LET’S MOVIE 383 da NYC commenta “WE, THE ANIMALS” di Jeremiah Zagar

LET’S MOVIE 383 da NYC commenta “WE, THE ANIMALS” di Jeremiah Zagar

Florence Fellows,

ormai hanno esaurito tutti i nomi per gli uragani, quindi pescano nella toscanità.
Florence.
Gli americani non conoscono Dante, ma Firenze popola i loro sogni e adesso, nomina i loro incubi.
Io ho incolpato moltissimo Florence per gli otto giorni più meteorologicamente provanti da ché sono qui a New York. Persino più dell’inverno, persino più della primavera travestita da inverno, o dell’autunno travestito da estate ma che sotto sotto è inverno.
Otto giorni fa si boccheggeva alla grande con 35 gradi, umidità al 98% — una pacchia. I newyorkesi immusoniti a livello Voldemort; io due spanne sopra il suolo panificio che sfornava pagnotte umane cotte a fuoco lento — loro.
Poi è arrivato venerdì 7 settembre, e tutto è precipitato. In modo particolare venti, venti gradi centigradi capitolati, da 35 a 15. E la mia incapacità di celebrare funerali di venti caduti.
I giorni successivi hanno riconfermato pioggia fredda e cielo rovinoso, pur con una temperatura sensibilmente più mite.
Io arrivo da un mese spagnolo con una media intorno ai 34 gradi, clima secco e ventilato. New York mi si scaraventa addosso così, con una caparbietà, una virulenza da rimanerne quasi perversamente affascinati.
Cerco di farmene una ragione.
Ecche diamine, un po’ di UK a New York, che sarà mai? Non sopravvivono lì, a Londra? E nel Nottinghamshire? Quelli sì, son posti plumbei! Non fosse per il Trooping the Color e per il verde Robin Hood, passerebbero mesi e mesi senza vedere un colore.
Cerco di convincermi, ok, me la faccio passare. I can do it.

Ma la realtà è che no, non ce la faccio, I can’t do it!
Ho una faccia da funerale. E i newyorkesi — i maledetti! — si godono la loro vendetta, con dei sorrisoni da orecchio a orecchio. Perché adesso possono tornare a respire, a non avere l’affanno ogni quattro passi, a non sentire più una galletta italiana che tuba tutto il tempo con il dio sole.

Conversazione in ascensore con un inquilino del mio piano — che sa il mio nome, ma io non so il suo, quindi sono già in difetto.
Io, esterrefatta: “What’s happening to the weather??”
Lui: “Ah at last, it cooled off”, un’espressione da Beato Angelico.
Io: “But it’s soooo cold!”, un’espressione da compianto sul Cristo morto.
Lui: “You know what we say here, Sara? ‘Sweater weather is better weather’”.
Come ribatti a uno che ti dice “tempo da maglioni, tempo da campioni”?
Non c’è margine di dialogo.
Allora lo lascio andare, e mi getto, funerea, nella nebbia.

Poi, quando ho sentito dell’Uragano Florence, ho immediatamente incolpato lui, scagionando così New York: ma certo! È la perturbazione portata da lui che arriva quassù al nord!
Così, in questi giorni di allucinante insofferenza e di insegnamento selvaggio, comincio a vedere New York come affetta da un malanno: New York soffre di maltempo.
Ogni mattina per otto giorni ho guardato fuori dalla finestra e lei era lì, agonizzante come il giorno prima, e quello prima ancora. Nessun miglioramento. Nessuna cura somministrabile.
C’è qualche dottore a bordo che sa come si cura il mal tempo?
In otto giorni, nessuna mano alzata.

Sono stati otto giorni mai visti perché di solito, a New York, il sole non manca mai più di tre giorni consecutivi. La temperatura può precipitare a meno 15, e rimanere lì per giorni e notti, ma il cielo è terso, e il sole, per quanto dewattizzato, risplende. Otto giorni consecutivi senza un raggio, senza un po’ di giallo, mi hanno fatto pensare a tutti gli expat italiani expatriati in nord Europa.
New York senza sole è pur sempre New York.
Oslo è un palindromo mal riuscito.

La questione è migrata dal medico alla zona principio.
No perché siamo ancora tecnicamente in estate e questi abusi di potere da parte del sesso forte — l’inverno è il sesso forte — non si tollerano.
Dopo otto giorni di sorrisi gloriosi su volti newyorkesi in trionfo, dopo otto giorni di requiem nella colonna sonora della mia giornata, ecco che l’Indian Summer arriva, ieri, sabato, spalancando i cieli al ritorno del sole.
Di solito l’Indian Summer arriva a fine ottobre. Quest’anno, vista l’urgenza, ha anticipato il volo, ed è giunta in nostro soccorso.

E il lutto finisce.
Per celebrare il ritorno dagli inferi, vado Upstate, nella cittadina di Mountainville, a circa un’ora da Manhattan. Ci vado, a Mountainville, perché lì sorge lo Storm King Art Center, che si chiama così per via dello Storm King Mountain, un monte alto la bellezza di 400 metri — location da Olimpiadi invernali, eh…

Lo Storm King Art Center ospita quella che si ritiene essere la collezione di sculture in esterna più grande degli Stati Uniti. Una specie di Fattoria Celle, la villa che ospita, al chiuso e all’aperrto, la ricchissima Collezione Gori, vicino a Pistoia. Solo che a Storm King, tutto è all’aperto. E tutto è di grandezze e proporzioni e numeri americani. 500 acri e 150 sculture, di ogni misura, con particolare predilizione per il gigantico.
Ora vi elenco gli artisti. Vedete un po’ chi conoscete.
Alexander Calder, David Smith, Mark di Suvero, Henry Moore, Douglas Abdell, Isamu Noguchi (my love), Richard Serra (my super love), Louise Nevelson, Magdalena Abakanowicz, Alice Aycock, Andy Goldsworthy, Alexander Liberman, Ursula Von Rydingsvard (ricordarsi il nome è un casino, ma lei un dio con il legno, e per dio ci si può anche ricordare il casino di un nome), Sol LeWitt, Roy Lichtenstein.

Viste le dimensioni, il noleggio di una bici è caldamente consigliato. Così pedalate fra sculture pazzesche e impensabili. Parallelepipedi in ferro che da vicino sembrano imponenti e be’, ferrosi, e da distante acquisiscono la leggerezza e l’evenescenza del volatile. Strutture tubulari da Paese dei Balocchi, stecchati di specchio, tre gambe che schiacciano la testa di un Buddha gigantesco, lavori site-specific, costruiti in loco, come un muro in tutto e per tutto simile alla Muraglia Cinese, o forse a qualche Nessie lochnessiano e preistorico che scivola in acqua su un lato del fiume, per riemergere dall’altro lato e continuare il suo (per)corso.
Un parco giochi in cui i giochi sono arte.

Anche in Trentino c’è una struttura simile, Arte Sella. Ma quella è una rassegna, e in più le opere sono create con elementi naturali. A Storm King le opere sono statue che potremmo vedere in un museo, e accanto a loro, opere create appositamente in loco.
Un posto come Storm King potrebbe originare delle perplessità. Ma la arte, che è già di per se tanta roba, come può stare in un contesto dominato dalla natura, che anche di per sé è tanta roba? Non sarà uno scontro troppo fra titani, fra prime donne?
No. Le opere non si integrano nel paesaggio. Non c’è una ricerca di armonia, o di rispondenza fra arte e natura. Le opere interrogano costantemente il paesaggio, oltreche lo spettatore.
Se state ziti, le sentite, forti e chiare.
Non ho mai visto e sentito nulla del genere in vita mia.
Consultate il Frunic IV. 😉

Parco a parte, è il viaggio stesso a Mountainville che vale la pena fare. Entrate nell’americanità più quintessenziale. Le casottine di scandole color pastello, con il portico, il tetto a punta, doppia porta per riparare dal freddo, zanzariera l’estate. I bussolotti portalettere a forma di sfilatino che tanto ho invidiato nella mia vita perché il postino ti avvisa in silenzio quando c’è posta, alzando la bandierina. La bandierina strilla per lui. Ogni volta penso a quante corse gli abitanti di una casa hanno fatto, dalla cucina al vialetto, vedendo, in lontananza, la voce di una cassetta portalettere.

Davanti a tanta immacolatezza, davanti a tanto ordine, mi sono chiesta se quella è ancora l’America del milkman che ti consegna il latte sullo zerbino, oppure del newspaper-boy che ti lancia la copia del Gazette locale nel giardino. Mi chiedo se quella è ancora una realtà, oppure se questa architettura molto grantwoodiana, molto “American Pastoral”, fosse l’anacronostico risultato di una volontà radicata. La volontà di non volere altro all’infuori di me.
L’architettura è rimasta sempre la stessa, la disposizione delle cose, i colori. Tutto tale e quale a centocinquanta anni fa.

Mi viene da dire che questi hanno votato Donald anche nelle primarie democratiche fra Andrew Cuomo e Cynthia Nixon. C’è aria di “questa è casa mia e qui comando io”. E di fucili riposti in bella mostra nella vetrinetta in salotto. In un ambiente appena uscito su Elle Decor.
A proposito di Cynthia, ci dispiace per la sua sconfitta, ma questo le/ci dice che smantellare un’istituzione familiare come quella dei Cuomo non è impresa facile, nemmeno se hai l’appoggio dell’Intellighenzia progressista, della comunità LGBT e delle minoranze. Cynthia Nixon è stata la Bernie Sanders dello Stato di New York. Troppo leftista persino per New York City. E poi l’America ha la fascinazione per le famiglie al potere. Kennedy, Bush, Clinton. Le eccezioni ci sono, ma sono rare e forse capitano una volta ogni cent’anni, e noi, con Barack, ci siamo giocati il nostro giro.

Ho terminato il mio sabato Upstate cimentandomi in un otto buche di golf, non perché io abbia mai posizionato il mio corpo sopra un par, ma perché  sono dell’avviso che se capiti dentro l’occasione di provare le cose, tu provi le cose. Sono anche dell’avviso che se per tutta la vita hai coltivato il mito dell’outfit da golf, un giorno devi riuscire a toglierti lo sfizio di indossarlo. E fa niente se poi ogni tanto la mazza si trasforma in zappa, e tu sollevi talmente tante zolle che il green diventa un campo pronto per la semina…
Innanzitutto, per studiare l’anatomia del golf, bisogna spogliarlo dagli strati d’elite che lo rivestono.
È uno sport inafferrabile, e questo, come tutto ciò che sfugge alle definizioni e alle comprensioni, lo rende intrigante.
La sua intrinseca contradditorietà comincia già dalla definizione. È davvero uno sport? Non proprio. Non ci metti la fatica e i muscoli, e persino nel curling (!), altra disciplina discutibile, un po’ di fatica, di muscoli, ce li metti. Anche solo in versione olio di gomito.
Sembra facile, il golf, ma non lo è. Però non è nemmeno rocket science. La via di mezzo fra pratica, esperienza e coordinazione. Io non disponevo di nessuna delle tre, ma questo almeno ti permette di buttarti senza troppe aspettative.

E che ci sarà, nel golf, che attira tante persone a praticarlo? Cerchiamo sempre di toglierne i contorni Country Club e members-only. Il golf è una gara con te stesso. Sei tu che devi completare una buca in un tot numero di lanci. Il tuo avversario, sostanzialmente, sei tu: devi battere la tua incapacità. È come una maratona — devi arrivare alla fine — ma al contempo differisce dalla corsa, dove il tuo corpo è il tuo unico alleato, non il tuo nemico.
A livello intellettuale, è un po’ come gli scacchi, dove si può addirittura giocare da soli.
Devi avere la forza d’animo per crederci. Ridotto ai minimi termini, si tratta di buttare una pallina in una buca. È pari al calcio, al football, a qualsiasi sport. Le dimensioni della palla cambiano, ma la loro costituzionale insensatezza, è la stessa. Se s’intende praticarlo, quindi, bisogna superare il cinismo, e vederlo un po’ come un’alternativa alla vita quotidiana. Per due ore di tempo, chiudi via i pensieri e ti concentri a infilare una stupida pallina in una stupida buca — dopotutto il calcio non è forse infilare uno stupido pallone in una stupida rete? Lo sci non è infilare delle stupide assi ai piedi e scivolare in fondo a uno stupido monte? Potremmo andare avanti all’infinito con le costituzionali insensatezze del quotidiano sportivo ed esistenziale.
Per chi pensa troppo, il golf potrebbe essere terapeutico. Se tu possa permettertelo — e non parlo tanto finanziariamente quanto intimamente — è tutto da vedere.

Quanto allo Storm King Golf Course, è uno dei più “antichi” degli Stati Uniti. Quando me lo dicono, con quella punta di malcelato orgoglio “wanna-be Europe”, abbasso lo sguardo e soffoco un sorriso, pensando all’Old Course di St. Andrews, in Scozia, dove ero stata portata grazie a un ERASMUS — iniziativa che il capolavoro della Brexit forse riuscirà ad affossare nei prossimi anni…
Ecco, quello lì, soprannominato “the Cathedral of Golf” e nato nell’Anno del Signore 1552, quando l’America era ancora in fasce, è un campo da golf antico — il più antico del mondo, actually.
Vorrei dirlo, allo squinzio dietro il computer dello Storm King Golf Course. Ma poi desisto.
A che pro millantare così, gratuitamente?

Questa settimana sono stata all’Angelika Film Center a vedere “We, the Animals”, di Jeremiah Zagar. Presentato con successo all’ultimo Sundance, e visto un po’ come l’erede di “Moonlight” — ricorderete, due anni fa— il film racconta la storia di tre fratelli portoricani, Manny, Joel e Jonah che, lì per lì, a inizio film, ti sembrano vivere a Portorico, ma poi capisci che no, quella è Utica, Upstate New York — non troppo distante dalle Storm King Art Center, di fatto — una zona sciatta e depressa.

Una storia d’infanzia in cui la dolcezza dei pomeriggi passati a giocare, sonnecchiare sul tappeto del divano o a pancia all’aria in mezzo a un prato, si mescola all’amaro di liti furibonde fra i genitori, botte da orbi, momenti di tensione e abuso domestico, del marito manesco verso la moglie, vittima e al contempo complice, della moglie verso i figli, del martito verso i figli.
Per buona parte del film, i tre fratelli sono un sodalizio, un unicuum. Sempre insieme, sempre complici. Ma mentre Manny e Joel si avviano a seguire le tracce bulle del padre, Jonah è portato a seguire una sua via che lo distanzia inevitabilmente da quel machismo esibito. Jonah è il diverso, quello più legato alla madre, quello che vede cose che altri non vedono. E si rintana, Jonah, sotto il letto, per scrivere i suoi pensieri e aggiungerci dei disegni che prendono vita sullo schermo in sequenze animate molto suggestive e violente — solo come certi disegni dei bambini sanno essere — alternandole a un girato in pellicola da 16 mm. Quei video dell’infanzia, a grana grossa, non tutti puliti e perfetti come i video di oggi. Il film usa quella pellicola perché quella è la pellicola dei ricordi, del passato. E funziona benissimo perché le immagini sono calde, soffuse, così come le albe e i tramonti che per buona parte del film ti fanno pensare a qualche stato del Sud degli Stati Uniti, come la Virginia, o l’Alabama.
Il regista Zagar scende spesso in mezzo alla scena, fra i personaggi, con la telecamera in spalla, come se volesse suscitare la compartecipazione dello spettatore attraverso riprese fortemente ravvicinate. Questo anche per farci entrare nel ludico dei tre bambini che, simbiotici al pari di tre gemelli, affrontano tutto insieme e creano tutto insieme. Il più artistico di tutti è naturalmente Jonah, che si serve dell’arte come scappatoia: la realtà che subisce, insieme ai fratelli, è troppo. Cosa gli resta, se non nascondersi sotto il letto, armato di torcia e matite, e disegnare la sua versione del mondo?

I tre bambini sembrano tre selvaggi — nell’accezione positiva del termine. Non sono attori professionisti e ho letto che Zagar li ha lasciati molto liberi di improvvisare. Eppure “We, The Animals” è anche un film molto studiato, con una simbologia ben definita. La natura è molto presente, molto viva, si può quasi avvertirne il respiro caldo, nelle giornate di nulla estivo.
Ma è anche la natura dell’acqua torbida dello stagno in cui il padre sguazza come un bambino, e in cui Jonah e la madre hanno il terrore di metter piede. La scena in cui il padre “convince” Jonah e la madre a nuotare, è di una crudeltà e di una precisione rare. Il meccanismo del trauma è disvelato attraverso accadimenti come questo — il bagno forzato, oppure scene pornografiche guardate in tv, oppure scene troppo erotiche fra mamma e papà — che però finiscono per marchiare a fuoco la psiche di un bambino. Verso la fine del film pensi che Jonah sia spacciato, che non riuscirà a cancellare ciò che i suoi occhi hanno visto. E invece, nonostante tutto, Jonah ce la fa. Non soccombe a quella vita, sballata e bruta. Ne cerca una tutta sua, per la strada che intraprende per conto suo.

È un film parlato con gli sguardi e i corpi, pochissime sono le parole. E questo, anche, credo, sia il motivo della pellicola 16 mm. La grana grossa restituisce una corporeità molto spiccata e definita che si sposa con l’idea di film fisico che il regista sembra proporci con convizione.
Se “We, The Animals” raggiunge l’Italia, fatemi un piacere. Andate a vederlo.

E anche per oggi è tutto. Il Frunyc IV è farcitissimo oggi — oltre allo Storm King Arts Center e il golf (!), Liberty Park, di fronte a Manhattan, in New Jersey.

Ringraziamenti come se piovesse e saluti, anche quelli, pluvialmente cinematografici.

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