sono parte del fun, ma io ci vado per il tempo ininterrotto.
Ci vuole disciplina, in una residenza. E quella, in casa Board, come immaginate, non manca — teniamo Lez Muvi ogni domenica sera, da nove anni, Vostro Onore… 🙂
Io lavoravo praticamente sempre, tranne un tre/quattro ore giornaliere in cui facevo il Tom Sawyer della situazione, correvo, nuotavo o andavo in giro per l’isola, oppure per i campi catalani. Per gli insonni, poi, anche la notte, è campo di lavoro.
Questo rigore mi ha fatto portare a casa più di 130 poesie per la seconda raccolta in inglese. 130 fanno impressione, lo so. Ma vedete, come dico sempre, non si va in un posto per farsi ispirare dal posto. Lo sai prima ancora di partire ciò su cui lavorerai: ho passato un anno e mezzo a raccogliere materiale. Non ho fatto altro che portarlo con me, tirarlo fuori e lasciar andare le parole. L’ispirazione funziona con il frammento d’idea iniziale, ma poi la poesia è lavoro. Si riveda, quindi, il falso mito della poesia momento d’estasi. L’idea in nuce parte da lì, dal mistero, ma poi sono ore di lima, olio di gomito, ricerca, e be’, ore.
Quindi no, non me ne sono stata con la pancia all’aria nel mese spagnolo. E non lo dico per mettere i puntini sulle i, ma per amettere una mia incapacità. Non so starci, a pancia all’aria, senza far niente. Mi viene l’ansia. Sono inetta!

Questa settimana sono andata al Paris Theater, accanto al Plaza Hotel, per vedere “The Wife”, dello svedese Bjorn Runde.
Non so se fosse per la location posh, ai piedi di Central Park, due passi dal Plaza e quattro dall’Upper East Side, o se fosse per la seniority dei due protagonisti del film, ma ero circondata da anziani.
Anziani Upper East Side. Ovvero bianchi, colti, snob.
Gestibilmente insopportabili.

Scrittore di successo, Joseph Castelman è in procinto di ricevere il premio Nobel per la letteratura. È a letto con Joan, la moglie devota con cui è sposato da trent’anni. Ecco che arriva la telefonata. Siamo lieti di comunicarle che è stato insignito del Premio Nobel per la letteratura.
Joseph e Joan si mettono a saltare sul letto dalla felicità, malgrado l’età avanzata di entrambi.
Dopo anni e anni di lavoro e scrittura, finalmente il coronamento massimo.
Gli amici, i parenti, i giornali, tutti in visibilio. Eppure intravediamo del marcio, oltre le rose e i fiori.
La coppia parte per Stoccolma, accompagnata dal figlio, David, scrittore in erba che capiamo non avere vita facile con un padre premio Nobel.
Sul Concorde che li porta in Svezia, la coppia è avvicinata da un tale che vuole scrivere la biografia di Joseph, ma che Joseph liquida con un no, grazie.
Una volta a Stoccolma, Joan appare sempre più insofferente nei confronti del marito. E non è solo per sana invidia. Piano piano veniamo messi al corrente di quello che la coppia ha nascosto per anni. Una frode bella e buona. Sì perché, guess what, lo scrittore di casa non è Joseph. È Joan!
Lui era il suo professore all’università, uno scrittore con tante idee brillanti, ma incapace di metterle insieme. Lei, una studentessa dotata, capace di mettere insieme le idee brillanti sue e altrui. I due si innamorano, si sposano, e be’, decidono di compiere il passo che porta Joan dal fargli da editor a diventare il suo ghost-writer. Così tutti i successi finiti sullo scaffale sotto il nome di Joseph Castelman, in realtà dovrebbero portare il nome di Joan Castelman.

Ma perché Joan non ha perseguito una sua carriera come scrittrice, ci chiediamo?
Be’, perché negli anni 60-70, quando Joseph e Joan erano giovani, nessuno dava credibilità alle scrittrici. Quindi tra una non-carriera e una carriera da ghost-writer, Joan sceglie la seconda. Troppa era la voglia di scrivere.
Intanto, a Stoccolma, capiamo che Joseph non è mai stato uno stinco di santo — adultero e bambino, l’accoppiata che caratterizza la vita di tanti artisti.

Arriva la serata della premiazione, e succede che Joan non ce la fa più a tenere quel segreto. Si arriva alla resa dei conti. E il finale, be’, il finale è tutto da vedere… Diciamo che, a un certo punto, c’è una qualche giustizia divina che scende a regolare i conti… Ma non posso dire altro altrimenti vi rovino tutto.

“The Wife” è un film con una grandissima storia nel cuore e un corpo mingherlino a sostenerla. Stilisticamente troppo semplice, troppo lineare. Il regista, peraltro svedese, avrebbe fatto bene a ripassare un po’ di Bergman prima di affrontare la regia. Io tremo alla sola idea di ciò che un regista come Ingmar, oppure Stanley, avrebbe potuto fare con un conflitto intra-coniugale come questo. Kubrick alle prese con una coppia che nasconde un segreto così… Pensiamo alla monumentalità di “Eyes Wide Shut”… Oppure Ruben Ostlund, giusto per rimanere nel Nord Europa…

Rund si affida al flashback per raccontare gli anni in cui Joseph e Joan erano professore e allieva, e l’evoluzione del loro patto segreto. Ma i flashback risultano irritanti —risultano posticci— e superflui. Lo spettatore non ha necessariamente bisogno di vedere ciò che è stato in passato per capire il presente. Qualcuno dice che il flashback è per sua stessa natura non drammatico e spezza la tensione scenica. Il che è vero, e succede puntualmente in “The Wife”.

Con un po’ più di immaginazione, un po’ più di coraggio, il film sarebbe entrato di diritto nel memorabile, categoria in cui facciamo tuttavia rientrare la prestazione attoriale di Glenn Close, che interpreta Joan. Be’, Fellows, se volete vedere come si recita, recuperate “The Wife”. Spesso nominiamo la solita, ineccepibile Meryl Streep quando cerchiamo un talento femminile nella recitazione. E ci scordiamo un’attrice della grandezza di Glenn. Praticamente il film è lei. Guardarla muoversi nei panni di questa moglie servizievole con un immenso talento intrappolato nelle menzogna, guardarla nel suo divincolarsi dalla menzogna ed uscire fuori, finalmente, merita il biglietto.

C’è poi una scena particolarmente vera e toccante. Durante la resa dei conti fra moglie e marito, Joseph le chiede “Perché sei stata con me tutti questi anni allora, perché hai sopportato tutto questo?”.Joan lo guarda affranta e persa. “Non lo so”, risponde, come se in quel preciso momento capisse l’errore commesso. Quel “non lo so” contiene tutta l’irragionevolezza dell’amore, tutto quello che d’insano l’amore ci fa fare e che va contro il nostro stesso bene. Eppure lo facciamo, puntualmente, romantici masochisti che siamo.

Ed eccomi raggiungere il traguardo della fine anche stasera.
Inauguriamo ufficialmente il Frunyc IV, con le nuove foto da New York, tra cui spiccano i due scatti a Ethan Hawke, che per un attimo fuggente durato un’ora, ci ha deliziato in un talk al Lincoln Center 🙂

Grazie per avermi riaccolto così calorosi, e saluti, stasera, benevolmente cinematografici.

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